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Itsuo Tsuda alla Sorbona

lecture sorbonne itsuo tsuda

80 anni dopo, Tsuda torna alla Sorbona

Un ponte tra l’Oriente e l’Occidente, Lettura-Incontro

Tracciando una profonda considerazione sugli sviluppi più importanti del pensiero umano, Tsuda attraversa Oriente e Occidente e pone il ki al centro della sua ricerca.

Tsuda è venuto in Francia nel 1934 e ha studiato alla Sorbona con il sinologo Marcel Granet e il sociologo Marcel Mauss. Nel 1940, tornato in Giappone, si interessa agli aspetti culturali del suo paese, come la recitazione del Noh, la tecnica seitai e l’ Aikido. Negli anni ’70, comincia a diffondere le sue idee sul ki in Europa e pubblica nuovi libri in lingua francese.

Creando un ponte tra Oriente e Occidente, è stato in grado di sviluppare e presentare la conoscenza che le e’ stata trasmessa dai suoi insegnanti. Una sfida in cui l’essere umano è considerato al di là del tempo, luogo e tradizione. L’essere umano in quanto tale. La vita nei suoi molteplici aspetti. Tsuda offre un modo per risvegliare la sensibilità e per trovare la libertà interiore.

Questa lettura-incontro, condotta da Regis Soavi, conferenziere e insegnante di Aikido, allievo diretto di Tsuda,  e Yan Allégret, scrittore e attore, sarà l’occasione per scoprire questo percorso.

Martedì, 4 novembre 2014 alle ore 19:30 presso l’Anfiteatro Guizot

17, rue de la Sorbonne Paris 75005

Ingresso gratuito su richiesta tramite i servizi culturali: Agenda-culturel@paris-sorbonne.fr.

La presa, un’arte del distacco

di Régis Soavi

La presa in sé non è la difficoltà, è la coagulazione del ki nel polso, nelle braccia o intorno al corpo a porre un problema e a bloccarci, ed è attraverso il distacco che ce ne si potrà liberare. La visualizzazione è il modo di arrivare a questo distacco. Tsuda Sensei ce ne fornisce un esempio nel suo secondo libro, La via della spoliazione.

Ridiventare bambini

Aide-mémoire Itsuo Tsuda saisie
Aide-mémoire dessiné par Itsuo Tsuda, 1972 illustrant différents types de saisie

«L’Aikido per me è un’arte di ridiventare bambini. […] C’è bisogno di un’arte per ridiventare bambini senza essere puerili. […] Jean per esempio, mi afferra da dietro circondandomi con le braccia. Voglio abbassarmi per sedermi ma mi impedisce di farlo. Ha dei bicipiti che sono il doppio dei miei e pesa circa 90 chili. Non posso muovermi talmente mi stringe forte. Cosa si deve fare? Proiettarlo prima di sedermi? Ci provo, ma non ci riesco, poiché è troppo pesante e troppo forte.
Allora divento bambino. Vedo una conchiglia meravigliosa sulla spiaggia e mi abbasso per prenderla. Dimentico Jean che continua a stringermi da dietro. (Tecnicamente c’è un dettaglio importante: porto avanti un piede per fare, insieme all’altro, due lati di un triangolo, poiché è più concentrato). C’è scorrere del Ki, che parte da me e va verso la conchiglia, mentre prima il Ki era bloccato sul pensiero di Jean. Jean con i suoi 90 chili diventa molto leggero e cade in avanti al di sopra delle mie spalle.
Come può accadere che con idee diverse si ottengano risultati opposti, mentre la situazione rimane la stessa?
L’idea di proiezione provoca la resistenza. Nel gesto del bambino, c’è la gioia di raccogliere la conchiglia che fa dimenticare la presenza dell’avversario.»*

Prendere, appropriarsi

Ci sono molti modi di afferrare, e ciò che è spesso determinante è l’intenzione che ci viene messa. Alcuni di questi modi possono essere considerati superficiali, persino inoffensivi, altri più pericolosi, come ad esempio quelli che presentano un carattere di appropriazione, altri ancora possono essere a volte insidiosi e insistenti.
La scenografia che permette l’allenamento nell’Aikido considera che la presa sia il risultato di un atto che si manifesta con una certa aggressività. Questo atto è già di per sé stesso un tentativo di appropriarsi dell’altro per farne qualcosa, derubarlo, distruggerlo, distruggere la sua persona o la sua personalità, tralasciando i casi legittimi che non ci riguardano in quest’esempio. Si tratta di un abuso di potere, reale o irreale, manifesto o desiderato, sull’altro, questo altro che si suppone impossibilitato a reagire davanti ad una tale manifestazione di potenza.

Una presa di potere

Nel mondo animale il potere di un individuo o di un clan, all’interno di un gruppo più numeroso della stessa specie, corrisponde a dei criteri ben precisi, generalmente legati alla riproduzione, alla preservazione, o alla difesa di un territorio. Di conseguenza è sopportato e in fin dei conti accettato dall’intero gruppo; se insorgono tentativi di contestazione, dei rituali genetici o semplicemente ancestrali servono a chiarire la situazione.
All’interno della società umana, e in particolare la nostra che si vorrebbe più moderna da un certo punto di vista, il bisogno di prendere il potere sull’altro mi sembra essere più un segno di disfunzione, se non di malattia, creato dal nulla dai comportamenti indotti dalla civilizzazione. L’incertezza del proprio potere, il condizionamento esercitato da tutto quanto è già organizzato all’interno della società, provocano una frustrazione e spingono l’essere umano a cercare di riconquistarlo attraverso parole o azioni là dove questo potere non c’è, là dove non lo troverà, e cioè nell’altro, che in fin dei conti non lo detiene. Invece questo comportamento lo obbliga mentalmente ad assumersi tutti i rischi che questa vana speranza comporta. La nascita di questo tipo di aggressività proviene spesso da una mancanza, da un deficit, ammesso o meno, del proprio potere, che si cerca di colmare. Le pressioni percepite, subite, e dunque vissute come tali a volte sin dalla più tenera infanzia, conducono alcuni individui a volersi riappropriare di ciò che percepiscono, nella loro intimità, come un qualcosa di cui sono stati privati, derubati, o anche che hanno semplicemente perduto. Ciò fa di questi individui delle persone pericolose a causa della loro semplice frustrazione. Ognuno di noi può comprendere e percepire questo genere di cose nel momento in cui si ritrova impotente davanti ad un’amministrazione, o in occasione di una presa di potere su di sé da parte di qualcuno contro il quale non può, apparentemente, nulla. Da qui a divenire aggressivi non c’è che un passo, che alcuni compiono laddove altri invece ci ragionano, si rassegnano, perché hanno già accettato, per via dell’abitudine, questo stato di dominazione e lo subiscono nel quotidiano. Se alcuni ne restano solo leggermente toccati è perché hanno già passato questo tipo di difficoltà e non sono indeboliti nel loro potere, non lo hanno mai perduto o lo hanno già ritrovato.

Prigioniero

«Tel est pris qui croyait prendre»* recita il proverbio, ed è proprio questo rovesciamento di prospettiva che si opera nel momento della presa. Si dimentica troppo facilmente che colui che prende diviene prigioniero di quello che ha preso. Egli non può disfarsene senza rischiare di perdere qualcosa nel processo che ha innescato. La sua libertà, ammesso che ne abbia una, si trova ad essere dipendente da colui o colei che egli pensava poter detenere o trattenere. Egli diventa il carceriere dell’altra persona, la quale non pensa più che a liberarsi, e ci metterà tutta la sua forza, la sua intelligenza, perfino la sua astuzia, se non addirittura la sua perfidia, poiché ne ha tutto il diritto e nessuno potrà biasimarla. La nostra società genera questo tipo di comportamenti alienanti, all’interno dei quali sia l’uno che l’altro cercheranno di liberarsi, l’uno contro l’altro, invece di passare ad un’altra dimensione, più umana, più intelligente, più rispettosa di questo altro. Voler cambiare questi comportamenti può sembrare un’utopia, però, se l’Aikido esiste e continua ad essere un’arte al servizio dell’umanità, è forse per dire e mostrare che, come altri hanno già enunciato, degli altri rapporti sono possibili tra le persone, e noi non siamo i soli, noi aikidoka, a desiderare di voler continuare lungo questa direzione.

La respirazione, una risposta in una situazione particolare

È attraverso la respirazione ventrale e la calma che ne risulta, che si può trovare la soluzione immediata a certe situazioni difficili. Per prepararsi non è assolutamente necessario essere un tecnico eccezionale, un grande guerriero, o un analista assai competente, al contrario si ha la necessità di ritrovare questa forza che si è rifugiata nel più profondo del nostro corpo, nel nostro Kokoro, o che talvolta si è perfino dispersa in molteplici sistemi di difesa. Cercare nelle arti marziali violente una soluzione di difesa di fronte alla coscienza della nostra debolezza, reale o presunta, è solo una scappatoia, un’alternativa o peggio una fuga in avanti. L’Aikido, nella sua filosofia, propone un’altra direzione che, se non viene intesa e soprattutto compresa, rischia di fargli perdere la sua ragion d’essere, la sua particolarità.
Gli attacchi nell’Aikido non sono che una messa in situazione per permettere ai praticanti di risolvere un problema, un conflitto che in d’altra parte li oppone più a sé stessi che al loro partner. Le prese per esempio rappresentano spesso dei tentativi di immobilizzazione del corpo, dunque del movimento dell’altro, attraverso un imprigionamento dei polsi, delle braccia, del tronco, del keikogi o di qualsiasi altra parte che lo consenta. A volte, invece, le prese possono essere la prosecuzione di attacchi che non hanno raggiunto l’obiettivo. Raramente sono soltanto un tentativo di bloccaggio, se le si considera dal punto di vista del combattimento saranno quasi sempre seguite da un atemi o da un’immobilizzazione definitiva. Le prese non sono che il primo atto, la prima scena di una “pièce”, se si può dire così, molto più lunga. È lavorando sulle prese che si scoprirà, e questo può sembrare paradossale, il distacco.

Avant la saisie, on est touchée par quelque chose d’invisible.

La sensibilità, l’istinto

Molto prima che la presa o l’attacco si concretizzino la nostra sensibilità è raggiunta da qualcosa di invisibile ma tuttavia di molto materiale. È forse inspiegabile nello stato attuale delle conoscenze scientifiche, ma è qualcosa che conosciamo bene, e a volte anche molto bene. È ciò che ci fa muovere, schivare, quando ancora non abbiamo visto nulla, ma abbiamo soltanto sentito in modo indefinibile. Per fornire un esempio più chiaro e che ognuno ha potuto verificare, in un modo o in un altro, in diverse situazioni, vorrei parlare dello sguardo. Lo sguardo è portatore di un’energia, di un Ki estremamente concreto che il nostrto istinto può percepire. Potrebbe esservi capitato, mentre camminavate, una sera o una notte, di sentre qualcosa di indescrivibile dietro di voi, come se qualcuno vi stesse guardando, osservando, vi girate, nessuno, ma nonostante tutto la sensazione persiste. Questa sensazione, se non siete tranquilli, può trasformarsi in angoscia, ovvero può scatenare una paura «irrazionale visto che non c’è nessuno», quando di colpo scoprite, all’angolo della strada, dietro una tenda semiaperta, qualcuno che vi osserva, oppure, sopra un tetto, un gatto che vi guarda. Lo sguardo dei gatti, degli animali in generale, allo stesso modo di quello degli umani quando osservano intensamente qualcosa o qualcuno, è portatore di un Ki estremamente potente. Il nostro istinto è capace di sentirlo, ma tutto dipende dallo stato del nostro stato d’animo in quel momento. Se stiamo chiacchierando con un amico, se siamo persi nei nostri pensieri dopo un incontro amoroso ad esempio, il nostro istinto, se è poco preparato, avrà difficoltà a sentire questo genere di cose. È lo stesso, ovviamente, se siamo preoccupati, spaventati o angosciati, tutto il nostro essere, in questo caso, è in qualche modo indebolito, perde le sue capacità istintive.

Scoprire la direzione presa dal Ki

L’Aikido ci permette di riscoprire e di guidare le nostre capacità istintive. È grazie ad un lento lavoro su noi stessi e sulle nostre sensazioni che riapparirà ciò che spesso abbiamo lasciato addormentarsi, cullati dal comfort dovuto alla società moderna, che può sembrarci così rassicurante.
Il lavoro a partire dalla prese corrisponde, come tutto ciò che facciamo nell’Aikido, a un ri-apprendimento e ad un allenamento del corpo nel suo insieme, in modo che non ci sia più separazione tra il corpo e lo spirito. Già quando il nostro partner si avvicina, non si tratta di aspettare gentilmente che egli faccia la presa richiesta, tutto il nostro corpo deve sentire le direzioni prese dalle diverse parti del suo corpo: braccia, gambe, i suoi punti di appoggio, e tutto questo senza guardare, senza osservare, perché sarebbe già troppo tardi. Per quanto riguarda i debuttanti inesperti, se l’esercizio è sufficientemente lento, essi potranno scoprire i cammini percorsi dal Ki dei loro partner, le linee di forza. Poiché lavorano senza rischi, ricominciano ad avere fiducia nelle reazioni e nelle sensazioni del loro corpo. Durante le sedute non mostro solamente le tecniche, sono continuamente in movimento, facendo da Uke all’uno, da Tori all’altro, senza bloccarli faccio sentire loro la direzione che il loro corpo deve prendere e mi metto io stesso nella situazione, rendendo ancora più concreto il Ki, materializzando le linee di forza, visualizzando le aperture che essi possono utilizzare, tutto questo lasciando loro la capacità di agire, di regire a modo loro.

Scoprire il Non-fare

La presa può essere un primo passo nel cammino che conduce verso ciò che Lao Tsu o Chuang Tsu designano con il nome di Wu wei, il Non-agire, e questa è stata la base dell’insegnamento del mio maestro Itsuo Tsuda. Come insegnare ciò che non è insegnabile, come mostrare l’invisibile, come guidare un debuttante o anche un anziano verso quella che è l’essenza della pratica nella nostra Scuola? Ciò che risulta difficile spiegare a parole, si comprende facilmente quando ci si lascia guidare dalla sensazione. Per questo dobbiamo fare qualche passo indietro: accettare di lasciare le nostre abitudini di acquisire e accumulare, questi riflessi del consumatore sempre pronto a riempire il suo carrello di prodotti diversi, di tecniche più o meno moderne, alla moda o all’antica, miracolose, facili e senza sforzo, o dure ma efficaci. Oggi la pubblicità è all’origine di tante illusioni, facendo luccicare agli occhi dei clienti le meraviglie colorate di un mondo divenuto tanto virtuale. Quanto manca perché si possa praticare l’Aikido sulla console Wii con un casco di realtà aumentata e un partner di cui si possa regolare il potenziometro in funzione del proprio livello, della propria forma, o del proprio umore?
Ma è possibile che io sia in ritardo e che questo esista già.

