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Al centro dello spostamento, l’involontario

Di Régis Soavi

«Se devo dare uno scopo al mio Aikido, è quello di imparare a sedersi, ad alzarsi, ad  avanzare e ad indietreggiare.»
Tsuda Itsuo

Spostamenti: la coordinazione, la postura

Per spostarsi correttamente è necessario essere stabili, e non si risolvono dei problemi di stabilità con l’apprendimento. La stabilità deve nascere dall’equilibrio, che a sua volta nasce dal sistema involontario. Una delle caratteristiche dell’essere umano è quella di stare in piedi su una piccola superficie, i suoi unici punti di appoggio sono i due piedi. E se si trattasse solo di stare immobile, passi ancora, ma ci spostiamo, e per di più, siamo capaci contemporaneamente di parlare, riflettere e di muovere le braccia in ogni modo, così come la testa e le dita, il tutto essendo perfettamente stabili. La coordinazione muscolare involontaria si occupa di tutto. Se perdiamo l’equilibrio senza poterci aggrappare da qualche parte, il nostro corpo tenta con ogni mezzo di recuperare l’equilibrio perduto, e spesso vi riesce grazie al movimento di ripartizione del peso da una gamba all’altra, trovando dei punti di appoggio estremamente precisi, che ci sarebbe difficile trovare con l’aiuto del solo sistema volontario. Tsuda Itsuo, nel suo libro La Scienza del particolare, racconta un aneddoto personale sul suo apprendimento dell’Aikido che mi sembra edificante.


«Quando ho cominciato l’Aikido intorno al 1960, ho imparato, sotto la direzione di insegnanti, allievi del Maestro Ueshiba, a fare degli esercizi di ginnastica prima di cominciare la parte tecnica.
Uno di questi esercizi consisteva nel ruotare alternativamente su ciascun piede, descrivendo dei cerchi con lo spostamento. L’utilità di questo esercizio, secondo la spiegazione che ne veniva data, era di permetterci di abbassare il centro di gravità del nostro corpo in modo da essere in equilibrio in qualsiasi circostanza. La spiegazione mi sembrava molto logica. Tutte le perturbazioni che risentiamo nella vita quotidiana, derivano dal fatto che il nostro centro di gravità è situato troppo in alto. Il sangue sale alla testa e perdiamo la lucidità. Trascinati dall’impulso del momento, commettiamo degli errori. Accettata la spiegazione, mi allenavo nell’esecuzione di questo esercizio. Facevo un giro su un piede, poi sull’altro. Uno, due, tre, quattro, facevo dei cerchi senza perdere l’equilibrio, pur muovendomi.
Un giorno, mentre stavo compiendo questo esercizio, udii una voce che, sebbene molto gentile, non lasciava dubbi sul significato del suo contenuto.
«Lei finirà per avere le vertigini in questo modo».
Mi voltai e vidi il Maestro Ueshiba che mi guardava. Rimasi lì inchiodato senza sapere cosa dire. Queste parole del Maestro ebbero su di me un terribile impatto.
Avevo creduto, fino ad allora, all’uniformità dell’insegnamento. Che si trattasse del Maestro o di un semplice insegnante, doveva esserci una dottrina immutabile, una pratica determinata una volta per tutte. Il fatto che il maestro-fondatore disapprovasse quello che avevo imparato dai suoi allievi diretti, costituiva un grave caso di coscienza. Bisognava rimettere tutto in discussione.»2

L’equilibrio dei bambini

Si tende a preoccuparsi dell’equilibrio dei bambini nel momento in cui cominciano a camminare cioè, spesso, tra i dieci e i quindici mesi. Quando dei genitori mi informano tutti fieri che il loro figlio ha camminato molto presto, a volte a nove o dieci mesi, questo mi fa pensare alla posizione di Noguchi Haruchika Sensei, il fondatore del Seitai, che è molto diversa da quella che si è soliti sentire. Nella via del Seitai così come il mio maestro Tsuda Itsuo l’ha trasmessa in Francia negli anni settanta fino al suo decesso nel 1984, si raccomanda ai genitori di aspettare che le gambe del bambino siano sufficientemente pronte e forti, di non aver fretta di vedere il loro caro bambino camminare. Se, ovviamente, Noguchi Sensei sconsigliava, allo stesso modo di molti pediatri di oggi, i girelli che dovrebbero far camminare prima i bambini, sconsigliava anche di aiutare il bambino a mettersi in piedi, o di tenerlo, per esempio sotto le ascelle, o appeso per le braccia, quando fa i suoi primi passi. Si può al limite dargli un dito da tenere con una mano nei primi giorni, ma è la natura che deve fare il suo lavoro di equilibramento. Se il bambino si mette in piedi da solo, se comincia a camminare da solo, allora sarà più forte, più stabile, per la sua stessa natura il suo sistema d’equilibrio involontario sarà rinforzato. Andrà verso l’indipendenza con maggior facilità, determinazione, saprà contare sulle proprie forze. Per di più i bambini sono fieri di mostrare che sono riusciti a trovare il loro equilibrio da soli senza aiuto. Per Noguchi Sensei il momento ideale per cominciare a camminare è dopo i tredici mesi compiuti, o durante il tredicesimo mese. Diceva ciò sulla base delle sue osservazioni su migliaia di bebé che aveva seguito per diverse generazioni al Seitai Kyokai. Noguchi Sensei dava molte altre raccomandazioni ai genitori attenti che seguivano il suo insegnamento, in particolare sul modo di occuparsi dei bebé o dei bambini, che si può scoprire nelle opere di Tsuda Sensei.

Tutto inizia all’età di circa tre mesi

Avere una buona postura, una bella postura non è una cosa che si ottiene a suon di esercizi, altrimenti si rischia di farlo a scapito della salute. Ovviamente si può migliorare una cattiva postura acquisita nel corso degli anni, grazie a degli esercizi effettuati sotto la direzione di un buon insegnante, uno specialista o anche un terapeuta. Ma mi sembra più importante partire «col piede giusto» piuttosto che rettificare, raddrizzare, o rimediare ai danni.
Fino all’età di tre mesi il bebé resta in posizione sdraiata, oppure in braccio, la colonna vertebrale viene sostenuta dalle mani premurose di uno dei genitori. E c’è proprio un dettaglio di estrema importanza che tutti i genitori dei neonati possono verificare per poco che lo desiderino, se sono sensibili e attenti, è il posizionamento della terza lombare del bebé. Questo posizionamento dipende esclusivamente dal sistema involontario e più precisamente dal sistema motorio extra-piramidale che ha il ruolo più importante nella posizione eretta. Fino a circa due mesi e mezzo, tre mesi, quella lombare è indietro, cioè segue la curva della schiena e non sostiene realmente la colonna vertebrale. Un giorno, quando si prende il bambino in braccio, e lo si tiene con la mano dietro la schiena in modo da sostenere le lombari come al solito, ci si accorge che la sua colonna è cambiata. La terza lombare si è posizionata, la curvatura lombare si è, si potrebbe dire, invertita. A partire da questo momento il bambino ha la capacità di mantenersi eretto da solo nelle braccia dei genitori mentre prima ne era incapace e ogni tentativo di fargli tenere su la schiena senza sostenerlo rischiava di provocare gravi problemi, che a volte si manifestano solo molto più tardi. Quando si conosce il ruolo della terza lombare nella postura in generale e nella fermezza dell’hara in particolare, si capiscono tutte le precauzioni che dei genitori preparati prendono affinché questo passaggio avvenga correttamente.
Senza la buona posizione della terza lombare, il terzo punto del ventre che è in relazione diretta con essa, non sarà positivo, cioè non sarà “rimbalzante”, l’hara sarà debole. Si rischia di essere sballottati dalle idee degli uni e degli altri, di essere influenzati da ogni sorta di teoria, si farà fatica a prendere decisioni. Sarà difficile agire rapidamente e soprattutto in modo spontaneo. Se la seconda lombare permette d’inclinarsi lateralmente, la prima lombare serve a inclinarsi in avanti, in armonia con la quinta che è la cerniera lombo-sacrale, asse antero-posteriore per eccellenza. Ma è la terza lombare che si rivela essere la più importante nello spostamento. Poiché è posizionata in un certo senso al centro dell’asse cranio-caudale del corpo, cioè del suo asse verticale, e allo stesso tempo, è soprattutto quella che, per la sua funzione fisiologica, permette la rotazione del corpo. Se si irrigidisce, se la flessibilità diminuisce, resta bloccata. Non può più assicurare il proprio ruolo di perno.
Non può esserci taisabaki corretto senza questo perno ed, ovviamente, ciò si verifica ancor più quando si fanno dei movimenti ura così come dei movimenti tenkan. Se il corpo si inclina, se la rotazione non si compie a livello della terza lombare succede come quando una trottola non è in equilibrio: perde la velocità, è incapace di raddrizzarsi o di continuare con altri spostamenti, comincia a rotolare da sola in tutte le direzioni, non avendo altro scopo che sopravvivere, ritrovare il proprio equilibrio perduto, ma senza mai recuperare la propria vera stabilità naturale.
Ovviamente la totalità della colonna vertebrale entra in gioco nei taisabaki, ma questo punto centrale che è la terza lombare è determinante per praticare l’Aikido in modo morbido e senza rischi per sé come per i propri partner. La mobilità delle anche dipende da quella della terza lombare. Persa questa mobilità, ci si trova sempre più obbligati a praticare con la forza delle braccia, e dunque semplicemente, «di forza». Ciò rende quasi impossibile una reale utilizzazione dei disequilibri del partner, dei suoi gesti, dei suoi attacchi, dei movimenti della sua sfera, e allora si è in una pratica del FARE e assolutamente non più nel NON-FARE.

Degli spostamenti imprevedibili

Al di fuori di quella che si potrebbe chiamare una coreografia che ci serve per l’apprendimento delle tecniche in Aikido, e che dura molti anni, arriva un momento in cui il nostro corpo comincia a reagire in modo differente. A partire da questo momento, quando si rivela necessario, i nostri spostamenti sono imprevedibili, perché non sono mai previsti dalla nostra volontà. Sono la risposta giusta, la risposta esatta del nostro corpo quando è liberato dalle paure irrazionali create dal movimento di chi ci sta davanti. C’è quindi un adeguamento dello spostamento davanti o prima dello spostamento dell’altro.
Prima che egli si sposti o agisca, riceviamo un gran numero di indicazioni da parte del corpo di colui che abbiamo di fronte. Queste indicazioni non sono tutte percepite dal cervello cosciente, quello che dirige il nostro sistema volontario, ma al contrario, la maggior parte è percepita a livello del nostro sistema involontario ed è una buona cosa. Per quanto sia alta l’opinione che abbiamo di noi stessi, malgrado le nostre certezze, basta un piccolo dubbio e il nostro volontario può spaventarsi a causa delle conseguenze che intravede. Oppure ci mettiamo a riflettere a diverse soluzioni, ma è spesso troppo tardi e perdiamo le nostre capacità di reazione. Non è meglio se ci fidiamo dei nostri riflessi. Il nostro sistema nervoso riflesso rischia di dirigerci in combinazioni pericolose, anche se abbiamo avuto un apprendimento di qualità e a volte proprio per questo. Un judoka giapponese di alto grado si è ritrovato colpito dal coltello del suo aggressore in occasione di una rissa. Aveva applicato la tecnica ippon-seoi-nage, che in sé sarebbe stata invece eccellente sui tatami, ma si rivelò drammatica in questo caso. Si piantò da solo il coltello in petto a causa della qualità della tecnica che aveva eseguito perfettamente, e sfortunatamente non è sopravvissuto.

Il Kung-fu dell’ubriaco

Verso la metà degli anni settanta ho avuto occasione di vedere una dimostrazione di Kung-fu fatta da Georges Charles Sensei che mi ha impressionato molto, all’epoca in cui, entrambi giovani insegnanti al dojo della Montagne Sainte Geneviève a Parigi, ci confrontavamo sulle virtù reciproche delle nostre arti.
Parlavamo di spostamenti, taisabaki, equilibrio e a quel punto, per farmi capire ciò che cercava di spiegarmi a voce, mi mostrò diversi «kata» nella sua arte che conoscevo molto poco (allora non esisteva né Youtube e neanche internet e gli esperti erano molto rari). Fu per me un’immensa sorpresa e una grande gioia vederlo eseguire prima lo stile della scimmia, poi lo stile dell’ubriaco. Vedere questo gioco con il disequilibrio, vederlo spingere i limiti della stabilità con agevolezza e sincerità. Questa scoperta mi rinforzò nella ricerca che stavo già facendo: trovare la semplicità, la respirazione e un equilibrio privo di rigidità negli spostamenti, come ce lo mostrava Tsuda Sensei.

Un’esperienza personale

Nel 2002 ero appena tornato da uno stage a Gerusalemme. Questo stage era stato difficile perché era l’inizio dell’Intifada e ci tenevo che fosse uno stage aperto a tutti, malgrado le tensioni più che percepibili che ciò aveva provocato durante lo stage stesso. Di ritorno dunque, ero con le mie due figlie (entrambe ancora adolescenti), facevamo una passeggiata ed eravamo entrati in un monumento parigino che conoscevo poco. All’improvviso ho avuto un lieve alterco con una persona riguardo il suo comportamento inopportuno. Dopo aver fatto qualche passo, si è precipitato su di me e ha sferrato un magnifico uppercut. Non so dire cosa sia successo, ho sentito semplicemente come un vento, che era in effetti, il movimento d’aria provocato dallo spostamento del suo pugno, mi ero mosso, e si era disequilibrato da solo a causa del mio spostamento. Non avevo effettuato nessuna tecnica, e neanche pensato di farne una, è caduto poi se n’è andato rapidamente infuriato. Quel giorno ho capito fisicamente cos’era il Non-Fare di cui il mio maestro Tsuda Sensei ci aveva parlato tante volte. Ero molto calmo, senza nessuna animosità, senza nessun bisogno, lo spostamento necessario si era prodotto da solo, senza nessun controllo volontario e ciononostante con un’estrema precisione. Sarei capace di rifare la stessa cosa un’altra volta? Non lo so assolutamente. A volte basta un piccolo disturbo che qualcosa vada storto. In ogni modo non si tratta di diventare invincibili ma piuttosto di vivere pienamente e semplicemente. È questo il cammino che mi è stato insegnato, questo cammino così come l’aveva compreso Tsuda Sensei, che comporta ovviamente delle difficoltà come lui stesso racconta.
«Ho cominciato l’Aikido all’età di quarantacinque anni, all’età in cui generalmente si rinuncia ad ogni movimento che rischi di essere violento. Per più di dieci anni, tutte le mattine, sono andato alla seduta che cominciava alle 6.30 alzandomi alle 4, senza pause, anche se mi capitava di mettermi a letto alle 2 del mattino o anche se avevo la febbre a quaranta, e ciò solo per il piacere di vedere questo maestro ottantenne camminare sui tatami.
Alcuni compagni del dojo mi dicevano: “Lei ha una volontà di ferro”. Al che io rispondevo: “No. Ho una volontà così debole che non riesco a “smettere di continuare”». Questo provocava gioiose risate, ma ero sincero.» 3

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 20) nel mese di april del 2018.

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Note:

1 Tsuda Itsuo, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 178
2 Tsuda Itsuo, La Science du particulier, Le Courrier du Livre, 1976, p. 125-126
3 Tsuda Itsuo, Cœur de ciel pur (œuvre posthume réalisée à partir d’inédits), Le Courrier du Livre, 2014, p. 109-110

Referenza fotografica/Proprietà foto: Itsuo Tsuda devant le tableau foto di Eva Rotgold, 1975

Memorie di un aikidoka

di Régis Soavi

Parlare ai miei allievi dei maestri che ho conosciuto fa ovviamente parte del mio insegnamento. Alcuni ebbero una tale importanza che non me ne posso sbarazzare come niente fosse e pretendere di essermi fatto da solo. I maestri che ho conosciuto hanno lasciato delle tracce che mi hanno formato e soprattutto aperto a dei campi che ignoravo, o che a volte presentivo senza poterli raggiungere.

I maestri del passato: dei maestri di vita?

Taiji Kase, Itsuo Tsuda, 1971

Mi è sempre sembrato importante di non fare di questi maestri dei superuomini, dei geni, degli dei. Ho sempre considerato che questi maestri valessero molto di più di questo. Gli idoli creano un’illusione, ci addormentano ed impoveriscono gli idolatri, impediscono loro di progredire, di prendere il volo con le proprie ali. A questo proposito Tsuda Sensei, lui che adesso è un maestro del passato, scriveva nel suo ottavo libro La Via degli dei:

«Il Maestro Ueshiba ha piantato dei segnali indicatori  »è da questa parte », e gliene sono molto riconoscente. Ha lasciato delle eccellenti carote da mangiare che cerco di assimilare, di digerire. Una volta digerite, queste carote diventano Tsuda che è ben lontano dall’essere eccellente. Questo è inevitabile. Ma è necessario che le carote non restino carote, se no marciscono da sole, senza utilità.
Non si tratta, per me, di adorare, di deificare o d’idolatrare il Maestro Ueshiba. Come tutti, aveva delle qualità e dei difetti. Aveva delle capacità straordinarie ma anche delle debolezze, in particolare nei confronti dei suoi allievi. Si faceva ingannare da loro a causa di considerazioni un po’ troppo umane.»

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Lo spirito dell’Aikido è nella pratica

Di Régis Soavi

La pratica dell'Aikido ci conduce verso la riunificazione dell'essere umano.
La pratica dell’Aikido ci conduce verso la riunificazione dell’essere umano.

Si ha spesso tendenza a considerare lo spirito di un’arte come un processo mentale, una direzione da prendere in modo cosciente o anche come delle regole da rispettare. Tutto questo perché in occidente viviamo in un mondo di separazione, di divisione. Da una parte c’è lo spirito, dall’altra il corpo, da una parte il conscio, dall’altra l’inconscio, è questo che dovrebbe fare di noi degli esseri civilizzati mentre invece questa separazione genera in noi dei conflitti. Conflitti che sono rinforzati dai sistemi di divieti istituiti per proteggere la società, per proteggere noi stessi contro noi stessi. Verso la riunificazione dell’essere umano, ecco la Via nella quale ci dirigiamo con la pratica dell’Aikido. Questa riunificazione è necessaria in un mondo in cui l’essere umano è reso un oggetto, in cui diventa allo stesso tempo un consumatore e una merce. Senza rendersi conto della strada che intraprende, il civilizzato esegue la vita invece di viverla. Questa società che ci spinge al consumismo lascia poco spazio al lavoro interiore, ci spinge a cercare al di fuori ciò che si trova all’interno. Ad acquisire ciò che possediamo già, a cercare soluzioni a tutti i nostri problemi all’esterno di noi stessi, come se altri avessero soluzioni migliori. Questo porta a una presa in carico dell’individuo da parte dei diversi sistemi di protezione nello stesso tempo sociali, ideologici o sanitari, moltiplicando così l’offerta e creando un mercato ideale per venditori di sogni di tutti i tipi, ciarlatani, guru e compagnia.
Ho sentito oggi che è stata appena creata una nuova pratica: la « Respirologia », e come al solito arriverà a frotte la clientela che avrà subito l’abuso del potere delle parole. In nome della normalizzazione del corpo e dello spirito, della rimessa in forma delle persone, dovremmo cambiare il nome della nostra arte in: « Aikido Terapia »?

Lo spirito dell’Aikido non si può insegnare

Non penso che si possa dire che ci sia uno spirito specifico dell’Aikido, ma piuttosto che l’Aikido debba essere il riflesso di qualcosa di molto più grande che noi piccoli esseri umani facciamo fatica a realizzare nel corso della nostra vita.
Lo spirito di un’arte non si può insegnare, si tratta piuttosto di una trasmissione, ma cosa sarebbe un Aikido senza spirito: una lotta, un combattimento, una specie di zuffa senza capo né coda. È assolutamente possibile insegnare la tecnica senza trasmettere niente dello spirito, ma così, si tratta di tutta un’altra cosa. Forse self-defense oppure una tecnica di benessere.
Come in tutte le arti marziali abbiamo il Rei, il saluto, che ovviamente ne è l’espressione più immediatamente visibile, ma è attraverso la postura dell’insegnante che si trasmetterà ciò che è più importante. Per postura intendo un insieme estremamente complesso di segni che saranno reperibili dagli allievi: di sicuro l’aspetto fisico, la dinamica, la precisione, ecc., ma anche la maniera di far passare un messaggio, l’attenzione dedicata a ognuno dei praticanti in funzione di migliaia di fattori che l’insegnante deve percepire. È sviluppando la propria intuizione che si può avere la più grande e la più fine delle pedagogie, e così apportare gli elementi dei quali il praticante ha bisogno per approfondire la propria arte, per meglio comprenderne le radici.

