#3 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 e 2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento.  Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

L’idea di corpo nell’ascetismo

Hiroshige,_The_moon_over_a_waterfall_512Con l’arrivo del buddismo millecinquecento anni fa, l’età dei re, simboleggiata dalle grandi tombe, terminò ed il Giappone entrò in una nuova era, governata dalla religione. Come con la restaurazione Meiji, lo stile di vita dei giapponesi fu radicalmente transformato. La cosa piuttosto interessante è che, contrariamente alla Restaurazione Meiji, l’arrivo del buddismo sembrò piuttosto chiarire la natura specifica della cultura giapponese.
Fortunatamente il buddismo non venne trasmesso direttamente dall’India ma arrivò dopo aver transitato per la Cina. Durante il suo passaggio in Cina, il buddismo non ebbe altra scelta se non quella di fondersi con gli antecedenti indigeni del taoismo, che includono varie pratiche mistiche quali il fangshu e le filosofie di Lao-Tzu e di Chuang-Tzu. Queste pratiche, successivamente integrate nel taoismo, contemplano tutte delle pratiche ascetiche mirate alla coltivazione della longevità. Possiamo dire, di conseguenza, che il buddismo che arrivò in Giappone era stato già purificato dai cinesi, nel senso che era caratterizzato da una forte enfasi sulle pratiche ascetiche di tipo taoista [Sekiguchi, (1967)].
Nonostante i suoi scopi potessero essere diversi, la religione originaria del Giappone, lo Shinto, era anch’essa centrata più sulla pratica che sulla dottrina. Entrambe le religioni emersero più che altro come eventi spontanei, senza la personalità di un fondatore. Inoltre hanno molto in comune: ad esempio il senso di Ki (energia) puro ed impuro ed i modi di utilizzare il Ki. Hanno anche condiviso il destino di essere obbligate a presentare un’immagine distorta delle proprie pratiche nuocendo a se stesse con bizzarre teorie nel tentativo di non essere soprafatte dal buddismo. Questo tuttavia è successo solo perché entrambe le religioni, per natura, valutavano l’esperienza più della speculazione, la percezione più della teoria. La ricerca della longevità e dell’immortalità nel taoismo è cosa ben diversa dell’odierno perseguimento della salute fisica. I taoisti proclamavano il Tao la sorgente che dà armonia a tutte le cose, e ricercavano la genuina esperienza dell’essere uno con esso [Maspero, (1983)]. Analogamente, lo Shinto non era quell’animismo che divenne l’etichetta favorita per tutte le religioni primitive. Era una religione che non cercava il divino fuori da sé, prendeva invece l’esperienza interiore del Kashikoki (venerazione o meraviglia) e la chiamava Kami (il divino) [Kageyama, (1972)].
Religioni di questo tipo, dove l’essenziale si trova nell’esperienza interiore, sviluppano inevitabilmente alcune pratiche che utilizzano il corpo come intermediario per raggiungere il loro scopo. Nel caso del Giappone, queste pratiche, chiamate Gyo, devennero il denominatore comune che permise ai giapponesi di accettare questa religione essenzialmente accademica e speculativa che è il Buddismo e di lasciare che si radi-casse nella sua cultura.
Il buddismo si stabilì inizialmente come religione ufficiale durante il periodo Nara (710-784) grazie al diligente sforzo di Shotokutaishi (574-622). Tuttavia, avendo una forte inclinazione politica e dando poca importanza alla pratica non catturò il cuore dei giapponesi. La crescente popolazione di monaci e suore diventò un peso finanziario per il governo, mentre la successiva costruzione di templi di provincia e della grande statua di Budda del Todai-ji impoverirono la popolazione. Durante quel periodo non fu il buddismo ma piuttosto lo Shugendo, una commistione di Shinto e Taoismo fondato da En no Ozunu, a far breccia nel cuore dei giapponesi. I praticanti dello Shugendo si isolavano nelle profondità selvagge delle montagne – un’area tremendamente temuta dalla maggioranza della popolazione – in modo da mettere alla prova la loro disciplina e ricevere potere dalle divinità della montagna [Wakamori, (1972)]. Non era tanto una religione quanto piuttosto un insieme di pratiche ascetiche, o Gyo, volte verso una specifica esperienza religiosa. Il grande rispetto portato agli asceti delle montagne dalla gente dell’epoca dimostra come la religione per i giapponesi non fosse una questione di testi e dottrine, ma si basasse fondamentalmente sul la venerazione ed il timore reverenziale per il Gyo. E questo sentimento di rispetto non veniva dalla ricerca di una ricompensa in questa vita, sorgeva piuttosto dalla storica inclinazione dei giapponesi all’osservazione profonda di se stessi.