Prendere con il Ki

I bambini piccoli conoscono e utilizzano naturalmente un certo tipo di presa estremamente efficace, si tratta di una presa vuota da tutte le contrazioni inutili. Nel prendere un gioco mettono tutto il loro ki e quando lo lasciano lo fanno con un’indifferenza completa, non c’è più nessun Ki dentro. Invece hanno una capacità incredibile quando non vogliono lasciare quello che hanno preso e che tengono nella loro piccola mano chiusa. Se è qualcosa di pericoloso, i genitori dovranno a volte aprire loro la mano dito per dito, nonostante egli sia piccola e priva di reale forza muscolare, nel senso in cui l’intendono gli adulti. Essi sanno, in modo completamente inconscio, come utilizzare il Ki, non hanno bisogno di impararlo, sfortunatamente perdono spesso questa facoltà a favore della ragionevolezza e sono l’educazione e la scolarizzazione ad esserne più spesso responsabili.
Reimparare a prendere come un bambino piccolo, senza tensione, e scoprire grazie a ciò la prensilità naturale. Utilizzo spesso come esempio la maniera in cui gli uccelli si posano su di un ramo: essi hanno dei microsensori cutanei in mezzo alle zampe che informano dei ricettori, i quali, grazie a queste indicazioni, animano delle funzioni riflesse a livello dell’involontario e impartiscono l’ordine alle loro dita di chiudersi non appena toccano il ramo. Questo modo di prendere evita le tensioni, i fallimenti e consente un adattamento molto preciso delle membra al punto che si è afferrato. Una presa di qualità è una presa che utilizza il palmo della mano come primo contatto, poi le dita si chiudono sull’oggetto, sulle membra, sul keikogi. Se si agisce in questo modo le prese sono più rapide, senza tensioni eccessive e di un’efficacia notevole, e possono così permettere un lavoro di buona qualità con un partner.

Le uniche prese dell’altro che ne rispettano la libertà sono leggere ma potenti, come quelle ad esempio di un bambino piccolo che vuole portare uno dei suoi genitori verso una piccola rana appena osservata nell’erba alta e di cui è curioso, o come quelle di due esseri, amici o amanti, uniti dalla tenerezza e dal rispetto reciproco.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 24) nel mese di april del 2019.

* Itsuo Tsuda, La Via delal spoliazione, Yume editions, 2016, p. 179.
* “Tel est prise qui croyant prendre” proverbio francese, tratto da una favola di La Fontaine “Il topo e l’ostrica” che in una versione italiana suona « Chi prender gli altri crede/ talor se preso vede” e cioè “A volte chi crede di prendere gli altri finisce per essere preso”.

Misogi

In questo articolo, a partire da un tema tratto da I-Ching (Khann = l’abissale), Régis Soavi Sensei ci parla dell’Aikido come una pratica di Misogi.

Il Misogi 禊 è una pratica molto presente presso gli shintoisti. Consiste in un’abluzione, a volte sotto una cascata, in un corso d’acqua, o anche nel mare, e permette una purificazione allo stesso tempo fisica e psichica della persona. In un senso più ampio, Misogi include tutto un processo di risveglio spirituale. È anche un’azione che mira a dare sollievo all’essere da quello che l’opprime, per permettergli di risvegliarsi alla vita. L’acqua è sempre stata considerata come uno dei suoi elementi essenziali.

Leggi tutto : http://www.scuoladellarespirazione.org/misogi/

Taiheki, il rivelatore

di Régis Soavi

Noro Sensei, negli anni Settanta, ci raccontava che Ō Sensei Morihei Ueshiba rimprovera­va talvolta ai suoi allievi la loro mancanza di attenzione nel momento in cui telefonavano da una cabina pubblica, concentrati com’erano sulla loro conversazione: «Dovete essere pronti in tutte le circostanze, qualsiasi cosa facciate!» diceva.

L’Aikido opta per una posizione naturale, senza guardia, detta Shizen Tai. Ma una postura naturale non è affatto una postura rilassata come la si intende oggi, in ogni caso la con­centrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate. Se la guardia più diffusa nell’Aiki­do resta Hammi no Kamae, come tutte le altre anche questa dipende, più di quanto non si creda, dalla polarizzazione dell’energia nel corpo.

Kamae, l’istinto del corpo

Mi ricordo di quello che ci aveva detto Maroteaux Sensei in occasione di una delle mie pri­me sedute di Aikido al dojo della Montagne Sainte-Geneviève: «Aprite la porta, un cane vi salta alla gola, che fate?» Evidentemente ero rimasto senza parole, ma la domanda che ci aveva posto, al tempo in cui ero un giovane praticante di arti marziali piuttosto sicuro di sé all’epoca, mi aveva scosso, e questo fu all’origine delle mie ricerche sulle Kamae.
Mettersi in guardia è la risposta ad un atto aggressivo o ad una sensazione di pericolo. Per chi non conosce le arti marziali questa risposta sarà istintiva, mentre per un praticante sarà il risultato della sua formazione. Le sue ricerche personali potrebbero portarlo a utiliz­zare il suo corpo in una maniera diversa da quella che aveva appreso e per questa ragio­ne troverà un posizionamento o una guardia che gli conviene, a volte più pertinente, a vol­te tale da tendere una trappola lasciando credere ad un’apertura o ad una debolezza da parte sua. Sebbene ci siano numerosi modi di mettersi in guardia, e dunque di proteggersi, si deve tener conto del proprio corpo; malgrado tutto ciò che si è appreso, malgrado gli anni di allenamento, come ultima risorsa sarà l’istinto a guidarci. Il lavoro sulle arti marziali, lungi dall’essere inutile, sarà piuttosto in questo caso un supporto, un appoggio. Il rischio del­l’apprendimento è talvolta quello di fornire una sicurezza, una fiducia nella tecnica, nelle posture che, se sono magnifiche in foto o sui tatami, non corrispondono ad alcuna realtà nella vita di tutti i giorni. Trovare la postura giusta dipende dal corpo di ciascuno. Fin troppi praticanti cercano, lavorando con accanimento, di modellare il loro corpo per renderlo con­forme all’idea che si sono fatti della loro arte, o più semplicemente dell’efficacia che spera­no di ottenere. Si prende in considerazione l’estetica dell’arte, e di conseguenza se ne per­de la profondità. Si vede il lavoro compiuto ma non ci si rende conto delle deformazioni ac­quisite a causa di questo lavoro. Ci sono tanti allievi che ripetono lo stesso esercizio un numero incredibile di volte, la stessa tecnica, sperando così, imitando semplicemente il maestro o il professore, di arrivare alla padronanza della propria arte, mentre seguono la via della deformazione senza rendersene conto. Non bisogna stupirsi del numero di inci­denti o di disabilità che ne derivano. Quanti non possono più praticare a causa di un ginoc­chio, di un gomito, di un polso, o della loro schiena mentre sono ancora giovani e pieni di energia?

Noguchi Haruchika Sensei 1911-1976 fondatore del Seitai

Le Kamae dipendono dal Taiheki

Il Seitai ci fornisce un eccellente strumento, lo studio delle tendenze corporee che Noguchi Haruchika Sensei ha chiamato Taiheki (体癖). È Tsuda Sensei che ce ne dà una prima de­scrizione, benché sommaria, ma era già una rivelazione, al momento della pubblicazione del suo libro Il Non-fare1 agli inizi degli anni Settanta. Egli ha poi completato questo insegnamento nei libri che seguirono nel corso degli anni, senza smettere di apportare degli esempi che ci permettevano di meglio comprendere i Taiheki. Anche la lettura dei testi di Noguchi Sensei ci ha permesso di approfondire la conoscenza dei comportamenti umani e soprattutto delle loro relazioni con il corpo. La comprensione dei movimenti del corpo degli individui permette di guidare i debuttanti verso una postura migliore, senza che si deformino. Siccome ci vorrebbe un libro intero per spiegare questo insegnamento a chi non conosce l’argomento, sono obbligato a fornire solo qualche indicazione, senza entrare nel dettaglio.
La classificazione dei Taiheki messi a punto da Noguchi Sensei si basa sul movimento in­volontario umano. Non si tratta di una tipologia che permette di inserire gli individui in ca­selle predefinite, ma di svelare le tendenze comportamentali abituali tenendo conto delle interpenetrazioni che possono esistere tra queste.
Questa classificazione comprende sei gruppi: i primi cinque sono in relazione con una ver­tebra lombare, l’ultimo gruppo non è in relazione con la colonna vertebrale, ma con uno stato generale del corpo. Ogni gruppo è suddiviso, a seconda dell’aspetto Yang o Yin, in due sottogruppi o tipi, detti “attivo” e “passivo”. Per ben comprendere l’interesse di un tale studio, ho scelto alcuni esempi che alla luce dei Taiheki mi sembrano più esplicativi di altri.

Trovare la giusta postura dipende dal corpo di ciascuno.

Taiheki, il rivelatore

All’interno della classificazione, il primo gruppo è anche chiamato «gruppo verticale» ed è in relazione con la prima vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi al cervello.
Il tipo 1, ad esempio, è estremamente sicuro di sé in rapporto alla Kamae, egli adotta una posizione assolutamente definitiva, è capace di spiegarla a tutti, con molta logica. Anche se la sua esperienza è minore, si fa immediatamente un’idea della cosa e non demorde. I suoi talloni hanno la tendenza a sollevarsi dal suolo a causa della tensione che ha alle cer­vicali, egli svilupperà, ad esempio, una teoria secondo la quale si può saltare più rapida­mente e più lontano in caso di attacco e rifiuterà tutte le contraddizioni, fino al momento in cui non sorgerà un’altra idea che gli sembrerà essere più brillante o più giudiziosa.
Il tipo 2 sa tutto sulle Kamae relativamente a quasi tutte le arti marziali, le origini storiche, il valore di ciascuno e i maggiori difetti, l’apporto di ogni maestro. Conosce anche delle sto­rielle che illustrano le sue affermazioni, è un pozzo di conoscenza che non esita a com­pletare non appena sente una mancanza da qualche parte nella sua argomentazione o nei suoi riferimenti.

Il secondo gruppo è denominato «gruppo laterale» ed è in relazione con la seconda verte­bra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato digerente
Il tipo 3 è un “bon vivant”, nel momento in cui pratica le arti marziali sceglie il suo club più in funzione dell’ambiente che dell’efficacia dell’arte insegnata o della notorietà del maestro. Tutte queste storie sulla postura, sulla guardia, non lo interessano che molto poco, egli ha la sua piccola opinione in proposito come d’abitudine, a lui piace o non piace, vale a dire gli va bene o no.
Il tipo 4 al contrario è molto riservato, è difficile sapere cosa pensi. Affabile, raramente esprime la propria opinione, anche se si instaura un dibattito sul valore delle diverse Ka­mae, non ha opinioni vere e proprie, tutto gli sembra possibile in funzione delle circostan­ze. Egli rientra piuttosto nel genere del diplomatico senza eccessi.

Il terzo gruppo è denominato «gruppo polmonare» o «gruppo avanti-indietro» ed è in rela­zione con la quinta vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato re­spiratorio.
Il tipo 5 non ama discutere per niente, una guardia deve avere un senso pratico, o è effica­ce o non lo è. Occorre verificare, e se funziona andare avanti… Schivare non è vera­mente il suo forte, preferisce le tecniche in Omote piuttosto che quelle in Ura. A causa del­la sua tendenza ad appoggiarsi sulla quinta lombare le sue spalle si portano in avanti e lo incitano ad agire. È facilmente combattivo, ma sa preservarsi delle vie di fuga in caso di bi­sogno.
Il tipo 6 ha troppa tensione alle spalle per poter agire in maniera semplice. Quando questa tensione si rilassa libera una enorme quantità di energia che parte in tutte le direzioni e che egli stesso non riesce a gestire. Di fronte a lui non è possibile alcuna guardia, è com­pletamente ingestibile ed imprevedibile col rischio di mettersi egli stesso in pericolo.

Il quarto gruppo è denominato «gruppo torsione» ed è in relazione con la terza vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato urinario.
Alcuni Taiheki possono a priori sembrare predisposti ad una buona guardia, come nel caso del «gruppo torsione» (tipo 7 o 8) poiché per difendersi adottano istintivamente un genere di postura, piuttosto di profilo, le lombari inarcate, un piede avanti etc. Questa po­stura può sembrare ideale, per una posa o su una foto. Ma messa da parte la precisione del posizionamento e i punti di appoggio, la capacità di muoversi dipende, evidentemente e può darsi principalmente, dal mentale. C’è una differenza enorme, che cambierà tutta la questione, tra una torsione di tipo 7 e quella di tipo 8. Per semplificare dirò che il tipo 7 vuole vincere mentre il tipo 8 non vuole perdere. Tutta la postura cambia, l’uno si appresta a slanciarsi in avanti, l’altro a tentare di schivare. Per di più le persone del gruppo torsione hanno una agitazione permanente che in questo caso si rivela nefasta. Agitati, non aspet­tano che una sola cosa: passare all’azione. L’attesa per loro è insopportabile, non resisto­no più, tutto ad un tratto si lanciano, tanto peggio se non è il momento giusto.

