Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra

Di Régis Soavi

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Nella pratica dell’Aikido ho sempre amato il ken. La spada, come il Kyudo nel modo in cui ne parla Herrigel nel suo libro sull’arte del tiro con l’arco, è un’estensione del corpo umano, una via per la realizzazione dell’essere. Nella nostra Scuola, il primo atto all’inizio della seduta è un saluto con il bokken davanti alla calligrafia. Ogni mattina, dopo aver indossato il kimono ed essermi preso qualche minuto di meditazione nell’angolo del dojo, comincio la pratica respiratoria con questo saluto verso la calligrafia. È per me indispensabile armonizzarmi con ciò che mi circonda, con l’universo.
Il semplice fatto di respirare profondamente alzando il bokken davanti al tokonoma, con una calligrafia, un ikebana, cambia la natura della seduta.
Si tratta, per me, di realizzare Ame no Ukihashi1, il ponte fluttuante celeste, che lega l’umano e ciò che lo circonda, il conscio e l’inconscio, il visibile e l’invisibile.
Per tutta la pratica respiratoria, la prima parte della seduta, il mio bokken è al mio fianco, lo stesso bokken da quarant’anni. È come un amico, una vecchia conoscenza. Un regalo di una donna semplice e generosa che si occupava della vendita in negozio quando ero un giovane insegnante di Aikido al dojo del Maestro Plée in rue de la Montagne Sainte-Geneviève.

Il mio studio della spada

Itsuo Tsuda non mi ha mai insegnato il ken. Ovviamente anch’egli lo usava per il saluto davanti al tokonoma all’inizio della seduta e in seguito quando facevamo la corsa in cerchio attorno a lui sui tatami prima di mettersi in linea per guardare la dimostrazione. Se no, l’utilizzava soprattutto per le dimostrazioni della spinta del bokken con due partner, come aveva visto fare da O Senseï Morihei Ueshiba.
Di fatto, non faccio differenze tra l’Aikido a mani nude, col bokken o con il jo. Ciò che conta di più secondo me è la fusione con la respirazione del partner. Questo altro così diverso e tuttavia così vicino, ed anche, alle volte, così pericoloso.
Le mie radici principali per ciò che riguarda le armi vengono da ciò che ho imparato con Tatsuzawa Sensei. È colui che mi ha influenzato di più. Negli anni settanta avevo cominciato a praticare l’Hakko Ryu jujutsu con il maestro Maroteaux. Poi ho studiato le armi all’istituto Noro dove si tenevano dei corsi specifici e durante gli stage con Tamura Sensei e Sugano Sensei, questo lavoro faceva parte dell’Aikido. Ciò che Tatzusawa mi ha mostrato è un Koryu (scuola antica), è un’altra cosa. A Parigi per i suoi studi, questo giovane giapponese (avevamo tutti e due una ventina di anni) si è presentato una sera all’improvviso nel dojo in cui insegnavo Aikido. Allora abbiamo iniziato uno scambio: lui praticava Aikido con me e mi mostrava delle tecniche della scuola della sua famiglia che studiavamo un certo numero di ore per settimana, forse quattro o cinque, per circa due anni.


Praticavamo molto il Iaïjutsu ed anche il Bojutsu2. Le tecniche che mi aveva mostrato mi hanno segnato per la loro estrema precisione. Era il giovane maestro della scuola della sua famiglia, Jigo Ryu. All’epoca non conoscevo neanche il nome di questa scuola. Oggi è diventato un sensei importante, è anche il 19° maestro del  Bushuden Kiraku Ryu, una scuola che ha più di quattro secoli di esistenza.
C’è una realtà nelle armi che può mancare alla pratica dell’Aikido come è talvolta insegnato oggi e rischia di diventare una specie di danza. Oppure si cerca di testare chi è di fronte mettendoci troppa resistenza e il tutto si trasforma in una lotta.
Con Tatsuzawa Sensei, c’era una respirazione. Una respirazione che non era la stessa che trovavo con Tsuda Sensei, ma c’era qualcosa e mi piaceva ciò che insegnava. Era qualcosa di talmente fine,  talmente preciso, talmente bello che ho desiderato che i miei allievi ne approfittassero. E per  anni, quando facevo degli stage, dicevo: «Ciò che vi ho mostrato è una tecnica della scuola di Tatsuzawa Sensei». Progressivamente questi due cieli, l’insegnamento di Tatzuzawa Sensei, ed il lavoro sulla respirazione con Tsuda Sensei, mi hanno portato a dare questo nome a ciò che io stesso scoprivo,  Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra, il cosciente e l’inconscio, il volontario e l’involontario.
Non ho più rivisto Tatsuzawa Sensei per trent’anni, ed è in occasione di un viaggio in Giappone che ci siamo ritrovati! È così che da dieci anni i miei allievi studiano l’arte del Bushuden Kiraku Ryu con lui ed uno dei suoi allievi, Sai Sensei. È un modo per noi di capire meglio le origini delle tecniche che utilizziamo, è una ricerca storica che ci permette di scoprire il cammino percorso da O Sensei Ueshiba.