Lo spirito dell’Aikido non si impara

Lo spirito dell’Aikido non si impara, lo si scopre, non ci cambia, ci permette di ritrovare le nostre radici umane, di raggiungere ciò che c’è di migliore nell’essere umano.
«L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.»*
Il desiderio del fondatore dell’Aikido era di avvicinare gli esseri umani, per lui il mondo era come una grande famiglia: «Nell’Aikido, l’allenamento non è fatto per diventare più forti o vincere l’avversario. No. Aiuta ad avere lo spirito di mettersi al centro dell’Universo e di contribuire alla pace mondiale, di far sì che tutti gli esseri umani formino una grande famiglia».*

Un inno alla gioia

O Sensei diceva: «Praticare sempre l’Aikido in modo vibrante e gioioso.»*
Non si parla molto spesso della gioia, il nostro mondo ci incita alla tristezza, a reagire con violenza agli eventi, a criticare le carenze del sistema, a vedere i difetti degli altri, a essere competitivi. Ma tutto questo finisce per renderci scorbutici, irritabili e rovina il nostro piacere di vivere semplicemente.
La gioia è una sensazione che considero sacra. La gioia di vivere, di sentirsi pienamente vivi in tutto ciò che si fa, o ciò che non si fa. La gioia ci permette di vivere quello che molti considerano come delle limitazioni in modo completamente diverso, di considerarle come delle opportunità che ci permettono di andare più lontano, di approfondire ciò che il mio maestro chiamava la respirazione.
La gioia ci porta poco a poco verso la libertà interiore, che è la sola libertà che valga veramente la pena di scoprire come racconta così bene il maestro di Tai-chi-chuan Gu Meisheng (1926-2003) che la scoprì nelle prigioni cinesi all’epoca di Mao.
Essa ci permette di uscire dalle convenzioni che i diversi sistemi ci impongono.

Lo spirito dell’Aikido, lo si trova nella natura, non una natura esterna all’essere umano ma l’umano che fa parte della natura, essendo egli stesso natura.
«La pratica dell’Aikido è un atto di fede, una credenza nel potere della non violenza. Non è un tipo di disciplina rigida o di vuoto ascetismo. È una via che segue i principi della natura, dei principi che devono essere applicati nella vita quotidiana. L’Aikido deve essere praticato dal momento in cui vi alzate per accogliere il giorno fino al momento in cui vi ritirate per la notte.»*
Ogni mattina cominciare nella calma del dojo con una meditazione di due o tre minuti circa per ricentrarsi, concentrarsi. Poi passare alla Pratica respiratoria, come l’ha chiamata Tsuda Sensei, e che O Sensei Morihei Ueshiba faceva ad ogni seduta. Si può allora abbordare la seconda parte, la pratica con un partner, il piacere della comunicazione attraverso la tecnica, la respirazione Ka Mi e tutto ciò molto di buon’ora mentre molte persone al di fuori sono appena emerse dal sonno.
Quando non c’è niente di programmato, quando si è vuoti da ogni pensiero, in questi momenti sublimi in cui la fusione si realizza con il partner, allora si è nello spirito dell’Aiki.
Come nello Zen, ci viene proposto di vivere qui e ora, di non essere diversi da ciò che siamo, ma di guardare con lucidità ciò che siamo diventati.

L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.

La trasmissione dello spirito

Per comprendere lo spirito dell’Aikido bisogna, secondo me, immergersi nel passato, non solo del Giappone ma anche e forse soprattutto, della Cina antica. Andare a cercare i pensatori, i filosofi, i poeti che alimentarono la riflessione e diedero peso al pensiero orientale. È grazie al mio maestro Tsuda Itsuo che ho scavato in questa direzione: non perché egli abbia fatto dei corsi di filosofia o tenuto dei seminari sull’argomento, lui che non parlava se non con parsimonia, ma al contrario ci ha lasciato con i suoi libri una riflessione sull’Oriente e l’Occidente, creando un ponte tra questi due mondi che sembravano antinomici.
L’immensa cultura di questo maestro, che ho avuto la fortuna di conoscere, mi aveva all’epoca lasciato sbalordito, ma poco a poco ho potuto accedere alla comprensione del suo messaggio, della sua opera filosofica che mi avevano nutrito. Ma quest’uomo, che avevo ammirato, aveva lasciato anche delle tracce che vedevo senza comprendere, altri segni, come i maestri Zen: ha lasciato delle calligrafie. Come in quest’arte, che si chiama oggi lo Zenga ci ha trasmesso un insegnamento attraverso gli ideogrammi, le sentenze di Chuang-tzu, Lao-tzu, Lin-tsi, Bai Juyi o dei proverbi popolari. Ognuna di queste calligrafie ci fa scoprire una storia, un testo, un’arte, che ci permette appunto di andare più lontano nella comprensione di questo spirito che sottende la nostra pratica.

Senza la sensazione concreta del ki, passiamo a lato dell’essenziale.

Risvegliare la forza interiore

«Ci sono delle forze in noi, ma restano latenti, dormienti. Bisogna svegliarle, attivarle.», scriveva Nocquet Sensei in un articolo apparso nel 1987. Questa frase fa eco per me alla calligrafia di Tsuda Sensei «Il dragone esce dallo stagno ove giaceva addormentato, il talento traspare». Nei due casi questi maestri parlano del ki e ci incitano a cercare in questa direzione.
Senza la sensazione concreta del ki ci perdiamo l’essenziale. Come parlare dello spirito dell’Aikido senza farne una sequela di regole da rispettare se non seguendo, ritrovando i fondamenti dell’essere umano. La nostra società industriale moderna ci facilita talmente la vita che non ci muoviamo più, ci spostiamo troppo facilmente, nelle città dobbiamo fare solo qualche metro per nutrirci invece di correre, cacciare o coltivare. L’Aikido permette di spendere quest’energia in eccesso che altrimenti ci fa ammalare. Ma non si tratta solo dell’aspetto fisico, motorio, è tutto il nostro corpo che ha bisogno di ritrovarsi, di normalizzarsi. Il nostro spirito sovraccarico di informazioni inutili ha anch’esso bisogno di riposarsi, di ritrovare la pace in mezzo all’agitazione che ci circonda.

Lo spirito dell’Aikido è l’Aikido

Lo spirito dell’Aikido si trova nella pratica stessa e poco a poco lo si scopre. Ed è un reale godimento questa scoperta. Le persone che iniziano, quando prendono coscienza della sua importanza, entrano pienamente in quest’arte che è la nostra. Spesso è a questo punto che cominciano le difficoltà nello spiegare quello che facciamo. Si desidera parlarne, invitare degli amici a venire a partecipare ad almeno una seduta.
Si prova a far capire che cosa si risente. Gli altri constatano il nostro entusiasmo ma non riescono a capire di cosa si tratti. E le risposte che si ricevono alle nostre spiegazioni, a ciò che cerchiamo di far passare sono spesso piuttosto deludenti. Possono andare da «Ah, sì anch’io ho fatto dello Yoga l’anno scorso durante le vacanze al club Med. Ma non ho tempo di fare una cosa così, capisci, non ho veramente il tempo.» Fino a «Sì,  la tua cosa è veramente simpatica ma è troppo complicata, sai io faccio del self-defense, californio-australiana, ed è veramente efficace…». Passare da un mondo ad un altro richiede di essere pronti, essere pronti a scoprire molto semplicemente ciò che non si conosce ancora, ma che si intuisce. Si comincia a praticare perché si è letto un libro, un articolo, e si è rimasti scioccati, ci si è detti: «Strano questo tipo, ma mi piace quello che racconta, mi piace questo spirito, lo sento vicino, vicino a ciò che penso io».

Un’arte per la normalizzazione dell’individuo

Molto spesso è lo spirito della pratica che ci fa continuare per molti anni, raramente sono le prodezze fisiche o tecniche, che in ogni modo sarebbero limitate dall’età. La sola cosa che non ha età è il ki, l’attenzione, la respirazione come lo chiamava Tsuda Sensei. Essa può approfondirsi senza alcun limite, ed è per questo che ci sono stati dei grandi maestri.
Se si risveglia la propria sensibilità, se c’è la continuità, e se si è ben guidati; se l’insegnamento non si limita alla superficie ma ci permette di scavare, di aprire da soli delle porte di cui non sospettavamo l’esistenza, allora tutto è possibile. Quando dico tutto è possibile, voglio dire che ognuno diviene responsabile di se stesso, della propria vita, della qualità della propria vita.
Come dice Yamaoka Tesshū: «L’unità del corpo con lo spirito può fare tutto. Se una lumaca vuole fare l’ascensione del monte Fuji, allora ci riuscirà.»
Non cercare la notorietà, non cercare di diventare ma piuttosto di essere grazie alla realizzazione personale. Placare le tensioni interne, unificare il corpo e lo spirito, che molto spesso lavorano in direzione contraria, quando non lavorano l’uno contro l’altro, ecco il senso profondo della ricerca che possiamo fare nella pratica delle arti marziali.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 18) nel mese di ottobre del 2017.

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Note

* Citazioni tratte dal libro L’art de la paix : Enseignements du fondateur de l’Aïkido Interviste e scritti di Morihei Ueshiba raccolti da John Stevens, Guy Trédaniel Éditeur, 2000, traduzione italiana della Scuola Itsuo Tsuda.

Aikido : un’evoluzione dell’essere

Di Régis Soavi

L’Aikido è uno strumento della mia evoluzione, mi ha fatto evolvere, ho dovuto soltanto seguire con tenacia questa strada che si apriva davanti a me, che si apriva dentro di me. Come tanti altri, sono arrivato a questa pratica per la sua marzialità. Ma la sua bellezza, come anche l’estetica dei suoi movimenti, mi hanno rapidamente affascinato, e questo già con il mio primo professore Maroteaux Sensei. Poi, quando ho avuto modo di vedere Masamichi Noro Sensei, e Nobuyoshi Tamura Sensei, ho avuto la conferma di quello che avevo intuito: l’Aikido era una cosa completamente diversa da quello che conoscevo.

Arrivavo dal mondo del Judo, con le immagini che ci erano state trasmesse, come ad esempio quella del ramo di ciliegio che si copre di neve e che tutt’a un tratto la lascia cadere e si raddrizza. Ero già andato oltre le idee che giravano all’inizio del secolo e negli anni cinquanta di un “Jiu Jitsu giapponese che trasforma un uomo piccolo e mingherlino in un mostro di efficacia”.
La realtà della mia periferia e soprattutto gli avvenimenti ai quali avevo preso parte negli anni dal ‘68 al ‘70 avevano già spazzato via tutte queste immagini. Avevo appena vent’anni quando ho incominciato a praticare l’Aikido, e se il mondo non era certo come lo avrei desiderato, poteva essere cambiato. Potevamo passare dalla barbarie mondiale, con le sue guerre, le sue carestie, le sue incomprensioni tra i popoli, ad una società più umana, una società finalmente pacificata. E ovviamente l’Aikido ce lo avrebbe permesso. Il Maestro Ueshiba era appena deceduto, ma ci lasciava un’eredità incredibile, con una quantità di discepoli giovani o meno giovani pronti a guidarci, ad insegnarci. Faccio parte di questa generazione, piena di queste speranze, dopo la delusione dovuta al disastro di quello che avevamo sperato essere una rivoluzione umanista nel Maggio ‘68 in Francia. La filosofia trasmessa dall’Aikido risuonava in noi, ci incitava ad essere forti per combattere l’ingiustizia. Come spiegavano i libri di Tadashi Abe e Jean Zin1, di E. Herrigel2, o anche un po’ più tardi e a modo suo di K.G. Durkheim3, era un’Arte Cavalleresca. Forse saremmo stati i cavalieri dei tempi moderni… Jigoro Kano Sensei aveva, all’alba del ventesimo secolo, trasformato il Jiu Jitsu in “un’arte”, una via, era stato uno degli iniziatori di questo cambiamento storico ed era riuscito a farlo conoscere. Gli ideali di Kano Sensei dovevano essere trasmessi dall’educazione, l’arte del Judo ne era lo strumento.
O Sensei Morihei Ueshiba si era anche lui evoluto. Come ogni uomo, il tempo, l’età, l’esperienza, ma molto più di tutto questo, la sua illuminazione, questo istante di coscienza, che evocava così bene ed in modo così poetico e che aveva aperto in lui una porta verso l’ignoto.
Dell’Aikido che si era già costruito come pratica marziale, arte del combattimento, ha tenuto la forma, il rigore, ma la filosofia che ne costituiva la base non era più la stessa, iniziava a parlare dell’amore con la A maiuscola, dell’“Amore universale”.

Un’altra dimensione

Quando Tsuda Sensei che aveva già quarantacinque anni incontrò il Maestro Ueshiba che ne aveva settantasei, misurò subito la grandezza di O Sensei, l’intensità del suo messaggio. Poteva capirlo grazie alla sua età, alla sua cultura immensa, e forse anche perché non arrivava dalle arti marziali, ma dal Seitai, che studiava con Haruchika Noguchi Sensei4 già da una quindicina di anni. Profondamente pacifista, aveva anche subito in età adulta, la Seconda Guerra mondiale, con il suo corteo di massacri e la sua tragica fine nucleare.
Con Itsuo Tsuda scoprivo qualcosa di diverso da quello che avevo appreso fino ad allora. Non si trattava di esercitarsi o di integrare delle tecniche e di ripeterle all’infinito. Ci presentava qualcosa di diverso, un’altra dimensione. Il suo talento era nella respirazione, il ki, questa nozione così misteriosa, che con lui, diventava estremamente concreta, comune, quasi banale.

A causa, e soprattutto grazie a questo, il mio Aikido evolveva, la mia pratica si trasformava. Avevo sentito parlare dell’aspetto religioso dell’Aikido, del rapporto che il fondatore aveva coltivato con l’Omoto-kyo fino alla fine della sua vita. Questo aspetto è stato rifiutato da alcuni aikidoka. Le religioni non erano più di moda ed in ogni caso non bisognava mescolare le cose, bisognava sbarazzarsene, ritornare indietro, alle origini, al combattimento, alla dura realtà della vita e quindi più o meno alla giungla. Gli avvenimenti recenti non gli danno forse ragione, con la loro violenza, ed i suoi corollari, il suo corteo di protezioni, la tendenza al ripiegamento su se stessi, sui propri interessi?

Il mio maestro ci proponeva una prospettiva tutta diversa. Parlava spesso della sua immensa ammirazione per il Maestro Ueshiba. Ci diceva che lui stesso stava cercando nella direzione che gli aveva dato il suo maestro. Ci guidava verso il sacro, non verso il religioso ma verso il sacro, era la sua maniera di insegnarci l’arte del misogi,5 di trasmettere un messaggio a questo piccolo gruppo di Francesi che ignoravano, all’epoca, tutto o quasi delle tradizioni e della cultura giapponesi.

L’Aikido evolve

Per Régis Soavi, l'Aikido, è l'approfondimento della percezione del ki.
Per Régis Soavi, l’Aikido, è l’approfondimento della percezione del ki.

Se l’Aikido si è evoluto, dobbiamo per questo classificarlo oggi tra le tecniche di benessere, di rilassamento o di gestione dello stress? La filosofia della nostra arte forse non ha finito di sorprenderci, per chi sa scavare, ed andare alla radice dell’essere umano, grazie a questo formidabile strumento.
Se l’Aikido evolve è attraverso il nostro incontro con esso, perché ogni giorno, ogni mattina precisamente, durante ogni seduta ci mettiamo in armonia con l’altro, gli altri, e di conseguenza con l’Universo.
L’Aikido è multiplo ma il suo fondamento è “UNO”, è per me una ricerca, un approfondimento della mia respirazione, della mia percezione del ki. Perché il cambiamento che si produce dentro di noi è la scoperta del mondo del ki.
L’Aikido evolve perché io evolvo. La mia comprensione lo fa evolvere in me.
La nostra arte ha fatto molto più che evolversi, si è radicalmente staccata dalle sue origini, ha cambiato orientamento, ha cambiato il “nostro” orientamento.

La mia domanda è quindi: dobbiamo far evolvere l’Aikido perché non è più adatto alla nostra epoca? Il mondo è cambiato certo, i suoi valori non sono più gli stessi, ma gli individui sono realmente cambiati? Oppure vogliono una volta ancora uscire dall’impasse in cui la società li ha portati?

Soffocare il nostro mondo interiore per sopravvivere o risvegliare il nostro mondo interiore per poter vivere.

Se tante persone cercano oggi in direzioni diverse da quelle che ci propone la società, non è per farla continuare così com’è, ma proprio perché desiderano cambiarla. Cambiarla per andare avanti e non per tornare indietro. Ma andare avanti non vuol dire fare tabula rasa del passato, al contrario. Bisogna saper approfittare dell’esperienza di questo passato, perché ci sono radici sane, non tutto è da buttare alle ortiche. In una società in cui gli individui sono diventati intercambiabili, ci sono dei valori eterni che possiamo conservare o ritrovare, ovvero riappropriarcene. Uno di questi valori è l’individualità, la differenza e la ricchezza delle persone che non chiede di meglio che di sbocciare. L’Aikido è qui per permettere loro questo sbocciare. Per questo sarà necessario lavorare sulla sensibilità, bisognerà ritrovarla nei meandri del nostro inconscio, del nostro involontario, di quello che fa di noi degli esseri umani, e non dei robot.

Il mondo dell’Aikido è per la maggior parte un mondo maschile, la sua evoluzione si farà anche attraverso il riconoscimento reale del femminile, come un mondo con valori propri, così vicino e allo stesso tempo così lontano.
Questo riconoscimento di un mondo che ha mantenuto un contatto con la vita nella sua semplicità, nel suo lato primitivo e propriamente istintivo può aiutarci a ritrovare noi stessi. Finiremo forse con l’apprezzare quello che sarà un vero equilibrio, basato su un’uguaglianza reale e non dettato da convenzioni antiquate. Un’uguaglianza dove la comprensione della differenza permette di apprezzarla.

Parlo della nostra evoluzione, quella che ci è indispensabile per andare avanti. I più grandi maestri non sono né aggressivi né violenti, al contrario. Anche se si parla della loro potenza, viene fatto l’elogio della dolcezza di Tamura Sensei, di Noro Sensei, di O Sensei Morihei Ueshiba, di Itsuo Tsuda Sensei. Senza che questo li sminuisca in alcun modo, senza che questo pregiudichi la loro forza, la loro personalità, al contrario. Se dovessimo trovare una via che ci porti alla pace, non sarebbe forse in questa direzione che dovremmo guardare?

L’amore di cui parla il fondatore non è qualcosa che si impara, questo Amore universale emerge dall’essere umano sincero quando si è sbarazzato da tutto quello che ne impediva l’emergere. Le sue debolezze, la sua condiscendenza, le sue paure, le sue rigidità, e tante altre cose. Ognuno di noi può fare la propria lista. Emerge dal più profondo di noi, a volte all’improvviso, sempre perché abbiamo abbandonato le nostre prerogative. Questo amore è ben lontano dall’essere un punto d’arrivo in sé, non si può misurare, la sua dimensione non è calcolabile, così può crescere mano a mano che il nostro respiro si approfondisce, che penetriamo un po’ di più in quella che chiamerò una dimensione supplementare: la sensazione concreta del ki. Al di là delle tre dimensioni a cui siamo abituati, e senza entrare nella quarta dimensione dei romanzi di fantascienza. Questa dimensione che è la sensazione fisica del ki in ogni sua forma, ci apre le porte verso una percezione più fine, più precisa del mondo. Un mondo in qualche modo allargato, un mondo che intuiamo e di cui abbiamo la chiave. Un mondo di libertà per noi e che si estende intorno a noi, che libera tutti quelli che vogliono cercare e lasciarsi guidare dalla loro intuizione, dal loro kokoro6, e dalla loro intelligenza in profondità.
La percezione di questa dimensione mi sembra essere un’evoluzione logica che deve derivare dalla natura stessa della nostra pratica e per questo dobbiamo dirigere tutta la nostra energia in questa direzione. Dobbiamo operare senza sosta perché i nostri allievi, e per estensione le persone che li circondano, possano beneficiare di questa scoperta.

L’Aikido: sport olimpico, arte di combattimento o tecnica di rilassamento?

Qual è il futuro di questa pratica? Se ha un passato glorioso sembra che oggi attiri sempre meno persone. Forse le rigidità amministrative dello Stato francese hanno bloccato l’entusiasmo delle generazioni passate. La scolarizzazione della società, già denunciata da un filosofo come Ivan Illich7 negli anni ‘70, fu applicata nell’insegnamento dell’Aikido, con i suoi programmi, i suoi esami, le sue ricompense. Questa idea di progressione basata sulla performance ha spesso, passato l’entusiasmo dell’inizio, stancato i giovani praticanti. Quelli che praticano da tanto tempo e ripetono sempre la stessa cosa non vedono più verso cosa stanno andando e a volte sono delusi da quest’arte che non ha portato loro quello che avevano creduto d’intravedere all’inizio. I nostri maestri e i nostri predecessori che avevano conosciuto O Sensei avevano visto qualcos’altro in questo uomo fuori dal comune. Sapevano che l’Aikido non si riduceva ad un’efficacia miracolosa dovuta a concatenazioni di tecniche eseguite sempre più velocemente.

Come arte di combattimento, senza gli anni di allenamento quotidiano, è molto spesso un’illusione, e anche con gli allenamenti intensivi, rimane comunque un’illusione. Anche i meglio preparati non possono garantire niente, perché tanti fattori entrano in gioco in un incontro violento. Si può allora lasciarsi andare a paragonare le differenti arti: Boxe Inglese, Cinese, Tailandese, Jiu Jitsu Brasiliano, Vale tudo, ecc., ognuno può tirare a sé la coperta argomentando. È la polemica verbale, e a volte finisce sul ring in un confronto ben lontano dagli ideali dei nostri poveri maestri, il cui unico desiderio mentre ci insegnavano quest’arte era di farci diventare esseri umani a tutti gli effetti, donne e uomini di valore. L’Aikido, con i suoi valori umanisti, era portatore di speranza nel ventesimo secolo, trovava un’eco nella nuova generazione che usciva dall’oscurantismo antiquato del conformismo. L’epoca lo ha trasformato, non ha saputo, potuto, resistere alle sirene della modernizzazione, dell’ognuno per sé, del cocooning o del ritorno al passato verso i valori-rifugio del tipo autorità, condizionamento, spirito di competizione.

