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L’Aikido è un’arte marziale?

di Régis Soavi

Sembra che questa domanda sia ricorrente nei dojo e divida i praticanti, gli insegnanti, così come i commentatori più o meno in tutte le scuole. Dato che nessuno può dare una risposta definitiva, si è ricorsi alla storia delle arti marziali, alle necessità sociali, alla storia dell’origine degli esseri umani, alle scienze cognitive, ecc., incaricandole di fornire una risposta, che, se non risolve il problema, avrà almeno il merito di giustificare quanto viene affermato.

L’Aikijutsu, da quando ha abbandonato il suffisso jutsu per diventare un dō, ha riconosciuto sè stesso come un’arte della pace, una via dell’armonia allo stesso titolo dello Shodō (la via della calligrafia) o anche del Kadō (la via dei fiori). Adottando il termine che significa il cammino, la via, è diventato per questo un cammino più facile? O invece ci obbliga a porci delle domande, a riesaminare il nostro percorso, a fare uno sforzo di introspezione? Un’arte della pace è un’arte dell’accomodamento, un’arte debole, un’arte dell’accettazione, un’arte in cui gli imbroglioni possono godere di una reputazione a basso costo?
Sicuramente è un’arte che ha saputo adattarsi alle nuove realtà della nostra epoca. Ma si deve alimentare l’illusione di un’autodifesa facile, alla portata di tutti, adatta a tutte le tasche e senza la necessità di impegnarsi nemmeno un po’? Si può realmente credere o far credere che grazie a un’ora o due alla settimana, per di più escluse le vacanze (i club sono spesso chiusi), si può diventare un fulmine di guerra o acquisire la saggezza ed essere capaci di risolvere tutti i problemi grazie alla propria calma, alla propria serenità o al proprio carisma? La soluzione allora sta nella forza, il lavoro muscolare e le arti violente? Se c’è una direzione, si trova secondo me, e malgrado quanto ho appena detto, nell’Aikido.

Una Scuola senza gradi

Tsuda Itsuo non diede mai dei gradi a nessuno dei suoi allievi e quando qualcuno gli poneva una domanda sull’argomento, aveva l’abitudine di rispondere: “Non ci sono cinture nere di vuoto mentale”. Si può dire che, con ciò, chiudeva ogni discussione. Essendo stato l’interprete, presso O Sensei Ueshiba Morihei, di André Nocquet sensei in occasione del suo apprendistato in Giappone, in seguito ha fatto da tramite quando stranieri francesi o americani si presentavano all’Hombu Dojo per iniziarsi all’Aikido. Questo gli permise, traducendo le domande degli allievi e le risposte del maestro, di avere accesso a quanto sottintendeva la pratica e ne faceva qualcosa di universale. Ne faceva un’arte al di là della pura marzialità. Ci parlava della postura di O Sensei, della sua incredibile spontaneità, della profondità del suo sguardo che sembrava penetrarlo fino al più profondo del suo essere. Tsuda Itsuo non ha mai cercato di imitare il suo maestro che considerava inimitabile. Si è subito interessato a quello che animava quest’uomo incredibile capace della più grande dolcezza come della più grande potenza. È per questo che, arrivato in Francia, cercò di trasmetterci quello che per lui era l’essenziale, il segreto dell’Aikido, la percezione concreta del ki. Quello che aveva scoperto, e che riassumeva in questa frase, la prima del suo primo libro: “Dal giorno in cui ho avuto la rivelazione del ‘ki’, del respiro (avevo allora più di quarant’anni), non ha smesso di crescere in me il desiderio di esprimere l’inesprimibile, di comunicare l’incomunicabile.”1
Per dieci anni percorse l’Europa per farci scoprire, a noi occidentali, molto spesso troppo cartesiani, dualisti, che esiste un’altra dimensione nella vita. Che questa dimensione non è esoterica ma exoterica come amava dire.

Una Scuola particolare

Le motivazioni che portano a cominciare questa pratica sono evidentemente molto diverse. Se penso alle persone che praticano nella nostra Scuola (la Scuola Itsuo Tsuda), a parte qualcuno, ce ne sono pochi che sono venuti per l’aspetto marziale. D’altra parte, molti di loro non vi hanno visto niente di marziale di primo acchito, benché ad ogni seduta io mostri come le tecniche possano essere efficaci se eseguite in modo preciso, e pericolose se vengono usate in modo violento. L’aspetto marziale deriva dalla postura, dalla respirazione, dalla capacità di concentrazione, dalla verità dell’atto che è l’attacco. Per l’apprendimento, è indispensabile rispettare il livello del proprio partner, ed esercitarsi con forme conosciute.
Ma la scoperta che si può fare praticando le forme predefinite va molto al di là. Si tratta di far fruttare qualcos’altro, di rivelare ciò che si trova al fondo degli individui, di liberarsi dall’influenza sottesa esercitata dal passato e a volte anche dal futuro, sui nostri gesti, sull’insieme dei nostri movimenti, tanto fisici quanto mentali. Del resto nel nostro dojo tutti se ne rendono conto.
La seduta comincia alle 6,45. Il fatto di venire a praticare così presto la mattina (in effetti O Sensei e Tsuda sensei cominciavano sempre le loro sedute alle 6,30) non è né un’ascesi e neanche una disciplina. Alcuni praticanti arrivano verso le 6 ogni mattina, per condividere un caffè o un tè, ed approfittare di questo momento prima della seduta (del pre-seduta), a volte così ricco grazie agli scambi che possiamo avere tra noi. È un momento di piacere, di scambio sulla pratica, così come a volte anche sulla vita quotidiana, che si condivide con gli altri in modo estremamente concreto e non in modo virtuale come la società tende a proporci.
Ovviamente tutto ciò può apparire retrogrado o inutile, ma evita l’aspetto divertimento facile e non favorisce il clientelismo, senza per questo dire che ciò non esista, ciò lo riduce e con il tempo evolve. E questo perché gli esseri cambiano, si trasformano, o più precisamente ritrovano se stessi, ritrovano delle capacità latenti, che pensavano a volte di aver perso o spesso, più semplicemente, che avevano dimenticato.