Il quinto gruppo è denominato «gruppo pelvico» o «gruppo bacino» ed è in relazione con la quarta lombare. La sua energia non è polarizzata verso una regione del corpo, è tutto il corpo che a partire dalle anche si tende e si rilassa in un colpo solo.
Il tipo 9 è un esempio della continuità, quando pratica le arti marziali tende a farne la sua unica ragione di vita, la tendenza del suo bacino alla chiusura dà una grande forza al suo koshi che gli facilita il compito dell’apprendimento, ma ha una predisposizione al perfezio­nismo che a volte può rasentare l’assurdo. Si preoccupa dei dettagli e perfezionerà le Ka­mae fino al più piccolo elemento, fintanto che la postura non sia perfetta dal suo punto di vista, sarà insoddisfatto, ma è giustamente questa insoddisfazione che, lungi dallo scorag­giarlo, lo spinge in avanti. Niente può opporglisi, solamente la soddisfazione interiore è il suo punto di riferimento. Può, come Ō Sensei Morihei Ueshiba, così come altri grandi mae­stri, arrivare alla conclusione che la posizione naturale è la Kamae ideale perché rap­presenta il superamento di tutte le altre. Ma questa posizione naturale è il frutto dei suoi numerosi anni di lavoro e di allenamento e non una facilità teorica o un rilassamento.
Il tipo 10 invece ritiene che una buona guardia sia indispensabile, che è una garanzia di stabilità e che se si rispettano gli altri non ci saranno conflitti. Il suo bacino aperto ne fa ge­neralmente una persona molto accogliente, possiede una grande sensibilità e la sua intui­zione è micidiale. La sua postura aperta gli impedisce di essere aggressivo, avrà la ten­denza a fare delle tecniche Ura che gli riescono meglio e la sua guardia andrà più nella di­rezione di assorbire l’attacco piuttosto che di respingerlo.

I due tipi restanti, che formano l’ultimo gruppo, sono degli stati del corpo denominati «iper­sensibile e apatico».
Il tipo 11 non riesce ad avere una guardia precisa e definita, la sua ipersensibilità ne fa un essere disturbato che non giunge ad avere dei punti di riferimento. La sua guardia è im­precisa, e addirittura disordinata o confusa e quasi sempre totalmente inefficace. La paura ha la tendenza a liquefargli le gambe. L’Aikido può essere un’attività eccellente nel suo caso, a condizione che l’insegnante comprenda bene le sue difficoltà, e non gli metta fretta, al fine di condurlo verso una sensibilità normale.
Il tipo 12, al contrario, è un esempio di rigidità, ha una guardia molto fisica spesso non molto flessibile, è capace di incassare tutti i colpi senza battere ciglio. Il suo corpo può tal­volta presentare una lassità muscolare a livello delle articolazioni senza che la sua rigidità ne venga diminuita.

È in funzione dei Taiheki che possiamo comprendere l’inutilità di tale o tal’altra postura e dunque di questa o quella Kamae. I punti d’appoggio sono differenti da un individuo all’al­tro, e anche l’energia per spostarsi o semplicemente per muoversi lo sono. È dunque inuti­le proporre un esercizio che, se migliora la postura apparente, distrugge la persona nei suoi fondamenti, o che come minino rischi di provocare delle deformazioni tanto fisiche che mentali.

Kamae e rigidificazione

Tsuda Sensei considerava che la rigidificazione e il rilassamento degli individui facessero parte dei grandi tranelli indotti dalle nostre società moderne, ma egli non ignorava che questi problemi esistessero già da tempo, che sono inerenti alla società umana. Nel suo li­bro La Via degli dei2 riferisce un aneddoto sulle Kamae che ho trovato ancora una volta molto significativo. È significativo dei rischi in cui l’immaginazione può fare incorrere, an­che a delle persone del mestiere come i Samurai:

«La contrazione involontaria si rinforza man mano che l’immaginazione si riempie di paura. La paura non rimane soltanto nella testa. Paralizza tutto il corpo. Soprattutto i polsi perdono flessibilità e le braccia si desensibilizzano. È quello che è successo a due samurai che si battevano in un duello, di cui ho letto il racconto da qualche parte. Tenevano la spada a due mani e si fronteggiavano, a diversi metri di distanza l’uno dall’altro. A questa distanza erano ancora fuori pericolo, qualsiasi cosa facessero, ma già il loro volto era pallido. Pro­babilmente erano madidi di sudore freddo. Sono rimasti lì, alla stessa distanza, per un cer­to tempo. Alla fine si sono avvicinati, dopo poco ce n’era uno che giaceva per terra e l’altro che stava in piedi. Il combattimento era finito. Ma il vincitore rimaneva lì, incapace di mol­lare la spada, perché le dita si erano contratte sull’impugnatura. La contrazione era tale che gli risultava difficile rilassarle.»

La concentrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate in alcun caso

Se si vuole evitare la rigidificazione che può essere provocata da guardie quando queste non ci corrispondono, o quando i condizionamenti che esse impongono ci deformano, c’è solo il buon senso e la ricerca personale verso l’equilibrio che possono permettercelo. Non ci sono soluzioni definitive per tutti i problemi e per sempre.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 23) nel mese di gennaio del 2019.

Note:

1. Itsuo Tsuda, ll Non-Fare, Yume Editions, 2014.
2. Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 60.

foto di Régis Sirvent e Sara Rossetti

Seitai

I principi Seitai, che si possono perfino assumere la qualifica di “filosofia Seitai” – modo di vedere, di pensare il mondo – furono elaborati da Haruchika Noguchi (1911-1976) nella prima metà del ventesimo secolo. Per riassumere brevemente (!), il Seitai è un “metodo” o una “filosofia” che include il Seitai soho, i Taiso, il Katsugen undo, il Katsugen soho, e il Yukiho. Pratiche che si completano, si interpenetrano, e costituiscono la vastità del pensiero Seitai di Haruchika Noguchi. Si può anche citare lo studio dei Taiheki (tendenze posturali), l’utilizzo del bagno caldo, l’educazione del subconscio, l’importanza della nascita, della malattia e della morte…
Un’arte di vivere dall’inizio alla fine.

Oggi purtroppo il termine “Seitai” è abusato e designa tutto e il contrario di tutto. Alcuni operatori in terapie manuali si richiamano troppo facilmente al Seitai (Tsuda diceva che ci volevano vent’anni per formare un tecnico seitai!). Quanto ai ciarlatani che propongono di trasformarvi in qualche seduta… non ne parliamo neanche! L’ampiezza dell’arte di vivere, la comprensione globale dell’Uomo nel Seitai sembrano molto lontane. Se resta solo una tecnica da applicare ai pazienti, l’essenziale è perso. Se del Katsugen undo resta solo un momento per “ricaricarsi”, l’essenziale è perso.

Haruchika Noguchi e Itsuo Tsuda andarono entrambi ben oltre nella loro comprensione dell’Uomo. E i semi che hanno seminato, gli indizi che hanno lasciato affinché gli esseri umani potessero evolvere, sono importanti. Si può dunque parlare di una via, di Seitai-dō1? Poiché si tratta di un cambiamento di punto di vista radicale, di uno sconvolgimento, di un orizzonte totalmente differente che si apre.

Riprendiamo il filo della storia…

L’incontro con Haruchika Noguchi: l’individuo nella sua totalità

Itsuo Tsuda incontrò Haruchika Noguchi intorno al 1950. È l’approccio all’essere umano come proposto nel Seitai che l’interessò immediatamente. L’acutezza di osservazione degli individui presi nella loro globalità/complessità indivisibile che Itsuo Tsuda scoprì in Noguchi s’inscriveva nella prosecuzione di ciò che aveva attirato l’interesse di Tsuda in occasione dei suoi studi in Francia presso Marcel Mauss (antropologo) e Marcel Granet (sinologo). Itsuo Tsuda cominciò allora a seguire l’insegnamento di Noguchi e lo fece per più di vent’anni. Ricevette il sesto dan di Seitai.

«Il Maestro Noguchi mi ha permesso di osservare le cose in un modo molto concreto. Attraverso queste manifestazioni di ogni individuo è possibile vedere quello che agisce all’interno. È un approccio completamente diverso dall’approccio analitico: la testa, il cuore, gli organi digestivi, ognuno li considera secondo la sua specializzazione e poi, il corpo da una parte, il lato psicologico dall’altra, non è così? Ebbene, egli ha permesso di vedere l’uomo, cioè l’individuo concreto nella sua totalità.»1

La malattia concepita come un fattore di equilibrio

Tanto più che è precisamente negli anni cinquanta che Haruchika Noguchi, il quale aveva scoperto molto presto le sue capacità di guaritore, decise di rinunciare alla terapeutica. Creò allora la nozione di Seitai, cioè di “terreno normalizzato”.

«La parola ‘terreno’ intesa come l’insieme che costituisce l’individuo, il lato psichico e quello fisico insieme, mentre in Occidente si divide sempre in psichico, e poi fisico.»2

Il cambiamento di ottica di fronte alla malattia fu decisivo in questo riorientamento di Noguchi.

«La malattia è una cosa naturale, è uno sforzo dell’organismo che tenta di recuperare l’equilibrio perduto. […] E’ bene che la malattia esista, ma bisogna che gli uomini si liberino dal suo assoggettamento, dalla sua schiavitù. È così che Noguchi è arrivato a concepire la nozione di Seitai, la normalizzazione del terreno, se si vuole. Non ci si occupa delle malattie, è inutile guarire. Se si normalizza il terreno, le malattie spariscono da sole. E inoltre, si diventa più vigorosi di prima. Addio alla terapeutica. Finita la lotta contro le malattie.»3

Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Un cammino verso l’autonomia

L’abbandono della terapeutica va anche di pari passo con il desiderio di uscire dai rapporti di dipendenza che legano il paziente al terapeuta. Noguchi desiderava permettere agli individui la presa di coscienza delle loro capacità ignorate, risvegliarli al pieno sviluppo del loro essere. Durante i vent’anni in cui i due uomini si sono frequentati, passarono lunghi momenti a parlare di filosofia, arte, ecc., e Noguchi trovò di cosa nutrire e allargare le sue osservazioni e riflessioni personali nella vasta cultura dell’intellettuale che era Itsuo Tsuda. Si costruì così tra loro un rapporto di arricchimento reciproco.

Itsuo Tsuda fu redattore della rivista Zensei, pubblicata dall’Istituto Seitai e partecipò attivamente agli studi condotti da Noguchi sui Taiheki, “tendenze posturali”. Come riporta un testo di Haruchika Noguchi pubblicato nella rivista Zensei del gennaio 1978, fu Itsuo Tsuda che avanzò l’ipotesi – validata da Noguchi – che il tipo nove, “bacino chiuso”, fosse l’archetipo dell’essere primitivo.4

La messa a punto del Katsugen undo da parte di Noguchi interessò particolarmente Itsuo Tsuda, che colse immediatamente l’importanza di questo strumento, in particolare per quanto riguarda la possibilità di permettere agli individui di ritrovare la loro autonomia, di non aver più bisogno di dipendere da nessuno specialista. Pur avendo coscienza e ammirando la precisione la portata profonda della tecnica del Seitai soho, Tsuda considerò che la diffusione del Katsugen undo fosse più importante dell’insegnamento della tecnica. Fu così che per sua iniziativa in Giappone si costituirono un po’ dappertutto dei gruppi di Movimento rigeneratore (Katsugen kai).

Conferenza d'Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Conferenza d’Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©

Itsuo Tsuda ha privilegiato la diffusione del Katsugen undo in Europa come porta d’entrata verso il Seitai.

Oggi, anche in Giappone, il Seitai soho ha preso un orientamento che lo avvicina a una terapia. Un problema: una tecnica da applicare. Il Katsugen undo diventa una specie di ginnastica “light” di benessere, di distensione. Si è lontani dal risveglio dell’essere vivente, della capacità autonoma del corpo di reagire a cui si fa riferimento nel Seitai di Haruchika Noguchi.

L’esercizio di yuki, alfa e omega del Seitai, si pratica ad ogni seduta di Katsugen undo. Così, benché Tsuda non abbia insegnato la tecnica del Seitai soho, ne ha trasmesso l’essenza, l’atto più semplice, questa “non tecnica” che è yuki. Quella che ci serve tutti i giorni, quella che sensibilizza progressivamente le mani, il corpo. Questa sensazione fisica, reale, sperimentabile da tutti, è oggi troppo spesso considerata come una tecnica speciale, riservata ad un’élite. Si dimentica che è un atto umano ed istintivo. Anche la pratica del Katsugen undo mutuale (con un partner) si perde, persino nei gruppi che hanno seguito l’insegnamento di Tsuda. Che peccato! Perché attraverso yuki e il Katsugen undo, il corpo riscopre le sensazioni, quelle che non passano per l’analisi mentale. Questo dialogo nel silenzio, che ci fa scoprire l’altro dall’interno e che ci riporta dunque a noi stessi, al nostro essere interiore. Yuki e Katsugen undo sono per noi strumenti indispensabili, raccomandati da Haruchika Noguchi, per avviarci verso un “terreno normale”.

Ma il tempo passa e le cose si deformano, così come le parole di saggezza di alcuni diventano oppressioni religiose… Poco a poco il Katsugen undo non è niente di più che un momento per “ricaricarsi”, distendersi e soprattutto per non cambiare niente della propria vita, della propria stabilità. Il Seitai, un metodo per dimagrire dopo il parto… Mentre si tratta di un orientamento della vita, di un pensiero globale. Il passo immenso che fece Haruchika Noguchi uscendo dall’idea della terapeutica è un grande passo avanti nella storia dell’umanità. La comprensione globale dell’individuo, la sensibilità al ki, ritrovare sufficientemente sensibilità, centro di se stessi, per ascoltare il proprio corpo e agire liberamente.

Non si tratta neanche di opposizione tra metodi, teorie, culture. Si tratta puramente e semplicemente di evoluzione dell’umanità.

Manon Soavi

Note:
1)  Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, il Maestro Tsuda spiega il Movimento rigeneratore, emissione N° 3, primi anni 80.
2) Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, op. cit., puntata N° 4, primi anni 80.
3) Itsuo Tsuda, Il Dialogo del Silenzio
4)  Sui Taiheki, consultare Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, (2014)

Ukemi : lo scorrere del ki

di Régis Soavi

La caduta nella nostra arte è più di una liberazione, semplice conseguenza di un atto. È lo Yin o lo Yang di un insieme, il Tao. Durante la pratica Tori libera, alla fine della sua tecnica, un’energia Yang: se non vuole ferire il suo partner, gli lascia assorbire questa energia e ritrasmetterla nella caduta.