Fu la grande popolarità del Tendai e dello Shingon, due sette del Mikkyo (buddismo esoterico), entrambe fondate nel periodo Heian, a mostrare chiaramente questa inclinazione. La setta Shingon, fondata da Kukai (774-835) aveva il suo quartier generale sul monte Koya ed acquisì una grande popolarità fra la popolazione grazie alla sua forte tendenza per le pratiche ascetiche ed esoteriche non riscontrabili nelle precedenti forme di buddismo speculativo del periodo Nara. Inoltre, possedeva una filosofia – mancante nello Shugendo – per sostenere la sua fede nei misteri soprannaturali. Possedeva quindi i requisiti necessari per ottenere un riconoscimento ufficiale come religione da parte del governo, pur essendo un insegnamento centrato sul Gyo.
Contemporaneamente la setta Tendai, fondata da Saicho (767-822), stabilì il suo quartier generale sul monte Hiei. La dottrina di Saicho incorporava quattro insegnamenti: En (detto anche Hokke, gli insegnamenti del Loto), Zen (le discipline meditative), Kai (i precetti buddisti) e Mikkyo (pratiche esoteriche). Rendendosi conto però che la sua conoscenza degli aspetti esoterici del buddismo non poteva reggere il confronto con quella di Kukai, egli cercò di creare un sistema buddista esote-rico distinto dallo Shingon di Kukai. Il suo desiderio si realizzò finalmente con il suo discepolo Ennin [Katsumata, (1972)]. La setta Tendai scelse le montagne come luogo di addestramento e vi mandò molti suoi discepoli eccellenti. Avvenne che i praticanti del Tendai si mischiarono agli asceti delle montagne dello Shugendo che erano ancora venerati dalla popolazione, al punto che divenne difficile distinguere tra i seguaci delle due sette. Nonostante la conoscenza di Saicho degli insegnamenti buddisti fosse di prim’ordine, la setta Tendai dovette enfatizzare aspetti dell’insegnamento che vanno oltre il linguaggio e la speculazione – le pratiche esoteriche – in modo da guadagnare popolarità tra i giapponesi.
Per quanto riguarda le ragioni che hanno portato i giapponesi a preferire le religioni centrate sull’ascetismo ed il perché queste emersero per prime, secondo alcuni la ragione va cercata nel fatto che la gente di quei tempi credeva in, e soprattutto temeva, fenomeni soprannaturali quali maledizioni e spiriti maligni. Ma anche queste cose fanno parte della religione. La religione è simultaneamente la sorgente da cui maledizioni e spiriti maligni scaturiscono ed il potere che libera le persone da queste cose. La presentazione di un determinato insieme di valori include necessariamente l’atto di definire gli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione. Questo non si limita alla religione. Quando scopriamo nuove possibilità definiamo anche i nostri limiti. Stabilendo cosa sia normale, definiamo allo stesso tempo l’anormalità, motivo per cui nuove malattie appaiono quando nuove cure vengono sviluppate. Il problema non è quindi cosa i giapponesi temessero ma per cosa provassero venerazione e timore reverenziale. Non era la fede nelle dottrine buddiste o l’attrazione per la magia che muoveva il popolo del Giappone tradizionale. Avevano semplicemente una venerazione per le pratiche ascetiche. Era quell’intensità concentrata implicita nel Gyo e le esperienze non ordinarie che portava, l’oggetto della loro venerazione.Vieil Ainou
Questa particolare adorazione dei giapponesi per il Gyo si cristallizzò ulteriormente con lo sviluppo della setta Zen, che ebbe inizio, con Eisai e Dogen, nel periodo Kamakura. Lo Zen – la concentrazione della propria attenzione nella meditazione da seduti sino all’ingresso in quello stato detto Shikantaza (stare semplicemente seduti) – corrispondeva perfettamente al senso del Gyo ricercato dai giapponesi e fu un insegnamento religioso profondamente assimilato nella cultura giapponese.