Yin il femminile: comprendere

Le donne sono così numerose nella nostra Scuola che la parità non è rispettata, gli uomini sono in minoranza, di poco certo, ma lo sono sempre stati. Non vorrei parlare a nome delle donne eppure come fare? Eppure non formano un mondo a parte, sconosciuto agli uomini.
Ma forse, per molti, sì!… Ciononostante penso sia sufficiente per l’uomo prendere in considerazione il suo lato yin, senza averne paura, per ritrovare e comprendere ciò che ci avvicina e ciò che ci differenzia. Forse è per un’affinità personale, una ricerca dovuta al mio vissuto durante gli eventi del maggio ‘68 e a questo schiudersi del femminismo che si rivelò una volta di più a quell’epoca. O forse è semplicemente perché ho avuto tre figlie, che d’altra parte praticano tutte e tre, il risultato, quale ne sia la ragione, è stato che da sempre faccio attenzione al fatto che nei dojo della nostra Scuola le donne abbiano sempre il loro posto legittimo. Vi hanno le stesse responsabilità e non c’è evidentemente nessuna differenza di livello, sia per lo studio che per l’insegnamento. È veramente un peccato dover precisare questo tipo di cose, ma sfortunatamente non vanno da sé in questo mondo.
Malgrado tutto le donne prendono poco la parola, dovrei dire la penna, nelle riviste di arti marziali. Sarebbe interessante leggere degli articoli scritti da delle donne, oppure dedicare uno spazio in “Dragon magazine spécial Aikido” alla visione delle donne sulle arti marziali e sulla nostra arte in particolare. Non hanno niente da dire o il mondo maschile accaparra tutto lo spazio? O forse questi dibattiti di parrocchia sull’efficacia dell’Aikido le annoiano, loro che cercano e spesso trovano, mi sembra, un’altra dimensione, o in ogni caso qualcos’altro, grazie a quest’arte? Di questo “qualcos’altro”, che forse è più vicino alla ricerca di O Sensei, Tsuda Itsuo sensei ce ne dà un’idea in questo passaggio del suo libro La Via della spoliazione:
“Ci si rappresenta forse il Maestro Ueshiba come un uomo fatto di acciaio? È però l’impressione opposta che ho avuto di lui. Era un uomo sereno, capace di una concentrazione straordinaria, ma d’altra parte estremamente permeabile, da scoppi di fragorose risate, con un senso dell’umorismo inimitabile. Ho avuto l’occasione di toccare il suo bicipite. Ne fui stupefatto, era la tenerezza di un neonato. Tutto ciò che si potesse immaginare contrario alla durezza.
La cosa può sembrare strana, ma il suo Aikido ideale era quello di giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle quanto i ragazzi. Il loro Aikido è, per questo motivo, più fluido e più naturale.”2

Yang il maschile: combattere

art martial

Siamo educati alla competizione a partire dalla più tenera infanzia, la scuola, con il pretesto dell’emulazione, ha la tendenza ad andare nella stessa direzione, e tutto ciò per prepararci al mondo del lavoro. Ci insegnano che il mondo è duro, che bisogna assolutamente guadagnarsi il proprio posto al sole, imparare a difendersi contro gli altri, ma ne si è così sicuri? Il nostro desiderio non avrebbe tendenza a guidarci in una direzione diversa? E cosa facciamo per realizzare quest’obbiettivo? L’Aikido può essere uno degli strumenti di questa rivoluzione dei costumi, delle abitudini, deve e soprattutto noi dobbiamo fare lo sforzo necessario affinché le radici del male che corrode le nostre società moderne si rigenerino e ridiventino sane? Ci sono stati in passato degli esempi di società in cui la competizione non esisteva, o molto meno del modo in cui esiste oggi, delle società in cui anche il sessismo era assente, anche se non si può presentarle come società ideali. Leggendo gli scritti sul matriarcato nelle isole Trobriand di quel grande antropologo che era Bronislaw Malinowsky si potrà scoprire la sua analisi, trovare delle piste, e forse anche dei rimedi a questi problemi di civiltà che vengono denunciati così spesso.

Tao, l’unione: una via per la realizzazione dell’essere umano

La via, per sua essenza, senza essere idealisti, si giustifica e prende tutto il suo valore dal fatto che normalizza il terreno degli individui. Per chi la segue, essa regola le sue tensioni, dà equilibrio, è tranquillizzante permettendo un diverso rapporto con la vita. Non è ciò che tante persone “civilizzate” cercano disperatamente e che si trova in fin dei conti nel profondo dell’essere umano?
La via non è una religione, anzi è quello che la differenzia dalla religione che ne fa uno spazio di libertà, nel quadro delle ideologie dominanti. Il pensiero al quale la si può assimilare mi sembra essere l’agnosticismo, corrente filosofica poco conosciuta, o piuttosto conosciuta in modo superficiale, ma che permette di integrare tutte le diverse scuole. C’è un buon numero di rituali nell’Aikido che si continuano a seguire senza comprenderne la vera origine (quella da cui attinse O Sensei) o a volte altri rituali che diversi maestri trovarono grazie a pratiche antiche come fece Tamura sensei stesso. Sono state spesso associate alla religione mentre, come si potrebbe verificare, sono le religioni che hanno usato tutti questi antichi rituali, se ne sono appropriate per farne degli strumenti al servizio del loro potere, e anche troppo spesso servono alla dominazione e all’asservimento degli individui.