L’autonomia

L’autonomia non si può insegnare, si scopre allo stesso modo delle capacità individuali, ma ci vuole tempo. Bisogna essere guidati, ma non forzati. Serve libertà, non lassismo. Forza senza rigidità. Infine, se sappiamo proporre questo in dojo che siano indipendenti dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni, dalle organizzazioni varie, allora vedremo persone riunirsi, per evolvere insieme grazie alla nostra pratica. Se non si dimentica che l’asse principale della nostra ricerca è il ki, le sue manifestazioni, la comprensione della sua importanza, il suo utilizzo attraverso la sensazione della vita che ci anima.

L’essenziale è nella scoperta della direzione da seguire, quella che ci porta all’autonomia, alla realizzazione dell’Essere nella semplicità.
Posso così fare mie le parole dell’Internazionale di Eugène Pottier8, come quelle della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges9 o quelle di Gesù di Nazareth o anche quelle di Buddha. Basta che io ne faccia una lettura non di parte ed aperta. Se l’Occidente ha una mente manichea, è completamente diverso in Oriente. Senza idealizzare l’uno o l’altro, la nostra ricerca deve portarci ad afferrare il meglio di ogni cultura. Il nostro mondo non è dei più allegri, ci mostra ogni giorno, attraverso i media, il suo volto spesso così deformato, con il suo carico di incomprensioni, di difficoltà e anche di orrori. Se è difficile agire efficacemente sulla società a livello mondiale, invece, possiamo agire a livello regionale, intendo dire vicino a noi, nel nostro entourage.
L’Aikido, se si sviluppa nello spirito di cui ho provato a dare un’idea, può essere uno strumento formidabile per rendere la nostra società più umana, più tollerante, ed anche più accogliente. È un’arte eccezionale che non chiede altro che svilupparsi. Siamo noi insegnanti di oggi che dobbiamo dare risposte, dare una direzione sana alla nostra pratica, con franchezza, senza nasconderci dietro ideologie o idee preconcette, per poter essere all’altezza di quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di luglio del 2017.

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Note

1  Jean Zin et Tadashi Abe, La vittoria attraverso la pace.
2  E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco.
3  K. G. Durkeim, Hara, centro vitale dell’uomo.
4  Noguchi Haruchika (1911-1976) è il fondatore del Seitai.
5  Per Ueshiba Morihei l’Aikido è un Misogi, una pratica di purificazione del corpo e della mente.
6  Il termine kokoro esprime un concetto, ha quindi un significato più esteso rispetto ai suoi equivalenti “cuore” “anima” o “spirito” spesso utilizzati per tradurlo.
7  I. Illich, Una società senza scuola (titolo originale: Deschooling Society).
8  Eugène Pottier (1816-1887) autore di L’Internazionale, canto rivoluzionario le cui parole furono scritte nel 1871 durante la repressione della Comune di Parigi, sotto forma di un poema alla gloria dell’Internazionale operaia.
9  Olympe de Gouges (1748-1793) ha lasciato numerosi scritti a favore dei diritti civili e politici delle donne e dell’abolizione della schiavitù.

Trascendere lo spazio ed il tempo

Di Régis Soavi.

Tutti gli aikidoka hanno già sentito parlare di Ma-ai perché è una delle basi della nostra pratica. Ma parlarne e viverla sono purtroppo due cose molto diverse. Essendo conosciuta in tutte le arti marziali, si trovano facilmente tanti riferimenti in merito.
Si può concepire intellettualmente questa nozione, si può scriverne e sviluppare tutto un discorso, ma “niente vale quanto il vissuto” come ci ripeteva spesso il mio maestro Itsuo Tsuda.
Proverò quindi a spiegare l’inspiegabile attraverso esempi o situazioni concrete.Lire la suite

Il ki, una dimensione a pieno titolo

Di Régis Soavi

«Il ki appartiene alla sfera del sentire e non a quella del sapere». Itsuo Tsuda

Régis Soavi
Régis Soavi

Appena si parla del ki si passa per un mistico, una specie di strampalato: «Non è scientifico, nessuno strumento, nessuna macchina è capace di provare, di dimostrare che il ki esista». Sono perfettamente d’accordo. Effettivamente se si considera il ki come un’energia super potente, una specie di magia capace di proiettare le persone a distanza o di uccidere solamente grazie a un grido, come si credeva con il kiai, si rischia di attendersi dei miracoli ed essere molto velocemente delusi.

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La paura

Di Régis Soavi

Tutto è iniziato in un pomeriggio qualunque nella mia città-dormitorio del Blanc-Mesnil, in periferia di Parigi.
Una lite come ne capitavano spesso, ma quel giorno mi trovai sotto un ragazzo che, mentre mi picchiava la testa sul bordo del marciapiede, mi diceva “Ti uccido, ti uccido”. Non mi ricordo nemmeno come finì. Ma la settimana dopo ero iscritto al corso di Judo Jiu-Jitsu Autodifesa della città vicina, le Bourget.
Avevo dodici anni e nella mia testa c’era questo leitmotiv: “Mai più, mai più”.

Due anni dopo in occasione della festa di fine anno delle medie, la sezione di Judo doveva fare una dimostrazione. Tutto era andato benissimo quando di colpo dalle prime file del pubblico salta fuori un adolescente in giacca di pelle nera, che inveisce contro il nostro gruppo: “Sono tutte balle, fate schifo…” Prima che chiunque possa reagire, salta sul palco, tira fuori un coltello a serramanico e con un magnifico tsuki tenta di accoltellarmi: schivo ed eseguo una tecnica (mi pare che fosse una sorta di o soto gary). Emozione del pubblico, grida! Poi saluto tra il mio aggressore e me. Conseguenza: tirata di orecchie dal direttore della scuola che ci fece giurare, al mio amico Jean Michel (l’aggressore) e a me, di non rifare mai una cosa del genere, perché gli era quasi venuto un infarto.
Oltre ai corsi di Karate per lui e di Judo per me, ci allenavamo il più spesso possibile e per delle ore nel mio “Dojo personale”.
Da quando ci eravamo installati in un villino all’entrata di un piccolo complesso di case dove mia madre aveva trovato lavoro come custode, avevo trasformato il seminterrato in Dojo, con dei bancali ricoperti di gommapiuma di recupero a fungere da tatami, ed era lì che avevamo preparato la nostra bravata, lui il karateka ed io lo judoka.
All’epoca, parlo dell’inizio degli anni sessanta, non avevamo nessuna conoscenza delle armi come la katana, il bokken, il jo o altre. A parte il fioretto, che era uno sport, e il bastone di Robin Hood, grazie ad Errol Flynn, l’unica arma che conoscevamo nel quotidiano era il coltello.

tanto seiza regis soaviLire la suite

L’Aikijo esiste ?

Di Régis Soavi

Certo il jo, il bastone, è sempre stato utilizzato nell’Aikido. Ma fa realmente parte della nostra Arte? Il suo insegnamento è sempre stato particolare e persino spesso separato dai corsi regolari. Molti di noi hanno cercato, attraverso altre scuole di Jujitsu, di ritrovare delle forme, dei kata, dei “colpi segreti”. Alcuni si sono interessati al Kobudo. Tuttavia l’arte del jo nell’Aikido ha le sue specificità, le sue regole.
Per quanto mi riguarda, quello che mi ha sempre affascinato è piuttosto l’estrema precisione che si può acquisire se si segue un certo tipo di allenamento. Invece di cominciare lavorando la potenza, io trovo che sia meglio favorire il movimento, gli spostamenti e soprattutto la precisione.

Allenarsi alla precisione

regis-soaviEro un giovane insegnante quando ho cominciato ad allenarmi più regolarmente con il bastone. All’epoca fissavo un tappo di bibita all’estremità di una cordicella che appendevo al soffitto. Il mio allenamento consisteva nel fare tsuki sul tappo e ogni volta che si muoveva a immobilizzarlo di nuovo. Poi ho variato le altezze. In seguito ho lavorato gli yokomen e i colpi da sotto, sempre cercando di essere preciso e senza aumentare la velocità. Ho lavorato lentamente cercando l’angolo giusto, utilizzando gli spostamenti e poco a poco ho aumentato la velocità di esecuzione e infine ho cominciato a colpire utilizzando il movimento del tappo che volteggiava a sinistra, a destra, con dei soprassalti a volte curiosi, o addirittura inquietanti se fosse stato il bastone o il Bokken di un avversario. Potevo girare attorno a quell’asse che appendevo al centro del piccolo dojo che si trovava nel cortile di rue de la Montagne Sainte Geneviève 34 a Parigi. Me ne ricordo ancora con emozione perché è stato grazie al Maestro Henry Plée che ho potuto fare questo tipo di lavoro. Di fatto mi aveva autorizzato e anche sostenuto in questa direzione (Budoka completo, amava che ci allenassimo al massimo delle nostre capacità). Dopo vari mesi di questo tipo di allenamento, sono passato al lavoro sui makiwara ma, devo ammetterlo, senza troppo insistere perché lo trovavo noioso. Invece ho adorato i colpi in tutte le direzioni, stile “shadow boxing”.
In questo esercizio ritrovavo le difficoltà del lavoro con il tappo, con in più la potenza che dovevo controllare, i movimenti rotatori, la rapidità e soprattutto la visualizzazione. Quel lavoro di visualizzazione che già intravedevo nell’insegnamento del mio maestro Tsuda Itsuo. È anche grazie a questo che ho scoperto l’importanza di avere un proprio bastone, voglio dire uno strumento di lavoro personale. Faccio parte degli insegnanti che ritengono che il jo non debba essere un manufatto, di tale lunghezza, tale spessore, tale peso. Il jo deve essere in rapporto, senza esagerazione, altrimenti saremo di fronte a un bo, con la persona che lo possiede, la sua altezza, la sua muscolatura: ci sono delle differenze enormi, non tenerne conto mi sembra un errore, ma in ogni caso è l’uso che se ne fa che resta determinante.regis-soavi-avec-le-jo

La pedagogia

Per quanto mi riguarda, adesso lo utilizzo più come strumento pedagogico. Come sempre si tratta di ritrovare, comprendere le forme antiche, certo, ma soprattutto di canalizzare l’energia sprigionata, sentirla circolare, scorrere lungo questo pezzo di legno.
Il Maestro Tsuda ci diceva: “Il jo ha tre parti, le due estremità e un centro, a differenza del Bo che conta quattro parti a causa della maniera di afferrarlo, le due mani a uguale distanza dalle estremità”. Gli aspetti tecnici dei colpi variano negli tsuki, a seconda che lo si utilizzi nella forma antica che corrispondeva alla lancia, oppure come un jo, quindi molto più corto, con le due mani nello stesso senso o una opposta all’altra. Tutto questo non aveva importanza per lui: quello che contava era la trasmissione del ki e l’atto di non resistenza.
Il jo doveva soltanto permetterci di scoprire il Non-fare, di approfondire la respirazione.
Utilizzare il bastone (propongo di chiamarlo così) come se fosse un tubo vuoto che si riempie di ki, che ha una certa autonomia, che torna vivente.
Il bastone esacerba le distanze. Ci obbliga ad avere un altro rapporto con la distanza, a sentire gli assi così come i cambiamenti di direzione, di orientamento.
Certe persone hanno una particolare affinità con il jo, altri preferiscono il bokken. Benché faccia parte del mio insegnamento, lascio loro il tempo di scoprire se per loro ha un senso, se possono approfondire la loro pratica grazie a questo.
È uno dei mezzi che utilizzo a volte per far comprendere come circolano le forze che entrano in gioco nella nostra pratica: è proprio con il bastone che posso farle vedere.
Chiedo a uke di afferrare il bastone molto forte e tori deve trovare l’asse, la direzione attraverso il semplice movimento del suo corpo, del suo koshi e non dei suoi muscoli o delle sue braccia, per fare scivolare la forza esercitata, in modo che quando tori si sposta, ne segue un tale disequilibrio per uke, che accetta di cadere e cade come un frutto maturo che si stacca dall’albero.exterieur

Praticare all’aperto

C’è un momento in cui è particolarmente piacevole praticare il bastone, ed è quando si è fuori, all’aria aperta.
Ne abbiamo occasione durante gli stage d’estate che organizziamo da quasi trent’anni al Mas d’Azil, in Ariège, poiché abbiamo la fortuna di poter trasformare una vecchia palestra praticamente in disuso, in un magnifico dojo, dopo numerosi ma piacevoli giorni di lavoro. Poiché si trova accanto ad un campo da calcio, possiamo uscire per praticarvi le armi.
So che allora i praticanti hanno molto piacere di praticare fuori dai tatami.
Lo spazio è talmente più vasto che possiamo ritrovare le dimensioni che esigevano le arti antiche.
Dopo essere stati confinati in uno spazio chiuso, tutto l’interesse di queste sedute all’aria aperta è di estendersi fisicamente: niente più soffitto, niente più muri, niente più limiti. È il momento in cui ciascuno può sperimentare delle dimensioni diverse, il momento ideale per tentare, in questo spazio, di sentire più lontano. Il fatto di praticare fuori mentre siamo abituati all’uniformità dei tatami è una costrizione per tutto il corpo: il terreno non è più così piatto, ci sono delle buche, dei dossi, tutti gli spostamenti, i taisabaki, ed evidentemente le cadute o le immobilizzazioni diventano più difficili. La velocità di esecuzione dell’attacco si trova spesso diminuita per questa mancanza di abitudine ma di conseguenza, quando di nuovo si pratica sui tatami tutto diventa più facile: si è acquisita una destrezza, una rapidità, una solidità nelle gambe, un equilibrio che non si aveva prima.
Ne approfittiamo dunque per praticare con più persone, tre, quattro, sei o anche otto attaccanti (un tori e sette uke) i quali, nel rispetto della nostra Arte e senza cercare la competizione, cercano di raggiungere, di mettere in pericolo quello che è al centro. Inutile farsi un film: non siamo né samurai né agenti segreti a cui niente resiste. Si tratta di muoversi di più e meglio del solito, di sentire il movimento della nostra sfera, i suoi buchi e il rischio di avere un impatto in quei punti.
L’importanza non è data a una tecnica perfetta, sia essa in difesa o all’attacco, ma molto più alla sensazione del movimento degli altri, alla distanza, all’energia che si può lanciare.
Lo spazio così vasto permette delle circonferenze di circa otto o dieci metri a volte. Lo sguardo di tori, attraverso la sua intensità e la sua direzione precisa, libera, durante i movimenti circolari, la potenza e la velocità del bastone. Esso solo a volte, crea le condizioni favorevoli a una risposta, a uno spostamento corretto.
Non so se mi faccio ben comprendere: si tratta di un gioco in cui ciascuno dei partecipanti ha il proprio ruolo, dal più principiante al più anziano, in funzione del proprio livello.
I sei o otto attaccanti modereranno la potenza e la velocità degli attacchi (tsuki, shomen, yokomen) in funzione di questo.
Ciascuno di loro cerca la posizione giusta in modo da trovare il punto debole, la velocità di avvicinamento, l’angolo corretto. Gli attacchi si fanno il più possibile a fondo, ma sempre senza violenza e anche se possibile non troppo veloci e in ogni modo senza precipitazione. È  importante quando si lavora in questo modo essere attenti a non bloccare, a non mettere alle strette quello che è al centro, a non trascinarlo in una spirale di paura che lo porterebbe all’aggressività, ma al contrario aiutarlo ad uscire dal suo imprigionamento, tanto fisico che mentale, e permettergli di sviluppare il suo potenziale. Lo stage d’estate dura quindici giorni ed è molto concentrato: due sedute di Aikido, due sedute di Katsugen undo e una seduta di armi al giorno. Vuol dire sette o otto ore di lavoro al giorno, una cinquantina di ore la settimana.  È per questo che abbiamo bisogno di questo tipo di lavoro con il jo, grazie al quale i corpi si slegano, fioriscono e trovano un’altra dimensione. I bastoni ruotano, gli spazi si muovono, i corpi a volte stanchi si stirano. L’atmosfera resta serena, a volte anche allegra, ma vi è sempre il rigore.
Uomini, donne, bambini di ogni età nel rispetto delle loro particolarità.plusieurs-attaquants

La sensibilità del feto

Tuttavia, una precisazione: le donne incinte praticano a volte fino all’ultimo momento nella nostra Scuola. Ma fin dall’inizio della gravidanza abbiamo un’attenzione particolare al fatto che essendo in questo stato così speciale, anche se naturalmente non tocchiamo mai il corpo con il bastone, è vietato fare tsuki nella direzione del ventre. Indipendentemente dal rischio di incidente, rispetto al quale siamo sempre molto attenti. Si tratta di non dirigere il ki, altrimenti detto “l’intenzione del colpo”. Un simile ki diretto, guidato, sarebbe istintivamente registrato come pericoloso, e percepito dalla madre, e soprattutto dal bambino, il quale non è altro che sensibilità, come un’aggressione, al punto da rischiare di provocare per lo meno una paura, o una contrazione che nuocerebbe al suo buon sviluppo. Nel caso in cui si lavorino i colpi tsuki, esse si mettono da parte e guardano, ma non partecipano.

Una forza centripeta può diventare una forza centrifuga

A volte lavoriamo jo contro bokken. Qui si tratta, proprio perché le armi sono diverse, di comprendere da una parte il loro utilizzo e d’altra parte i loro limiti e capacità, senza dimenticare che dietro c’è l’essere umano. Altre volte, solo uke ha un’arma. Un bastone, un bokken, questo può fare paura se si è disarmati. Non si sa in quale direzione partirà, men, yokomen, tsuki, non si può parare il colpo con un semplice gesto della mano. Solo la schivata, il taisabaki, può evitare lo choc. La presa del bastone, del bokken, è allora una delle possibilità per fermare l’attacco, trasformarlo e renderlo inoffensivo, in modo che si possa utilizzare la sua energia nella direzione opposta o deviarla verso un’altra direzione.  È  una magnifica occasione di vedere, di sentire come una forza centripeta, per esempio, possa trasformarsi, quando entra in contatto con un centro, in una forza centrifuga e ritrovarsi proiettata verso l’esterno. Se si tratta di “fermare la lancia”1, di che cosa parliamo? Non si tratta di essere vincitore o vinto ma piuttosto di cambiare sistema, di permettere che sorga qualcos’altro, e per questo, la conoscenza dell’altro, la comprensione dell’uno verso l’altro è indispensabile. In ogni persona ci sono dei lati buoni e cattivi e delle buone e cattive abitudini: si tratta di guidare il tutto verso l’armonia. L’armonia è all’origine della nostra vita, si tratta di ritrovare il naturale che è sempre presente nel fondo di ogni individuo. Ecco, per me, la via dell’Aikido.
Il nostro orizzonte può illuminarsi se comprendiamo meglio le parole di O Sensei Ueshiba, trasmesse dal mio Maestro Tsuda Itsuo nel suo insegnamento e attraverso i suoi nove libri. Queste parole non sono rimaste lettera morta; al contrario hanno preso vita, una volta di più, e continuano attraverso quelli che, con buona volontà, seguono questa via.

Articolo di Régis Soavi sul tema del bastone nel Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 13) nel mese di luglio del 2016.

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1Budō può essere inteso originariamente come «la via per fermare la lancia».

Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra

Di Régis Soavi

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Nella pratica dell’Aikido ho sempre amato il ken. La spada, come il Kyudo nel modo in cui ne parla Herrigel nel suo libro sull’arte del tiro con l’arco, è un’estensione del corpo umano, una via per la realizzazione dell’essere. Nella nostra Scuola, il primo atto all’inizio della seduta è un saluto con il bokken davanti alla calligrafia. Ogni mattina, dopo aver indossato il kimono ed essermi preso qualche minuto di meditazione nell’angolo del dojo, comincio la pratica respiratoria con questo saluto verso la calligrafia. È per me indispensabile armonizzarmi con ciò che mi circonda, con l’universo.
Il semplice fatto di respirare profondamente alzando il bokken davanti al tokonoma, con una calligrafia, un ikebana, cambia la natura della seduta.
Si tratta, per me, di realizzare Ame no Ukihashi1, il ponte fluttuante celeste, che lega l’umano e ciò che lo circonda, il conscio e l’inconscio, il visibile e l’invisibile.
Per tutta la pratica respiratoria, la prima parte della seduta, il mio bokken è al mio fianco, lo stesso bokken da quarant’anni. È come un amico, una vecchia conoscenza. Un regalo di una donna semplice e generosa che si occupava della vendita in negozio quando ero un giovane insegnante di Aikido al dojo del Maestro Plée in rue de la Montagne Sainte-Geneviève.