L’Aikido è un’arte senza sconfitti, un’arte dedicata agli esseri umani, all’intuizione degli esseri umani, alla loro capacità di adattarsi, e il superamento, attraverso la caduta, della contraddizione che ha apportato una tecnica, non è altro che la capacità di adattarsi a questa.
Non insegnare al principiante a cadere vorrà dire creargli un handicap sin dalla partenza, rischiare di vederlo scoraggiarsi, dar luogo a uno spirito di rancore o persino di vendetta.
Ci sono differenti attitudini tra i debuttanti, ci sono quelli che si lasciano andare a corpo morto rischiando di farsi male e quelli che, siccome hanno paura, si contraggono al momento di cadere e ovviamente, se vengono forzati, cadono male e ne subiscono le dolorose conseguenze. La mia risposta a questo problema è la dolcezza e il tempo…

La respirazione durante la caduta

Nel momento in cui si viene sorpresi da un rumore, da un gesto, la prima reazione è quella di inspirare e di bloccare la respirazione, è un funzionamento riflesso e vitale che prepara la risposta e dunque l’azione. La sorpresa innesca una serie di processi biomeccanici totalmente involontari, è già troppo tardi per ragionare. È attraverso l’espirazione che arriverà la soluzione al problema. Alla fine, se non ci sono rischi o se la reazione è esagerata, e il rischio minore, si lascia andare il blocco e il respiro si libera in modo naturale (il famoso uff…) Quando ci troviamo davanti al pericolo, che sia grande o piccolo, siamo pronti all’azione, ad agire grazie al respiro, grazie all’espirazione. I problemi sopraggiungono quando, per esempio, non sappiamo come fare, quando la soluzione non sorge in modo immediato e si resta bloccati nell’inspirazione, i polmoni pieni d’aria, e in preda all’incapacità di muoversi. È un disastro! È pressappoco lo stesso scenario che si profila quando si è debuttanti, il nostro partner fa una tecnica e la risposta logica che ci permetterà di liberarci, e dunque di risolvere questo problema conflittuale, è l’Ukemi. Ma se si ha paura della caduta, se non si è tecnicamente preparati grazie alle numerose capriole avanti e indietro eseguite con lentezza e in tutta morbidezza, si resta con i polmoni gonfi come un pallone da calcio, e se la tecnica arriva fino in fondo, ci si ritrova a terra con più o meno danni.
Il minore dei mali è quello di rimbalzare dolorosamente, come il suddetto pallone, sui tatami.
Imparare a lasciare non appena è indispensabile, non cadere in avanti per precauzione, poiché questo compromette la sensazione di Tori, dandogli una falsa idea del valore della tecnica e spesso anche di sé stesso. Comprendere il momento giusto per espirare e arrivare dolcemente sui tatami senza aria nei polmoni. Poi, quando si è più avanzati, nel caso delle chutes claquées* sarà sufficiente espirare più velocemente e lasciarsi andare perché il corpo trovi da sé la buona posizione per atterrare.

Formazione vecchio stile!

La mia formazione attraverso il Judo agli inizi degli anni sessanta nella periferia di Parigi, è stata molto diversa. Per noi, studenti delle medie, il Judo è stato una maniera di spendere la nostra energia e di incanalare ciò che altrimenti sarebbe finito male, vale a dire in litigi e altre risse di strada. L’allenamento due volte a settimana passava attraverso due cose essenziali: il rispetto assoluto nei riguardi del nostro istruttore e l’apprendimento delle cadute. Era ancora un’epoca durante la quale il nostro istruttore ci insegnava il Judo “giapponese” senza le categorie di peso. Anche se Anton Gessing aveva appena vinto le Olimpiadi, egli si riteneva tradizionalista. Le cadute erano una delle basi dei corsi, rotolare in avanti, indietro, sul fianco, passavamo circa venti minuti ad allenarci prima di iniziare le tecniche e a volte, quando trovava che non eravamo abbastanza concentrati, troppo dispersi, ci diceva: “Rovesciate i vostri kimono per non sporcarli” e uscivamo per una serie di cadute in avanti, nel piccolo vicolo lastricato davanti al dojo. Dopodiché non avevamo più paura delle cadute, o almeno, quelli tra noi che volevano ancora continuare!
Il mondo è cambiato, la società si è evoluta, i genitori di oggi probabilmente non accetterebbero di affidare i loro figli ad un tale “barbaro“, e poi ci sono i regolamenti, le norme di sicurezza, le assicurazioni.
Bob, si chiamava così, si sentiva responsabile della nostra formazione e insegnarci a cadere in ogni circostanza e su tutti i tipi di terreno faceva parte dei suoi valori e il suo dovere era di trasmetterceli.
I corpi sono cambiati, attraverso la nutrizione, la mancanza di esercizio fisico, l’intellettualizzazione a oltranza, come si può far passare il messaggio della necessità dell’apprendimento fisico delle cadute allorché il risultato non si vedrà che parecchi anni dopo? Quale sarà il beneficio, quale sarà il profitto? Tutto è contabilizzato oggi, non c’è tempo da perdere.
È la filosofia dell’Aikido ad attirare i nuovi praticanti, è dunque grazie a questa che si potrà far passare il messaggio di questa necessità.

Il dualismo

L’Aikido, per sua stessa natura e soprattutto per l’orientamento che gli ha conferito O Sensei Morihei Ueshiba, ha tutta un’altra visione della caduta rispetto, per esempio, alla Boxe o al Judo, dove cadere è perdere. Chi guarda dall’esterno, ed è ciò che conferisce a torto un certo carattere alla nostra arte, ha l’impressione che Tori vinca quando Uke cade sui tatami. Psicologicamente è difficile ammettere che non è affatto così. La società non ci offre che raramente degli esempi di comportamento diversi dal dualismo manicheo “O vinci o perdi”. Ed è logico che, a prima vista, non si capisca e non si veda che questo. Per comprendere la cosa in modo diverso bisogna praticare, e inoltre bisogna praticare con in mente una concezione differente, che può essere trasmessa solo attraverso l’insegnamento. Itsuo Tsuda sensei ci dà un esempio della sua pedagogia nel suo libro La via della spoliazione:
«Nell’Aikido, quando c’è scorrere del ki dall’esecutore A verso l’oggetto B, l’avversario C che lo tiene per il polso viene proiettato nella stessa direzione. C viene trascinato e raggiunge la corrente principale che va da A verso B. Ho spesso usato questa messa in scena psicologica. È, per esempio, la formula “Sono già lì”. Quando l’avversario vi afferra i polsi e blocca il vostro movimento, come nell’esercizio di kokyu da seduti, si è inclini a pensare che si tratti di un esercizio di spinta. Se si spinge l’avversario, si produce immediatamente una resistenza da parte di quest’ultimo. Spinta contro spinta, si lotta. Diventa una specie di sumo da seduti.
Nella formula “Sono già lì”, non c’è lotta. Molto semplicemente ci si sposta. Si fa perno su un ginocchio per fare un mezzo giro, l’avversario è trasportato dallo scorrere del ki e si rovescia sul fianco.
Basta pochissimo perché questo esercizio diventi una lotta. Appena vi si aggiunge l’idea di vincitore e di vinto, facciamo degli sforzi esagerati per ottenere il risultato, tutto ciò a scapito dell’armonia d’insieme. Uno spinge, l’altro resiste, abbassandosi oltremisura, e stringendo i pugni per impedire la spinta. Una tale pratica non beneficerà né all’uno né all’altro. L’idea è troppo meccanica.
[…] L’idea di proiezione provoca la resistenza. […] Dimenticare l’avversario pur sapendo che è lì, non è per niente facile. Più si cerca di dimenticare, più ci si pensa. É la gioia nello scorrere del ki che mi fa dimenticare tutto.»**

Il disequilibrio è al servizio dell’equilibrio

L’equilibrio non è affatto rigidità, ecco perché cadere, come conseguenza di una tecnica, può perfettamente permetterci di ritrovare l’equilibrio. È necessario imparare a cadere bene, non soltanto per permettere a Tori di non temere per il suo partner, poiché egli lo conosce e sa sin dall’inizio che le sue capacità gli permetteranno di uscire dalla situazione altrettanto bene di quanto farebbe un gatto in condizioni difficili. Ma anche e semplicemente perché grazie alla caduta ci si sbarazza delle paure che a volte i nostri stessi genitori o i nostri nonni ci hanno inculcato con il loro “precauzionismo” del tipo “Fai attenzione che cadi” a cui segue inevitabilmente il “Finirai per farti male”. Questo imprinting pavloviano ci ha spesso portato alla rigidità e in ogni caso ad una certa apprensione rispetto al fatto di cadere.
In francese la parola cadere ha evidentemente una connotazione negativa, mentre in giapponese la traduzione correntemente più ammessa per il termine Ukemi è “atterrare con il corpo”, e qui si capisce che c’è un mare di differenza. Una volta ancora la lingua ci mostra che i concetti, le reazioni, sono profondamente differenti, e sottolinea l’importanza del messaggio da trasmettere alle persone che debuttano nell’Aikido. Senza essere specificatamente linguisti, né traduttori di giapponese, la comprensione della nostra arte passa anche attraverso lo studio delle civiltà orientali, delle loro filosofie, dei loro gusti artistici, dei loro codici. A mio avviso, non è possibile sradicare l’Aikido dal suo contesto, nonostante il suo valore di universalità, si deve andare a cercare in quelle radici e dunque nei testi antichi. Una delle basi dell’Aikido si trova nella Cina antica, più precisamente nel Taoismo. Durante un’intervista con G. Erard, Kono sensei rivela uno dei segreti dell’Aikido, che mi sembra essenziale benché piuttosto dimenticato al giorno d’oggi: egli aveva domandato a O Sensei Morihei Ueshiba «“O Sensei, com’è che noi non facciamo la stessa cosa che fa lei?” O Sensei ha risposto sorridente: “Io comprendo lo Yin e lo Yang, voi no!”».***

Proiettare per armonizzare

Tori, e questa è una peculiarità della nostra arte, può guidare la caduta del suo partner in modo che questi possa approfittare dell’azione. Itsuo Tsuda ci parla di quello che aveva sentito quando veniva proiettato da O Sensei: “Quello che posso dire in base alla mia esperienza è che, con il Maestro Ueshiba, il mio piacere era così grande che avevo sempre voglia di ricominciare. Non ho mai sentito alcuno sforzo da parte sua. Era talmente naturale che, non solo non sentivo alcuna costrizione, ma cadevo senza saperlo. Conosco l’infrangersi delle grandi onde sulla spiaggia che portano via e fanno rotolare. Certo, si prova un certo piacere, ma con il Maestro Ueshiba si trattava di altro ancora. C’era serenità, grandezza, Amore.”****
C’è una volontà, cosciente o meno, di armonizzare il corpo del partner. In questo caso possiamo parlare di proiezione. È il caso di dire che l’Aikido non è più nella marzialità, ma nell’armonizzazione dell’umanità. Per realizzare quest’ultima è necessario aver abbandonato tutte le idee di superiorità, di potere sull’altro, o ancora tutte le attitudini vendicative, e avere invece il desiderio di dare una mano al partner per permettergli di realizzarsi, senza che egli abbia bisogno di ringraziare chicchessia. Perché questo si realizzi è indispensabile la fusione di sensibilità con il partner: è questa fusione che ci guida, che ci permette di conoscere il livello del nostro partner e di lasciarlo al momento giusto se è un debuttante, o di sostenere il suo corpo se il momento è adatto per un superamento, permettergli di cadere più lontano, più rapido, o più alto. In ogni caso il piacere è garantito.

L’involontario

Non è possibile calcolare la direzione della caduta, la sua velocità, la sua forza, né tanto meno il suo angolo di atterraggio. Tutto questo passa a livello dell’involontario o dell’inconscio, se si preferisce, ma di quale inconscio stiamo parlando? Si tratta di un inconscio liberato di tutto ciò che lo ingombrava, di tutto ciò che gli impediva di essere libero, ecco perché O Sensei ricordava così spesso che l’Aikido è un Misogi, praticare l’Aikido vuol dire realizzare questa pulizia del corpo e dello spirito. Quando si pratica in questa maniera non ci sono incidenti al dojo, è la via adottata da Itsuo Tsuda sensei e le indicazioni che dava ci conducevano in questa direzione. Questo fa della sua Scuola una Scuola particolare. Altre vie non solo sono possibili, ma anche corrispondono certo maggiormente, o meglio, alle aspettative di numerosi praticanti. Leggo molti articoli nelle riviste o nei blog nei quali ci si inorgoglisce per la violenza o per la capacità di risolvere i conflitti attraverso la violenza e l’indurimento, e questo non mi sembra essere il cammino indicato da O Sensei Morihei Ueshiba, né dai Maestri che ho avuto la fortuna di conoscere e, in particolare, Tsuda sensei, Noro sensei, Tamura sensei, Nocquet sensei, o altri ancora attraverso le loro interviste, come Kono sensei.
L’Ukemi ci permette di comprendere meglio fisicamente i principi che governano la nostra arte, che ci guidano verso un superamento del nostro piccolo essere, del nostro piccolo mentale, per intravedere qualcosa di più grande di noi, fare corpo con la natura della quale siamo uno degli elementi.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

NOTE
*. Cadute in avanti fatte senza rialzarsi, cadendo sul fianco assorbendo la caduta battendo la mano al suolo.
**. Itsuo Tsuda La via della spoliazione, 2016 Yume Editions pag. 176-180
***. Guillaume Erard, Entretien avec Henry Kono: Yin et Yang, moteur de l’Aikido du fondateur, 22 aprile 2008, www.guillaumeerard.fr
****. Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, pag. 184

Seitai e vita quotidiana #4

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Uscire dall’ombra

Di Manon Soavi

Ho scoperto tardi di essere una «ragazza». Certo lo sapevo, ma non aveva nessuna importanza, nessun impatto sulla mia vita, sui miei rapporti e sulla mia pratica dell’Aikido. Non avevo coscienza, al contrario della maggior parte delle mie concittadine, di essere «una ragazza» prima di essere un «individuo».  Ciò che spiega in parte il fatto di essere cresciuta al di fuori di questi schemi onnipresenti è che non sono mai andata a scuola. I miei genitori avevano scelto una strada diversa, era una decisione rivoluzionaria, si trattava di una non sottomissione alla scuola «obbligatoria» come ne parla Catherine Baker nel suo libro (1)…

Certo questa formattazione delle donne non avviene solo nell’ambiente scolastico, ma anche con la famiglia, le frequentazioni, i media e la cultura in generale. In una famiglia è sempre alle bambine che si dice che sono “così carine, così graziose”. Che si tratti di un Keikogi di judo o di un tutù rosa, la si veste come fosse una bambolina. È così comune, così scontato, “come il naso in mezzo al viso”(2), che non lo vediamo più come un problema. Che male c’è a fare un complimento a una bambina, o a un neonato, sugli abiti, i suoi riccioli o il suo sorriso? Ebbene, è proprio per l’importanza odierna attribuita alla bellezza e all’apparire che s’impara nella prima infanzia e che marchia indelebilmente. È con tutte queste osservazioni, questi giocattoli rosa e questi sorrisi, che si insegna alle future donne il loro ruolo tradizionale: piacere e provare piacere a piacere. L’autrice Mona Chollet lo descrive così: “Le conseguenze di questa alienazione [per le donne] sono lungi dal limitarsi ad essere una perdita di tempo, di soldi e di energia. La paura di non piacere, di non corrispondere alle aspettative, la sottomissione al giudizio esterno, la certezza di non essere mai abbastanza degne da meritare l’amore e l’attenzione degli altri traducono e amplificano allo stesso tempo un’insicurezza psichica e una autosvalutazione che estendono il loro effetto a tutti gli ambiti della vita delle donne.”(3)


Per quanto mi riguarda, essendo sfuggita a questa situazione nella mia prima infanzia, l’ho scoperta solo nell’adolescenza, rendendomi conto con stupore che mi si vedeva e mi si parlava prima di tutto come a “una ragazza”! Ovviamente mi era insopportabile e mi sono ribellata, come altre donne, contro questo trattamento. Purtroppo nessuno può sfuggire completamente a una cultura, a una società, ne faccio parte e questo riguardava anche me. Certo la situazione delle donne occidentali non si può paragonare a quella di altri paesi in cui le donne non hanno alcun diritto. Cionondimeno, è una ragione per non continuare ad evolvere? Poiché se le donne soffrono di questa situazione, che loro stesse perpetuano educando instancabilmente le proprie figlie e i propri figli a riprodurre gli stessi schemi, è l’umanità intera ad essere perdente in questo disequilibrio. Se gli uomini possono essere considerati come degli “oppressori” penso che sono le donne che hanno in mano le chiavi per fare uscire la nostra società da questo vicolo cieco. Questa frase di Kobayashi Sensei, “la libertà si esprime muovendosi là dove è possibile”, (4) mi sostiene nel pensiero che sta alle donne esercitare la propria libertà. Sta a noi non riprodurre eternamente questa storia. Ed è rispetto a questo, esattamente a questo che, per me, il tema si ricollega a quello dell’Aikido.