Un mezzo: la pratica respiratoria

La prima parte nell’Aikido di O Sensei Ueshiba Morihei, lungi dall’essere un riscaldamento, consisteva in movimenti di cui è primordiale ritrovare la profondità. Non è per una soddisfazione intellettuale, né per preoccupazioni integraliste e ancor meno per acquisire dei “poteri superiori”, che li continuiamo, ma per ritrovare il cammino che aveva intrapreso O Sensei. Certi esercizi, come Funakogi undo (movimento detto del rematore) o Tama-no-hirebori (vibrazione dell’anima), hanno un valore molto grande, e quando vengono praticati coll’attenzione necessaria, possono permetterci di sentire al di là del corpo fisico, al di là della nostra sensazione così limitata, per scoprire qualcosa di più grande, di molto più grande di noi. Si tratta di una natura illimitata a cui partecipiamo, nella quale ci immergiamo, che è fondamentalmente ed inestricabilmente legata a noi, e che tuttavia ci è molto difficile raggiungere o anche a volte sentire. Questa concezione che ho fatto mia, non è dovuta ad un rapporto mistico con l’universo, ma piuttosto a un’apertura psicofisica a cui si sono avvicinati molti fisici moderni grazie alla teoria e che cercano di verificare. Non è una cosa che si può apprendere guardando dei video su Youtube, né consultando dei libri di antica sapienza, malgrado la loro innegabile importanza. È qualcosa che si scopre in modo puramente corporale, in modo assolutamente e integralmente fisico, anche se è un fisico allargato a una dimensione inusuale. Poco a poco tutti i praticanti che accettano di cercare in questa direzione la scoprono. Non è legata a una condizione fisica né all’età né ovviamente al sesso o alla nazionalità.

L’educazione

Quasi tutti gli psicologi considerano che l’essenziale di quello che ci guiderà all’età adulta succede durante la nostra infanzia e più precisamente nella nostra prima infanzia. Tanto le buone quanto le cattive esperienze. Bisogna dunque curare in modo particolare l’educazione in modo da conservare il più possibile la natura innata del bambino. Non si tratta in alcun caso di lasciar fare al bambino tutto quello che vuole, né di farne un bambino-re, di diventare il suo schiavo, il mondo lo circonda ed egli ha bisogno di punti di riferimento. Ma molto velocemente, spesso poco dopo la nascita, a volte dopo qualche mese, il bambino viene affidato a persone estranee alla famiglia. Dove sono finiti i genitori? Non riconosce più la voce della madre, il suo odore, il suo movimento. È il primo trauma e ci si dice: “Si riprenderà”. Certo, sfortunatamente non è l’ultimo, tutt’altro. Poi viene il nido, cui segue la materna, la scuola primaria, le medie ed infine la Maturità prima forse dell’università per almeno tre, quattro, cinque, sei anni o ancora di più.
Ma cosa ci si può fare? “È la vita.” mi si dice. Ognuno di questi posti nei quali il bambino passerà il tempo in nome dell’educazione e dell’apprendimento è una prigione mentale. Dalle conoscenze di base alla cultura di massa, quando sarà rispettato in quanto individuo pieno di quest’immaginazione che caratterizza l’infanzia? Gli si insegnerà ad obbedire, imparerà a barare. Gli si insegnerà a essere con gli altri, imparerà la competizione. Riceverà dei voti, si chiamerà ciò emulazione, e questo disastro psicologico sarà vissuto dai primi come dagli ultimi allievi.
In nome di quale ideologia totalitarista si formano i bambini e tutti i giovani alla paura della repressione, alla sottomissione, al disimpegno e alla disillusione? La società odierna nei paesi ricchi non ci propone niente di veramente nuovo: lavoro e tempo libero non sono che dei sinonimi dell’ideale romano di pane e giochi circensi, la schiavitù dell’antichità non è che il salariato di oggi. Una schiavitù migliorata? Forse… con una lobotomizzazione spettacolare, garantita senza fattura, grazie alla pubblicità della merce che ci viene propinata, e il suo corollario: l’iperconsumismo di beni tanto inutile quanto nefasto.
La pratica dell’Aikido per i bambini e per gli adolescenti è l’occasione di uscire dagli schemi che propone il mondo che li circonda. È grazie alla concentrazione che la tecnica esige, una respirazione calma e serena, l’aspetto non competitivo, il rispetto per le differenze, che essi possono conservare o, se necessario, ritrovare la loro forza interiore. Una forza tranquilla, non aggressiva, ma piena e ricca dell’immaginazione e del desiderio di rendere il mondo migliore.

Una filosofia pratica, o meglio, una pratica filosofica

La particolarità della Scuola Itsuo Tsuda viene dal fatto che si interessa più all’individualità che alla diffusione di un’arte o di una serie di tecniche. Non si tratta di creare un individuo ideale, né di guidare chiunque verso qualcosa, verso un modello di vita, con una certa quantità di gentilezza, una certa quantità di amabilità o di saggezza, di ponderazione o di esaltazione, ecc. Ma di risvegliare l’essere umano e di permettergli di vivere pienamente nell’accettazione di quello che è nel mondo che lo circonda senza distruggerlo. Questo spirito di apertura non può che svegliare la forza che preesiste in ciascuno di noi. Questa filosofia ci porta all’indipendenza, all’autonomia, ma non all’isolamento, al contrario, tramite la scoperta dell’Altro, ci porta alla comprensione di quello che è, e al di là di quello che è forse diventato. Tutto questo apprendimento, o piuttosto questa riappropriazione di sé, richiede del tempo, della continuità, della sincerità, al fine di realizzare in modo più chiaro la direzione verso la quale si desidera andare.

Il superamento, ciò che vi è dietro

Quello che mi interessa oggi, è ciò che vi è dietro o più esattamente ciò che vi è al fondo dell’Aikido. Quando si prende un treno si ha un obbiettivo, una destinazione, con l’Aikido è un po’ come se man mano che si avanza il treno cambiasse obbiettivo, come se la direzione diventasse diversa, e allo stesso tempo più precisa. Quanto all’obbiettivo, si allontana malgrado il fatto che si pensi di essersene avvicinati. Ed è a questo punto che bisogna prendere coscienza che l’oggetto del nostro viaggio è nel viaggio stesso, nei paesaggi che vi scopriamo, che si affinano, e a noi si rivelano.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 21) nel mese di luglio del 2018.

Note

* Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 11.
** Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161.