Il mio studio della spada

Itsuo Tsuda non mi ha mai insegnato il ken. Ovviamente anch’egli lo usava per il saluto davanti al tokonoma all’inizio della seduta e in seguito quando facevamo la corsa in cerchio attorno a lui sui tatami prima di mettersi in linea per guardare la dimostrazione. Se no, l’utilizzava soprattutto per le dimostrazioni della spinta del bokken con due partner, come aveva visto fare da O Senseï Morihei Ueshiba.
Di fatto, non faccio differenze tra l’Aikido a mani nude, col bokken o con il jo. Ciò che conta di più secondo me è la fusione con la respirazione del partner. Questo altro così diverso e tuttavia così vicino, ed anche, alle volte, così pericoloso.
Le mie radici principali per ciò che riguarda le armi vengono da ciò che ho imparato con Tatsuzawa Sensei. È colui che mi ha influenzato di più. Negli anni settanta avevo cominciato a praticare l’Hakko Ryu jujutsu con il maestro Maroteaux. Poi ho studiato le armi all’istituto Noro dove si tenevano dei corsi specifici e durante gli stage con Tamura Sensei e Sugano Sensei, questo lavoro faceva parte dell’Aikido. Ciò che Tatzusawa mi ha mostrato è un Koryu (scuola antica), è un’altra cosa. A Parigi per i suoi studi, questo giovane giapponese (avevamo tutti e due una ventina di anni) si è presentato una sera all’improvviso nel dojo in cui insegnavo Aikido. Allora abbiamo iniziato uno scambio: lui praticava Aikido con me e mi mostrava delle tecniche della scuola della sua famiglia che studiavamo un certo numero di ore per settimana, forse quattro o cinque, per circa due anni.regis_soavi_bokken_yokomen
Praticavamo molto il Iaïjutsu ed anche il Bojutsu2. Le tecniche che mi aveva mostrato mi hanno segnato per la loro estrema precisione. Era il giovane maestro della scuola della sua famiglia, Jigo Ryu. All’epoca non conoscevo neanche il nome di questa scuola. Oggi è diventato un sensei importante, è anche il 19° maestro del  Bushuden Kiraku Ryu, una scuola che ha più di quattro secoli di esistenza.
C’è una realtà nelle armi che può mancare alla pratica dell’Aikido come è talvolta insegnato oggi e rischia di diventare una specie di danza. Oppure si cerca di testare chi è di fronte mettendoci troppa resistenza e il tutto si trasforma in una lotta.
Con Tatsuzawa Sensei, c’era una respirazione. Una respirazione che non era la stessa che trovavo con Tsuda Sensei, ma c’era qualcosa e mi piaceva ciò che insegnava. Era qualcosa di talmente fine,  talmente preciso, talmente bello che ho desiderato che i miei allievi ne approfittassero. E per  anni, quando facevo degli stage, dicevo: «Ciò che vi ho mostrato è una tecnica della scuola di Tatsuzawa Sensei». Progressivamente questi due cieli, l’insegnamento di Tatzuzawa Sensei, ed il lavoro sulla respirazione con Tsuda Sensei, mi hanno portato a dare questo nome a ciò che io stesso scoprivo,  Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra, il cosciente e l’inconscio, il volontario e l’involontario.
Non ho più rivisto Tatsuzawa Sensei per trent’anni, ed è in occasione di un viaggio in Giappone che ci siamo ritrovati! È così che da dieci anni i miei allievi studiano l’arte del Bushuden Kiraku Ryu con lui ed uno dei suoi allievi, Sai Sensei. È un modo per noi di capire meglio le origini delle tecniche che utilizziamo, è una ricerca storica che ci permette di scoprire il cammino percorso da O Sensei Ueshiba.

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Un principio di realtà

Per Tatsuzawa Sensei l’allenamento doveva essere reale. Durante i nostri allenamenti negli anni settanta utilizzava uno iaito e colpiva come un dannato! «Men, men, kote, tsuki, men, tsuki». Evidentemente ad un certo punto, per la stanchezza, la spada mi ha colpito alla spalla, me ne ricordo ancora. Siccome era una spada in metallo, è entrata qualche centimetro nella spalla, tre forse quattro centimetri. Questo mi ha risvegliato. Non ho mai più lasciato calare l’attenzione nelle schivate.Finito. Era un risveglio, perché evidentemente egli non voleva farmi male. Il suo intento era di risvegliarmi, di spingermi in una direzione, affinché non fossi una specie di imbranato addormentato. Bene, mi è servito. In questo senso, la spada ci può risvegliare. Un bel calcio nel sedere certe volte è meglio di mille carezze. Io sono ancora molto riconoscente al mio maestro di aver fatto entrare la realtà nel mio corpo.
Oggi quando l’Aikido sembra diventare un passatempo per alcuni, ricordo loro la realtà con dolcezza ma con fermezza.
Ho spesso visto delle parodie di estrazione di katana con un bokken, in cui ci si accontenta di aprire la mano invece di estrarre la spada (chi pratica il iai lo capirà).
Non dobbiamo confondere la nobile arte della spada con l’utilizzo che ne facciamo nell’Aikido.
A mia figlia che pratica fin da piccola l’Aikido ed adora la spada, ho sempre consigliato di andare a vedere una vera scuola di spada. Ha scelto di studiare, oltre all’Aikido, anche lei il Bushuden Kiraku Ryu con Tatsuzawa Senseï ed il Iaïjutsu con Matsuura Senseï, che le insegnano ciò che non avrei mai potuto insegnarle.

L’Aikiken non è il Kendo

L’Aikiken non è il Kendo, né lo Iaido. La poesia non è il romanzo e viceversa, ogni arte ha le sue specificità, ma quando utilizziamo un bokken non dobbiamo dimenticare che è una katana che ha anche una tsuba ed un fodero, anche se sono invisibili. Noi dobbiamo usarli con lo stesso rispetto, lo stesso rigore, la stessa attenzione.
Ogni bokken è unico, nonostante la sua fabbricazione spesso piuttosto industriale, sta a noi farne un oggetto rispettabile, unico, grazie alla nostra attenzione, al modo in cui lo maneggiamo, in cui lo muoviamo. Per esempio se visualizziamo l’uscita della spada usando un bokken, occorre anche visualizzarne il rinfodero. Poco a poco si carica, si può avere l’impressione che diventi più pesante.
Del resto gli allievi che hanno l’occasione di toccare il mio bokken, di prenderlo, o alle volte di usarlo, lo trovano speciale, più facile da maneggiare ed allo stesso tempo più esigente, dicono. Non è più la stessa cosa, non è più un bokken ordinario. È per questo che io consiglio ai miei allievi di avere il loro bokken, il loro bastone. Le armi si caricano. Se voi avete un bokken o un bastone che avete ben scelto, che caricate di ki, e che usate per anni, avrà una natura diversa, vi assomiglierà in qualche modo. Per prima cosa potrete conoscere esattamente la sua dimensione, la dimensione del bastone, la dimensione del bokken, quasi al millimetro. Questo vi eviterà gli incidenti.
Avrà una consistenza differente se si agisce in questo modo, allora sarà il riflesso di ciò che siamo. La circolazione del ki cambia il bokken e si può cominciare a capire perché la spada era l’anima del samurai.
Ci si ricorda di queste spade leggendarie che riflettevano tanto l’anima del samurai che potevano essere toccate solo dal loro proprietario. Ho avuto modo di scoprire questo in un periodo in cui, per continuare a praticare e provvedere ai miei bisogni, lavoravo nell’ambito dell’antiquariato. Mi sono specializzato, tra le altre cose, nella rivendita di spade giapponesi, katana, wakizashi, tanto. Il fatto di toccarle, perché non avevo nessuna possibilità di comprarle mi ha permesso, più ancora di ammirarle, di scoprire qualcosa di indicibile.
Alcune avevano una tale carica di ki, era estremamente impressionante! Solo estraendo la lama di dieci quindici centimetri si poteva sentire se la lama aveva un’anima aggressiva o generosa, oppure se emanava una grande nobiltà ecc. All’inizio questo mi sembrava assurdo, ma i commercianti con cui lavoravo mi hanno confermato la realtà di queste sensazioni ed in seguito le discussioni con Tsuda Sensei hanno dato loro la realtà di cui avevano bisogno.
Un’arma senza respirazione, senza fusione, cos’è? Niente, un pezzo di legno, un pezzo di metallo.
Chuang-tzu, ci parla bene di fusione, di estensione dell’essere con uno strumento, l’arma, quando parla del macellaio:

“ Quando ho iniziato a praticare il mio mestiere, vedevo tutto il bue davanti a me. Tre anni più tardi, non ne vedevo che delle parti. Oggi, lo trovo con lo spirito senza vederlo più con gli occhi. I miei sensi non intervengono più, il mio spirito agisce come sente e segue da solo i lineamenti del bue. Quando la mia lama taglia e divide, segue le faglie e le fenditure che le si offrono. Non tocca né le vene, né i tendini, né il rivestimento delle ossa, neppure ovviamente le ossa. […] Quando incontro un’articolazione, individuo il punto difficile, lo fisso con lo sguardo e, agendo con una prudenza estrema, lentamente taglio. Sotto l’azione delicata della lama, le parti si separano con un uoh leggero come quello di un po’ di terra che si posa sul pavimento. Col coltello in mano, mi raddrizzo, guardo intorno a me, divertito e soddisfatto e dopo aver pulito la lama, la rimetto nel fodero.[…]”3

La fusione con il partner

Se non c’è fusione col partner, non si può lavorare con un arma, altrimenti non è che brutalità, lotta. È proprio perché la si utilizza fondendo la respirazione con il partner che si può scoprire ciò che prima di noi hanno scoperto dei grandi maestri. Tutti i loro sforzi per indicarci la via, il cammino da percorrere saranno perduti se noi stessi non facciamo lo sforzo di lavorare come ci hanno suggerito. Con un arma in mano si può scoprire la nostra sfera, renderla visibile. E grazie a questo si può estendere la nostra respirazione a qualcosa di più grande che non si limiterà alla nostra piccola sfera personale, ma che andrà oltre.
Se si utilizzano le armi così, trovo che abbia un senso, ma se le si utilizza cercando di tagliare la testa agli altri, di ferirli o di mostrare che si è più forti si deve cercare altrove piuttosto che nella nostra Scuola.
Le armi sono il prolungamento delle nostre braccia, che sono il prolungamento del nostro centro.
Ci sono delle linee di ki che partono dal nostro centro, dall’hara. Agiscono attraverso le mani. Se si mette un’arma all’estremità, un bokken, un wakizashi, un bastone, queste linee del ki possono convergere. Hanno un prolungamento. Può darsi sia più facile quando si lavora a mani nude,  comincia ad essere più difficile con un arma. Ma diventa molto interessante: non si è più limitati, si diventa “illimitati”. È proprio questo che è importante, è una conseguenza logica del mio insegnamento. All’inizio, si lavora un po’ limitati, costretti in qualche modo, poi si cerca di estendere, d’andare al di là partendo dal nostro centro. Alle volte ci sono delle interruzioni, il ki non passa attraverso la spalla, il gomito, il polso, le dita. A volte il bokken diventa come il bastone di un burattino che picchia il gendarme, allora non ha più senso. È per questo che mostro queste linee che tutti possono vedere. È qualcosa di noto nell’agopuntura. Lo si può vedere anche nello shiatsu ed in molte arti diverse. E là si va oltre. Se si potessero materializzare con delle linee luminose sarebbero sbalorditive da vedere. È ciò che ci lega agli altri. Ciò che ci permette di capire gli altri. Sono delle linee legate ai corpi, non unicamente al corpo materiale, ma al corpo nel suo insieme tanto fisico che kokoro. È ciò che c’è di sottile, d’immateriale, che è legato, non c’è differenza.

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Seitai-dō

Nella nostra Scuola pratichiamo quest’arte che è il Seitai-do, la via del Seitai. Quest’arte che comprende tra l’altro il Katsugen undo (Movimento rigeneratore seguendo la terminologia di Itsuo Tsuda), ci permette di ritrovare tanto a livello dell’involontario che dell’intuizione una qualità di risposta poco abituale.
Risveglia l’istinto ”animale” nel buon senso della parola, un po’ come quando eravamo dei bambini, giocosi ed anche turbolenti a volte ma senza reale aggressività, che prendono la vita come un gioco con tutta la serietà che ciò impone.
È grazie a quest’arte che ho scoperto l’intermissione respiratoria, questo spazio tempo tra l’inspirazione e l’espirazione, e tra l’espirazione e l’inspirazione. Questo momento infinitesimale quasi irrivelabile durante il quale il corpo non può reagire. È durante uno di questi momenti che si applica la tecnica seitai. All’inizio è difficile percepirlo e ancor di più agire esattamente in quel momento molto preciso. Tuttavia poco a poco si sente questo spazio in modo molto chiaro, si ha l’impressione che si allarghi, ed infatti si ha l’impressione che il tempo scorra in maniera differente come talvolta succede quando c’è una caduta o un incidente. Ci si può chiedere quale rapporto ci sia con il lavoro con le armi nell’Aikido. È proprio la nostra ricerca in questa direzione e l’aneddoto seguente raccontato da Tsuda Sensei è rivelatore.

Un livello troppo alto

Haruchika Noguchi Sensei il creatore del Seitai quando era ancora giovane volle praticare il Kendo, s’iscrisse in un dojo per imparare quest’arte. Dopo i preparativi di rito si trovò davanti a sé un kendoka. Appena l’altro alzò il suo shinai sopra la sua testa, Noguchi Sensei lo toccò alla gola, benché non conoscesse nessuna tecnica. L’insegnante gli mandò un praticante più avanzato, stesso risultato, gli mise di fronte un sesto dan: non andò meglio. Il maestro gli domandò se avesse già fatto Kendo: «Per niente» rispose «io tocco al momento dell’intermissione respiratoria, è tutto» «Lei ha già raggiunto un livello troppo alto Sensei» disse. È così che Noguchi Sensei non poté mai imparare il Kendo.
Praticare l’Aikido a mani nude, praticare l’Aikiken, usare il jo, il bo, praticare il koryu o qualunque altra arte come Itsuo Tsuda stesso che faceva la recitazione del No, l’essenziale non è nella tecnica, ma nell’arte stessa e nel suo insegnamento che deve permettere la realizzazione dell’individuo. Tsuda Sensei citando le diverse arti che aveva praticato ci diceva: «Il Maestro Ueshiba, il Maestro Noguchi, il Maestro Hosada4 hanno scavato dei pozzi di una profondità eccezionale. […] Hanno raggiunto le vene d’acqua, la sorgente della vita. Tuttavia, questi pozzi non comunicano tra loro, anche se è la stessa acqua che ci si trova.»5

Articolo di Régis Soavi sul tema la spada del Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 12) nel mese di april del 2016.

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Notes

1. Vedere il Kojiki (古事記) raccolta di miti sull’origine delle isole che formano il Giappone e i kami.
2. Il bō è un bastone lungo 180 cm maneggiato con entrambe le mani.
3. Trad. it. dall’opera francese: J.F. Billeter, Leçons sur Tchouang-Tseu, p. 16 Ed. Allia, Paris 2002.
4.Teatro Nô : Scuola Kanze Kasetsu.
5. Itsuo Tsuda, il Non-fare, Prefazione p. 14, Yume Editions, 2014.

Uscire dal dualismo

Di Régis Soavi

Soulevez le ciel puis repoussez la terre_TSUDA_WEBAffrontare il tema omote-ura nell’Aikido mi evoca immediatamente yang-yin ( in giapponese yo/in).
Ciononostante in occidente la tendenza generale è di percepirlo in maniera manichea; si oppongono l’uno all’altro, si dividono tra il luminoso e l’oscuro, si categorizza, si dice positivo e negativo, oltre a tutti i riferimenti che questo ci fa tornare in mente, scolastici o anche sessisti. È molto facile, abbiamo delle abitudini, non ci pensiamo neanche.

Si rappresenta il Tao disegnato a due dimensioni, o meglio sotto forma di sfera dove lo yin e lo yang si compenetrano, ma in realtà ognuno resta al suo posto: tu, io, lui, l’altro.
Si disserta filosoficamente dell’uno o dell’altro, si dimenticano i grandi pensatori cinesi: Lao Tsu, Chouang Tseu, Li Tseu, o Sun Tse, per citare i più conosciuti.
Il nero o il bianco, lo yin o lo yang. Ed il grigio cos’è?
Se si resta in un pensiero dualista, è un miscuglio dei due.
Il mio Maestro Itsuo Tsuda non citava praticamente mai omote o ura, del resto dava raramente un nome giapponese a ciò che faceva o mostrava. Perfettamente bilingue, ha sempre preferito il francese per le sue spiegazioni, particolarmente nei suoi libri che scriveva di getto, senza quasi alcuna correzione.
Sapeva guidare la nostra sensibilità e farci sentire grazie alla pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore), dello yuki, e soprattutto attraverso il suo tocco o anche la sua presenza silenziosa, questo mondo non dualista che era venuto a farci scoprire.

Scoprire con il corpo

Aikido, è scoprire con il proprio corpo, voglio dire fisicamente, concretamente, sentire scorrere i fluidi seguendo i circuiti a tendenza yin o yang.

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Quando durante una seduta si cita omote o ura, si cita generalmente solo l’insieme del movimento, la sua tendenza, eventualmente il suo finale.
E’ la respirazione che può aiutarci a comprendere meglio, sentire, di cosa si tratta. È meglio cominciare lavorando con un ritmo piuttosto lento, se si va troppo veloce all’inizio è grande il rischio di non riuscirci. Ci si concentra sulla respirazione, si segue l’inspirazione, l’espirazione, ci si muove concentrandosi sulla sensazione interiore, si può lavorare su esercizi di questo tipo con un partner chiudendo gli occhi e rimanendo concentrati sul centro. Le braccia per esempio si aprono o si chiudono indipendentemente dalla nostra volontà, obbediscono ad una necessità che nasce dallo yin o dallo yang.Soulevez le ciel puis repoussez la terre_en action_ Regis Soavi_HORIZ-1_WEB

Se si vuole praticare l’Aikido come pratica del Non-Fare, tutto il lavoro si fa al livello del sentire, si scava, si approfondisce e poco a poco qualcosa si muove in noi; ed un giorno ci si rende conto che si è superato qualcosa. Questo muro che ci bloccava, che rendeva la nostra tecnica dura o incerta, e quindi artificiale, completamente fuori dalla realtà, è caduto. È in quel momento che ci si sente liberi, così liberi. La ricerca allora prende tutt’altra piega. La percezione dello yin, dello yang diventa un’evidenza. È qualcosa che ho difficoltà a spiegare a parole, perché tutto diventa semplice: i gesti, gli spostamenti, non c’è più mentalizzazione. E’ diretta a partire dal centro, e inoltre, una grande dolcezza si instaura in noi, una dolcezza che può essere yin o yang, ma che in ogni caso è molto forte, una dolcezza di una grande potenza che agisce e sa agire in armonia con il partner o l’avversario, se eventualmente le circostanze ci hanno portato in una situazione tale che colui che si trova di fronte a noi si comporti così. La tendenza durante l’inspirazione è piuttosto verso l’apertura e dunque yin; l’espirazione chiude il corpo e la sua tendenza è yang. Con la sola respirazione già si possono sentire, se si è attenti, lo yin e lo yang, ma non sono che l’espressione e la direzione di una energia che si è materializzata.
La parte visibile, quella che il corpo fisico potrà eventualmente utilizzare, è pronta.
Nel corpo la parte anteriore, il davanti, è yin e la schiena è yang, anche se le gambe sono yang davanti e yin dietro: questo è ammesso in tutte le scuole, ma il passaggio del ki dall’uno all’altro è raramente esplicitato nelle arti marziali, se ne parla spesso solo in generale.
Il mio incontro con il Itsuo Tsuda, la pratica del Katsugen undo, la scoperta del Seitai del Maestro Haruchika Noguchi sono state determinanti nella mia ricerca e mi hanno permesso una comprensione del corpo, del suo movimento che mi era mancata fino ad allora. Certe zone che erano rimaste vaghe nell’insegnamento dell’Aikido, come l’hara, sono diventate estremamente precise nel Seitai. Si può per esempio verificare lo stato dei «tre punti del ventre». Il primo che deve essere yin, il secondo che deve essere neutro, ed il terzo yang, bello positivo e reattivo.
«Lo scopo del Movimento rigeneratore è di regolarizzare il nostro organismo, di seitaizzarlo.
Regolarizzare il nostro organismo non è necessario solo per essere in salute. Qualunque sia il genere di attività che si eserciti, che si tratti di fare calligrafia, di disegnare o di praticare le arti marziali, bisogna prima di tutto cominciare col regolarizzare il nostro organismo, altrimenti si rischia di mancare il bersaglio»1

Non-fare e non dualismo

Nell’Aikido lasciamo il ki sorgere dal seika tanden, dall’hara (3° punto del ventre nel Seitai), e la sua tendenza è yang perché risulta dalla forza che viene dalla schiena, forza che non si esprimerà nelle spalle, come si vede troppo spesso, ma naturalmente grazie al koshi.
Il punto di passaggio di questa forza, di questo ki diventato yang, è la 3° vertebra lombare che è appunto in posizione yin nella colonna vertebrale. Se si visualizza la respirazione addominale si constata che l’inspirazione yin gonfia l’addome e prepara l’atto che sarà yang, nello stesso tempo, il ki discende lungo la colonna vertebrale ed irriga l’insieme del corpo.2
Quando il ki esce direttamente al livello del centro la sua tendenza quindi è yang, ma in funzione del circuito che prende si esprimerà sotto forma yin o yang. Se segue i circuiti interni del ventre, delle braccia, la parte anteriore del corpo, allora diventa yin, altrimenti la sua espressione è yang. La forza che ne risulta sarà yin o yang anche in funzione del momento in cui viene utilizzata.
Perché ovviamente, in un mondo non separato, anche il tempo fa parte di questa unità. Anche se si può rallentare o accelerare il momento di un impatto per esempio, così da trovarsi in modo molto preciso nel posto giusto, al momento giusto, con la respirazione giusta ed il ki giusto, tutto ciò non accadrà se non grazie alla coordinazione che riuscirà a fare il nostro «sistema involontario». È precisamente qui che l’insegnamento di Itsuo Tsuda ha apportato degli elementi decisivi. Perché, facendoci entrare nel mondo della sensazione, insistendo sul Non Fare, e permettendoci di scoprire il non dualismo, ci ha dato delle chiavi che possiamo utilizzare ancora oggi, perché sono alla portata di tutti, come i suoi libri testimoniano.