Aikido, una terza via

L’Aikido può essere una risposta a questo vicolo cieco del “combattere o sottomettersi” che incontrano le donne. Perché l’Aikido è un’arte marziale in cui non c’entra il combattimento.
Possiamo osare il termine Non-Arte Marziale? Sono molti i maestri e i grandi esperti che lo ripetono (ancora recentemente Steve Magson, allievo di Chiba Kazou Sensei su Aikido Journal): è ridicolo fare la domanda sull’“efficacia” dell’Aikido in un “vero combattimento”. Non vuole dire nulla (ciò non vuol dire che si debbano fare cose senza senso, ovviamente). Ma se un esperto di un alto livello marziale può scrivere questo senza che si dubiti del valore di ciò che fa in Aikido, una donna che dice la stessa cosa sarà subito sospettata di non essere all’altezza, di non essere abbastanza capace.
Tuttavia l’argomento riguarda proprio le donne, perché ci confrontiamo sempre aspramente con la questione del combattimento come situazione dualista, anche se non si tratta di battersi a pugni, ma di un combattimento sociale e culturale. Inoltre siamo dalla nascita delle potenziali vittime di violenze. Forse ne sfuggiremo, ma allora saremo l’eccezione. Tutte le donne vivono sapendosi vittime un giorno o l’altro. Quando vogliamo esprimerci, esercitare un mestiere, siamo sempre obbligate a dimostrare il nostro valore, il nostro diritto ad essere nel posto in cui siamo, per tutta la vita. Ed è proprio l’Aikido a uscire completamente da questo schema! Non ci sarà né vincitore, né vinto. L’Aikido è come un’altra dimensione in cui i nostri valori non contano più. Se è vissuto in un certo modo può essere uno strumento per praticare, da essere umano a essere umano, senza distinzione. Régis Soavi Sensei dice dell’Aikido che “è una scuola di vita, una scuola che risveglia la vita di coloro che lo praticano. Lungi dall’essere una corda in più al nostro arco, è qui per rimettere in discussione le false convinzioni e i sotterfugi che ci propone la nostra società.”(5). Mi sembra che anche Cognard Sensei vada in questo senso quando parla di un rituale Aiki, che potrà cambiarci al punto da superare la storia che legittima la violenza da secoli. È un peccato che le donne non s’impadroniscano di più di questo strumento, di quest’arte, per uscire dalla loro sottomissione, senza scimmiottare gli uomini di potere, bensì prendendo una terza via. Là dove nessuno le aspetta.
Questa direzione mi accompagna dall’infanzia, ovviamente facendo un percorso fuori dal sistema scolastico, ma anche praticando l’Aikido da quando avevo sei anni. Non dico che riesco sempre a trovare la strada, ma ci lavoro. Ogni giorno mi ripropongo di allenarmi a prendere un’altra strada, a uscire dalle situazioni in un altro modo. Pratico avendo come maestro mio padre. È una fortuna e allo stesso tempo non è facile. L’ho sempre visto davanti a me, su questo cammino. È da tanto tempo su questa strada, già da prima che nascessi, a volte ho avuto l’impressione che fosse un orizzonte insuperabile in Aikido. Con benevolenza, ma con un’incredibile fermezza, mi ha guidata, tenuta per mano, senza concessioni, ma lasciando lavorare il tempo. Oggi cammino affianco a lui, insegno anch’io l’Aikido… e capisco meglio la mia fortuna. Vorrei incitare altre donne (senza escludere ovviamente gli uomini) a praticare quest’arte nello spirito che conosco, quello della Scuola Itsuo Tsuda. E a praticare abbastanza a lungo, perché c’è bisogno di tempo, non possiamo cambiare una cultura in qualche anno. Possiamo acquisire qualche tecnica, forse un po’ di fiducia in se stessi. Per orientarsi veramente in modo diverso ce ne vorrà di più.
Il primo passo è la pratica quotidiana, almeno regolare, che ci riporta a noi stessi. Scrivendo su un soggetto in apparenza completamente diverso (la calligrafia), il sinologo J.F. Billeter ce ne dà una testimonianza di una chiarezza ammirabile con delle osservazioni riscontrabili anche nella pratica dell’Aikido:
“Nel mondo attuale, l’esercizio ci riporta a noi stessi ridandoci il gusto del gesto gratuito. Dettata dalle macchine, la nostra attività quotidiana si riduce sempre di più a dei movimenti programmati, frutto di addestramento, compiuti nell’indifferenza, senza la partecipazione dell’immaginazione, né della sensibilità. La pratica rimedia a questa atrofia del gesto, risvegliando le nostre capacità intorpidite. Ci ridà il gusto del gioco, richiama alla vita delle attitudini che, anche se non immediatamente “utili”, non sono meno essenziali. Siccome è il più evoluto tra gli animali, l’uomo ha bisogno di giocare di più di qualsiasi altra specie per salvaguardare il proprio equilibrio. L’esercizio modifica anche la nostra percezione del tempo. Nella vita quotidiana, ritorniamo ininterrottamente al passato e ci proiettiamo nell’avvenire, saltiamo dall’uno all’altro senza poterci fermare nel momento presente. Per questo motivo siamo perseguitati dal sentimento che il presente ci sfugga. Facendoci coincidere con noi stessi, l’esercizio al contrario sospende la fuga del tempo. Quando maneggiamo il pennello, il momento presente sembra staccarsi dalla catena che lo legava al passato e al futuro. Assorbe in sé tutta la durata. Si amplifica e si trasforma in un vasto spazio di tranquillità. Non è più sottomesso allo scorrere del tempo, ma entra in risonanza con i momenti della stessa natura di cui abbiamo fatto l’esperienza ieri, l’altro ieri e i giorni precedenti. Questi momenti si susseguono, creano una continuità differente, una specie di grande viale maestoso che attraversa il tempo disordinato delle nostre occupazioni quotidiane. La nostra vita tende a riorganizzarsi intorno a questo nuovo perno e l’incoerenza delle nostre attività esterne smette di infastidirci. L’esercizio quotidiano adempie la funzione di un rito.”(6)Manon Soavi Jo stage été femmes aikido

Ritrovare la sensazione

Perché siamo arrivati a questo punto? Secondo Tsuda Sensei è la tendenza del mondo di oggi che tende a privilegiare l’ipertrofia cerebrale e il volontarismo a discapito di ciò che è vivo, egli diceva: “Non rifiuto di capire il carattere essenziale della civiltà occidentale: è una sfida del cervello umano all’ordine del mondo, uno sforzo della volontà per fare indietreggiare i limiti del possibile. Che si tratti di sviluppo industriale, di medicina o delle Olimpiadi, questo carattere predomina. È un’aggressione contro la natura. L’uomo superbo agisce, pur senza saperlo, contro natura. La vita patisce, a scapito delle nostre conoscenze e dei nostri averi accresciuti.” (7)
Ed è proprio questo il problema. Ci distacchiamo dalle nostre sensazioni, dalla sensazione di ciò che c’è di vivo in noi. Le donne si lasciano coinvolgere in situazioni non adeguate a loro, anche perché non percepiscono più la propria natura profonda. Troppo occupate a riuscire e a combattere, il loro istinto, che dovrebbe badare alla loro vita, non reagisce più. Si è atrofizzato. Anche con i propri bambini le donne di oggi hanno difficoltà a sentire, a sapere cosa fare e fanno appello alla scienza e ai libri affinché dicano loro come agire. Ascoltare il proprio neonato e ascoltare la propria intuizione, è superato, è arcaico! E dopo secoli in cui essere madre era il solo orizzonte delle donne rispettabili, oggi siamo riusciti a invertire l’ordine. Oggi se si è “solo” mamma a tempo pieno è patetico! Che progresso!
Anche in questo caso l’Aikido ci rimette di fronte alle nostre sensazioni. Non possiamo calcolare un movimento intellettualmente. Quando arriva un attacco bisogna muoversi, è troppo tardi per pensare. Bisogna sentire il proprio partner per potersi muovere nel modo giusto, adeguato. Spesso siamo (uomo o donna) come la famosa tazza troppo piena di cui parla lo Zen, che trabocca se si aggiunge del tè. Siamo troppo agitati e pieni di noi stessi per percepire l’altro. Non parliamo neanche di capirlo! È anche il senso del Non-fare di cui parlava Tsuda Sensei. Ci vuole il vuoto, bisogna cominciare dall’ascolto. Le donne per prime dovrebbero cominciare dall’ascoltare se stesse. L’ascolto del loro corpo nell’Aikido tutti i giorni è una riscrittura del loro vissuto. Rimparare a darsi fiducia, ritrovare la fiducia in ciò che dice il loro corpo.
Hino Sensei fa la stessa constatazione, parla dell’essere umano diventato “insensibile e incapace”(8). Deplora la flagrante mancanza di percezione di ciò che succede nell’altro. Che gli si prenda il polso o che si discuta con lui, la sensazione è scollegata. L’intuizione non funziona più. Ci si accontenta di un “Ciao, come va? – Bene, e tu?”, che superficialità! Se si è sensibili basta a volte uno sguardo, una respirazione per sentire l’altro, per sapere se è contento o triste, se si è svegliato male o se è in forma. Ma a forza di rapporti stereotipati si perdono di vista i veri rapporti umani. Anche su questo alcuni maestri ci hanno lasciato delle indicazioni per ricollegarci con noi stessi. Tsuda Sensei parlava dell’intuizione e dell’autenticità dei rapporti con il proprio figlio. Poiché se nella ricerca di sensazioni e di esperienze intense, alcuni praticanti di arti marziali fantasticano sugli Uchideshi dei maestri del passato, sulle esperienze che si possono vivere sotto una cascata gelida, sulla disponibilità totale per un maestro ecc., c’è un’esperienza estrema che una donna può attraversare, un’esperienza di vita simile a quella di cui parla Noro Sensei che è stato Otomo di Ueshiba Morihei. Ne sono testimone, assomiglia molto a questo: “Se dorme, bisogna vegliare sul suo sonno. Se si sveglia la notte, bisogna essere pronti a rispondere a ciò di cui ha bisogno. Se si annoia, dovete distrarlo. Se si ammala, bisogna occuparsi di lui. Bisogna preparargli il bagno, i pranzi e sbarazzare tutto non appena cambia attività. […] Si tratta ovviamente di adattarsi e anche di diventare capace di anticipare i desideri molto precisi così da poter essere notte e giorno, sveglio o no, in armonia totale.” (9)
In armonia totale con chi? Con il proprio neonato certo se si tratta di una madre o di un padre! Ma perché scegliere un tale trattamento? Visto che esistono talmente tante soluzioni per sollevarci dal peso di avere un bambino. Assomiglia a una schiavitù! Tuttavia, per coloro che vivono quest’esperienza di una comunicazione senza parole, unica, con un altro essere umano, è un insegnamento inestimabile. È probabilmente la realizzazione di questo stato di fusione con l’altro che permetteva l’autentica trasmissione di un maestro, la trasmissione dello spirito di un’arte.
Quest’intensità di vita è ricercata dai praticanti di arti marziali! Purtroppo quando si tratta di una donna che la vive con il suo bambino questa è relegata al livello di compito domestico, che può fare qualunque baby-sitter mal pagata. Tsuda Sensei parlava dell’infanzia come del solo ambito in cui si poteva ancora fare un’esperienza che può sembrare impossibile. Diceva anche che “sapersi occupare di un neonato [era] l’apice delle arti marziali”! Anche in questo caso, se le donne se ne rendessero conto, realizzerebbero tutto il potenziale della forza nascosta che hanno? Smetteremmo, allora, di cercare di assimilarsi agli uomini come unica via di realizzazione?Manon Soavi Iai - femmes aikido

Vivere in questo mondo, pur essendo in un altro

Se il ruolo della nostra pratica è l’evoluzione umana, penso che il Dojo ne sia lo scrigno. Un dojo può essere un microcosmo dove abbandoniamo le nostre convenzioni sociali, anche se solo temporaneamente. Tsuda Sensei attraverso i suoi libri e le sue calligrafie ci incita a rimettere in discussione l’ordine stabilito, a scavare al di là dell’organizzazione sociale. Se pratichiamo in una certa direzione, possiamo dimenticare con chi pratichiamo. Se, e solamente se, lasciamo fuori dalla porta i nostri riflessi sociali. Ovviamente è molto difficile all’inizio non portare tutto il proprio bagaglio. È altrettanto difficile per gli uomini che per le donne dimenticare ciò che sono diventati in questo mondo per concentrarsi su ciò che sono interiormente, prima di ogni distinzione di sesso, colore, età, denaro, cultura, ecc. Cercare in noi questa umanità comune richiede di passare attraverso un atto volontario di uscire dagli schemi. Il Dojo, l’ambiente di serenità e di concentrazione che vi regna (che non può trovarsi in una palestra), il sentimento di un dojo intangibile, tutto ciò ci mette in un certo stato d’animo. Lo svolgimento della seduta, con la sua prima parte di movimenti individuali che riporta la respirazione al centro, poi il lavoro con un partner, l’armonizzazione delle respirazioni, l’attenzione alla sensazione. Un insieme che consente al dojo di essere un po’ “fuori” dal mondo, che ci incita a lasciare per passare ad un altro stato durante la pratica. Ivan Illich parla di questo stato di coscienza dicendo: “Non voglio niente tra te e me. [Ho] paura delle cose che potrebbero impedirmi di essere in contatto con te.”(10) In un dojo, spazziamo via queste cose, le convenzioni, le paure che si mettono tra noi e l’altro. Non si tratta di abbandonare la nostra cultura, no, semplicemente di abbandonare le manifestazioni dell’essere sociale per ritrovarci gli uni con gli altri per camminare insieme.
Per fare questo, abbiamo bisogno che le donne si risveglino e escano dall’ombra.