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Un principio di realtà

Per Tatsuzawa Sensei l’allenamento doveva essere reale. Durante i nostri allenamenti negli anni settanta utilizzava uno iaito e colpiva come un dannato! «Men, men, kote, tsuki, men, tsuki». Evidentemente ad un certo punto, per la stanchezza, la spada mi ha colpito alla spalla, me ne ricordo ancora. Siccome era una spada in metallo, è entrata qualche centimetro nella spalla, tre forse quattro centimetri. Questo mi ha risvegliato. Non ho mai più lasciato calare l’attenzione nelle schivate.Finito. Era un risveglio, perché evidentemente egli non voleva farmi male. Il suo intento era di risvegliarmi, di spingermi in una direzione, affinché non fossi una specie di imbranato addormentato. Bene, mi è servito. In questo senso, la spada ci può risvegliare. Un bel calcio nel sedere certe volte è meglio di mille carezze. Io sono ancora molto riconoscente al mio maestro di aver fatto entrare la realtà nel mio corpo.
Oggi quando l’Aikido sembra diventare un passatempo per alcuni, ricordo loro la realtà con dolcezza ma con fermezza.
Ho spesso visto delle parodie di estrazione di katana con un bokken, in cui ci si accontenta di aprire la mano invece di estrarre la spada (chi pratica il iai lo capirà).
Non dobbiamo confondere la nobile arte della spada con l’utilizzo che ne facciamo nell’Aikido.
A mia figlia che pratica fin da piccola l’Aikido ed adora la spada, ho sempre consigliato di andare a vedere una vera scuola di spada. Ha scelto di studiare, oltre all’Aikido, anche lei il Bushuden Kiraku Ryu con Tatsuzawa Senseï ed il Iaïjutsu con Matsuura Senseï, che le insegnano ciò che non avrei mai potuto insegnarle.

L’Aikiken non è il Kendo

L’Aikiken non è il Kendo, né lo Iaido. La poesia non è il romanzo e viceversa, ogni arte ha le sue specificità, ma quando utilizziamo un bokken non dobbiamo dimenticare che è una katana che ha anche una tsuba ed un fodero, anche se sono invisibili. Noi dobbiamo usarli con lo stesso rispetto, lo stesso rigore, la stessa attenzione.
Ogni bokken è unico, nonostante la sua fabbricazione spesso piuttosto industriale, sta a noi farne un oggetto rispettabile, unico, grazie alla nostra attenzione, al modo in cui lo maneggiamo, in cui lo muoviamo. Per esempio se visualizziamo l’uscita della spada usando un bokken, occorre anche visualizzarne il rinfodero. Poco a poco si carica, si può avere l’impressione che diventi più pesante.
Del resto gli allievi che hanno l’occasione di toccare il mio bokken, di prenderlo, o alle volte di usarlo, lo trovano speciale, più facile da maneggiare ed allo stesso tempo più esigente, dicono. Non è più la stessa cosa, non è più un bokken ordinario. È per questo che io consiglio ai miei allievi di avere il loro bokken, il loro bastone. Le armi si caricano. Se voi avete un bokken o un bastone che avete ben scelto, che caricate di ki, e che usate per anni, avrà una natura diversa, vi assomiglierà in qualche modo. Per prima cosa potrete conoscere esattamente la sua dimensione, la dimensione del bastone, la dimensione del bokken, quasi al millimetro. Questo vi eviterà gli incidenti.
Avrà una consistenza differente se si agisce in questo modo, allora sarà il riflesso di ciò che siamo. La circolazione del ki cambia il bokken e si può cominciare a capire perché la spada era l’anima del samurai.
Ci si ricorda di queste spade leggendarie che riflettevano tanto l’anima del samurai che potevano essere toccate solo dal loro proprietario. Ho avuto modo di scoprire questo in un periodo in cui, per continuare a praticare e provvedere ai miei bisogni, lavoravo nell’ambito dell’antiquariato. Mi sono specializzato, tra le altre cose, nella rivendita di spade giapponesi, katana, wakizashi, tanto. Il fatto di toccarle, perché non avevo nessuna possibilità di comprarle mi ha permesso, più ancora di ammirarle, di scoprire qualcosa di indicibile.
Alcune avevano una tale carica di ki, era estremamente impressionante! Solo estraendo la lama di dieci quindici centimetri si poteva sentire se la lama aveva un’anima aggressiva o generosa, oppure se emanava una grande nobiltà ecc. All’inizio questo mi sembrava assurdo, ma i commercianti con cui lavoravo mi hanno confermato la realtà di queste sensazioni ed in seguito le discussioni con Tsuda Sensei hanno dato loro la realtà di cui avevano bisogno.
Un’arma senza respirazione, senza fusione, cos’è? Niente, un pezzo di legno, un pezzo di metallo.
Chuang-tzu, ci parla bene di fusione, di estensione dell’essere con uno strumento, l’arma, quando parla del macellaio:

“ Quando ho iniziato a praticare il mio mestiere, vedevo tutto il bue davanti a me. Tre anni più tardi, non ne vedevo che delle parti. Oggi, lo trovo con lo spirito senza vederlo più con gli occhi. I miei sensi non intervengono più, il mio spirito agisce come sente e segue da solo i lineamenti del bue. Quando la mia lama taglia e divide, segue le faglie e le fenditure che le si offrono. Non tocca né le vene, né i tendini, né il rivestimento delle ossa, neppure ovviamente le ossa. […] Quando incontro un’articolazione, individuo il punto difficile, lo fisso con lo sguardo e, agendo con una prudenza estrema, lentamente taglio. Sotto l’azione delicata della lama, le parti si separano con un uoh leggero come quello di un po’ di terra che si posa sul pavimento. Col coltello in mano, mi raddrizzo, guardo intorno a me, divertito e soddisfatto e dopo aver pulito la lama, la rimetto nel fodero.[…]”3

La fusione con il partner

Se non c’è fusione col partner, non si può lavorare con un arma, altrimenti non è che brutalità, lotta. È proprio perché la si utilizza fondendo la respirazione con il partner che si può scoprire ciò che prima di noi hanno scoperto dei grandi maestri. Tutti i loro sforzi per indicarci la via, il cammino da percorrere saranno perduti se noi stessi non facciamo lo sforzo di lavorare come ci hanno suggerito. Con un arma in mano si può scoprire la nostra sfera, renderla visibile. E grazie a questo si può estendere la nostra respirazione a qualcosa di più grande che non si limiterà alla nostra piccola sfera personale, ma che andrà oltre.
Se si utilizzano le armi così, trovo che abbia un senso, ma se le si utilizza cercando di tagliare la testa agli altri, di ferirli o di mostrare che si è più forti si deve cercare altrove piuttosto che nella nostra Scuola.
Le armi sono il prolungamento delle nostre braccia, che sono il prolungamento del nostro centro.
Ci sono delle linee di ki che partono dal nostro centro, dall’hara. Agiscono attraverso le mani. Se si mette un’arma all’estremità, un bokken, un wakizashi, un bastone, queste linee del ki possono convergere. Hanno un prolungamento. Può darsi sia più facile quando si lavora a mani nude,  comincia ad essere più difficile con un arma. Ma diventa molto interessante: non si è più limitati, si diventa “illimitati”. È proprio questo che è importante, è una conseguenza logica del mio insegnamento. All’inizio, si lavora un po’ limitati, costretti in qualche modo, poi si cerca di estendere, d’andare al di là partendo dal nostro centro. Alle volte ci sono delle interruzioni, il ki non passa attraverso la spalla, il gomito, il polso, le dita. A volte il bokken diventa come il bastone di un burattino che picchia il gendarme, allora non ha più senso. È per questo che mostro queste linee che tutti possono vedere. È qualcosa di noto nell’agopuntura. Lo si può vedere anche nello shiatsu ed in molte arti diverse. E là si va oltre. Se si potessero materializzare con delle linee luminose sarebbero sbalorditive da vedere. È ciò che ci lega agli altri. Ciò che ci permette di capire gli altri. Sono delle linee legate ai corpi, non unicamente al corpo materiale, ma al corpo nel suo insieme tanto fisico che kokoro. È ciò che c’è di sottile, d’immateriale, che è legato, non c’è differenza.