Yin e yang

Se si scompone un movimento come ryo te dori ten chi nage nella forma omote, uke arriva con una forza yang. È nel pieno dell’espirazione, tori lo riceve alla fine del suo yang, lo yin è già cresciuto in lui, è diventato incomprimibile, crescerà ancora e andrà a sommergere uke. Poi è la volta dello yang di crescere, lo si constata per il fatto che le braccia si girano, questa volta è la linea di demarcazione tra yang e yin che passa dal basso verso l’alto. Ma per uke il movimento è cominciato all’inizio dell’ispirazione, non potendo resistere si stacca e cade come quando un frutto è maturo e cade nella mano. Nella forma ura, tori deve aspettare perché lo yang è ancora troppo potente, gira per deviare questa forza ma appena ricostituisce la sua forza yin, può utilizzare allora lo yang per ripartire in omote o lasciare che lo yin continui il suo lavoro fino all’avvolgimento totale dell’uke.

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Lo stesso nel kokyu ho, ci sono differenti modi di fare: o si proietta subito la forza yang, oppure si lascia crescere la forza yin per utilizzare alla fine lo yang. Anche lì tutto dipende dalle condizioni, dal momento, dal partner.
La forza yang è più diretta, più dirigista rispetto allo yin, ma è facile che ci indurisca. I padri troppo autoritari conoscono questo problema con i loro figli e la rottura è spesso consumata al momento dell’adolescenza.
La forza yin è avvolgente, dolce ma alle volte mal utilizzata, come fanno certe madri. Rischiano di imprigionare il bambino e faticherà ad uscire dall’impronta e dal nido famigliare.
Idealmente lo yin quando finisce permette lo spiccare il volo del luminoso, dopo il lavoro interiore, « oscuro », della preparazione che è l’infanzia, un vero distacco senza rottura, come il frutto maturo che si stacca dall’albero al momento giusto. Lo spiccare il volo del luminoso è la libertà senza pensiero. La possibilità di essere il proprio TAO. Semplicemente la realizzazione dell’essere.

Le sfere del corpo

SPHERES_Irimi_WEBIl nostro corpo si presenta tra l’altro con una superficie esterna: la pelle, è in qualche modo la sfera materiale. Ma noi non siamo limitati dalla pelle, la pelle delimita solamente le yin interno dallo yang esterno, ura e omote. Questa superficie è una sfera che ha preso la forma di essere umano.
Al di là di questo esiste un’altra sfera che ognuno può sentire istintivamente. Si presenta piuttosto sotto la forma di un uovo deformabile in funzione dei bisogni. Questa sfera è spesso rappresentata dalle religioni, viene chiamata Mandorla o Aura. È la rappresentazione visuale di una realtà avvertita da popoli interi, e mantenuta viva nelle arti marziali. Anch’essa è yin all’interno e yang all’esterno con un limite estremamente preciso, si può così constatare che ciò che è yang rispetto alla pelle è yin rispetto alla sfera energetica.

Irimi e tenkan

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Quando si fa irimi per esempio, si fa entrare uke nella nostra sfera yin, gli si dà sollievo del suo ki yang in eccesso diventato duro, rigido, si normalizza il suo terreno, gli si permette di ritrovare un equilibrio interno. Poi in irimi nage si finisce con un movimento yang, che provocherà in lui il desiderio di cadere per evitare il peggio. D’altra parte in tenkan le due sfere si sfiorano e si compenetrano solo al livello della mano. Le superfici yang spinte, sostenute dallo yin interno, diventate forti, si affiancano, si respingono e scivolano l’una contro l’altra.
Se tori fa scivolare il gomito entrando nella sfera di uke, allora il suo movimento yin crescerà fino a sommergere uke che, anche in questo caso, cadrà per evitare gli inconvenienti di questo rovesciamento di situazione.
Nella nostra scuola, la prima parte della seduta di Aikido è una pratica solitaria. Uno degli esercizi consiste nel sollevare le braccia con le palme rivolte verso il cielo, poi nell’abbassarle. Itsuo Tsuda ci diceva: «Sollevate il cielo poi respingete la terra.» Ci sono diversi modi di fare questo esercizio. Se si cerca di sollevare con lo yang le spalle si contrarranno, se si cerca di respingere la terra con lo yin si resterà incastrati al centro del movimento. Alzare le braccia facendo corpo (yin) con il cielo e scendere in armonia con la terra (yang), era questo tipo di lavoro, di visualizzazione, che ho iniziato con il mio Maestro e che continuo da più di quarant’anni.
Rendere cosciente la circolazione del ki, migliorare la nostra percezione di questo movimento, di questa sfera di energia, di cui molti parlano ma che pochi percepiscono chiaramente, è così che concepisco il mio lavoro attualmente.
Permettere la normalizzazione del terreno delle persone che vengono al dojo, dare loro gli strumenti visibili o invisibili, consci o inconsci per permettergli di giungere all’indipendenza, all’autonomia, alla libertà interiore.
Per questo la presa di coscienza di omote-ura, in quanto espressione dello yang-yin, è a mio avviso indispensabile.

Articolo di Régis Soavi sul tema Omote-Ura, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 11) nel mese di gennaio del 2016.

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  1.  Estratto della conferenza Regolarizzare l’organismo di Noguchi Haruchika sensei, tradotta in francese da Tsuda Itsuo (trad. it. Il triangolo instabile, capitolo XIX).
  2.  Il Maestro Noguchi Haruchika preconizzava d’altra parte l’esercizio Sekitsui Gyōki – 脊椎行気法 o Respirazione attraverso la colonna che si fa a partire dai « secondi punti della testa » e che permette la normalizzazione del terreno (dell’insieme del nostro corpo, beninteso in modo unitario, fisico, mentale, ecc).
  3. Foto di Régis Sirvent e Jérémie Logeay

Hanami à Paris

Nous avons eu le plaisir de participer à Hanami au jardin d’acclimatation de Paris les 23 et 24 avril. Le Hanami est une coutume japonaise qui consiste à contempler les fleurs, en particulier celles des cerisiers, dans la période où elles entrent en pleine floraison. Cet événement Parisien où plus de dix mille personnes ont parcouru ce jardin, était organisé en collaboration avec la Japan Expo.

Film de la démonstrations d’Aïkido, Pratique respiratoire

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Kokyu rivelazione dell’unità dell’essere

Di Régis Soavi

In uno dei suoi libri Itsuo Tsuda ci dà il suo punto di vista su Kokyu :

Cover_ItsuoTsuda_LaViaDellaSpoliazione_WEB«Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di ”kokyu”, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha “kokyu”, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di ”kokyu” per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il “kokyu” non si spiega, si acquisisce.
Quand’ero giovane, ho visto un operaio lavorare con il suo cacciavite su macchinari molto arrugginiti. Ho provato a svitare, ma invano, tanta era la ruggine. Per lui, la cosa non poneva alcun problema, svitava con facilità, non perché fosse più forte, ma perché aveva il “kokyu”.
Quando si acquisisce il “kokyu”, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora «indomabili», divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.
Il ki , il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.
Un maestro di arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro, si dice. I Francesi sanno farli tacere infilando loro uno zuccherino in gola. È astuzia, è un trucco, ma non è kokyu, respirazione, che è tutt’altra cosa.»

Itsuo Tsuda, La Via della Spoliazione – Yume Editions

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Vidéo : aïkido #1

Lors du Centenaire d’Itsuo Tsuda au dojo Tenshin se sont tenues des séances matinales d’Aïkido conduites par Régis Soavi qui ont permis la rencontre de plusieurs groupes créés par d’anciens élèves d’Itsuo Tsuda. L’espace tatamis pourtant conséquent avait rarement accueilli autant de pratiquants venus spécialement de plusieurs pays d’Europe. Cette vidéo aïkido nous permet de pour retrouver ce moment

Filmé le samedi 15 novembre 2014 au Dojo Tenshin.

vidéo aïkido

Le Centenaire d’Itsuo Tsuda

centenaire itsuo tsudaDimanche 16 novembre 2014  s’est achevé ce qui restera un moment exceptionnel, à la fois hommage à un écrivain et fruit du travail de toute une école.

L’événement autour d’Itsuo Tsuda aura réuni durant un week-end plusieurs centaines de personnes dans un lieu spécialement préparé pour l’occasion. Le dojo Tenshin qui fêtera prochainement ses trente années d’existence s’est transformé durant ces derniers mois pour accueillir le centenaire de la naissance d’un homme dont l’œuvre résonne plus que jamais.

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Un’arte di unirsi e di separarsi

Di Régis Soavi

Il mio maestro Itsuo Tsuda, citando O Sensei Ueshiba, ha scritto nel suo secondo libro: “L’Aikido è un’arte di (musunde hanatsu) unirsi e separarsi”* . Eregis_soavi_Aikido 1ra un aspetto molto presente nel suo insegnamento, però non ha mai utilizzato i termini Awase e Musubi*. Ci parlava in francese, ci parlava di qualcosa di più grande di noi. Ci invitava a realizzare in noi il vuoto mentale per poter percepire qualcosa. Diceva a volte: “Dio (nel senso di kami) parla senza sosta, ma noi esseri umani non riusciamo a sintonizzarci, quindi non sentiamo niente. O allora sentiamo appena dei suoni come una radio disturbata. Ma dio parla chiaramente”.  Quindi per lui sta a noi metterci in uno stato che ci permetta di “ricevere”. L’Aikido della Scuola Itsuo Tsuda è basato su quello che lui, invece, chiamava la fusione di sensibilità, quindi sulla fusione con il partner: di fronte a un attacco, c’è una risposta, ma perché la risposta sia adeguata, dobbiamo fondere con il partner. In occasione delle sedute parlo per esempio di fondersi e armonizzarsi con il partner, di sentire il suo centro. E in quel momento si è legati da qualcosa, più niente ci è estraneo. Oggi comincio ad andare un po’ più lontano nella pratica dell’Aikido e sento molto di più quello che Tsuda sensei voleva dire a proposito del legame che ci unisce all’Universo. Si sente veramente come un legame tra questo Universo e il partner, e si constata che ciò circola, che tutto torna all’Universo.

La Pratica respiratoria : una pratica di Musubi

La Pratica respiratoria* che facciamo a inizio seduta ci mette in una “condizione di spirito” che ci permette di ricevere, di creare un legame tra l’Universo e noi. Non si sa esattamente cos’è l’Universo. Non sono le stelle, non è un buco nero, ecc. è qualcos’altro. Per la Pratica respiratoria restiamo il più vicino possibile agli insegnamenti di O Sensei Ueshiba, Tsuda sensei era preciso su questo. Per esempio facciamo tre volte la vibrazione dell’anima, Tama-no-hireburi, ogni volta con un ritmo diverso (lento, medio, rapido) e unicamente all’inspirazione. La prima volta si evoca Ame-no-minaka-nushi, Centro dell’Universo. Dico a volte che è un’ “invocazione-evocazione”.Tama-no-hireburi_Vibration ameO Sensei Ueshiba diceva di evocarlo tre volte durante la vibrazione dell’anima: chi conduce la seduta lo dice a voce alta poi lo si evoca altre due volte interiormente. Sono informazioni che ho sentito (solo) da Tsuda sensei, e da nessun’altra parte. Dunque quando si evoca Ame-no-minaka-nushi, come O Sensei Ueshiba diceva, ci si mette al Centro dell’Universo. Centro dell’Universo non è “Centro del Mondo”, né “io e gli altri”, né qualcosa di religioso. In qualche modo è inafferrabile, ma allo stesso tempo è estremamente concreto. In ogni caso non ci ingombra (la mente), è Centro dell’Universo e possiamo esserci. Poi la seconda volta si evoca Kuni-toko-tachi, l’Eterna Terra, per me è l’umano, è la materia. Il primo è immateriale, il secondo diventa concreto, è materia. Poi il terzo kami evocato-invocato è Amaterasu, la dea sole, la vita, ciò che ci anima. Racconto a volte la storia della grotta in cui Amaterasu si è rifugiata e della porta di roccia4. O Sensei Ueshiba ne parlava spesso e anche Tsuda sensei la citava. È la vita che si era rinchiusa in una grotta oscura e che risorge. È importante aprire la porta di roccia in noi. Ci siamo rinchiusi, ci siamo rigidificati, non sentiamo più niente, e poi un giorno comunque apriamo uno spiraglio. L’Aikido ci porta un soffio d’aria, qualcosa che ci permette di respirare un po’ meglio. Allora, a partire da questo soffio, possiamo aprire di più e forse sentire meglio quello che i Kami hanno da dirci, quello che l’Universo ha da dirci. Non sono per niente religioso, ma ogni mattina recito il Norito, come lo faceva Tsuda sensei, come lo faceva O Sensei Ueshiba. Ogni mattina, all’inizio di ogni seduta, alle sette meno un quarto, recito il Norito, poi faccio la vibrazione dell’anima e questo da più di quarant’anni. E poco a poco scopro qualcosa, vado un po’ più lontano, sono più permeabile.

Awase: praticare con lo stesso partner può permettere l’armonizzazione con l’altro

A partire dalla prima parte della seduta, che è una pratica individuale, è importante mettersi in una certa condizione. Il lavoro di armonizzazione prosegue nella seconda parte durante la quale si pratica con un partner. Per favorire ciò, nella nostra Scuola si lavora con lo stesso partner per tutta la seduta. Potremmo cambiare a ogni tecnica, ma se vogliamo armonizzarci è difficile riuscirci nei cinque o dieci minuti passati con ogni persona. Per chi ha venti o trent’anni di pratica va bene… Ma se siete all’inizio, diciamo per i primi dieci anni, è anche in qualche modo rassicurante restare con lo stesso partner, si ha il tempo di armonizzarsi, di impregnarsi dell’altro. Così lo si sentirà, i primi contatti sono un po’ difficili a volte.  Ma su una stessa tecnica, una seconda, poi una terza si può andare un po’ più lontano, avvicinarsi al suo centro, respirare meglio il “profumo” del partner. Tsuda sensei parlava di scoprire il paesaggio interiore di qualcuno, ma scoprire il paesaggio interiore di sette o otto persone nella stessa seduta è più difficile. A volte, soprattutto alla fine della seduta, mi capita di far cambiare partner in particolare in occasione di Movimento libero. Ma ovviamente ad ogni seduta cambiamo, non è un partner a vita!

Il Non-Fare

Uke deve giocare un ruolo, senza essere violento, deve essere sincero nel suo attacco perché senza quest’energia, Tori sarà nel “Fare” e non nel “Non-Fare”. Vedo spesso nell’Aikido degli Uke molto gentili e Tori che massacra con gioia il suo Uke. Non è per niente il mio principio. Se parlo di attacco è che effettivamente quando Uke fa uno Shomen, uno Yokomen, uno Tsuki o una presa, è importante che un’energia venga sprigionata, lui “Fa”. Tori, invece, la devia, lascia passare quest’energia che si esprime nel fatto di stringere il polso o di colpire, passa a lato e la trasforma, allora è il “Non-Fare”. Non risponde all’attacco, lascia scorrere quest’energia, questo ki, va oltre l’attacco. Certo, non aspetta stupidamente di farsi colpire! Il Non-Fare non è non fare niente. Parto anche dal principio che se qualcuno attacca un’altra persona non sta bene con se stesso… Quando si sta bene con se stessi, quando si è ben vivi, non si ha alcuna voglia di andare ad attaccare gli altri. Non ci verrebbe nemmeno in mente. È perché non stiamo bene con noi stessi che ciò accade. Viviamo in un mondo violento, siamo educati a reagire in funzione di questa violenza, bisogna difendersi contro questo, contro quello… Ce ne siamo ammalati. Facendo l’Aikido, quando si è Tori, si sta “guarendo” questa violenza. Questa violenza che è nell’altro, che si esprime nel ruolo e nella fermezza di Uke, la si guida per trasformarla in qualcosa di positivo e liberatorio.

Il lavoro con le armi: Ame-no-uki-hashi ken

Ame no uki ashi ken_2Quasi trent’anni fa, ho deciso di parlare di Ame-no-uki-hashi ken per indicare il lavoro con le armi che facciamo in occasione degli stage e a volte nella pratica regolare. Il ken, la spada è una rappresentazione del ponte fluttuante celeste: Ame-no-uki-hashi. Si parla di Ponte fluttuante celeste quando si vede la Katana con la lama verso l’alto e si parla anche di Barca fluttuante celeste quando la lama è nell’altro senso, verso il basso. È abbastanza curioso perché è allo stesso tempo il ponte e la barca… è ciò che unisce il cielo e la terra, il conscio e l’inconscio, l’Universo e noi. Quando lavoriamo con le armi, queste sono un’estensione di noi stessi, oltre la nostra pelle, qualcosa che ci permette di andare un po’ più lontano, di scoprire anche la nostra sfera. Ame-no-uki-hashi: essere sul Ponte fluttuante celeste, era un’immagine che utilizzava O Sensei Ueshiba e che ci trasmetteva Tsuda sensei. Essere sulla lama della spada è essere in uno stato di attenzione che si potrebbe anche qualificare come “divino”, in cui una percezione diversa si può produrre. Non ho voglia di entrare nella discussione di sapere se bisogna usare o no le armi nell’Aikido, ciò non ha importanza. Faccio lavorare con le armi perché questo ci obbliga a essere in uno stato di estrema concentrazione pur mantenendo la distensione.  Le armi mi servono anche per rendere visibili le linee di ki, sia quelle del partner che quelle che partono da me stesso, in maniera più evidente. Per esempio, quando in una dimostrazione appoggio due bokken sul mio centro mostro anche che la forza viene dall’hara e non esclusivamente dalla muscolatura.

demostration_2 bokkenKokyu Ho: respirare

Tradizionalmente da Tsuda sensei la seduta cominciava sempre con la Pratica respiratoria, poi si faceva l’esercizio che si chiama Solfeggio, dopo si lavoravano le tecniche e alla fine c’era sempre Kokyu Ho in suwari waza*. Per Tsuda sensei, Kokyu Ho era l’occasione Kokyu Ho verticaldi fare solo una cosa: respirare. Dava, tra l’altro, la visualizzazione di aprire le braccia come si apre il fiore di loto. Non c’è più tecnica, c’è solo una persona che ci prende, e poi respiriamo attraverso, facciamo circolare il ki, attraverso le nostre braccia, attraverso il partner. Qualunque sia la resistenza del partner, ci apriamo a ciò e realizziamo la fusione di sensibilità. Per me ogni Kokyu Ho è diverso, con ogni persona. Non c’è tecnica particolare, ci sono, invece, delle linee che si propagano a partire dall’hara, c’è come una specie di sole che irradia e si può seguire ogni raggio di sole per trovare questo hara, qualcosa s’incendia e la persona cade a sinistra, a destra e si fa l’immobilizzazione. È per me un istante privilegiato di respirazione profonda. Quando parlo di respirazione profonda, parlo ovviamente di ki, cioè quando si respira profondamente il ki si mette a circolare in modo diverso.

Awase al di là dei tatami: occuparsi del bebé, il vertice delle arti marziali

“Saper trattare bene un bambino piccolo è per me il vertice delle arti marziali”6. Quando Tsuda sensei scrive questa frase mette in relazione l’Aikido e il modo di occuparsi del bebé nel Seitai di Noguchi Haruchika sensei. Diceva anche che occuparsi del bebé è come avere una spada sopra la  testa, appena si fa un errore “sciack”, la spada cade. Se si fa un parallelo con l’Aikido, il bebé è allo stesso tempo molto più esigente del maestro e molto più gentile; nel Seitai, occuparsi del bebé è avere un’attenzione permanente, costante, è abbandonarsi. I più grandi maestri parlano dell’importanza di abbandonarsi, è centrale nelle arti marziali. Awase, questa fusione di cui si parla, è anche accettare di abbandonarsi. Con il bebé tutto è questione di sensazione, si è nella fusione di sensibilità costante, come per esempio quando la mamma sa se il suo bebé piange perché ha bisogno di fare pipì, o ha fame o è stanco. Allo stesso modo, ma inversamente, per il samurai che si trovava di fronte al suo avversario, l’arte consisteva nello scoprire nell’altro il momento in cui la respirazione sarebbe stata irregolare, il momento in cui avrebbe potuto colpire. È fare appello a tutte le nostre capacità. Occuparsi del bebé è scoprire un mondo di sensibilità, per esempio attraverso l’arte di fare il bagno caldo nel Seitai. Sapere come far entrare un bebé nell’acqua, al momento della sua espirazione e farlo uscire dall’acqua all’inspirazione, quando si è capaci di occuparsi di un bebé in questo modo si è anche nel campo delle arti marziali. Toccare un bebé, cambiare un bebé nel ritmo della sua respirazione, farlo addormentare e posarlo addormentato senza svegliarlo… Certo, è molto più appariscente tirar fuori la propria katana e far finta di tagliare una testa! Ma per me, è talmente più difficile e importante mettere a letto un bebé che si è addormentato in braccio, essere capace di ritirare le mani da sotto il bebé senza che si svegli, questo è arte! Con un partner all’Aikido si può “barare”, un spintarella con le spalle, si forza un po’… con il bebé, non si può barare. C’è o non c’è fusione. Ho imparato molto con i miei bebé, penso che ho appreso con loro quanto con Tsuda sensei, anche se in modo diverso.

Musubi e Awase: l’inizio

Si considera generalmente che bisogna iniziare con l’imparare le tecniche e che dopo molti anni di lavoro si possono imparare Awase e Musubi. Nella nostra Scuola la Pratica respiratoria e la fusione di sensibilità sono all’inizio e inseparabili dal resto. Tutta la nostra ricerca si fa attraverso la respirazione, il « ki ». Questa direzione ci permette di approfondire la ricerca nella semplicità, piuttosto che nell’acquisizione e in questo senso ritroviamo la definizione di O Sensei Ueshiba: “Aikido è misogi”.