Lo spirito dell’Aikido è nella pratica

Di Régis Soavi

La pratica dell'Aikido ci conduce verso la riunificazione dell'essere umano.
La pratica dell’Aikido ci conduce verso la riunificazione dell’essere umano.

Si ha spesso tendenza a considerare lo spirito di un’arte come un processo mentale, una direzione da prendere in modo cosciente o anche come delle regole da rispettare. Tutto questo perché in occidente viviamo in un mondo di separazione, di divisione. Da una parte c’è lo spirito, dall’altra il corpo, da una parte il conscio, dall’altra l’inconscio, è questo che dovrebbe fare di noi degli esseri civilizzati mentre invece questa separazione genera in noi dei conflitti. Conflitti che sono rinforzati dai sistemi di divieti istituiti per proteggere la società, per proteggere noi stessi contro noi stessi. Verso la riunificazione dell’essere umano, ecco la Via nella quale ci dirigiamo con la pratica dell’Aikido. Questa riunificazione è necessaria in un mondo in cui l’essere umano è reso un oggetto, in cui diventa allo stesso tempo un consumatore e una merce. Senza rendersi conto della strada che intraprende, il civilizzato esegue la vita invece di viverla. Questa società che ci spinge al consumismo lascia poco spazio al lavoro interiore, ci spinge a cercare al di fuori ciò che si trova all’interno. Ad acquisire ciò che possediamo già, a cercare soluzioni a tutti i nostri problemi all’esterno di noi stessi, come se altri avessero soluzioni migliori. Questo porta a una presa in carico dell’individuo da parte dei diversi sistemi di protezione nello stesso tempo sociali, ideologici o sanitari, moltiplicando così l’offerta e creando un mercato ideale per venditori di sogni di tutti i tipi, ciarlatani, guru e compagnia.
Ho sentito oggi che è stata appena creata una nuova pratica: la « Respirologia », e come al solito arriverà a frotte la clientela che avrà subito l’abuso del potere delle parole. In nome della normalizzazione del corpo e dello spirito, della rimessa in forma delle persone, dovremmo cambiare il nome della nostra arte in: « Aikido Terapia »?

Lo spirito dell’Aikido non si può insegnare

Non penso che si possa dire che ci sia uno spirito specifico dell’Aikido, ma piuttosto che l’Aikido debba essere il riflesso di qualcosa di molto più grande che noi piccoli esseri umani facciamo fatica a realizzare nel corso della nostra vita.
Lo spirito di un’arte non si può insegnare, si tratta piuttosto di una trasmissione, ma cosa sarebbe un Aikido senza spirito: una lotta, un combattimento, una specie di zuffa senza capo né coda. È assolutamente possibile insegnare la tecnica senza trasmettere niente dello spirito, ma così, si tratta di tutta un’altra cosa. Forse self-defense oppure una tecnica di benessere.
Come in tutte le arti marziali abbiamo il Rei, il saluto, che ovviamente ne è l’espressione più immediatamente visibile, ma è attraverso la postura dell’insegnante che si trasmetterà ciò che è più importante. Per postura intendo un insieme estremamente complesso di segni che saranno reperibili dagli allievi: di sicuro l’aspetto fisico, la dinamica, la precisione, ecc., ma anche la maniera di far passare un messaggio, l’attenzione dedicata a ognuno dei praticanti in funzione di migliaia di fattori che l’insegnante deve percepire. È sviluppando la propria intuizione che si può avere la più grande e la più fine delle pedagogie, e così apportare gli elementi dei quali il praticante ha bisogno per approfondire la propria arte, per meglio comprenderne le radici.

Lo spirito dell’Aikido non si impara

Lo spirito dell’Aikido non si impara, lo si scopre, non ci cambia, ci permette di ritrovare le nostre radici umane, di raggiungere ciò che c’è di migliore nell’essere umano.
«L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.»*
Il desiderio del fondatore dell’Aikido era di avvicinare gli esseri umani, per lui il mondo era come una grande famiglia: «Nell’Aikido, l’allenamento non è fatto per diventare più forti o vincere l’avversario. No. Aiuta ad avere lo spirito di mettersi al centro dell’Universo e di contribuire alla pace mondiale, di far sì che tutti gli esseri umani formino una grande famiglia».*

Un inno alla gioia

O Sensei diceva: «Praticare sempre l’Aikido in modo vibrante e gioioso.»*
Non si parla molto spesso della gioia, il nostro mondo ci incita alla tristezza, a reagire con violenza agli eventi, a criticare le carenze del sistema, a vedere i difetti degli altri, a essere competitivi. Ma tutto questo finisce per renderci scorbutici, irritabili e rovina il nostro piacere di vivere semplicemente.
La gioia è una sensazione che considero sacra. La gioia di vivere, di sentirsi pienamente vivi in tutto ciò che si fa, o ciò che non si fa. La gioia ci permette di vivere quello che molti considerano come delle limitazioni in modo completamente diverso, di considerarle come delle opportunità che ci permettono di andare più lontano, di approfondire ciò che il mio maestro chiamava la respirazione.
La gioia ci porta poco a poco verso la libertà interiore, che è la sola libertà che valga veramente la pena di scoprire come racconta così bene il maestro di Tai-chi-chuan Gu Meisheng (1926-2003) che la scoprì nelle prigioni cinesi all’epoca di Mao.
Essa ci permette di uscire dalle convenzioni che i diversi sistemi ci impongono.

Lo spirito dell’Aikido, lo si trova nella natura, non una natura esterna all’essere umano ma l’umano che fa parte della natura, essendo egli stesso natura.
«La pratica dell’Aikido è un atto di fede, una credenza nel potere della non violenza. Non è un tipo di disciplina rigida o di vuoto ascetismo. È una via che segue i principi della natura, dei principi che devono essere applicati nella vita quotidiana. L’Aikido deve essere praticato dal momento in cui vi alzate per accogliere il giorno fino al momento in cui vi ritirate per la notte.»*
Ogni mattina cominciare nella calma del dojo con una meditazione di due o tre minuti circa per ricentrarsi, concentrarsi. Poi passare alla Pratica respiratoria, come l’ha chiamata Tsuda Sensei, e che O Sensei Morihei Ueshiba faceva ad ogni seduta. Si può allora abbordare la seconda parte, la pratica con un partner, il piacere della comunicazione attraverso la tecnica, la respirazione Ka Mi e tutto ciò molto di buon’ora mentre molte persone al di fuori sono appena emerse dal sonno.
Quando non c’è niente di programmato, quando si è vuoti da ogni pensiero, in questi momenti sublimi in cui la fusione si realizza con il partner, allora si è nello spirito dell’Aiki.
Come nello Zen, ci viene proposto di vivere qui e ora, di non essere diversi da ciò che siamo, ma di guardare con lucidità ciò che siamo diventati.