Lo Zen era più di una religione che centrava la sua pratica sul Gyo. Era il Gyo stesso. Nella sua dottrina, ciò che veniva ricercato, attraverso l’uso di una singola parola – Mu (vacuità) – e la negazione di qualsiasi pensiero o speculazione, possedeva un senso di purezza simile a quello dello Shinto. Mentre lo Shugen ed il Mikkyo richiedevano l’adorazione ed il totale affidamento sui poteri magici e spirituali degli asceti e dei preti, lo Zen rifiutava di fare affidamento su qualsiasi cosa non fosse il sé. Questa religione che suggeriva la possibilità di liberazione unicamente attraverso la coltivazione dei propri poteri perso-nali per mezzo della personale pratica del Gyo, costituiva una forte attrattiva per le inclinazioni dei giapponesi. Infine, la cultura giapponese è stata così profondamente influenzata dallo Zen che è impossibile separare lo Zen dal concetto di “giap-ponese” che abbiamo oggi. Il suo stile, la sua dottrina e la sua pratica del Gyo non rimangono all’interno dei confini della religione. La mente zazen fu direttamente assimilata nella vita quotidiana e nel lavoro della popolazione comune, contribuendo enormemente alla formazione di varie vie o Do, come il Kendo, il Sado ed il Kado oltre ai Waza dell’artigianato.
La corrente sottesa del Gyo, vista nello Shinto, nello Shugendo, nel Mikkyo e nello Zen rivela non solo la visione che i giapponesi hanno della religione, ma ci parla anche delle esperienze interiori, ricercate ed apprezzate dai giapponesi. La potente tranquillità dello Shinto, le esperienze soprannaturali dello Shugendo, le ondulanti e viscose qualità del Mikkyo, la raffinata purezza e sobrietà dello Zen – il popolo giapponese apprezzava e gradiva queste esperienze interiori forse più delle religioni stesse, furono queste a dare alla loro cultura un senso di profondità ed espansione.
I quattro sistemi di Gyo sopra citati possono essere divisi in due categorie. Le pratiche dello Shugen e del Mikkyo puntavano ad acquisire poteri fuori dall’ordinario cercando la trasforma-zione del sé da uno stato di impotenza ad uno di forza divina. L’esistenza di condizioni avverse è qui un dato di fatto e ciò che vediamo è la potente convinzione di superare tutte le avversità. Il Gyo dello Shinto e dello Zen, d’altra parte era di natura chiaramente differente. La loro pratica non serviva a supplire a ciò che mancava al praticante, né ad una crescita verso stati più potenti dell’essere. Era piuttosto il ritorno alla propria natura originale attraverso la rimozione di tutto ciò che è estraneo. Erano Gyo di sottrazione più che di addizione, che riportano il colore alla trasparenza. L’inclinazione dei primi due è rinforzante; sono i Gyo del sole. Mentre gli ultimi due hanno un’inclinazione verso il distacco e la pacificazione; sono i Gyo della luna. Entrambi attraversarono alti e bassi nel corso dei secoli e contribuirono a stabilire le basi della cultura giapponese. Ad esempio il Kabuki, che prende il suo nome dal termine kabuku (inclinarsi) nacque dalla scoperta della bellezza insita nel disequilibrio. La tonalità sottesa è analoga a quella che può essere ritrovata nel Gyo dello Shugendo e del Mikkyo. Analogamente l’estetica dello Yugen stabilita attraverso il Nô di Zeami condivide un terreno comune con il Gyo dello Shinto e dello Zen.