Articolo di Régis Soavi pubblicato sulla rivista Dragon Magazine, ottobre 2014. Tradotto dal francese.
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*Itsuo Tsuda (1914-1984), La via della spoliazione, p.173-174
*Armonizzarsi (awase), unirsi (musubi).
*Una serie di esercizi individuali che precedono le tecniche a coppie.
*Un mito descritto nel Kojiki.
*Esercizio (ho) che ha per scopo l’approfondimento della respirazione (kokyu) che si pratica in ginocchio (suwari waza).
*Itsuo Tsuda, Di fronte alla scienza, p. 25
*Termine shintoista traducibile come “purificazione del corpo e della mente”.

Incontro con la respirazione

itsuo tsuda respirationNato nel 1914 Itsuo Tsuda avrebbe avuto cent’anni.  Questo personaggio atipico, tenacemente indipendente, si considerava  prima di tutto un filosofo ed è una figura fondamentale dell’Aikido in Francia. È lui che introdusse il Katsugen Undo* in Europa all’inizio degli anni ’70.
Allievo diretto di O’Sensei Morihei Ueshiba per gli ultimi dieci anni della vita di quest’ultimo, Itsuo Tsuda non riteneva importante dell’Aikido né l’aspetto sportivo né quello di arte marziale, ma piuttosto la possibilità di fare attraverso quest’arte una ricerca interiore, personale. Qualificò questa dimensione come «pratica solitaria» e si dedicò a trasmetterla nei suoi libri e nel suo insegnamento.
Iniziando l’Aikido a quarantacinque anni sono le nozioni di ki e di Non Fare che l’attirano principalmente. Questi aspetti sono particolarmente tangibili in una serie di esercizi che precedeva, presso  O’Sensei Ueshiba, la tecnica e per la quale Itsuo Tsuda ha inventato l’espressione «Pratica respiratoria». Lire la suite

Norito, risonanza

Morihei Ueshiba O Senseï recitava durante il itsuo tsuda noritosuo corso il norito, invocazione di origine Shinto. Itsuo Tsuda negli ultimi anni lo recitava quotidianamente e la tradizione è proseguita all’interno della Scuola Itsuo Tsuda.

“Il norito non appartiene al mondo della religione ma certamente al mondo del sacro nel senso Animista. Le vibrazioni e la risonanza portata dalla pronuncia di questo testo ci apportano a ogni seduta una sensazione di calma, di pienezza e a volte qualcosa che va al di là e resta inesprimibile. Il norito è un Misogi.* Per sua essenza, non è mai perfetto, cambia ed evolve. È il riflesso di un momento del nostro essere. »(Régis Soavi)

Questo norito è molto conosciuto in Giappone, si chiama  Misogi no harae. La versione che recitava il Maestro Tsuda è in qualche modo una versione corta.

norito

Itsuo Tsuda ricevette questo norito dalle mani di Nakanishi sensei che incontrò in occasione di un viaggio in Giappone. Lei gli trasmise anche la posizione delle mani che, senza essere rigida, è di una grande precisione. È un nodo di ki; tutte le dita devono toccarsi e anche la posizione dei gomiti ha la sua importanza. Nakanishi sensei fu la maestra di Kotodama di Morihei Ueshiba”
da un colloquio con Régis Soavi

Itsuo Tsuda stesso scriverà: “Ad un dato momento della sua vita, il Maestro Ueshiba si è sentito bloccato nella prosecuzione della via, si è trovato di fronte ad un vicolo cieco. Era molto forte fisicamente, ma sentiva che gli mancava qualcosa. Fu allora che conobbe i Nakanishi. Aveva 56 o 57 anni mentre la signora Nakanishi ne aveva 20 e poco più. (…)”
Itsuo Tsuda, La via degli Dei

Nel suo libro La via degli Dei (ed. originale La voie des Dieux, Le Courrier du Livre – 1982), Itsuo Tsuda tenta di chiarire alcuni soggetti di diffecile accesso come lo Shinto e il Kotodama. Noi ne pubblichiamo qualche estratto per accompagnare l’ascolto della recitazione del Norito da parte di Itsuo Tsuda.

Guillemet« E’ veramente difficile definire quello che viene chiamato « shintoismo », letteralmente, la  Via degli Dei. La denominazione è stata inventata per la necessità di paragonarla con le altre forme di « credenza » che sono state introdotte in Giappone nel corso dei secoli.(…) »

« Se devo dire in poche parole che cosa sia lo shintô , citerò un proverbio francese del XV secolo: «Acqua che scorre non porta con sé alcuna immondizia». Ciò che è importante, non è il dogma, ma la sensazione immediata di serenità. E’ possibile mantenere costantemente una sensazione di serenità, in qualsiasi circostanza? Se ci riuscite, non ho nulla da aggiungere. Sono piuttosto dell’avviso che la maggior parte delle volte, proviamo una serenità  precaria in certe particolari condizioni. Ci sforziamo di conservare questa serenità irrigidendoci. Significa salvare le apparenze.  È  essere ciechi non ammettere che abbiamo debolezze e difetti. Questo proverbio è oggi quasi sconosciuto. .(…) »

Kotodama (vibrazioni)

« Tutto l’Universo è concepito come pieno di sensazioni vibratorie. Queste vibrazioni esistono prima di essere percettibili.  Così, il Maestro Ueshiba parlava spesso, per esempio, del kotodama  della vocale «u», vibrazione che nasce dal ventre. Spiegava le funzioni di tutto il vocalismo che erano, in fondo, molto semplici, ma mi era difficile capirle perché si trattava di cose che non rientravano nelle mie abitudini.(…) »

« Secondo la signora Nakanishi, la particolarità del budô, delle arti marziali, risiede nell’attitudine a rispondere alle risonanze. E’ in questo che le arti marziali si incontrano col kototama . E’ anche in questo che differiscono dagli sport. In effetti, le arti marziali sono nate in tempi in cui si era esposti continuamente alla fatalità, senza preavviso. Non si trattava di esibire una tecnica fisica, davanti a degli spettatori in ammirazione, come al circo. Bisognava sentire l’avvicinarsi di un pericolo prima che i dati percettivi lo confermassero. Il momento della conferma è già troppo tardi perché determina non dei punteggi, ma la vita o la morte.(…) »

« L’aikido  concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per lasciare il posto all’aikidô  atletico, sport di combattimento, più conforme alle esigenze dei civilizzati.
«Il vero budô  deve essere come una specie di mai » ha detto la signora Nakanishi. «Sono gli altri che vi girano intorno, ma il vero maestro non si muove».
Nello shintô , non c’è opposizione tra Dio e uomo come nel cristianesimo. Si tratta di ritrovare Dio in voi stessi. Questo viene chiamato chinkon kishin , placare l’anima e fare ritorno a Dio. Di fatto, non si può né calmare né agitare l’anima. Si purifica il ki  che si attacca alla nostra persona per mantenerci in vita, ma che allo stesso tempo ci espone a costanti agitazioni. (…)
« Ha detto anche: «Di miracoli non abbiamo bisogno. La cosa più difficile è essere naturali, essere normali». Il mare calmo riflette la luna nella sua forma rotonda. Il mare agitato non dà che riflessi frammentati.(…) »

« L’insegnamento della signora Nakanishi mi ha svelato una nuova dimensione dell’universo. L’universo dello shintô  non corrisponde in niente alla concezione geocentrica pre Copernicana né alla concezione eliocentrica, consolidata da Newton. L’universo di cui lei parla non è situato da nessuna parte. Si crea dal Vuoto originale, nel momento e nel luogo in cui vi è necessità, e scompare appena il caso è chiuso.
A partire dal Vuoto, si crea il Niente ed il Niente crea l’Esistenza. E L’Esistenza culmina nel Niente che ritorna al Vuoto. Non c’è quindi una creazione all’inizio del mondo, una volta per tutte. Ogni istante può essere il momento della creazione. Chiunque ci provi può creare l’Universo là dove si trova.
Non dobbiamo dunque discutere con un Gagarin per negare o affermare l’esistenza di Dio nello spazio. Lo shintô  è troppo fluido per irrigidirsi nella sclerosi.

Ogni giorno è il primo giorno della creazione. Ogni giorno è forse l’ultimo giorno del ritorno al Vuoto.(…) » Itsuo Tsuda La Via degli Dei

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Ecoutez les livres de Itsuo Tsuda #1

livres d'Itsuo TsudaLe comédien, écrivain,  Yan Allegret lit ici des extraits  des livres d‘Itsuo Tsuda, captés en direct le samedi 8 février 2014,  dans un salon de thé-librairie de Blois, le Liberthé.

Partie #1 : Aïkido

« Lorsque vous êtes saisi par derrière à bras le corps par une personne plus forte que vous qui vous empêche de vous asseoir…
que faire ?
Le projeter pour se dégager ?
Devenir un enfant. Je vois un coquillage merveilleux sur la plage et je me baisse
pour le prendre. J’oublie celui qui continue à me serrer par derrière. Il y a l’écoulement du ki qui part de moi vers le coquillage alors qu’avant le ki était figé à la pensée de celui qui me serre avec tant de force. Il devient alors léger et chute par dessus mes épaules » Itsuo Tsuda

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#1 La respiration, philosophie vivante

respiration philosophie vivanteSix Interviews de Itsuo Tsuda « La respiration philosophie vivante » par André Libioulle diffusées sur France Culture dans les années 1980.

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A la recherche du moment juste

L’écrivain et metteur en scène Yan Allegret s’intéresse depuis vingt ans à l’Aïkido et à la culture japonaise traditionnelle. Il a pratiqué dans différents clubs et dojos en France et au Japon, en s’intéressant à la notion de dojo : ce qui fait qu’un espace devient, à un moment «le lieu où l’on pratique la voie». Après sept années, il découvre un endroit particulier, niché au cœur du vingtième arrondissement parisien. À la découverte d’un dojo traditionnel à Paris : le dojo Tenshin de l’Ecole Itsuo Tsuda.

Cela se passe aux alentours de 6 heures du matin. Des gens sortent de chez eux et se dirigent vers un lieu. À pied. En voiture. En métro. Dehors, les rues de Paris sont encore ensommeillées, quasi-désertes. L’aube est proche. La séance d’Aïkido commence à 6H45. Le rythme de la ville est encore celui de la nuit. Ceux qui sont dehors n’ont pas revêtu les armures nécessaires à la journée de travail qui s’annonce. Quelque chose demeure en suspens. Avec la naissance du jour, on a l’impression de marcher dans un interstice.

C’est dans cet interstice qu’on trouve le dojo Tenshin de l’école Itsuo Tsuda. Dans ce lieu dédié à l’Aïkido et au Katsugen Undo, les séances sont quotidiennes. Tous les matins, la séance a lieu, quels que soient le temps, les week-end ou vacances, à l’exception du premier janvier, jour de la cérémonie de purification du dojo. L’aube influence la pratique. Cette porosité a été de tous temps prise en compte dans la tradition japonaise. Il suffit de relire le «Fushi Kaden» de Zeami*, créateur du théâtre Nô, pour comprendre à quel point les arts traditionnels ont été à l’affût du «moment juste» (prenant en compte l’heure, le temps, la température, la qualité du silence, etc.) pour parfaire leur art. En marchant vers le dojo à 6H30, on s’en rend compte. Pratiquer le matin crée un relief. L’esprit n’est pas encore assailli par les préoccupations de la vie sociale, familiale. Le mental n’a pas encore pris les commandes. On arrive comme une feuille blanche au 120 rue des Grands Champs.

L’association Tenshin existe depuis 1985 et s’est implantée ici depuis 1992. Elle fut fondée par un groupe de personnes désireuses de suivre l’enseignement d’Itsuo Tsuda, transmis par Régis Soavi. Itsuo Tsuda fut élève de Morihei Ueshiba et de Haruchika Noguchi (fondateurs de l’Aïkido et du Kastugen Undo). Le sensei actuel, Régis Soavi, fut quant à lui l’élève direct de Maître Tsuda. Le dojo n’est affilié à aucune fédération. Il suit son chemin associatif, indépendant et autonome, avec continuité et patience.

Lorsqu’on passe le pas de la porte, on sent qu’on entre «quelque part». Une forme de densité et de simplicité mêlées se dégage de l’endroit. En japonais, on dirait que le «ki » du lieu est palpable. L’espace est silencieux. Les gens sont réunis autour d’un café, dans une pièce vaste aux grandes fenêtres. À côté, l’espace des tatamis sommeille encore. Les gens arrivent, entre 6H20 et 6H45 : des hommes et des femmes de tous âges, de tous horizons et de tous niveaux. Le sensei, Régis Soavi, est là aussi, à prendre le café avec les autres. Lorsqu’il s’absente pour aller donner des stages dans les autres dojos de l’école, les séances sont assurées par d’autres. La constance de la pratique est protégée.

Tenshin Paris

Le dojo est vaste. L’espace des tatamis est recouvert d’une grande bâche beige. Tous les murs sont blancs. Le tokonoma central comporte une calligraphie de Maître Tsuda. Les portraits des fondateurs (Ueshiba pour l’Aïkido, Noguchi pour le Katsugen Undo et Tsuda pour le dojo) sont situés sur le mur opposé. Il est 6H45 environ. Les pratiquants se dirigent vers les vestiaires. La séance va commencer. Les tatamis ont été laissés au repos depuis la veille. En dehors des séances, l’endroit n’est pas loué, rentabilisé, utilisé pour d’autres cours. On commence alors à comprendre d’où vient ce «quelque chose» qu’on a senti en entrant. Un vide est au travail. Autre élément capital dans la tradition japonaise : l’importance d’un vide qui relie.

Entre les séances, on laisse l’espace se recharger, se reposer, à l’instar d’un corps humain. Il faut avoir vu l’endroit nu et silencieux, comme une bête au repos, pour comprendre la réalité de ce fait. Les pratiquants s’assoient en seiza, le silence se fait et la séance commence. Celui qui conduit fait face à la calligraphie, un bokken à la main, puis s’assoit. On salue une première fois. Ensuite vient la récitation du norito, une invocation shintoïste, par celui qui conduit. Maître Ueshiba commençait chaque séance ainsi. Maître Tsuda, coutumier de la mentalité occidentale, n’avait pas jugé nécessaire de traduire cette invocation. Il avait insisté seulement sur la vibration qui s’en dégage, le travail de la respiration. Bien sûr, la dimension sacrée est présente. Mais pour autant, pas de religiosité, pas de mystique «japonisante» dont les Occidentaux sont parfois friands. Non. Ici, c’est beaucoup plus simple. En entendant le norito, on sent résonner quelque chose dans l’espace qui favorise la concentration, le retour en soi. Comme on peut être touché par un chant sans avoir besoin d’en comprendre les paroles.

S’ensuit la «pratique respiratoire», une série de mouvements que l’on fait seul. Maître Tsuda a gardé cette partie du travail que faisait Maître Ueshiba et qui a pu être abusivement considérée comme un échauffement. Le terme d’échauffement est restrictif. Il n’engage que le corps et suppose que la pratique, la vraie, commencera après. Dans les deux cas, c’est faux. Un seul mouvement peut être approfondi à l’infini et implique, si on travaille dans ce sens, la totalité de notre être.

Vient ensuite le travail à deux. On choisit un partenaire. Aucune forme de hiérarchie ne prédomine. On pourra un jour pratiquer avec un débutant, le lendemain avec une ceinture noire. On travaille quatre à cinq techniques d’Aïkido par séance. Le Sensei fait la démonstration d’une technique, puis chacun s’y essaye à tour de rôle avec son partenaire. Ce qui se dégage de la pratique, c’est l’importance de la respiration et l’attention à ce qui circule entre le partenaire et soi. Une circulation qui, en prenant le postulat du combat comme point de départ, aboutit au-delà. Un au-delà du combat.

Ce n’est sans doute pas par hasard que Régis Soavi utilise le terme de «fusion de sensibilité» pour parler de l’Aïkido. «La voie de fusion de ki». Sur les tatamis, pas de confrontation brutale. Mais pas de condescendance molle non plus. L’Aïkido pratiqué ici est souple, clair, fluide. On voit les hakamas décrire des arabesques dans l’air, on entend des rires, des bruits de chutes, on voit des mouvements très lents puis, soudain, sans un mot, les partenaires accélèrent et paraissent entrainés dans une danse, jusqu’à ce que la chute les libère.

On repense à la phrase de Morihei Ueshiba : «L’Aïkido est l’art de s’unir et de se séparer».

Il n’y a pas de passage de grade. Pas d’examen. Pas de dan ni de kyu. À la place, le port du hakama et la ceinture noire. Les débutants quant à eux sont en kimonos blancs et ceinture blanche. Le moment juste pour porter le hakama est décidé par le pratiquant lui-même, après en avoir parlé avec des anciens ou le sensei. Choisir de porter le hakama implique d’assumer une liberté, mais aussi une responsabilité. Car l’on sait que les débutants prendront plus facilement pour modèles ceux qui portent la jupe noire traditionnelle. La question du grade est retournée comme un gant. La clé n’est pas à l’extérieur. C’est sa propre sensation que l’on doit affûter, pour reconnaître le moment juste. Bien sûr, on peut se tromper, on met le hakama trop tôt, ou trop tard. Mais le travail est enclenché. C’est en soi que l’on doit chercher. Quant à la ceinture noire, le sensei un jour la remet au pratiquant qu’il estime apte à la porter, ce dernier n’étant d’ailleurs jamais au courant de cette décision. Et c’est tout. La personne portera la ceinture noire. Pas de blabla. Le symbole est pris pour ce qu’il est: un symbole et rien de plus. Le chemin n’a pas de fin.

En voyant le sensei faire la démonstration du mouvement libre, dans lequel les techniques s’enchaînent spontanément, on repense au terme qui revient souvent dans les ouvrages et l’enseignement d’Itsuo Tsuda : « Le non-faire ». Et c’est probablement cela qui donne cette atmosphère si particulière au dojo, avec l’aube, l’odeur des fleurs devant le tokonoma et le vide. Une voie du non-faire. La séance s’achève. Le silence revient. On salue la calligraphie, le sensei. Ce dernier sort. Ensuite, les pratiquants quittent l’espace ou plient leur hakamas sur les tatamis.

Plus tard, après s’être changé, on se retrouve autour d’un petit déjeuner, vers 8H30, dans la salle qui jouxte les tatamis. On cherche à en savoir plus sur le fonctionnement du dojo. Pour que cet endroit vive, qu’il soit à la fois vivant et autonome financièrement, une énergie considérable est investie par les pratiquants. Certains ont fait le choix d’y consacrer une grande partie de leur vie. Ils sont un peu comme des uchi deshi japonais, des élèves internes. En plus de la pratique, ils gèrent la colonne vertébrale du dojo, relayés ensuite par les autres pratiquants qu’on pourrait associer à des élèves externes. Tout le monde participe, est encouragé à prendre des initiatives et à se responsabiliser. Un ancien résume l’enseignement reçu : « L’Aïkido. Le Katsugen Undo. Et le dojo. » La vie d’un dojo est ici un travail à part entière, une occasion unique de mettre en pratique en dehors des tatamis ce que l’on apprend sur les tatamis. Plutôt qu’un refuge, une serre, l’image serait plutôt celle d’un terrain à ciel ouvert au milieu de la ville, dans lequel on se met en jachère à l’aube, où l’on défriche ses mauvaises herbes pour laisser place, peu à peu, à d’autres floraisons. On regarde l’espace vide des tatamis une dernière fois avant de partir. Il paraît respirer. Le jour s’est levé et la ville à présent est dans un rythme rapide et bruyant. Elle nous attend. On quitte le dojo et l’on marche au dehors, avec un très léger sourire.

Dans un monde d’accumulation et de remplissage effrénés, il existe des endroits où l’on peut travailler par le moins. Celui-là en fait partie.»

Article de Yan Allegret paru dans Karaté Bushido de février 2014.

* Zeami. La tradition secrète du Nô. Traduction René Sieffert. Gallimard/Unesco.

Alla scoperta dell’Aïkido e del Katsugen Undo, l’Arte del Non-Fare

Cosa sono l’Aikido e il Movimento Rigeneratore? Come fare di essi mezzi per vivere la quotidianità? Ce ne parla Régis Soavi, discepolo diretto di Itsuo Tsuda, a sua volta allievo del Maestro Ueshiba e del Maestro Noguchi. Articolo di Francesca Giomo

Dell’Aikido conoscevo solo il nome, prima di essere invitata a partecipare a quattro lezioni per praticare questa “non arte marziale” presso la Scuola della Respirazione di via Fioravanti a Milano.
Le lezioni per gli “assaggiatori” si tenevano il lunedì sera alle sette, nessuna parte teorica, ma solo pratica. Prima si osservava la dimostrazione della tecnica da parte degli allievi più anziani, quindi, si “eseguiva” direttamente.

L’Aikido di cui parleremo e che ho cominciato a conoscere è quello del Maestro Itsuo Tsuda, allievo del fondatore della pratica Morihei Ueshiba. Ora è Régis Soavi a portare avanti la ricerca iniziata da Tsuda attraverso la pratica del suo insegnamento presso differenti dojo in Europa, tra cui anche la Scuola della Respirazione di Milano. Tsudo in vita si era occupato anche del Katsugen Undo, il Movimento Rigeneratore, appreso da Haruchika Noguchi, che viene praticato, oltre all’Aikido, anche presso il dojo di Milano. Di entrambi ce ne parla direttamente Régis Soavi nell’intervista che segue.