L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.

La trasmissione dello spirito

Per comprendere lo spirito dell’Aikido bisogna, secondo me, immergersi nel passato, non solo del Giappone ma anche e forse soprattutto, della Cina antica. Andare a cercare i pensatori, i filosofi, i poeti che alimentarono la riflessione e diedero peso al pensiero orientale. È grazie al mio maestro Tsuda Itsuo che ho scavato in questa direzione: non perché egli abbia fatto dei corsi di filosofia o tenuto dei seminari sull’argomento, lui che non parlava se non con parsimonia, ma al contrario ci ha lasciato con i suoi libri una riflessione sull’Oriente e l’Occidente, creando un ponte tra questi due mondi che sembravano antinomici.
L’immensa cultura di questo maestro, che ho avuto la fortuna di conoscere, mi aveva all’epoca lasciato sbalordito, ma poco a poco ho potuto accedere alla comprensione del suo messaggio, della sua opera filosofica che mi avevano nutrito. Ma quest’uomo, che avevo ammirato, aveva lasciato anche delle tracce che vedevo senza comprendere, altri segni, come i maestri Zen: ha lasciato delle calligrafie. Come in quest’arte, che si chiama oggi lo Zenga ci ha trasmesso un insegnamento attraverso gli ideogrammi, le sentenze di Chuang-tzu, Lao-tzu, Lin-tsi, Bai Juyi o dei proverbi popolari. Ognuna di queste calligrafie ci fa scoprire una storia, un testo, un’arte, che ci permette appunto di andare più lontano nella comprensione di questo spirito che sottende la nostra pratica.

Senza la sensazione concreta del ki, passiamo a lato dell’essenziale.

Risvegliare la forza interiore

«Ci sono delle forze in noi, ma restano latenti, dormienti. Bisogna svegliarle, attivarle.», scriveva Nocquet Sensei in un articolo apparso nel 1987. Questa frase fa eco per me alla calligrafia di Tsuda Sensei «Il dragone esce dallo stagno ove giaceva addormentato, il talento traspare». Nei due casi questi maestri parlano del ki e ci incitano a cercare in questa direzione.
Senza la sensazione concreta del ki ci perdiamo l’essenziale. Come parlare dello spirito dell’Aikido senza farne una sequela di regole da rispettare se non seguendo, ritrovando i fondamenti dell’essere umano. La nostra società industriale moderna ci facilita talmente la vita che non ci muoviamo più, ci spostiamo troppo facilmente, nelle città dobbiamo fare solo qualche metro per nutrirci invece di correre, cacciare o coltivare. L’Aikido permette di spendere quest’energia in eccesso che altrimenti ci fa ammalare. Ma non si tratta solo dell’aspetto fisico, motorio, è tutto il nostro corpo che ha bisogno di ritrovarsi, di normalizzarsi. Il nostro spirito sovraccarico di informazioni inutili ha anch’esso bisogno di riposarsi, di ritrovare la pace in mezzo all’agitazione che ci circonda.

Lo spirito dell’Aikido è l’Aikido

Lo spirito dell’Aikido si trova nella pratica stessa e poco a poco lo si scopre. Ed è un reale godimento questa scoperta. Le persone che iniziano, quando prendono coscienza della sua importanza, entrano pienamente in quest’arte che è la nostra. Spesso è a questo punto che cominciano le difficoltà nello spiegare quello che facciamo. Si desidera parlarne, invitare degli amici a venire a partecipare ad almeno una seduta.
Si prova a far capire che cosa si risente. Gli altri constatano il nostro entusiasmo ma non riescono a capire di cosa si tratti. E le risposte che si ricevono alle nostre spiegazioni, a ciò che cerchiamo di far passare sono spesso piuttosto deludenti. Possono andare da «Ah, sì anch’io ho fatto dello Yoga l’anno scorso durante le vacanze al club Med. Ma non ho tempo di fare una cosa così, capisci, non ho veramente il tempo.» Fino a «Sì,  la tua cosa è veramente simpatica ma è troppo complicata, sai io faccio del self-defense, californio-australiana, ed è veramente efficace…». Passare da un mondo ad un altro richiede di essere pronti, essere pronti a scoprire molto semplicemente ciò che non si conosce ancora, ma che si intuisce. Si comincia a praticare perché si è letto un libro, un articolo, e si è rimasti scioccati, ci si è detti: «Strano questo tipo, ma mi piace quello che racconta, mi piace questo spirito, lo sento vicino, vicino a ciò che penso io».

Un’arte per la normalizzazione dell’individuo

Molto spesso è lo spirito della pratica che ci fa continuare per molti anni, raramente sono le prodezze fisiche o tecniche, che in ogni modo sarebbero limitate dall’età. La sola cosa che non ha età è il ki, l’attenzione, la respirazione come lo chiamava Tsuda Sensei. Essa può approfondirsi senza alcun limite, ed è per questo che ci sono stati dei grandi maestri.
Se si risveglia la propria sensibilità, se c’è la continuità, e se si è ben guidati; se l’insegnamento non si limita alla superficie ma ci permette di scavare, di aprire da soli delle porte di cui non sospettavamo l’esistenza, allora tutto è possibile. Quando dico tutto è possibile, voglio dire che ognuno diviene responsabile di se stesso, della propria vita, della qualità della propria vita.
Come dice Yamaoka Tesshū: «L’unità del corpo con lo spirito può fare tutto. Se una lumaca vuole fare l’ascensione del monte Fuji, allora ci riuscirà.»
Non cercare la notorietà, non cercare di diventare ma piuttosto di essere grazie alla realizzazione personale. Placare le tensioni interne, unificare il corpo e lo spirito, che molto spesso lavorano in direzione contraria, quando non lavorano l’uno contro l’altro, ecco il senso profondo della ricerca che possiamo fare nella pratica delle arti marziali.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 18) nel mese di ottobre del 2017.