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

Note:
1) C.Baker Les cahiers au feu Éd.Barrault, 1988
2) Modo di dire francese.
3) M.Chollet Beauté fatale, Les nouveaux visages d’une aliénation féminine Éd. La Découverte, p.8
4) A.Cognard Rituel et Symbole Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 22
5) R.Soavi Mémoire d’un Aïkidoka Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 60
6) J.F.Billeter Essai sur l’art chinois de l’écriture et ses fondements Éd.Allia, 2010, p. 164
7) Itsuo Tsuda, Même si je ne pense pas Je Suis, Le Courrier du Livre 1981, p. 13.
8) H.Akira Don’t think, listen to the body! 2017, p. 226
9) P.Fissier Chroniques de Noro Masamichi Dragon Magazine Spécial Aïkido n°12 p.77
10) I.Illich Mythologie occidentale et critique du « capitalisme des biens non tangibles » Intervista con Jean-Marie Domenach nella serie « Un certain regard » – 19/03/1972.

Yuki

Subtitles available in French, English, Italian and Spanish. To activate the subtitles, click on this icon. Then click on the icon to select the subtitle language.

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L’Aikido è un’arte marziale?

di Régis Soavi

Sembra che questa domanda sia ricorrente nei dojo e divida i praticanti, gli insegnanti, così come i commentatori più o meno in tutte le scuole. Dato che nessuno può dare una risposta definitiva, si è ricorsi alla storia delle arti marziali, alle necessità sociali, alla storia dell’origine degli esseri umani, alle scienze cognitive, ecc., incaricandole di fornire una risposta, che, se non risolve il problema, avrà almeno il merito di giustificare quanto viene affermato.

L’Aikijutsu, da quando ha abbandonato il suffisso jutsu per diventare un dō, ha riconosciuto sè stesso come un’arte della pace, una via dell’armonia allo stesso titolo dello Shodō (la via della calligrafia) o anche del Kadō (la via dei fiori). Adottando il termine che significa il cammino, la via, è diventato per questo un cammino più facile? O invece ci obbliga a porci delle domande, a riesaminare il nostro percorso, a fare uno sforzo di introspezione? Un’arte della pace è un’arte dell’accomodamento, un’arte debole, un’arte dell’accettazione, un’arte in cui gli imbroglioni possono godere di una reputazione a basso costo?
Sicuramente è un’arte che ha saputo adattarsi alle nuove realtà della nostra epoca. Ma si deve alimentare l’illusione di un’autodifesa facile, alla portata di tutti, adatta a tutte le tasche e senza la necessità di impegnarsi nemmeno un po’? Si può realmente credere o far credere che grazie a un’ora o due alla settimana, per di più escluse le vacanze (i club sono spesso chiusi), si può diventare un fulmine di guerra o acquisire la saggezza ed essere capaci di risolvere tutti i problemi grazie alla propria calma, alla propria serenità o al proprio carisma? La soluzione allora sta nella forza, il lavoro muscolare e le arti violente? Se c’è una direzione, si trova secondo me, e malgrado quanto ho appena detto, nell’Aikido.

Una Scuola senza gradi

Tsuda Itsuo non diede mai dei gradi a nessuno dei suoi allievi e quando qualcuno gli poneva una domanda sull’argomento, aveva l’abitudine di rispondere: “Non ci sono cinture nere di vuoto mentale”. Si può dire che, con ciò, chiudeva ogni discussione. Essendo stato l’interprete, presso O Sensei Ueshiba Morihei, di André Nocquet sensei in occasione del suo apprendistato in Giappone, in seguito ha fatto da tramite quando stranieri francesi o americani si presentavano all’Hombu Dojo per iniziarsi all’Aikido. Questo gli permise, traducendo le domande degli allievi e le risposte del maestro, di avere accesso a quanto sottintendeva la pratica e ne faceva qualcosa di universale. Ne faceva un’arte al di là della pura marzialità. Ci parlava della postura di O Sensei, della sua incredibile spontaneità, della profondità del suo sguardo che sembrava penetrarlo fino al più profondo del suo essere. Tsuda Itsuo non ha mai cercato di imitare il suo maestro che considerava inimitabile. Si è subito interessato a quello che animava quest’uomo incredibile capace della più grande dolcezza come della più grande potenza. È per questo che, arrivato in Francia, cercò di trasmetterci quello che per lui era l’essenziale, il segreto dell’Aikido, la percezione concreta del ki. Quello che aveva scoperto, e che riassumeva in questa frase, la prima del suo primo libro: “Dal giorno in cui ho avuto la rivelazione del ‘ki’, del respiro (avevo allora più di quarant’anni), non ha smesso di crescere in me il desiderio di esprimere l’inesprimibile, di comunicare l’incomunicabile.”1
Per dieci anni percorse l’Europa per farci scoprire, a noi occidentali, molto spesso troppo cartesiani, dualisti, che esiste un’altra dimensione nella vita. Che questa dimensione non è esoterica ma exoterica come amava dire.

Una Scuola particolare

Le motivazioni che portano a cominciare questa pratica sono evidentemente molto diverse. Se penso alle persone che praticano nella nostra Scuola (la Scuola Itsuo Tsuda), a parte qualcuno, ce ne sono pochi che sono venuti per l’aspetto marziale. D’altra parte, molti di loro non vi hanno visto niente di marziale di primo acchito, benché ad ogni seduta io mostri come le tecniche possano essere efficaci se eseguite in modo preciso, e pericolose se vengono usate in modo violento. L’aspetto marziale deriva dalla postura, dalla respirazione, dalla capacità di concentrazione, dalla verità dell’atto che è l’attacco. Per l’apprendimento, è indispensabile rispettare il livello del proprio partner, ed esercitarsi con forme conosciute.
Ma la scoperta che si può fare praticando le forme predefinite va molto al di là. Si tratta di far fruttare qualcos’altro, di rivelare ciò che si trova al fondo degli individui, di liberarsi dall’influenza sottesa esercitata dal passato e a volte anche dal futuro, sui nostri gesti, sull’insieme dei nostri movimenti, tanto fisici quanto mentali. Del resto nel nostro dojo tutti se ne rendono conto.
La seduta comincia alle 6,45. Il fatto di venire a praticare così presto la mattina (in effetti O Sensei e Tsuda sensei cominciavano sempre le loro sedute alle 6,30) non è né un’ascesi e neanche una disciplina. Alcuni praticanti arrivano verso le 6 ogni mattina, per condividere un caffè o un tè, ed approfittare di questo momento prima della seduta (del pre-seduta), a volte così ricco grazie agli scambi che possiamo avere tra noi. È un momento di piacere, di scambio sulla pratica, così come a volte anche sulla vita quotidiana, che si condivide con gli altri in modo estremamente concreto e non in modo virtuale come la società tende a proporci.
Ovviamente tutto ciò può apparire retrogrado o inutile, ma evita l’aspetto divertimento facile e non favorisce il clientelismo, senza per questo dire che ciò non esista, ciò lo riduce e con il tempo evolve. E questo perché gli esseri cambiano, si trasformano, o più precisamente ritrovano se stessi, ritrovano delle capacità latenti, che pensavano a volte di aver perso o spesso, più semplicemente, che avevano dimenticato.

Yin il femminile: comprendere

Le donne sono così numerose nella nostra Scuola che la parità non è rispettata, gli uomini sono in minoranza, di poco certo, ma lo sono sempre stati. Non vorrei parlare a nome delle donne eppure come fare? Eppure non formano un mondo a parte, sconosciuto agli uomini.
Ma forse, per molti, sì!… Ciononostante penso sia sufficiente per l’uomo prendere in considerazione il suo lato yin, senza averne paura, per ritrovare e comprendere ciò che ci avvicina e ciò che ci differenzia. Forse è per un’affinità personale, una ricerca dovuta al mio vissuto durante gli eventi del maggio ‘68 e a questo schiudersi del femminismo che si rivelò una volta di più a quell’epoca. O forse è semplicemente perché ho avuto tre figlie, che d’altra parte praticano tutte e tre, il risultato, quale ne sia la ragione, è stato che da sempre faccio attenzione al fatto che nei dojo della nostra Scuola le donne abbiano sempre il loro posto legittimo. Vi hanno le stesse responsabilità e non c’è evidentemente nessuna differenza di livello, sia per lo studio che per l’insegnamento. È veramente un peccato dover precisare questo tipo di cose, ma sfortunatamente non vanno da sé in questo mondo.
Malgrado tutto le donne prendono poco la parola, dovrei dire la penna, nelle riviste di arti marziali. Sarebbe interessante leggere degli articoli scritti da delle donne, oppure dedicare uno spazio in “Dragon magazine spécial Aikido” alla visione delle donne sulle arti marziali e sulla nostra arte in particolare. Non hanno niente da dire o il mondo maschile accaparra tutto lo spazio? O forse questi dibattiti di parrocchia sull’efficacia dell’Aikido le annoiano, loro che cercano e spesso trovano, mi sembra, un’altra dimensione, o in ogni caso qualcos’altro, grazie a quest’arte? Di questo “qualcos’altro”, che forse è più vicino alla ricerca di O Sensei, Tsuda Itsuo sensei ce ne dà un’idea in questo passaggio del suo libro La Via della spoliazione:
“Ci si rappresenta forse il Maestro Ueshiba come un uomo fatto di acciaio? È però l’impressione opposta che ho avuto di lui. Era un uomo sereno, capace di una concentrazione straordinaria, ma d’altra parte estremamente permeabile, da scoppi di fragorose risate, con un senso dell’umorismo inimitabile. Ho avuto l’occasione di toccare il suo bicipite. Ne fui stupefatto, era la tenerezza di un neonato. Tutto ciò che si potesse immaginare contrario alla durezza.
La cosa può sembrare strana, ma il suo Aikido ideale era quello di giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle quanto i ragazzi. Il loro Aikido è, per questo motivo, più fluido e più naturale.”2

Yang il maschile: combattere

art martial

Siamo educati alla competizione a partire dalla più tenera infanzia, la scuola, con il pretesto dell’emulazione, ha la tendenza ad andare nella stessa direzione, e tutto ciò per prepararci al mondo del lavoro. Ci insegnano che il mondo è duro, che bisogna assolutamente guadagnarsi il proprio posto al sole, imparare a difendersi contro gli altri, ma ne si è così sicuri? Il nostro desiderio non avrebbe tendenza a guidarci in una direzione diversa? E cosa facciamo per realizzare quest’obbiettivo? L’Aikido può essere uno degli strumenti di questa rivoluzione dei costumi, delle abitudini, deve e soprattutto noi dobbiamo fare lo sforzo necessario affinché le radici del male che corrode le nostre società moderne si rigenerino e ridiventino sane? Ci sono stati in passato degli esempi di società in cui la competizione non esisteva, o molto meno del modo in cui esiste oggi, delle società in cui anche il sessismo era assente, anche se non si può presentarle come società ideali. Leggendo gli scritti sul matriarcato nelle isole Trobriand di quel grande antropologo che era Bronislaw Malinowsky si potrà scoprire la sua analisi, trovare delle piste, e forse anche dei rimedi a questi problemi di civiltà che vengono denunciati così spesso.

Tao, l’unione: una via per la realizzazione dell’essere umano

La via, per sua essenza, senza essere idealisti, si giustifica e prende tutto il suo valore dal fatto che normalizza il terreno degli individui. Per chi la segue, essa regola le sue tensioni, dà equilibrio, è tranquillizzante permettendo un diverso rapporto con la vita. Non è ciò che tante persone “civilizzate” cercano disperatamente e che si trova in fin dei conti nel profondo dell’essere umano?
La via non è una religione, anzi è quello che la differenzia dalla religione che ne fa uno spazio di libertà, nel quadro delle ideologie dominanti. Il pensiero al quale la si può assimilare mi sembra essere l’agnosticismo, corrente filosofica poco conosciuta, o piuttosto conosciuta in modo superficiale, ma che permette di integrare tutte le diverse scuole. C’è un buon numero di rituali nell’Aikido che si continuano a seguire senza comprenderne la vera origine (quella da cui attinse O Sensei) o a volte altri rituali che diversi maestri trovarono grazie a pratiche antiche come fece Tamura sensei stesso. Sono state spesso associate alla religione mentre, come si potrebbe verificare, sono le religioni che hanno usato tutti questi antichi rituali, se ne sono appropriate per farne degli strumenti al servizio del loro potere, e anche troppo spesso servono alla dominazione e all’asservimento degli individui.