D – Che cosa è l’Aikido? Può essere definito un’arte marziale?
RS – L’Aikido è una non-arte marziale. Infatti l’origine dell’Aikido è un’arte marziale che si chiama Ju Jitsu. La visione del Maestro Ueshiba ha trasformato questa arte marziale in un insieme di armonia e fusione tra le persone. Per questo non si tratta più di un’arte marziale come alle origini, ma di una non-arte marziale.

D – Fu, allora, il Maestro Ueshiba ad inventare l’Aikido?
RS – Si, fu Ueshiba, morto nel 1969. Ma il fatto che alla base dell’Aikido vi sia il Ju Jitsu è importante, in quanto da qui si capisce come Ueshiba con l’Aikido ne cambiò lo spirito. Ai-Ki-Do significa via (do) dell’armonia (ai) del ki, vi di fusione del ki. La sua linea di orientamento ha di fatto trasformato un’arte marziale in qualcosa d’altro. Nell’Aikido non si può, ad esempio, parlare di difendersi, bensì di fondersi.

D – Se Ueshiba fu il fondatore dell’Aikido, l’insegnamento della Scuola della Respirazione si rifà, però, al Maestro Itsuo Tsuda
RS – Sì, Tsuda è morto nel 1984. Attraverso i suoi libri ha fatto passare il messaggio di Ueshiba, di cui fu allievo per dieci anni, come me di Tsuda. Dopo la morte di Ueshiba si formarono diverse scuole di Aikido. Qualcuna tra queste ha preferito tornare a un’arte marziale tipo Ju Jitsu, altre hanno fatto dell’Aikido uno sport. Noi cerchiamo di capire cosa in realtà il Maestro Ueshiba ha detto.

D – Il M. Tsuda ha conosciuto tardi il Maestro Ueshiba? Prima praticava arti marziali?
RS – No, Tsuda era un intellettuale. Non aveva mai praticato arti marziali. Studiò in Francia con Marcel Granet e Marcel Mauss, lui fu interessato dal Ki. Ha cominciato le sue ricerche verso questa direzione e prima ha scoperto il Katsugen Undo, poi l’Aikido. Tsuda, grazie a Ueshiba, ha visto come si poteva usare il Ki nell’arte marziale. Aveva 45 anni quando ha cominciato, senza mai praticare prima né karatè, né judo, né altro.

D – Non è facile per un occidentale comprendere cosa sia il Ki
RS – Tutti ne parlano ormai. Basta pensare al Tai Chi Chuan, al Qi Qong…Tutti lo conoscono dal punto di vista mentale, ma è dal punto di vista del fisico che pochi lo sperimentano. Ma questo non si può spiegare. Ognuno deve sentirlo, non esiste spiegazione. A noi non interessa la spiegazione di cosa sia il ki a noi interessa solo come possiamo utilizzarlo. E’ un po’ come spiegare cosa sia l’amore. Oggi si possono fare analisi sull’odore delle donne, su quello degli uomini ecc…ma non basta, se no siamo solo animali…Non si spiega l’amore, l’amore è un incontro tra due essere e non avviene perché quello ha la barba ecc ecc… Così avviene anche per il Ki.

D – Parlando della pratica dell’Aikido, come si articola una seduta?
RS – Una seduta di Aikido è un momento speciale della giornata. Io pratico ogni giorno, vi si può ritrovare un certo aspetto sacro. All’inizio della pratica vi sono dei gesti rituali, di cui non è importante conoscere il senso, ma fondamentale è che quando li fai, questo procura qualcosa. C’è anche la recitazione del norito (un testo di origini shintoiste recitato in giapponese), che è una recitazione di purificazione Nessuno sa cosa vogliono dire le parole intonate, ma quando la loro recitazione è buona c’è una vibrazione interna, che agisce. A noi può sembrare molto mistico, ma se uno ascolta dei lieder di Schubert, ad esempio, eseguiti da un buon cantante, se non sa il tedesco non capisce nulla, ma quando ascolta il canto accade qualcosa o di triste o di gioioso, viene generato un effetto. Come quando si guarda la rappresentazione del teatro Noh, non si capisce niente, è in giapponese, ma i gesti e i movimenti creano effetti. E questo non è mistico, bensì reale.

D – Quando abbiamo assistito a una delle ultime parti della seduta, la parte del movimento libero, grazie al susseguirsi di attacchi e “fusioni”, sembrava di assistere a un’improvvisazione…
RS – Sì, infatti, si tratta di un’improvvisazione

D – Ci vuole una tecnica speciale per fare il movimento libero?
RS – Anche se si tratta di un’improvvisazione, ci sono dei gesti che sono un pò ritualizzati. Uno non può attaccare a caso,ma in un certo modo dipende dalla postura di chi è attaccato, diciamo così. Il gesto dell’”attaccante” corrisponde alla postura di colui che viene “attaccato”. Ma nel caso di un’improvvisazione, come quando dei musicisti improvvisano insieme, c’è sempre armonia altrimenti si crea il caos. Dunque si sorpassa la tecnica e si crea armonia.
Tutti possono farlo. Ognuno lo fa al suo livello. All’inizio lo si fa più lentamente, con la tecnica che si conosce. Non si inventa qualcosa di veramente nuovo.

D – Che importanza ha il respiro nella nell’Aikido?
RS – Quando si parla di respiro in tale contesto, si parla della condizione del Ki. Uno non deve pensare a respirazione a livello dei polmoni. E’ un respiro del corpo che permette di essere più in armonia. Quando uno agisce è espirazione, quando uno riceve è inspirazione.
La respirazione polmonare, quando si inizia a praticare, diventa più ampia. Tutto il corpo respira e questo diviene più sciolto e morbido, il ki scorre meglio. In tal senso la respirazione serve ad ammorbidire le persone, a trovare un ritmo nella pratica, perché se uno non respira correttamente dopo cinque minuti non ha più forze. Per questo motivo, all’inizio delle sedute si pratica lentamente, perché armonizziamo attraverso il respiro i gesti. I gesti, quindi, vengono armonizzati dal respiro.

D – All’inizio della pratica c’è il maestro che fa un respiro molto particolare, molto forte, ma in funzione di cosa esattamente?
RS – Questo respiro serve per espirare a fondo, per vuotare. C’è un’abitudine deformante comune a molte persone riguardo alla respirazione. Oggi, infatti, le persone tendono a trattenere sempre un po’d’aria, non respirano a fondo. Trattengono il respiro perché sono sempre pronti a difendersi, a dare riposte. Alla fine il respiro, non essendo mai realmente vuoti, non può essere profondo e manca il fiato. Quindi, la seduta si inizia facendo uscire tutta l’aria, così, insieme a lei escono anche i pensieri. E diventiamo vuoti, nuovi.

D – Dove agisce a livello fisico l’Aikido?Che tipo di riposte muscolari esige dal fisico?
RS – E’ come nella vita quotidiana, normalmente si usano tutti i muscoli, così nell’Aikido. E’ vero, però, che alcune scuole di Aikido hanno cercato di fare diventare il corpo più forte. La nostra scuola non vuole questo. Non vogliamo essere più forti, solo meno deboli. I muscoli non devono essere più forti per fare qualcosa di speciale. Con l’Aikido uno si muove normalmente e fa dei gesti quotidiani…come correre, girare, gesti normali, che però facciamo con un’attenzione speciale.

D – E’ possibile riportare questa “attenzione speciale” nella propria vita quotidiana?
RS – Certo, altrimenti non serve a niente l’Aikido. Alcuni vengono qui per poter diventare più forti, per difendersi, invece no. L’Aikido serve a sensibilizzare, a diventare più sensibile e dunque serve nella vita quotidiana. Si ritrova una certa morbidezza. Se prima il respiro era troppo corto e alto, a poco a poco, diventa più calmo. Questo serve per interagire con i bambini, nelle relazioni di lavoro…questa è la vera utilità dell’Aikido, servire nella vita quotidiana.

D – Voi praticate sempre la mattina molto presto?Perché?
RS – Io sì, nella scuola Itsuo Tsuda pratico così, ma non tutti quelli che fanno Aikido praticano la mattina presto. Io preferisco la mattina perché siamo più nella dimensione dell’involontario, è una condizione che permette al corpo di svegliarsi e prepararsi alla giornata.

D – Presso la “Scuola della Respirazione” si pratica anche il Katsugen Undo, ovvero il Movimento Rigeneratore. Quali le sue origini?
RS – E’ una scoperta del Maestro Noguchi. All’inizio Noguchi era un guaritore. Faceva passare ki alle persone per farle stare meglio. Ma a un certo punto, ha scoperto che la capacità umana di guarirsi da solo era innata, ma non funzionava più o funzionava di meno. E’ lui che ha scoperto che facendo yuki, ovvero fare passare il i con le mani, i corpi si muovono da soli e che questo comporta un riequilibrio del corpo. Sempre Noguchi, quindi, ha trovato alcuni movimenti che permettono al corpo di risvegliare la sua capacità di autoguarirsi. Per questo è nato il Movimento Rigeneratore o Katsugen Undo, esercizi che permettono al corpo di risvegliare capacità che non sa di avere.
Tsuda ha portato il movimento rigeneratore in Francia e ione sono stato interessato perché ho trovato il legame che c’era tra l’Aikido e il Movimento Rigeneratore. Ho realizzato la presenza di tale legame per il fatto che quando un corpo è sano e ritrova le sue capacità, l’Aikido non può più andare verso il senso della lotta contro gli altri, bensì sparisce la volontà di farlo. Dunque il Movimento Rigeneratore è molto importante, a mio avviso è difficile praticare l’aikido nella nosra scuola senza conoscerlo.

D – Il Katsugen Undo si può apprendere solo frequentando gli stages che Lei tiene ogni due mesi?
RS – Durante lo stage faccio delle conferenze, spiego e mostro le “tecniche” che permettono di entrare nello stato che genera il movimento. Io torno ogni due mesi per permettere alle persone che praticano quotidianamente di continuare nel “buon cammino”. Molti possono sviare, forse proprio perché nel Movimento Rigeneratore non c’è niente da fare, in realtà, solo essere presenti, chiudere gli occhi, svuotare la testa. Alcuni però pensano che sia meglio fare delle sedute accompagnate da musica ecc ecc…Ma il cammino è quello più semplice.

D – Il Movimento Rigeneratore è una cosa che noi abbiamo già, ma abbiamo dimenticato?
RS – Non Proprio. Il Movimento Rigeneratore è un’attività umana normale, quello che abbiamo dimenticato è di lasciare il nostro corpo vivere da solo. Abbiamo dimenticato la fede nel nostro corpo, nelle nostre capacità, è come se fossimo traumatizzati. Il Movimento Rigeneratore permette di ritrovare questo, se prima non potevo fare qualcosa, dopo posso farlo. Ho solo allenato la mia capacità di fare, non ho fatto niente altro. Questa capacità si trova nel sistema motorio exrapiramidale, il sistema involontario. Quando questo viene allenato, si ritrova la capacità di riequilibrarsi da soli. E’ questa la capacità che abbiamo già. Anche le persone che non fanno Movimento Rigeneratore sanno riequilibrarsi da sole: quando uno è stanco va a letto, dorme e durante il sonno il corpo si muove, questa è la capacità del corpo di riequilibrarsi. Il Movimento Rigeneratore è una cosa che tutti hanno ancora un po’, ma la capacità di fare scattare il movimento diventa minore, attraverso l’allenamento dell’extrapiramidale la si ritrova.

D – Cosa è il sistema motorio extrapiramidale?
RS – E’ il sistema involontario, che permette che il corpo si riequilibri. Ma non è l’unico, infatti, il Movimento Rigeneratore agisce anche sul sistema immunitario, che non dipende dal sistema extrapiramidale, ma è una capacità involontaria.
Il movimento del nostro copro non è qualcosa che possiamo imparare, ma solo scoprire ed accettare. Il Movimento Rigeneratore agisce su tante cose, ad esempio sulla capacità di riscaldarsi, ma per ogni persona è diverso, non c’è né movimento uguale né reazione uguale perché ogni persona è diversa.

D – Il maestro davanti a persone che non conosce deve avere una sensibilità particolare per capire di che movimento ognuno dei partecipanti ha bisogno?
RS – No perché il maestro non può fare il movimento per l’”allievo”, in quanto il movimento è spontaneo involontario, per cui ogni persona deve trovare il suo. Un allenamento del sistema involontario deve iniziare dal fatto di “lasciarlo involontario”. Dunque durante gli stages io spiego, faccio fare esercizi e dopo faccio solo “yuki”. Qualche volta posso aiutare la persona a svuotarsi la testa, con qualche tecnica, ma dopo il movimento scatta da solo. E’ come quando una persona si gratta sa dove e come farlo, senza che nessuno gli dica nulla.

D – Cosa significa Yuki e fare Yuki?
RS – Yuki significa ki gioioso e fare Yuki « fare passare il ki gioioso », ma è un’interpretazione…Si fa appoggiando le mani sul corpo dell’altro.

D – Si parla di riequilibrio del corpo, ma il Movimento Rigeneratore non è una terapia, bensì esercizi che permettono il risveglio di qualcosa…
RS – Sì perché la terapia vuol dire che tu ti occupi del sintomo della malattia, ti prendi una responsabilità. Qui no. Qui lasciamo solo che il corpo faccia il suo lavoro. Se le persone hanno dei problemi e bisogno di qualcosa, si può fare il Ki e così si attiva la capacità del resto del corpo. Per cui non è terapia. Ci sono delle conseguenze terapeutiche, questo si può dire.

D – Tutti possono praticare il Movimento Rigeneratore?
RS – No. Alle persone che hanno subito dei trapianti è sconsigliato, perché se una persona ha subito un trapianto possiede una parte di un’altra persona. Il suo corpo con il Movimento Rigeneratore tende a espellere la parte estranea al suo corpo. Infatti, colui che subisce un trapianto deve prendere medicine che gli permettano di fare accettare al suo corpo l’elemento estraneo. Il Movimento Rigeneratore attiva le capacità del corpo di riequilibrarsi, dunque agisce nell’espulsione di quel qualcosa di estraneo a sé. Può andare bene,invece, se il trapianto è con materiale del suo corpo, parti di pelle che prese da un punto vengono messe in un altro. Non accettiamo nemmeno persone che prendono medicine forti, come il cortisone ecc… in quanto queste medicine vanno nel senso della “desensibilizzazione” delle persone, mentre il Movimento Rigeneratore ne rende più acuta la sensibilità.

D – Quanti anni bisogna praticare per potere condurre una seduta di Movimento Rigeneratore?
RS – Non ha senso parlare di anni. Sono i praticanti stessi che tengono le sedute. Basta anche solo un anno di pratica. Certo per condurre una seduta la persona deve avere un respiro abbastanza calmo e un ‘attitudine giusta, cordiale, semplice, non disturbare gli altri. Infatti, agisce solo l’involontario dell’altra persona.

D – Non può succedere qualcosa durante la seduta dal punto di vista emotivo da parte di persone più fragili?
RS – Non accade nulla di questo, perché si scopre che il Movimento Rigeneratore è veramente naturale. E’ come se dicessi che grattandosi uno si fa uscire sangue. Le persone hanno delle tensioni al loro interno ma il Movimento Rigeneratore non le fa uscire, le scioglie. Se c’è qualcosa che non ha più ragione di essere, si scioglie.

D – Per permettere al Movimento Rigeneratore di generarsi bisogna prima liberare la mente dai pensieri, fare “vuoto mentale”, ma come avviene questo?
RS – Per fare vuoto mentale, bisogna cominciare a lasciare cadere i pensieri che arrivano. Il vuoto significa che se ci sono pensieri passano. La mente ha comunque bisogno di agire, ma i pensieri non hanno importanza. All’inizio è un po’ difficile, ma poi non ci si preoccupa più e poco a poco tutto viene da sé…

Articolo di Francesca Giomo pubblicato sulla rivista on-line « Terranauta », 04/01/2006.

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Semplice come respirare

itsuo tsuda aikidoIncontro con l’Aikido di Régis Soavi.

L’appuntamento è alle sette meno un quarto di mattina.  La zona è quella della Chinatown milanese.  Il luogo è un ex garage trasformato in un dojo tradizionale e spartano in cui, appena entrati, gentilmente ma con fermezza, ti indicano di toglierti le scarpe. I praticanti arrivano alla spicciolata, le facce assonnate, si danno il buongiorno sussurrando, quasi a non voler spezzare l’atmosfera livida di una Milano che sta per scuotersi di dosso il torpore dell’alba.

Ero stata invitata a una sessione di Aikido da Régis Soavi, francese, a Milano per uno degli stages che periodicamente conduce in Italia. Soavi porta avanti la scuola e il messaggio di Itsuo Tsuda (1914 – 1984), che fu allievo diretto di Morihei Ueshiba.
Avevo letto un paio di libri di Tsuda, giapponese trapiantato in Francia.  Strani libri i suoi, che non appartengono né al genere « arti marziali », né al genere « saggi » o « narrativa ». Nella scuola di Tsuda convergono due esperienze fondamentali, l’Aikido e il « movimento rigeneratore ». Ho cercato di approfondire l’argomento insieme a Régis Soavi.

Chi era Itsuo Tsuda.
Lei è stato allievo diretto del Maestro Tsuda.
Mi parli un pò di lui.

– Era un uomo semplice. Noi lo chiamavamo semplicemente signor Tsuda. Io stesso ho cominciato a chiamarlo maestro solo negli ultimi anni. Teneva molto a essere considerato soprattutto un filosofo e uno scrittore. La sua era una ricerca personale. Quando lo si incontrava, ci si rendeva conto immediatamente della sua forte personalità, ma allo stesso tempo era un asiatico comune. Incrociandolo per strada, non ci si rendeva conto che fosse un esperto di arti marziali, sembrava un giapponese come tanti altri. Comunque, sui tatami era una scoperta. Tsuda si rivolgeva a ogni persona direttamente, non parlava mai in generale. Al mattino dopo l’Aikido prendevamo il caffè insieme e lì raccontava delle storie rivolgendosi a tutti, ma ogni volta capivamo che c’erano delle persone in particolare che voleva raggiungere. Ciò che lo caratterizzava era soprattutto la semplicità.

Leggo dalla biografia di Tsuda: « a sedici anni si rivoltò contro la volontà del padre che lo destinava a diventare erede dei suoi beni; lasciò quindi la sua famiglia e si mise a vagare alla ricerca della libertà di pensiero. Dopo essersi riconcigliato con il padre, si recò in Francia nel 1934, dove studiò sotto la guida di Marcel Granet e Marcel Mauss fino al 1940, anno del suo ritorno in Giappone. Dopo il 1950 si interessò agli aspetti culturali del Giappone: studiò la recitazione No con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Haruchika Noguchi e l’Aikido con il Maestro Ueshiba. Tsuda tornò in Europa nel 1970 per diffondere il movimento rigeneratore e le proprie idee sul ki ».
Cosa ha fatto Tsuda durante la seconda guerra mondiale?

– Nel 1940 venne mobilitato e dovette rientrare in Giappone, con l’ultimo battello che attraversava il canale di Suez. Poi il canale fu chiuso. Fu arruolato e ricoprì una funzione amministrativa nell’esercito. Non ha mai combattuto.
In seguito, subito dopo la guerra, ha lavorato per la compagnia Air France come interpredte. Ed è stato così che ha incontrato il Maestro Ueshiba. André Nocquet, un praticante di Judo francese, era venuto in Giappone per imparare l’Aikido e poiché non parlava giapponese, ha cercato un interprete; quell’interprede era Tsuda, che dell’Aikido fino a quel momento non sapeva niente; ma vi si appassionò subito.

– Tsuda ha conosciuto prima Ueshiba o Noguchi?

– Noguchi. Aveva circa 30 anni quando lo ha conosciuto, mentre ne aveva 45 quando ha incontrato Ueshiba.

– Cosa significa che non voleva accettare l’eredità della famiglia?

– Suo padre faceva parte di una famiglia di samurai, che con la modernizzazione Meiji si erano trasformati in industriali e capi d’impresa. E Tsuda non voleva lavorare nell’azienda di famiglia. Voleva portare avanti la propria vita; all’inizio con difficoltà: ha lavorato anche in una fabbrica chimica. Poi si è riconciliato con il padre ed è stato lì che ha deciso di proseguire gli studi in Francia. Tsuda amava molto la Francia.

L’Aikido

Nella Pratica Respiratoria il battito delle mani (1)  precede e segue la recitazione del norito.(2)  Il norito è un testo di origini shintoiste recitato in giapponese. Il senso di questa recitazione è di creare una risonanza nei praticanti.- Un altro momento della Pratica Respiratoria: Régis Soavi durante l’espirazione (3 -4)  e il saluto alla calligrafia.(5)

-Secondo lei l’Aikido è un’arte marziale?

– No, conosce già la risposta. L’Aikido è una non-arte marziale: la pratica del non-fare. Il Maestro Ueshiba, in un’altra epoca avrebbe potuto rispondere che l’Aikido è un’arte marziale. Se però dico che non lo è, mi si obbietta: « ma allora è una danza ». Quindi io definisco l’Aikido una « non-arte marziale ». E poi è comunque qualcosa di diverso, infatti il Maestro Ueshiba l’ha chiamato ai-ki-do. Viene spesso tradotto come « via dell’armonia », ma la definizione più appropriata è « via della fusione del ki ». Due persone si possono fondere. Fanno molto di più, che armonizzarsi: da due diventano uno, poi tornano ad essere due. In un’arte marziale di solito ci sono due antagonisti che si scontrano e ne resta solo uno; invece nell’Aikido c’è, la fusione delle sensibilità. Nella nostra scuola colui che attacca, attacca; l’altro si fonde: prende, assorbe e da due ne fa uno. Fà in modo che l’altro entri a fare un pò parte di lui. E in questo modo disarma. L’attacco non funziona più.