Infine, il fluire del Gyo dallo Shinto allo Zen affinò la concezione giapponese delle pratiche ascetiche e contribuì alla formazione dell’idea di corpo giapponese. Nonostante ciascuna della quattro religioni possedesse una visione distinta delle pratiche ascetiche, un terreno comune può essere trovato, se vengono osservate dal punto di vista dell’idea di corpo.
misogi ueshiba ascétismeNel Gyo il corpo viene utilizzato come uno strumento per oltrepassare la concentrazione volontaria. Il metodo consiste nel portare la coscienza a concentrarsi su alcune percezioni del corpo e spostare l’attenzione per un certo tempo dai pensieri al corpo. I vari modi in cui tenere le mani durante la meditazione, detti Inso, ne sono un tipico esempio. Il forzare deliberatamente il corpo in condizioni di stress, strettamente associato con la pratica del Gyo, ne è un altro. Imponendo ripetutamente un grande fardello al corpo, l’attenzione del praticante viene for-zata a spostarsi dalla concentrazione mentale alla concentra-zione fisica.
Nel passo successivo, lo scopo diventa quello di separare il sé dal corpo a cui normalmente pensiamo appartenga, in modo da incontrare il corpo separato dal sé; per incontrare, in altre parole, il Corpo puro. Questo è il corpo che appartiene solamente alla Natura stessa: il corpo “così com’è”. Incontrare il corpo “così com’è” significa che tutte le sensazioni della carne scompaiono. Ciò che invece emerge è un corpo di una qualità simile a quella dell’aria, del vapore acqueo. La natura di questo nuovo corpo emergente è di totale passività; può fluttuare, sentendosi propriamente “vivo”, solo avendo invitato ed accolto dentro di sé qualcosa che non appartiene al sé. La pratica del Gyo ricerca l’ingresso in questo sublime stato di passività. Il contrasto tra le due categorie di Gyo ha quindi le sue radici esattamente in ciò che decidevano di “invitare”. Per le pratiche dello Shugendo e del Mykkio era la Mente Non Fluttuante, Mentre per lo Shinto e lo Zen era la Sorgente di Tutte le Cose. In questo modo, quando il fenomeno del Gyo viene compreso come un fenomeno del corpo, diventa possibile per le quattro religioni condividere la stessa struttura di pratiche ascetiche.
Si potrebbe dire che la condizione interiore dell’“invitare”, o dell’“accogliere”, fosse l’essenza stessa dell’idea giapponese di Natura. La parola giapponese Kangaeru (pensare) era origina-riamente Ka Mukaeru (accogliere ciò che è). Per i giapponesi quindi, il processo di pensiero stesso era un’attività passiva, letteralmente l’“invitare” o l’“accogliere” il suo oggetto. Ed era questo “invitare”, questo entrare in uno stato di passività, di ricettività, ciò che i giapponesi definivano “naturale”. Davano più valore al “vedere” le cose, o all’“essere visti” dalle cose, permanendo in uno stato di non-sé, piuttosto che all’atto volitivo di guardare o di osservare. Valutavano lo stato recettivo del “sentire” più dell’atto volontario dell’ascoltare. Questo genere di condizione doveva essere raggiunto per mezzo della concentrazione attraverso il Gyo.Jeune femme jouant du Shamisen (détail) Kitagawa Utamaro – 1805

Lo Tsugaru jamisen è uno strumento musicale, un liuto a tre corde, proveniente dal Giappone nordorientale. Ciò che viene richiesto ai suoi interpreti è di acquisire una composizione originale che possano chiamare propria. La musica tradizionale giapponese a differenza della musica occidentale non possiede una grande varietà di composizioni musicali. Al contrario, gli interpreti vengono spinti a coltivare la capacità di improvvisazione, a suonare una stessa composizione in vari modi, a seconda del luogo e del momento dell’esecuzione. Takahashi Chikuzan, maestro dello Tsugaru jamisen, sviluppò un Gyo, che consisteva nel suonare il suo strumento per otto giorni e otto notti, senza riposo. Secondo Chizukan, all’ottavo giorno, era venuta meno qualsiasi consapevolezza di suonare. Non poteva più sentire i suoni, emessi dallo strumento che stava suonando, e cominciò a vedere il suo corpo come una distesa di luce bianca. Dalle profondità di questo chiarore sentì provenire una canzone che non aveva mai sentito prima. Questa canzone sarebbe diventata la composizione originale di Chikuzan. In questo modo le composizioni musicali per Tsugaru jamisen non erano creazioni degli artisti, ma qualcosa che questi avevano invitato in sé, qualcosa che proveniva da un luogo sconosciuto. La pratica del Gyo dà risultati differenti a seconda di cosa il praticante invita. In questo caso si trattava di musica.