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Note

* Citazioni tratte dal libro L’art de la paix : Enseignements du fondateur de l’Aïkido Interviste e scritti di Morihei Ueshiba raccolti da John Stevens, Guy Trédaniel Éditeur, 2000, traduzione italiana della Scuola Itsuo Tsuda.

Aikido : un’evoluzione dell’essere

Di Régis Soavi

L’Aikido è uno strumento della mia evoluzione, mi ha fatto evolvere, ho dovuto soltanto seguire con tenacia questa strada che si apriva davanti a me, che si apriva dentro di me. Come tanti altri, sono arrivato a questa pratica per la sua marzialità. Ma la sua bellezza, come anche l’estetica dei suoi movimenti, mi hanno rapidamente affascinato, e questo già con il mio primo professore Maroteaux Sensei. Poi, quando ho avuto modo di vedere Masamichi Noro Sensei, e Nobuyoshi Tamura Sensei, ho avuto la conferma di quello che avevo intuito: l’Aikido era una cosa completamente diversa da quello che conoscevo.

Arrivavo dal mondo del Judo, con le immagini che ci erano state trasmesse, come ad esempio quella del ramo di ciliegio che si copre di neve e che tutt’a un tratto la lascia cadere e si raddrizza. Ero già andato oltre le idee che giravano all’inizio del secolo e negli anni cinquanta di un “Jiu Jitsu giapponese che trasforma un uomo piccolo e mingherlino in un mostro di efficacia”.
La realtà della mia periferia e soprattutto gli avvenimenti ai quali avevo preso parte negli anni dal ‘68 al ‘70 avevano già spazzato via tutte queste immagini. Avevo appena vent’anni quando ho incominciato a praticare l’Aikido, e se il mondo non era certo come lo avrei desiderato, poteva essere cambiato. Potevamo passare dalla barbarie mondiale, con le sue guerre, le sue carestie, le sue incomprensioni tra i popoli, ad una società più umana, una società finalmente pacificata. E ovviamente l’Aikido ce lo avrebbe permesso. Il Maestro Ueshiba era appena deceduto, ma ci lasciava un’eredità incredibile, con una quantità di discepoli giovani o meno giovani pronti a guidarci, ad insegnarci. Faccio parte di questa generazione, piena di queste speranze, dopo la delusione dovuta al disastro di quello che avevamo sperato essere una rivoluzione umanista nel Maggio ‘68 in Francia. La filosofia trasmessa dall’Aikido risuonava in noi, ci incitava ad essere forti per combattere l’ingiustizia. Come spiegavano i libri di Tadashi Abe e Jean Zin1, di E. Herrigel2, o anche un po’ più tardi e a modo suo di K.G. Durkheim3, era un’Arte Cavalleresca. Forse saremmo stati i cavalieri dei tempi moderni… Jigoro Kano Sensei aveva, all’alba del ventesimo secolo, trasformato il Jiu Jitsu in “un’arte”, una via, era stato uno degli iniziatori di questo cambiamento storico ed era riuscito a farlo conoscere. Gli ideali di Kano Sensei dovevano essere trasmessi dall’educazione, l’arte del Judo ne era lo strumento.
O Sensei Morihei Ueshiba si era anche lui evoluto. Come ogni uomo, il tempo, l’età, l’esperienza, ma molto più di tutto questo, la sua illuminazione, questo istante di coscienza, che evocava così bene ed in modo così poetico e che aveva aperto in lui una porta verso l’ignoto.
Dell’Aikido che si era già costruito come pratica marziale, arte del combattimento, ha tenuto la forma, il rigore, ma la filosofia che ne costituiva la base non era più la stessa, iniziava a parlare dell’amore con la A maiuscola, dell’“Amore universale”.

Un’altra dimensione

Quando Tsuda Sensei che aveva già quarantacinque anni incontrò il Maestro Ueshiba che ne aveva settantasei, misurò subito la grandezza di O Sensei, l’intensità del suo messaggio. Poteva capirlo grazie alla sua età, alla sua cultura immensa, e forse anche perché non arrivava dalle arti marziali, ma dal Seitai, che studiava con Haruchika Noguchi Sensei4 già da una quindicina di anni. Profondamente pacifista, aveva anche subito in età adulta, la Seconda Guerra mondiale, con il suo corteo di massacri e la sua tragica fine nucleare.
Con Itsuo Tsuda scoprivo qualcosa di diverso da quello che avevo appreso fino ad allora. Non si trattava di esercitarsi o di integrare delle tecniche e di ripeterle all’infinito. Ci presentava qualcosa di diverso, un’altra dimensione. Il suo talento era nella respirazione, il ki, questa nozione così misteriosa, che con lui, diventava estremamente concreta, comune, quasi banale.

A causa, e soprattutto grazie a questo, il mio Aikido evolveva, la mia pratica si trasformava. Avevo sentito parlare dell’aspetto religioso dell’Aikido, del rapporto che il fondatore aveva coltivato con l’Omoto-kyo fino alla fine della sua vita. Questo aspetto è stato rifiutato da alcuni aikidoka. Le religioni non erano più di moda ed in ogni caso non bisognava mescolare le cose, bisognava sbarazzarsene, ritornare indietro, alle origini, al combattimento, alla dura realtà della vita e quindi più o meno alla giungla. Gli avvenimenti recenti non gli danno forse ragione, con la loro violenza, ed i suoi corollari, il suo corteo di protezioni, la tendenza al ripiegamento su se stessi, sui propri interessi?