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Seitai-dō

Nella nostra Scuola pratichiamo quest’arte che è il Seitai-do, la via del Seitai. Quest’arte che comprende tra l’altro il Katsugen undo (Movimento rigeneratore seguendo la terminologia di Itsuo Tsuda), ci permette di ritrovare tanto a livello dell’involontario che dell’intuizione una qualità di risposta poco abituale.
Risveglia l’istinto ”animale” nel buon senso della parola, un po’ come quando eravamo dei bambini, giocosi ed anche turbolenti a volte ma senza reale aggressività, che prendono la vita come un gioco con tutta la serietà che ciò impone.
È grazie a quest’arte che ho scoperto l’intermissione respiratoria, questo spazio tempo tra l’inspirazione e l’espirazione, e tra l’espirazione e l’inspirazione. Questo momento infinitesimale quasi irrivelabile durante il quale il corpo non può reagire. È durante uno di questi momenti che si applica la tecnica seitai. All’inizio è difficile percepirlo e ancor di più agire esattamente in quel momento molto preciso. Tuttavia poco a poco si sente questo spazio in modo molto chiaro, si ha l’impressione che si allarghi, ed infatti si ha l’impressione che il tempo scorra in maniera differente come talvolta succede quando c’è una caduta o un incidente. Ci si può chiedere quale rapporto ci sia con il lavoro con le armi nell’Aikido. È proprio la nostra ricerca in questa direzione e l’aneddoto seguente raccontato da Tsuda Sensei è rivelatore.

Un livello troppo alto

Haruchika Noguchi Sensei il creatore del Seitai quando era ancora giovane volle praticare il Kendo, s’iscrisse in un dojo per imparare quest’arte. Dopo i preparativi di rito si trovò davanti a sé un kendoka. Appena l’altro alzò il suo shinai sopra la sua testa, Noguchi Sensei lo toccò alla gola, benché non conoscesse nessuna tecnica. L’insegnante gli mandò un praticante più avanzato, stesso risultato, gli mise di fronte un sesto dan: non andò meglio. Il maestro gli domandò se avesse già fatto Kendo: «Per niente» rispose «io tocco al momento dell’intermissione respiratoria, è tutto» «Lei ha già raggiunto un livello troppo alto Sensei» disse. È così che Noguchi Sensei non poté mai imparare il Kendo.
Praticare l’Aikido a mani nude, praticare l’Aikiken, usare il jo, il bo, praticare il koryu o qualunque altra arte come Itsuo Tsuda stesso che faceva la recitazione del No, l’essenziale non è nella tecnica, ma nell’arte stessa e nel suo insegnamento che deve permettere la realizzazione dell’individuo. Tsuda Sensei citando le diverse arti che aveva praticato ci diceva: «Il Maestro Ueshiba, il Maestro Noguchi, il Maestro Hosada4 hanno scavato dei pozzi di una profondità eccezionale. […] Hanno raggiunto le vene d’acqua, la sorgente della vita. Tuttavia, questi pozzi non comunicano tra loro, anche se è la stessa acqua che ci si trova.»5

Articolo di Régis Soavi sul tema la spada del Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 12) nel mese di april del 2016.

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Notes

1. Vedere il Kojiki (古事記) raccolta di miti sull’origine delle isole che formano il Giappone e i kami.
2. Il bō è un bastone lungo 180 cm maneggiato con entrambe le mani.
3. Trad. it. dall’opera francese: J.F. Billeter, Leçons sur Tchouang-Tseu, p. 16 Ed. Allia, Paris 2002.
4.Teatro Nô : Scuola Kanze Kasetsu.
5. Itsuo Tsuda, il Non-fare, Prefazione p. 14, Yume Editions, 2014.