Non sarebbe un’esagerazione affermare che l’idea di corpo, nella cultura giapponese, è stata forgiata dalla pratica del Gyo. Per i giapponesi il corpo non era semplicemente uno strumento da utilizzare nella vita quotidiana. Era un luogo in cui l’astratto doveva essere accolto. Contrariamente alla visione occidentale del corpo, non era qualcosa che potesse essere governato dalla volontà personale, ma poteva essere portato in uno stato di armonia attraverso l’utilizzo del Ki, che diventa possibile quando si esce da uno stato di concentrazione volontaria. Il lavoro di questo tipo di corpo non è un’automaticità meccanica. Per sua natura, può solo improvvisare ogni suo movimento. Fluttua in risonanza con le vibrazioni della vita, in un mondo in cui tutto è vivo. Quando si muove, attraverso la ricezione di una forza che gli è esterna, il suo movimento non è la trance dimentica di sé del posseduto, non perde mai il suo centro.
Il corpo, per il giapponese, era quindi un luogo per ricevere la vita. La vita, in questo caso, non è quella del singolo individuo o creatura, ma la vita che scorre attraverso tutti gli esseri in un mondo dove tutto è vivo. La vita non è mai morta. Se l’unione dello spermatozoo e dell’ovulo è l’inizio della vita individuale, la vita è ciò che rende quest’unione possibile. Spermatozoo e ovulo, entrambi devono essere vivi perché questa unione possa avvenire La vita quindi esiste oltre l’individuo. La vita è una corrente senza forma che non si interrompe mai ed il corpo dell’individuo non è altro che una nave spinta da questa corrente. La nave non può muoversi indipendentemente. Il corpo può muoversi solo perché sospinto dalla generale corrente della vita.
Il concetto del Gyo, sotteso alle quattro religioni Shinto, Shugen, Mykkio e Zen, penetrò nella vita quotidiana della popolazione a partire dai periodi Kamakura e Muromachi. Questo fenomeno non dovrebbe essere inteso come la diffu-sione di insegnamenti religiosi, ma come la disseminazione del Gyo stesso. La pratica del Gyo era quindi in grado di espandersi al di là del campo della religione per diventare la base di una determinata visione del corpo, ed avrebbe quindi dato vita al concetto di Kata, o forma. Il Kata è l’espressione simbolica della visione del corpo giapponese, nata dal Gyo. La venerazione giapponese per il Gyo si trasformerà in un senso di rispetto per il Kata.

Capitolo successivo#4 La filosofia del Kata.

1Journal of Sport and Health Science, Vol. 2, 8-24, 2004. http : //wwwsoc.nii ac jp/jspe3/index.htm.

Sources des images

  • Estampe : La cascade au claire de lune  Auteur : Utagawa Hiroshige (1797-1858).
  • Vieil Ainou  extrait de « Japon »  de Fosco Maraini.  1959 Ed. B.Arthaud
  • Morihei UESHIBA avec son fils Kishomaru, pratique sous la cascade
  • Jeune femme jouant du Shamisen (détail) Kitagawa Utamaro – 1805