Un mezzo: la pratica respiratoria

La prima parte nell’Aikido di O Sensei Ueshiba Morihei, lungi dall’essere un riscaldamento, consisteva in movimenti di cui è primordiale ritrovare la profondità. Non è per una soddisfazione intellettuale, né per preoccupazioni integraliste e ancor meno per acquisire dei “poteri superiori”, che li continuiamo, ma per ritrovare il cammino che aveva intrapreso O Sensei. Certi esercizi, come Funakogi undo (movimento detto del rematore) o Tama-no-hirebori (vibrazione dell’anima), hanno un valore molto grande, e quando vengono praticati coll’attenzione necessaria, possono permetterci di sentire al di là del corpo fisico, al di là della nostra sensazione così limitata, per scoprire qualcosa di più grande, di molto più grande di noi. Si tratta di una natura illimitata a cui partecipiamo, nella quale ci immergiamo, che è fondamentalmente ed inestricabilmente legata a noi, e che tuttavia ci è molto difficile raggiungere o anche a volte sentire. Questa concezione che ho fatto mia, non è dovuta ad un rapporto mistico con l’universo, ma piuttosto a un’apertura psicofisica a cui si sono avvicinati molti fisici moderni grazie alla teoria e che cercano di verificare. Non è una cosa che si può apprendere guardando dei video su Youtube, né consultando dei libri di antica sapienza, malgrado la loro innegabile importanza. È qualcosa che si scopre in modo puramente corporale, in modo assolutamente e integralmente fisico, anche se è un fisico allargato a una dimensione inusuale. Poco a poco tutti i praticanti che accettano di cercare in questa direzione la scoprono. Non è legata a una condizione fisica né all’età né ovviamente al sesso o alla nazionalità.

L’educazione

Quasi tutti gli psicologi considerano che l’essenziale di quello che ci guiderà all’età adulta succede durante la nostra infanzia e più precisamente nella nostra prima infanzia. Tanto le buone quanto le cattive esperienze. Bisogna dunque curare in modo particolare l’educazione in modo da conservare il più possibile la natura innata del bambino. Non si tratta in alcun caso di lasciar fare al bambino tutto quello che vuole, né di farne un bambino-re, di diventare il suo schiavo, il mondo lo circonda ed egli ha bisogno di punti di riferimento. Ma molto velocemente, spesso poco dopo la nascita, a volte dopo qualche mese, il bambino viene affidato a persone estranee alla famiglia. Dove sono finiti i genitori? Non riconosce più la voce della madre, il suo odore, il suo movimento. È il primo trauma e ci si dice: “Si riprenderà”. Certo, sfortunatamente non è l’ultimo, tutt’altro. Poi viene il nido, cui segue la materna, la scuola primaria, le medie ed infine la Maturità prima forse dell’università per almeno tre, quattro, cinque, sei anni o ancora di più.
Ma cosa ci si può fare? “È la vita.” mi si dice. Ognuno di questi posti nei quali il bambino passerà il tempo in nome dell’educazione e dell’apprendimento è una prigione mentale. Dalle conoscenze di base alla cultura di massa, quando sarà rispettato in quanto individuo pieno di quest’immaginazione che caratterizza l’infanzia? Gli si insegnerà ad obbedire, imparerà a barare. Gli si insegnerà a essere con gli altri, imparerà la competizione. Riceverà dei voti, si chiamerà ciò emulazione, e questo disastro psicologico sarà vissuto dai primi come dagli ultimi allievi.
In nome di quale ideologia totalitarista si formano i bambini e tutti i giovani alla paura della repressione, alla sottomissione, al disimpegno e alla disillusione? La società odierna nei paesi ricchi non ci propone niente di veramente nuovo: lavoro e tempo libero non sono che dei sinonimi dell’ideale romano di pane e giochi circensi, la schiavitù dell’antichità non è che il salariato di oggi. Una schiavitù migliorata? Forse… con una lobotomizzazione spettacolare, garantita senza fattura, grazie alla pubblicità della merce che ci viene propinata, e il suo corollario: l’iperconsumismo di beni tanto inutile quanto nefasto.
La pratica dell’Aikido per i bambini e per gli adolescenti è l’occasione di uscire dagli schemi che propone il mondo che li circonda. È grazie alla concentrazione che la tecnica esige, una respirazione calma e serena, l’aspetto non competitivo, il rispetto per le differenze, che essi possono conservare o, se necessario, ritrovare la loro forza interiore. Una forza tranquilla, non aggressiva, ma piena e ricca dell’immaginazione e del desiderio di rendere il mondo migliore.

Una filosofia pratica, o meglio, una pratica filosofica

La particolarità della Scuola Itsuo Tsuda viene dal fatto che si interessa più all’individualità che alla diffusione di un’arte o di una serie di tecniche. Non si tratta di creare un individuo ideale, né di guidare chiunque verso qualcosa, verso un modello di vita, con una certa quantità di gentilezza, una certa quantità di amabilità o di saggezza, di ponderazione o di esaltazione, ecc. Ma di risvegliare l’essere umano e di permettergli di vivere pienamente nell’accettazione di quello che è nel mondo che lo circonda senza distruggerlo. Questo spirito di apertura non può che svegliare la forza che preesiste in ciascuno di noi. Questa filosofia ci porta all’indipendenza, all’autonomia, ma non all’isolamento, al contrario, tramite la scoperta dell’Altro, ci porta alla comprensione di quello che è, e al di là di quello che è forse diventato. Tutto questo apprendimento, o piuttosto questa riappropriazione di sé, richiede del tempo, della continuità, della sincerità, al fine di realizzare in modo più chiaro la direzione verso la quale si desidera andare.

Il superamento, ciò che vi è dietro

Quello che mi interessa oggi, è ciò che vi è dietro o più esattamente ciò che vi è al fondo dell’Aikido. Quando si prende un treno si ha un obbiettivo, una destinazione, con l’Aikido è un po’ come se man mano che si avanza il treno cambiasse obbiettivo, come se la direzione diventasse diversa, e allo stesso tempo più precisa. Quanto all’obbiettivo, si allontana malgrado il fatto che si pensi di essersene avvicinati. Ed è a questo punto che bisogna prendere coscienza che l’oggetto del nostro viaggio è nel viaggio stesso, nei paesaggi che vi scopriamo, che si affinano, e a noi si rivelano.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 21) nel mese di luglio del 2018.

Note

* Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 11.
** Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161.

Evento calligrafie a Roma

Il 12 e il 13 ottobre 2018, il dojo Bodai di Roma recentemente rinnovato, funge da cornice per l’evento “Un libro – un’esposizione” con una buona affluenza di pubblico, interesse e apprezzamenti favorevoli.
La sera del 12 ottobre, di fronte a un nutrito gruppo di visitatori, nell’atmosfera avvolgente dell’esposizione di 87 calligrafie in riproduzione fotografica, ha avuto luogo la presentazione del libro “Itsuo Tsuda, Calligrafie di Primavera” (ed. Yume 2017). Per l’occasione é stata esposta anche la calligrafia originale  » La Tigre « .

Durante la giornata di sabato abbiamo ricevuto diverse visite: fra gli amici, conoscitori ed esperti di cultura giapponese, ci è gradito segnalare la visita di Paolo Bottoni, aikidoka, giornalista e blogger, che ha scritto un articolo sul suo blog www.musubi.it a proposito delle calligrafie del Maestro Tsuda.
L’evento ha registrato complessivamente il passaggio al Dojo Bodai di un’ottantina di persone.
Per tutti, compresi noi organizzatori, è stata l’occasione di entrare in contatto in modo diretto e contemporaneamente con la quasi totalità delle calligrafie del Maestro Tsuda : un momento indimenticabile e ricco di sensazioni !
Per chi non ha avuto la possibilità di scoprire questo libro e tutta l’opera del Maestro Tsuda, potete trovarli a Roma al dojo Bodai, e anche sul sito di Yume Editions

Al centro dello spostamento, l’involontario

Di Régis Soavi

«Se devo dare uno scopo al mio Aikido, è quello di imparare a sedersi, ad alzarsi, ad  avanzare e ad indietreggiare.»
Tsuda Itsuo

Spostamenti: la coordinazione, la postura

Per spostarsi correttamente è necessario essere stabili, e non si risolvono dei problemi di stabilità con l’apprendimento. La stabilità deve nascere dall’equilibrio, che a sua volta nasce dal sistema involontario. Una delle caratteristiche dell’essere umano è quella di stare in piedi su una piccola superficie, i suoi unici punti di appoggio sono i due piedi. E se si trattasse solo di stare immobile, passi ancora, ma ci spostiamo, e per di più, siamo capaci contemporaneamente di parlare, riflettere e di muovere le braccia in ogni modo, così come la testa e le dita, il tutto essendo perfettamente stabili. La coordinazione muscolare involontaria si occupa di tutto. Se perdiamo l’equilibrio senza poterci aggrappare da qualche parte, il nostro corpo tenta con ogni mezzo di recuperare l’equilibrio perduto, e spesso vi riesce grazie al movimento di ripartizione del peso da una gamba all’altra, trovando dei punti di appoggio estremamente precisi, che ci sarebbe difficile trovare con l’aiuto del solo sistema volontario. Tsuda Itsuo, nel suo libro La Scienza del particolare, racconta un aneddoto personale sul suo apprendimento dell’Aikido che mi sembra edificante.


«Quando ho cominciato l’Aikido intorno al 1960, ho imparato, sotto la direzione di insegnanti, allievi del Maestro Ueshiba, a fare degli esercizi di ginnastica prima di cominciare la parte tecnica.
Uno di questi esercizi consisteva nel ruotare alternativamente su ciascun piede, descrivendo dei cerchi con lo spostamento. L’utilità di questo esercizio, secondo la spiegazione che ne veniva data, era di permetterci di abbassare il centro di gravità del nostro corpo in modo da essere in equilibrio in qualsiasi circostanza. La spiegazione mi sembrava molto logica. Tutte le perturbazioni che risentiamo nella vita quotidiana, derivano dal fatto che il nostro centro di gravità è situato troppo in alto. Il sangue sale alla testa e perdiamo la lucidità. Trascinati dall’impulso del momento, commettiamo degli errori. Accettata la spiegazione, mi allenavo nell’esecuzione di questo esercizio. Facevo un giro su un piede, poi sull’altro. Uno, due, tre, quattro, facevo dei cerchi senza perdere l’equilibrio, pur muovendomi.
Un giorno, mentre stavo compiendo questo esercizio, udii una voce che, sebbene molto gentile, non lasciava dubbi sul significato del suo contenuto.
«Lei finirà per avere le vertigini in questo modo».
Mi voltai e vidi il Maestro Ueshiba che mi guardava. Rimasi lì inchiodato senza sapere cosa dire. Queste parole del Maestro ebbero su di me un terribile impatto.
Avevo creduto, fino ad allora, all’uniformità dell’insegnamento. Che si trattasse del Maestro o di un semplice insegnante, doveva esserci una dottrina immutabile, una pratica determinata una volta per tutte. Il fatto che il maestro-fondatore disapprovasse quello che avevo imparato dai suoi allievi diretti, costituiva un grave caso di coscienza. Bisognava rimettere tutto in discussione.»2

L’equilibrio dei bambini

Si tende a preoccuparsi dell’equilibrio dei bambini nel momento in cui cominciano a camminare cioè, spesso, tra i dieci e i quindici mesi. Quando dei genitori mi informano tutti fieri che il loro figlio ha camminato molto presto, a volte a nove o dieci mesi, questo mi fa pensare alla posizione di Noguchi Haruchika Sensei, il fondatore del Seitai, che è molto diversa da quella che si è soliti sentire. Nella via del Seitai così come il mio maestro Tsuda Itsuo l’ha trasmessa in Francia negli anni settanta fino al suo decesso nel 1984, si raccomanda ai genitori di aspettare che le gambe del bambino siano sufficientemente pronte e forti, di non aver fretta di vedere il loro caro bambino camminare. Se, ovviamente, Noguchi Sensei sconsigliava, allo stesso modo di molti pediatri di oggi, i girelli che dovrebbero far camminare prima i bambini, sconsigliava anche di aiutare il bambino a mettersi in piedi, o di tenerlo, per esempio sotto le ascelle, o appeso per le braccia, quando fa i suoi primi passi. Si può al limite dargli un dito da tenere con una mano nei primi giorni, ma è la natura che deve fare il suo lavoro di equilibramento. Se il bambino si mette in piedi da solo, se comincia a camminare da solo, allora sarà più forte, più stabile, per la sua stessa natura il suo sistema d’equilibrio involontario sarà rinforzato. Andrà verso l’indipendenza con maggior facilità, determinazione, saprà contare sulle proprie forze. Per di più i bambini sono fieri di mostrare che sono riusciti a trovare il loro equilibrio da soli senza aiuto. Per Noguchi Sensei il momento ideale per cominciare a camminare è dopo i tredici mesi compiuti, o durante il tredicesimo mese. Diceva ciò sulla base delle sue osservazioni su migliaia di bebé che aveva seguito per diverse generazioni al Seitai Kyokai. Noguchi Sensei dava molte altre raccomandazioni ai genitori attenti che seguivano il suo insegnamento, in particolare sul modo di occuparsi dei bebé o dei bambini, che si può scoprire nelle opere di Tsuda Sensei.