– Si impara quindi a prendersi la responsabilità anche per l’altro? Ovvero in una relazione fra due persone, basta la volontà di uno dei due per cambiare la qualità della stessa?

– Si impara a prendersi la propria responsabilità. Nella nostra scuola l’attaccante aiuta l’altro che ancora non riesce a « creare la fusione », e la favorisce. Se attaccasse brutalmente, il principiante non riuscirebbe a realizzare la fusione, ma guidandolo gli fà riscoprire la sua capacità di movimento. Questa capacità la si possiede già. Se attraversando la strada arriva una macchina all’improvviso, si fa un salto indietro. E’ l’arte della schivata. Queste capacità emergono spontaneamente in condizioni eccezionali. Qui le si reintroducono, in modo che diventino più naturali, che partecipino a ogni istante della nostra vita.

– Voi praticate tutti i giorni al mattino presto. Come mai?

– Il maestro Ueshiba praticava al mattino, il maestro Tsuda anche, io ho continuato a praticare al mattino. Questa è una prima ragione. La seconda ragione è che vengono solo le persone decise e motivate, perché per venire a quell’ora bisogna alzarsi intorno alle cinque e mezzo. Al mattino si è più freschi che non a fine giornata ed è più facile praticare il non fare, per lo meno per i principianti; si è più « involontari », ancora mezzo addormentati, non si è ancora perfettamente dentro il proprio « essere sociale » che serve durante la giornata per incontrare le persone e svolgere il proprio lavoro: sorridere quando si deve, non sorridere quando non si deve, ringraziare, eccetera. Il mattino, quando si arriva al dojo si è ancora puliti, poco strutturati e quindi c’è una maggior verità.

– In cosa il vostro Aikido si differenzia dalle altre scuole?

– Non ci sono differenze, è Aikido. Non so cosa si faccia nelle altre organizzazioni oggi, per esempio nell’Aikikai che ho lasciato vent’anni fa. Credo però che siano state dimenticate alcune cose. Per esempio, la prima parte della « pratica respiratoria », che il maestro Ueshiba faceva tutte le mattine e che noi abbiamo conservato. Di essa, altrove, sono state conservate alcune forme, ma gran parte è andata perduta. Penso che ciò si adatti di più agli occidentali e alla nostra epoca, ma io preferisco rimanere più tradizionale.
In una nostra sessione di Aikido c’è una prima parte in cui si pratica da soli per circa venti minuti, e una seconda in cui si pratica a coppie: uno dei due partner attacca e l’altro esegue la tecnica; qui troviamo le stesse tecniche praticate nell’Aikikai o dal maestro Kobayashi, o da qualsiasi altro maestro. La differenza sta nel modo di farle, un modo che dà molta più importanza al partner; si tiene completamente conto di lui e, in questo, credo che abbia svolto un ruolo fondamentale la nostra pratica del katsugen undo.

Il movimento rigeneratore (Katsugen undo)

– Cos’è il katsugen-undo?

– Nella nostra scuola ci sono due pratiche unite da uno spirito comune: l’Aikido, di cui abbiamo

itsuo tsuda

appena parlato e il movimento rigeneratore, che Tsuda aveva appreso dal maestro Noguchi: un « movimento che permette il ritorno alla sorgente ».
E’ stato questo che ha permesso di comprendere meglio la parte non-fare dell’Aikido.
Spesso quando arrivano delle persone da altri dojo vedo che  « hanno »  una tecnica: rispondono agli attacchi in un certo modo,
ma non c’è più niente di spontaneo, tutto è calcolato, registrato, appreso, ordinato.

– E il movimento rigeneratore dovrebbe ricondurre l’individuo alla spontaneità?

– Sì, è l’arte della spontaneità per eccellenza.

– E deriva dal Seitai di Noguchi, se ho ben capito.

– Sì.

– Che cosa vuol dire  « Seitai » ?

– Vuol dire  « terreno normale » . Il  Seitai soho  , per esempio, è una tecnica per « Seitaizzare » le persone, ovvero dar loro la possibilità di ritrovare il terreno normale; il katsugen undo, invece, è il movimento del sistema motorio extrapiramidale, il movimento involontario, che scatta da solo e  « seitaizza »  l’individuo. Non si tratta di un sistema di acquisizione, al contrario è un sistema di spoliazione, non si acquista una maggiore flessibilità, piuttosto ci si libera dall rigidità. Non si acquista niente, si perdono delle cose, ci si libera di ciò che ci disturba. Anche nell’Aikido questo è importante. L’Aikido non è una via per  acquisire  delle tecniche, o per  avere  dei risultati bensì per ritrovare delle cose molto semplici. Per questo il maestro Tsuda usava dire  « ridivenire bambini senza essere puerili » .

– Ueshiba conosceva il Seitai? E come si sposano il Seitai e l’Aikido?

– È stato Tsuda a operare questa unione. Non credo che Ueshiba conoscesse il Seitai. Al contrario, il maestro Noguchi, era andato a vedere una dimostrazione di Ueshiba, dopo la quale aveva detto:  « Va bene » . E questo in Giappone è sufficiente.

Il ki

– Noguchi ha fondato il Seitai o esisteva già una tradizione del Seitai che lui ha perpetuato?

– No, lo ha creato lui. Inizialmente Noguchi era un guaritore, fino a quando ha « scoperto » il movimento involontario. Un giorno si è reso conto che le persone si ammalavano, andavano da lui, lui faceva passare il ki, esse guarivano e se ne andavano; poi si riammalavano e ritornavano. . . Questo avrebbe fatto felice un qualsiasi pranoterapeuta che si sarebbe fatto un parco clienti fisso. Ma Noguchi partiva da un punto di vista diverso: « A cosa serve che io li guarisca visto che si riammalano? E ogni volta che si ammalano dipendono da me ». Per lui era assurdo. Ha scoperto che con il « katsugen undo » non si ha bisogno di qualcuno che ci guarisca, il corpo non ha bisogno di nessuno, fa tutto da solo.

– Si può dire che il nostro ki ci guarisce?

– No, il ki non guarisce. Il ki attiva la capacità vitale dell’individuo, ma siamo già pieni di ki ! Se il nostro corpo lavora normalmente, non abbiamo bisogno di altro. Se ho dei microbi nel corpo, questo fa scattare la febbre e la produzione degli antibiotici « home made », degli anticorpi, eccetera. Noguchi non faceva altro che attivare la vita quando gli individui erano troppo deboli. Ancora più interessante è che gli individui stessi possono attivare la vita da soli, senza avere bisogno di nessuno, senza dover domandare che qualcuno lo faccia per loro.

– E funziona questo metodo per curarsi?

– Non ci si cura . Se ci si rompe un braccio, una volta rimesso a posto l’osso, che cosa fa sì che esso si rinsaldi? Non sono le medicine, non sono i medici, e nemmeno il ki. Anche se non si fa niente, le ossa si rinsaldano, semplicemente perché si è vivi! Se si riscopre questa capacità, tutto il corpo funzionerà in questo modo.

– E per quanto riguarda il cancro, come funziona? E’ più difficile far funzionare delle cellule che sono impazzite.

– Nel caso del cancro si tratta di pigrizia del corpo; il corpo è talmente danneggiato, che sta per morire. Ma ci sono persone che sopravvivono al cancro. Come succede? Non mi riguarda, perché non mi occupo di terapia, non mi occupo di guarire le persone. Ma ciò che è sicuro è che ci sono persone che non hanno lasciato lavorare il loro corpo; a ogni piccolo problema hanno preso delle medicine. Le cose, oggi, vanno in questo modo anche con la nascita, la gravidanza; già dall’inizio della vita si è medicalizzati, ospedalizzati, quando invece si tratta di eventi naturali, in cui la vita lavora.

– Si potrebbe allora dire che sono i pensieri a essere malati?

– Non solo. È un insieme. Tuttavia, ciò che Noguchi ha apportato di nuovo è la possibilità, a chi lo vuole, di risvegliarsi. Non si tratta di risvegliare gli individui ad ogni costo; e nemmeno di proporre un metodo geniale che guarirà tutti. Può servire solo alle persone che hanno il desiderio di andare in una certa direzione. Gli altri, i pigri, non hanno niente da fare, qui. In questa società c’è già un infinito numero di specialisti che si occupano di loro: i medici, i sacerdoti, gli psicoanalisti, i guru, eccetera. Quanto a me, preferisco vivere la mia vita totalmente, preferisco che non ci sia bisogno di occuparsi di me.

– Sul nostro giornale avevamo iniziato una discussione sul ki, su come ogni disciplina orientale lo interpreta e lo usa. Sarebbe interessante sentire anche la vostra opinione.

– Il ki è una parola intraducibile, oggi.  Ki,  Ch’i,  Spiritus. . . Che cos’è? Il ki ha mille forme: il buon ki, il cattivo ki…. si tratta di qualcosa di indefinibile. Quando si entra in un posto, in un ambiente, si può dire che si sente un certo ki. Ma quello che a qualcuno pare un ki gradevole, a un altro può sembrare completamente sgradevole. Ilki non è qualcosa di definito. Nell’Aikido, c’è senza dubbio un ki nell’attacco che arriva. Talvolta, camminando per la strada, improvvisamente si sente qualcosa sulla nuca. Ci si gira e non si vede nessuno, poi ci si accorge che da un tetto c’è un gatto che ci guarda. Si è sentito il ki dello sguardo del gatto. Come spiegarlo? Si constata, ma poter spiegare cos’è… Essere in armonia con il ki. Ma quale ki? Non è semplice.

– Ricordo una sua conferenza nella quale diceva che quando si ha male è naturale appoggiare la mano sulla parte dolorante. Per esempio, quando abbiamo il mal di testa, è un gesto naturale portare la mano alla testa e che questo è già un modo di utilizzare il ki.

– Sì, posare la mano è yuki. Quando fa male la testa, si mette la mano sulla testa e il ki passa. In questo caso si concentra il ki. Il ki c’è già, circola, ma lo si concentra. Quando si ha male da qualche parte, si posano le mani su quel punto: in questo caso è talmente semplice, non ci si pensa nemmeno, lo si fa spontaneamente. Invece, quando si fa yuki a qualcuno c’è in più la concentrazione, la direzione.

– Quindi nella vostra scuola voi praticate yuki gli uni agli altri?

– Quando pratichiamo il movimento rigeneratore facciamo anche l’esercizio di yuki. Tuttavia, più che « fare » yuki, lo si riscopre. Si riscopre qualcosa che tutti già conoscono, una conoscenza che risale a quando si era bambini.

– La traduzione di yuki?

– « Ki gioioso ».

La percezione del sacro

– Il seitai si rifà a una tradizione religiosa di qualche tipo, come l’aikido?

– Né l’uno né l’altro seguono un credo religioso.

regis soavi aikido

Però Ueshiba era talmente influenzato dall’Omoto-kyo (una setta shintoista) che nel suo pensiero l’aikido e la religiosità non sono sempre ben distinguibili.

-Ma l’aikido in sé non è affatto religioso. Si iscrive in una tradizione sacra, questo sì. Sicuramente Ueshiba aveva un rapporto molto forte con il sacro. E anche il maestro Tsuda considerava il  dojo   come uno spazio sacro. Del resto cos’ è il dojo ? E’ uno spazio dove pratichiamo la Via. E la Via è resa in giapponese con l’ideogramma di « Tao ». Non si pratica la Via dappertutto.
C’ è bisogno di uno spazio consacrato a questo scopo.

– Ma cos’ è il sacro per lei?

– Non posso darne una definizione precisa. Resta il fatto che le persone dicono  « Il sacro sì, la religione no ! »  Devo tenere conto degli individui che leggeranno il giornale . Una particolarità della nostra scuola è che non si pratica davanti a una foto di Ueshiba o di Tsuda, ma davanti a una calligrafia; la calligrafia appesa in questo dojo , per esempio, è  « Mu » , il vuoto.

– E usate la stessa calligrafia in ogni dojo?

– No. A Tolosa hanno una calligrafia che significa « Il drago esce dallo stagno dove giaceva addormentato ».  Ad Avezzano hanno una calligrafia che significa  « Bodai » , ovvero lo   « stato del risveglio, dell’illuminazione » .

– Che significato ha questa abitudine?

– Praticare davanti a una calligrafia crea un ambiente diverso che praticare davanti a una foto. Mettermi davanti a una calligrafia che significa   « vuoto »  personalmente mi riempie. Praticare davanti alla foto di un personaggio, fosse anche il fondatore della scuola, mi sembra un atteggiamento religioso, devozionale. Ueshiba non praticava davanti a una foto. Una calligrafia è « vuota ». E poi tengo molto a che le persone che vengono in un dojo comprendano il senso del sacro ma anche che non ci sono dèi da venerare qui. Non ci occupiamo delle credenze religiose o politiche delle persone. Allo stesso tempo, questo luogo, non è soltanto fisico. Non è una palestra, dove ci si allena, si suda e si fa la doccia.È un dojo permanente, dove non si praticano che l’Aikido e il movimento rigeneratore.

– Penso che le persone siano interessate anche a conoscere l’origine, che sia culturale, filosofica o religiosa delle discipline che praticano. Nella tradizione cinese, per esempio, le arti marziali classiche hanno avuto se non inizio, per lo meno un grande sviluppo all’interno di monasteri , buddhisti e taoisti.

– Tutto ha avuto inizio con la religione. Anche l’arte in Europa ha avuto inizio con la religione. Adesso è la pubblicità che dà impulso all’arte. La pubblicità è la nuova religione. Lo stesso Ueshiba diceva che l’Aikido non è una religione ma che, semmai, esso illumina le religioni, permettendo una migliore comprensione. Del resto, lui stesso recitava il   « norito »  davanti a piccoli altari buddhisti o shintoisti, o persino davanti a immagini di Gesù.

– Perché recitate il   norito  , quest’invocazione shintoista prima della pratica?

– Non è shintoista. Non so cosa sia. Dico che non è shintoista perché è qualcosa di più antico, qualcosa che è stato poi adottato dallo  shinto  . Il Maestro Ueshiba in questo caso parlava di   « kotodama » . Che cos’è il  kotodama ? E’ la risonanza.

– Come un mantra?

– Se si vuole. Lo shinto ha attinto a origini più antiche; così come il cattolicesimo che ha integrato le tradizioni più antiche della Pasqua  ( che era in origine una ricorrenza ebraica)  e del Natale (i   « Saturnalia »  romani; lo   « Yule »  celtico e nordico).

– In cosa consiste?

– E’ un piccolo testo. Ci vogliono pochi minuti per recitarlo.

– E insegnate ai praticanti il significato di queste parole ?

– No. Quello che conta di più è la vibrazione, la risonanza.

– Quindi le persone accettano di partecipare a qualcosa che non comprendono?

– Sì.

– Ma lei comprende il senso di questo testo?

– No. E’ la sensazione interiore che mi importa di più. Si fanno tante cose che non si capiscono, ma che si sentono.

Ognuno sa già tutto ciò che gli serve

– A una persona che si avvicina a un’ arte marziale, è sempre richiesto un grande atto di fiducia nel maestro. Il praticante suppone che un giorno arriverà a capire, che otterrà dei risultati. Spera di ottenere degli effetti visibili, la prova che ciò che sta facendo funziona, anche se forse non a breve termine.

– Ci si comporta sempre in funzione del ragionamento.
Si fa qualcosa, poi si comprende, poi si diventa, eccetera.
Invece con il Maestro Tsuda si scopriva qualcos’ altro.
Ho praticato l’Aikido con altri maestri prima di lui, ho conosciuto diverse scuole e forme, ma con Tsuda ho scoperto la  non-forma : di fatto la forma esiste, ma è molto vaga.

Con Tsuda si cambia orientamento. Nella pratica, come lui l’insegnava, ci si ritrovava. Questa sensazione di ritrovarmi è ciò che mi ha portato a lasciare tutto quello che facevo d’altro: l’Aikido delle federazioni, il Ju-jitsu, eccetera. Non si ha più bisogno di spiegazioni. Credo che le persone che vengono qui sentano questo. Riscoprono la sensazione. Non hanno bisogno che si spieghi loro che fanno questo per una ragione, quest’altro per un’altra… Sentono, vedono, comprendono interiormente, scoprono; è questo ciò che conta di più per loro.
In ogni modo, le conseguenze della conoscenza oggi sono cattive. Più si scoprono delle cose, più si pongono dei problemi. Non voglio dire che non si debba conoscere nulla o imparare nulla, però bisogna avere fiducia in ciò che vi è di istintivo negli esseri umani; nell’intuizione delle donne quando si occupano dei loro figli appena nati, per esempio. Quando una donna prende in braccio un neonato, non si domanda:  « Chissà se ha fame, se ha fatto pipì, se ha sonno, se ha sete? ».  Lei sa già di cosa ha bisogno il bambino, intuitivamente. Lo ha sempre saputo. Quando era bambina non aveva bisogno di utilizzare questa conoscenza ma quando diventa madre, l’utilizza e basta.
Le persone sentono , ma normalmente questo tipo di percezione si arresta all’inconscio, non emerge. E quindi, ufficialmente, si dice « Non lo so », ma in fondo, sappiamo già tutto.

La responsabilità individuale

– Che cosa propone, in definitiva, la scuola del Maestro Tsuda?

– Semplicemente dare alle persone un luogo dove si possono scoprire autonome , responsabili. Per esempio qui a Milano, il dojo si chiama  « Scuola della Respirazione »  e sono i membri stessi della scuola che lo gestiscono e condividono ogni tipo di responsabilità. Ci sono naturalmente delle persone che vengono agli  stages  per avere delle soluzioni ai loro problemi, ma non è quello che proponiamo noi; non proponiamo nemmeno un modello ideale che basta copiare per sistemarsi la vita. Ed è per questo che l’Aikido che noi pratichiamo è diretto a individui molto diversi tra loro: non è assolutamente  « uno stile, una scuola ».  Siamo individui diversi che praticano insieme, per ritrovare quello che di più profondo abbiamo; chi viene qui non viene per essere  « preso a carico »  dagli altri. Viene per scoprire qualcosa che gli deve servire nella vita quotidiana e che, altrimenti, non ha valore.

regis soavi stage été

– Degli esempi concreti su come la vostra pratica possa servire nella vita quotidiana?

– Gli individui sono meno stressati, si prendono più tempo per sé, sono più concentrati. Attenzione, non è un metodo « miracoloso » che rende tutte le persone belle, intelligenti, ricche e generose. Può servire nel lavoro, nel rapporto con gli altri, nel rapporto con i propri figli, ma non è una panacea.

– Ci sono delle persone che cominciano a praticare le arti marziali per essere più forti, ma poi vi scoprono altre cose, altri valori. Si può , per esempio, imparare a cedere invece che aggredire, come insegna il Taiji, si  « fa entrare »  l’avversario, invece che opporgli un blocco e poi si va nella stessa sua direzione, si sfrutta il suo movimento. E’ un atteggiamento trasferibile anche ai rapporti umani al di fuori della palestra.

-Infatti, invece di avere delle relazioni aggressive con gli altri esseri umani si può entrare in armonia e trovare qualcosa di più vero. Oggi le relazioni tra esseri umani sono troppo superficiali. Non ci si occupa più dei bambini: vengono messi al nido, poi a scuola, poi fanno il servizio militare… Ritrovare il contatto è importante. O ritrovare il piacere di lavorare e di fare un lavoro perché ci interessa. Questo non vuol dire che dobbiamo comportarci tutti allo stesso modo. Per ognuno di noi sono importanti cose diverse. Si rispetta il ritmo di ognuno. Alcuni ci mettono cent’anni a scoprire le cose più semplici e altri le scoprono subito, ma non per questo le utilizzano; scoprono in fretta un sacco di cose e poi spariscono.

– L’importante è che sia servito loro.

– L’importante è che esistano luoghi come questo, dove le persone che cercano possano venire a trovare.

– Ma forse, ancora più importante è che una volta che si è trovato, si cominci a dare . Che il fatto di aver trovato, possa servire a qualcuno.

– Sono d’accordo, ma ci sono molte persone che esistono solo in funzione del dare: e danno, danno. Alla fine gli altri non ne possono più di ricevere. È come quando si dà da mangiare al proprio bimbo: « Un cucchiaio per la mamma un cucchiaio per il papà un cucchiaio per la sorellina »; il bambino alla fine scoppia, non ne può più. I genitori fanno questo « per il nostro bene ». Ma anche i dittatori fanno delle cose « per il bene della nazione » Cosa si può fare per il bene degli altri? Un sacco di cose.

– Questa è un’espressione di egocentrismo .

– Certo. Ci sono anche delle persone che danno agli altri per non fare loro stessi o per se stessi. Sono piuttosto diffidente al riguardo. Ma è vero che se si dà in modo giusto, equilibrato, lo si sente, è qualcosa di vero.

– E’ per questo che in certe forme di arti marziali influenzate dallo zen, si cerca di eliminare l’ego…

– Ma non è possibile eliminare l’ego. Si può dire che non si deve essere egoisti o egocentrici. Il piccolo sé rappresenta l’unità della nostra personalità: l’importante è che non diventi il « padrone ».

Finita la sessione, i praticanti della Scuola della Respirazione, tirano fuori un lungo e basso tavolo attorno al quale fanno colazione tutti insieme, seduti per terra sui tatami.
Nonostante siano ormai le otto passate e tutti siano completamente svegli, il tono delle voci resta smorzato, quasi a voler rimandare il più possibile l’entrata nel ritmo quotidiano e vociferante della città, e a trattenere il più possibile quest’altro ritmo, più interiore e pacifico, per sé.

Articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista « Arti d’Oriente » (num.2 / febbraio 1999)