Il mio maestro ci proponeva una prospettiva tutta diversa. Parlava spesso della sua immensa ammirazione per il Maestro Ueshiba. Ci diceva che lui stesso stava cercando nella direzione che gli aveva dato il suo maestro. Ci guidava verso il sacro, non verso il religioso ma verso il sacro, era la sua maniera di insegnarci l’arte del misogi,5 di trasmettere un messaggio a questo piccolo gruppo di Francesi che ignoravano, all’epoca, tutto o quasi delle tradizioni e della cultura giapponesi.

L’Aikido evolve

Per Régis Soavi, l'Aikido, è l'approfondimento della percezione del ki.
Per Régis Soavi, l’Aikido, è l’approfondimento della percezione del ki.

Se l’Aikido si è evoluto, dobbiamo per questo classificarlo oggi tra le tecniche di benessere, di rilassamento o di gestione dello stress? La filosofia della nostra arte forse non ha finito di sorprenderci, per chi sa scavare, ed andare alla radice dell’essere umano, grazie a questo formidabile strumento.
Se l’Aikido evolve è attraverso il nostro incontro con esso, perché ogni giorno, ogni mattina precisamente, durante ogni seduta ci mettiamo in armonia con l’altro, gli altri, e di conseguenza con l’Universo.
L’Aikido è multiplo ma il suo fondamento è “UNO”, è per me una ricerca, un approfondimento della mia respirazione, della mia percezione del ki. Perché il cambiamento che si produce dentro di noi è la scoperta del mondo del ki.
L’Aikido evolve perché io evolvo. La mia comprensione lo fa evolvere in me.
La nostra arte ha fatto molto più che evolversi, si è radicalmente staccata dalle sue origini, ha cambiato orientamento, ha cambiato il “nostro” orientamento.

La mia domanda è quindi: dobbiamo far evolvere l’Aikido perché non è più adatto alla nostra epoca? Il mondo è cambiato certo, i suoi valori non sono più gli stessi, ma gli individui sono realmente cambiati? Oppure vogliono una volta ancora uscire dall’impasse in cui la società li ha portati?

Soffocare il nostro mondo interiore per sopravvivere o risvegliare il nostro mondo interiore per poter vivere.

Se tante persone cercano oggi in direzioni diverse da quelle che ci propone la società, non è per farla continuare così com’è, ma proprio perché desiderano cambiarla. Cambiarla per andare avanti e non per tornare indietro. Ma andare avanti non vuol dire fare tabula rasa del passato, al contrario. Bisogna saper approfittare dell’esperienza di questo passato, perché ci sono radici sane, non tutto è da buttare alle ortiche. In una società in cui gli individui sono diventati intercambiabili, ci sono dei valori eterni che possiamo conservare o ritrovare, ovvero riappropriarcene. Uno di questi valori è l’individualità, la differenza e la ricchezza delle persone che non chiede di meglio che di sbocciare. L’Aikido è qui per permettere loro questo sbocciare. Per questo sarà necessario lavorare sulla sensibilità, bisognerà ritrovarla nei meandri del nostro inconscio, del nostro involontario, di quello che fa di noi degli esseri umani, e non dei robot.

Il mondo dell’Aikido è per la maggior parte un mondo maschile, la sua evoluzione si farà anche attraverso il riconoscimento reale del femminile, come un mondo con valori propri, così vicino e allo stesso tempo così lontano.
Questo riconoscimento di un mondo che ha mantenuto un contatto con la vita nella sua semplicità, nel suo lato primitivo e propriamente istintivo può aiutarci a ritrovare noi stessi. Finiremo forse con l’apprezzare quello che sarà un vero equilibrio, basato su un’uguaglianza reale e non dettato da convenzioni antiquate. Un’uguaglianza dove la comprensione della differenza permette di apprezzarla.

Parlo della nostra evoluzione, quella che ci è indispensabile per andare avanti. I più grandi maestri non sono né aggressivi né violenti, al contrario. Anche se si parla della loro potenza, viene fatto l’elogio della dolcezza di Tamura Sensei, di Noro Sensei, di O Sensei Morihei Ueshiba, di Itsuo Tsuda Sensei. Senza che questo li sminuisca in alcun modo, senza che questo pregiudichi la loro forza, la loro personalità, al contrario. Se dovessimo trovare una via che ci porti alla pace, non sarebbe forse in questa direzione che dovremmo guardare?

L’amore di cui parla il fondatore non è qualcosa che si impara, questo Amore universale emerge dall’essere umano sincero quando si è sbarazzato da tutto quello che ne impediva l’emergere. Le sue debolezze, la sua condiscendenza, le sue paure, le sue rigidità, e tante altre cose. Ognuno di noi può fare la propria lista. Emerge dal più profondo di noi, a volte all’improvviso, sempre perché abbiamo abbandonato le nostre prerogative. Questo amore è ben lontano dall’essere un punto d’arrivo in sé, non si può misurare, la sua dimensione non è calcolabile, così può crescere mano a mano che il nostro respiro si approfondisce, che penetriamo un po’ di più in quella che chiamerò una dimensione supplementare: la sensazione concreta del ki. Al di là delle tre dimensioni a cui siamo abituati, e senza entrare nella quarta dimensione dei romanzi di fantascienza. Questa dimensione che è la sensazione fisica del ki in ogni sua forma, ci apre le porte verso una percezione più fine, più precisa del mondo. Un mondo in qualche modo allargato, un mondo che intuiamo e di cui abbiamo la chiave. Un mondo di libertà per noi e che si estende intorno a noi, che libera tutti quelli che vogliono cercare e lasciarsi guidare dalla loro intuizione, dal loro kokoro6, e dalla loro intelligenza in profondità.
La percezione di questa dimensione mi sembra essere un’evoluzione logica che deve derivare dalla natura stessa della nostra pratica e per questo dobbiamo dirigere tutta la nostra energia in questa direzione. Dobbiamo operare senza sosta perché i nostri allievi, e per estensione le persone che li circondano, possano beneficiare di questa scoperta.

L’Aikido: sport olimpico, arte di combattimento o tecnica di rilassamento?

Qual è il futuro di questa pratica? Se ha un passato glorioso sembra che oggi attiri sempre meno persone. Forse le rigidità amministrative dello Stato francese hanno bloccato l’entusiasmo delle generazioni passate. La scolarizzazione della società, già denunciata da un filosofo come Ivan Illich7 negli anni ‘70, fu applicata nell’insegnamento dell’Aikido, con i suoi programmi, i suoi esami, le sue ricompense. Questa idea di progressione basata sulla performance ha spesso, passato l’entusiasmo dell’inizio, stancato i giovani praticanti. Quelli che praticano da tanto tempo e ripetono sempre la stessa cosa non vedono più verso cosa stanno andando e a volte sono delusi da quest’arte che non ha portato loro quello che avevano creduto d’intravedere all’inizio. I nostri maestri e i nostri predecessori che avevano conosciuto O Sensei avevano visto qualcos’altro in questo uomo fuori dal comune. Sapevano che l’Aikido non si riduceva ad un’efficacia miracolosa dovuta a concatenazioni di tecniche eseguite sempre più velocemente.

Come arte di combattimento, senza gli anni di allenamento quotidiano, è molto spesso un’illusione, e anche con gli allenamenti intensivi, rimane comunque un’illusione. Anche i meglio preparati non possono garantire niente, perché tanti fattori entrano in gioco in un incontro violento. Si può allora lasciarsi andare a paragonare le differenti arti: Boxe Inglese, Cinese, Tailandese, Jiu Jitsu Brasiliano, Vale tudo, ecc., ognuno può tirare a sé la coperta argomentando. È la polemica verbale, e a volte finisce sul ring in un confronto ben lontano dagli ideali dei nostri poveri maestri, il cui unico desiderio mentre ci insegnavano quest’arte era di farci diventare esseri umani a tutti gli effetti, donne e uomini di valore. L’Aikido, con i suoi valori umanisti, era portatore di speranza nel ventesimo secolo, trovava un’eco nella nuova generazione che usciva dall’oscurantismo antiquato del conformismo. L’epoca lo ha trasformato, non ha saputo, potuto, resistere alle sirene della modernizzazione, dell’ognuno per sé, del cocooning o del ritorno al passato verso i valori-rifugio del tipo autorità, condizionamento, spirito di competizione.

L’autonomia

L’autonomia non si può insegnare, si scopre allo stesso modo delle capacità individuali, ma ci vuole tempo. Bisogna essere guidati, ma non forzati. Serve libertà, non lassismo. Forza senza rigidità. Infine, se sappiamo proporre questo in dojo che siano indipendenti dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni, dalle organizzazioni varie, allora vedremo persone riunirsi, per evolvere insieme grazie alla nostra pratica. Se non si dimentica che l’asse principale della nostra ricerca è il ki, le sue manifestazioni, la comprensione della sua importanza, il suo utilizzo attraverso la sensazione della vita che ci anima.

L’essenziale è nella scoperta della direzione da seguire, quella che ci porta all’autonomia, alla realizzazione dell’Essere nella semplicità.
Posso così fare mie le parole dell’Internazionale di Eugène Pottier8, come quelle della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges9 o quelle di Gesù di Nazareth o anche quelle di Buddha. Basta che io ne faccia una lettura non di parte ed aperta. Se l’Occidente ha una mente manichea, è completamente diverso in Oriente. Senza idealizzare l’uno o l’altro, la nostra ricerca deve portarci ad afferrare il meglio di ogni cultura. Il nostro mondo non è dei più allegri, ci mostra ogni giorno, attraverso i media, il suo volto spesso così deformato, con il suo carico di incomprensioni, di difficoltà e anche di orrori. Se è difficile agire efficacemente sulla società a livello mondiale, invece, possiamo agire a livello regionale, intendo dire vicino a noi, nel nostro entourage.
L’Aikido, se si sviluppa nello spirito di cui ho provato a dare un’idea, può essere uno strumento formidabile per rendere la nostra società più umana, più tollerante, ed anche più accogliente. È un’arte eccezionale che non chiede altro che svilupparsi. Siamo noi insegnanti di oggi che dobbiamo dare risposte, dare una direzione sana alla nostra pratica, con franchezza, senza nasconderci dietro ideologie o idee preconcette, per poter essere all’altezza di quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di luglio del 2017.

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Note

1  Jean Zin et Tadashi Abe, La vittoria attraverso la pace.
2  E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco.
3  K. G. Durkeim, Hara, centro vitale dell’uomo.
4  Noguchi Haruchika (1911-1976) è il fondatore del Seitai.
5  Per Ueshiba Morihei l’Aikido è un Misogi, una pratica di purificazione del corpo e della mente.
6  Il termine kokoro esprime un concetto, ha quindi un significato più esteso rispetto ai suoi equivalenti “cuore” “anima” o “spirito” spesso utilizzati per tradurlo.
7  I. Illich, Una società senza scuola (titolo originale: Deschooling Society).
8  Eugène Pottier (1816-1887) autore di L’Internazionale, canto rivoluzionario le cui parole furono scritte nel 1871 durante la repressione della Comune di Parigi, sotto forma di un poema alla gloria dell’Internazionale operaia.
9  Olympe de Gouges (1748-1793) ha lasciato numerosi scritti a favore dei diritti civili e politici delle donne e dell’abolizione della schiavitù.

Il ki, una dimensione a pieno titolo

Di Régis Soavi

«Il ki appartiene alla sfera del sentire e non a quella del sapere». Itsuo Tsuda

Appena si parla del ki si passa per un mistico, una specie di strampalato: «Non è scientifico, nessuno strumento, nessuna macchina è capace di provare, di dimostrare che il ki esista». Sono perfettamente d’accordo. Effettivamente se si considera il ki come un’energia super potente, una specie di magia capace di proiettare le persone a distanza o di uccidere solamente grazie a un grido, come si credeva con il kiai, si rischia di attendersi dei miracoli ed essere molto velocemente delusi.

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