Tutto inizia all’età di circa tre mesi

Avere una buona postura, una bella postura non è una cosa che si ottiene a suon di esercizi, altrimenti si rischia di farlo a scapito della salute. Ovviamente si può migliorare una cattiva postura acquisita nel corso degli anni, grazie a degli esercizi effettuati sotto la direzione di un buon insegnante, uno specialista o anche un terapeuta. Ma mi sembra più importante partire «col piede giusto» piuttosto che rettificare, raddrizzare, o rimediare ai danni.
Fino all’età di tre mesi il bebé resta in posizione sdraiata, oppure in braccio, la colonna vertebrale viene sostenuta dalle mani premurose di uno dei genitori. E c’è proprio un dettaglio di estrema importanza che tutti i genitori dei neonati possono verificare per poco che lo desiderino, se sono sensibili e attenti, è il posizionamento della terza lombare del bebé. Questo posizionamento dipende esclusivamente dal sistema involontario e più precisamente dal sistema motorio extra-piramidale che ha il ruolo più importante nella posizione eretta. Fino a circa due mesi e mezzo, tre mesi, quella lombare è indietro, cioè segue la curva della schiena e non sostiene realmente la colonna vertebrale. Un giorno, quando si prende il bambino in braccio, e lo si tiene con la mano dietro la schiena in modo da sostenere le lombari come al solito, ci si accorge che la sua colonna è cambiata. La terza lombare si è posizionata, la curvatura lombare si è, si potrebbe dire, invertita. A partire da questo momento il bambino ha la capacità di mantenersi eretto da solo nelle braccia dei genitori mentre prima ne era incapace e ogni tentativo di fargli tenere su la schiena senza sostenerlo rischiava di provocare gravi problemi, che a volte si manifestano solo molto più tardi. Quando si conosce il ruolo della terza lombare nella postura in generale e nella fermezza dell’hara in particolare, si capiscono tutte le precauzioni che dei genitori preparati prendono affinché questo passaggio avvenga correttamente.
Senza la buona posizione della terza lombare, il terzo punto del ventre che è in relazione diretta con essa, non sarà positivo, cioè non sarà “rimbalzante”, l’hara sarà debole. Si rischia di essere sballottati dalle idee degli uni e degli altri, di essere influenzati da ogni sorta di teoria, si farà fatica a prendere decisioni. Sarà difficile agire rapidamente e soprattutto in modo spontaneo. Se la seconda lombare permette d’inclinarsi lateralmente, la prima lombare serve a inclinarsi in avanti, in armonia con la quinta che è la cerniera lombo-sacrale, asse antero-posteriore per eccellenza. Ma è la terza lombare che si rivela essere la più importante nello spostamento. Poiché è posizionata in un certo senso al centro dell’asse cranio-caudale del corpo, cioè del suo asse verticale, e allo stesso tempo, è soprattutto quella che, per la sua funzione fisiologica, permette la rotazione del corpo. Se si irrigidisce, se la flessibilità diminuisce, resta bloccata. Non può più assicurare il proprio ruolo di perno.
Non può esserci taisabaki corretto senza questo perno ed, ovviamente, ciò si verifica ancor più quando si fanno dei movimenti ura così come dei movimenti tenkan. Se il corpo si inclina, se la rotazione non si compie a livello della terza lombare succede come quando una trottola non è in equilibrio: perde la velocità, è incapace di raddrizzarsi o di continuare con altri spostamenti, comincia a rotolare da sola in tutte le direzioni, non avendo altro scopo che sopravvivere, ritrovare il proprio equilibrio perduto, ma senza mai recuperare la propria vera stabilità naturale.
Ovviamente la totalità della colonna vertebrale entra in gioco nei taisabaki, ma questo punto centrale che è la terza lombare è determinante per praticare l’Aikido in modo morbido e senza rischi per sé come per i propri partner. La mobilità delle anche dipende da quella della terza lombare. Persa questa mobilità, ci si trova sempre più obbligati a praticare con la forza delle braccia, e dunque semplicemente, «di forza». Ciò rende quasi impossibile una reale utilizzazione dei disequilibri del partner, dei suoi gesti, dei suoi attacchi, dei movimenti della sua sfera, e allora si è in una pratica del FARE e assolutamente non più nel NON-FARE.

Degli spostamenti imprevedibili

Al di fuori di quella che si potrebbe chiamare una coreografia che ci serve per l’apprendimento delle tecniche in Aikido, e che dura molti anni, arriva un momento in cui il nostro corpo comincia a reagire in modo differente. A partire da questo momento, quando si rivela necessario, i nostri spostamenti sono imprevedibili, perché non sono mai previsti dalla nostra volontà. Sono la risposta giusta, la risposta esatta del nostro corpo quando è liberato dalle paure irrazionali create dal movimento di chi ci sta davanti. C’è quindi un adeguamento dello spostamento davanti o prima dello spostamento dell’altro.
Prima che egli si sposti o agisca, riceviamo un gran numero di indicazioni da parte del corpo di colui che abbiamo di fronte. Queste indicazioni non sono tutte percepite dal cervello cosciente, quello che dirige il nostro sistema volontario, ma al contrario, la maggior parte è percepita a livello del nostro sistema involontario ed è una buona cosa. Per quanto sia alta l’opinione che abbiamo di noi stessi, malgrado le nostre certezze, basta un piccolo dubbio e il nostro volontario può spaventarsi a causa delle conseguenze che intravede. Oppure ci mettiamo a riflettere a diverse soluzioni, ma è spesso troppo tardi e perdiamo le nostre capacità di reazione. Non è meglio se ci fidiamo dei nostri riflessi. Il nostro sistema nervoso riflesso rischia di dirigerci in combinazioni pericolose, anche se abbiamo avuto un apprendimento di qualità e a volte proprio per questo. Un judoka giapponese di alto grado si è ritrovato colpito dal coltello del suo aggressore in occasione di una rissa. Aveva applicato la tecnica ippon-seoi-nage, che in sé sarebbe stata invece eccellente sui tatami, ma si rivelò drammatica in questo caso. Si piantò da solo il coltello in petto a causa della qualità della tecnica che aveva eseguito perfettamente, e sfortunatamente non è sopravvissuto.

Il Kung-fu dell’ubriaco

Verso la metà degli anni settanta ho avuto occasione di vedere una dimostrazione di Kung-fu fatta da Georges Charles Sensei che mi ha impressionato molto, all’epoca in cui, entrambi giovani insegnanti al dojo della Montagne Sainte Geneviève a Parigi, ci confrontavamo sulle virtù reciproche delle nostre arti.
Parlavamo di spostamenti, taisabaki, equilibrio e a quel punto, per farmi capire ciò che cercava di spiegarmi a voce, mi mostrò diversi «kata» nella sua arte che conoscevo molto poco (allora non esisteva né Youtube e neanche internet e gli esperti erano molto rari). Fu per me un’immensa sorpresa e una grande gioia vederlo eseguire prima lo stile della scimmia, poi lo stile dell’ubriaco. Vedere questo gioco con il disequilibrio, vederlo spingere i limiti della stabilità con agevolezza e sincerità. Questa scoperta mi rinforzò nella ricerca che stavo già facendo: trovare la semplicità, la respirazione e un equilibrio privo di rigidità negli spostamenti, come ce lo mostrava Tsuda Sensei.

Un’esperienza personale

Nel 2002 ero appena tornato da uno stage a Gerusalemme. Questo stage era stato difficile perché era l’inizio dell’Intifada e ci tenevo che fosse uno stage aperto a tutti, malgrado le tensioni più che percepibili che ciò aveva provocato durante lo stage stesso. Di ritorno dunque, ero con le mie due figlie (entrambe ancora adolescenti), facevamo una passeggiata ed eravamo entrati in un monumento parigino che conoscevo poco. All’improvviso ho avuto un lieve alterco con una persona riguardo il suo comportamento inopportuno. Dopo aver fatto qualche passo, si è precipitato su di me e ha sferrato un magnifico uppercut. Non so dire cosa sia successo, ho sentito semplicemente come un vento, che era in effetti, il movimento d’aria provocato dallo spostamento del suo pugno, mi ero mosso, e si era disequilibrato da solo a causa del mio spostamento. Non avevo effettuato nessuna tecnica, e neanche pensato di farne una, è caduto poi se n’è andato rapidamente infuriato. Quel giorno ho capito fisicamente cos’era il Non-Fare di cui il mio maestro Tsuda Sensei ci aveva parlato tante volte. Ero molto calmo, senza nessuna animosità, senza nessun bisogno, lo spostamento necessario si era prodotto da solo, senza nessun controllo volontario e ciononostante con un’estrema precisione. Sarei capace di rifare la stessa cosa un’altra volta? Non lo so assolutamente. A volte basta un piccolo disturbo che qualcosa vada storto. In ogni modo non si tratta di diventare invincibili ma piuttosto di vivere pienamente e semplicemente. È questo il cammino che mi è stato insegnato, questo cammino così come l’aveva compreso Tsuda Sensei, che comporta ovviamente delle difficoltà come lui stesso racconta.
«Ho cominciato l’Aikido all’età di quarantacinque anni, all’età in cui generalmente si rinuncia ad ogni movimento che rischi di essere violento. Per più di dieci anni, tutte le mattine, sono andato alla seduta che cominciava alle 6.30 alzandomi alle 4, senza pause, anche se mi capitava di mettermi a letto alle 2 del mattino o anche se avevo la febbre a quaranta, e ciò solo per il piacere di vedere questo maestro ottantenne camminare sui tatami.
Alcuni compagni del dojo mi dicevano: “Lei ha una volontà di ferro”. Al che io rispondevo: “No. Ho una volontà così debole che non riesco a “smettere di continuare”». Questo provocava gioiose risate, ma ero sincero.» 3

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 20) nel mese di april del 2018.

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Note:

1 Tsuda Itsuo, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 178
2 Tsuda Itsuo, La Science du particulier, Le Courrier du Livre, 1976, p. 125-126
3 Tsuda Itsuo, Cœur de ciel pur (œuvre posthume réalisée à partir d’inédits), Le Courrier du Livre, 2014, p. 109-110

Referenza fotografica/Proprietà foto: Itsuo Tsuda devant le tableau foto di Eva Rotgold, 1975

La nozione di salute secondo il Seitai #2

Suite des entretiens ou Régis Soavi, qui enseigne et initie les personnes au Katsugen Undo (Mouvement régénérateur) depuis quarante ans, revient  à l’essentiel des thématiques autour du Seitai et du Katsugen Undo. Pour cette deuxième vidéo, c’est la notion de santé selon le Seitai qui est abordée.

Subtitles available in French, English, Italian and Spanish. To activate the subtitles, click on this icon. Then click on the icon to select the subtitle language.

Quelques informations complémentaires :

Le Seitai a été mis au point par Haruchika Noguchi (1911-1976) au Japon. Le Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur) est un exercice du système moteur extrapyramidal faisant partie du SeitaiItsuo Tsuda (1914-1984) qui introduisit le Katsugen Undo en Europe dans les années 70 en disait «Le corps humain est doué d’une faculté naturelle qui réajuste sa condition. Cette faculté […] est du ressort du système moteur extra-pyramidal »

Régis Soavi débute la pratique martiale par le Judo à l’âge de douze ans. Il étudie ensuite l’Aïkido, notamment auprès des maîtres Tamura, Nocquet et Noro. Il rencontre Tsuda Itsuo senseï en 1973 et le suivra jusqu’à son décès en 1984. Régis Soavi devient enseignant professionnel avec l’accord de ce dernier, et diffuse son Aïkido et le Katsugen Undo à travers l’Europe.

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Stage l’Arte delle Due Spade

Tatsushi Sai sarà di ritorno a Parigi il 5 e 6 gennaio 2019

Dal 2005 lavoriamo con Tatsushi Sai il Bushuden Kiraku Ryu e il Niten Ichi ryu.  Questo anno ha accettato di venire dal Giappone per insegnare l’arte delle due spade a Parigi per uno stage. In occasione di questo week-end eccezionale lavoreremo la Sakon Den Niten Ichi Ryu, l’arte delle due spade del celebre spadaccino Miyamoto Musashi. Non perdete questa occasione unica di praticare con questo maestro e scoprire questa arte.

Tatsushi Sai è Menkyo Kaiden di Bushuden Kiraku Ryu, insegna a Tokyo questa scuola tradizionale che comprende Tai-jutsu e numerose armi (Bo, Naginata, Chigiriki, Kusarigama, Kusarifundo, Tessen, Iai, ecc.). Insegna anche diversi rami di Niten ichi ryu.


Informazioni pratiche

Luogo :

Dojo Tenshin, 120 rue des Grands-Champs, 75020 Paris. Metro linea 9, stazione Maraîchers.

Date e Orari :

5 e 6 gennaio 2019
Sabato 10.00-12.00 e 14.00-16.00 | Domenica 10.00-12.00 e 14.00-16.00

Tariffe :

100€ per lo stage completo | 80€ per i membri dell’associazione Scuola Itsuo Tsuda.
Preiscrizione obbligatoria. Contattare il Dojo Tenshin

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Calligrafie di Primavera a Roma

L’esposizione “Calligrafie di Primavera” approda a Roma in ottobre !
In programma presso il Dojo Bodai di Roma, nelle giornate di venerdì 12 e sabato 13 ottobre 2018, l’evento Un libro – Un’esposizione.
Sulla scia delle precedenti anteprime di Parigi e Milano, l’evento ripropone, per il pubblico romano, la presentazione del libro “Calligrafie di Primavera” (ed. Yume 2018) e la ricca mostra fotografica dedicata alle calligrafie di Itsuo Tsuda, che al libro hanno dato origine.

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Seitai e Katsugen Undo #1

Beaucoup de choses sont dites et circulent sur le web à propos du Seitai et du Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur). Dans cette série d’entretiens, Régis Soavi, qui enseigne et initie les personnes au Katsugen Undo depuis quarante ans, revient  à l’essentiel pour répondre à cette question « Qu’est-ce que le Seitai et le Katsugen Undo ? ».

Subtitles available in French, English, Italian and Spanish. To activate the subtitles, click on this icon. Then click on the icon to select the subtitle language.

Quelques informations complémentaires :

Le Seitai a été mis au point par Haruchika Noguchi (1911-1976) au Japon. Le Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur) est un exercice du système moteur extrapyramidal faisant partie du Seitai.  Itsuo Tsuda (1914-1984) qui introduisit le Katsugen Undo en Europe dans les années 70 en disait «Le corps humain est doué d’une faculté naturelle qui réajuste sa condition. Cette faculté […] est du ressort du système moteur extra-pyramidal »

Régis Soavi débute la pratique martiale par le Judo à l’âge de douze ans. Il étudie ensuite l’Aïkido, notamment auprès des maîtres Tamura, Nocquet et Noro. Il rencontre Tsuda Itsuo senseï en 1973 et le suivra jusqu’à son décès en 1984. Régis Soavi devient enseignant professionnel avec l’accord de ce dernier, et diffuse son Aïkido et le Katsugen Undo à travers l’Europe.

Memorie di un aikidoka

di Régis Soavi

Parlare ai miei allievi dei maestri che ho conosciuto fa ovviamente parte del mio insegnamento. Alcuni ebbero una tale importanza che non me ne posso sbarazzare come niente fosse e pretendere di essermi fatto da solo. I maestri che ho conosciuto hanno lasciato delle tracce che mi hanno formato e soprattutto aperto a dei campi che ignoravo, o che a volte presentivo senza poterli raggiungere.

I maestri del passato: dei maestri di vita?

Taiji Kase, Itsuo Tsuda, 1971

Mi è sempre sembrato importante di non fare di questi maestri dei superuomini, dei geni, degli dei. Ho sempre considerato che questi maestri valessero molto di più di questo. Gli idoli creano un’illusione, ci addormentano ed impoveriscono gli idolatri, impediscono loro di progredire, di prendere il volo con le proprie ali. A questo proposito Tsuda Sensei, lui che adesso è un maestro del passato, scriveva nel suo ottavo libro La Via degli dei:

«Il Maestro Ueshiba ha piantato dei segnali indicatori  »è da questa parte », e gliene sono molto riconoscente. Ha lasciato delle eccellenti carote da mangiare che cerco di assimilare, di digerire. Una volta digerite, queste carote diventano Tsuda che è ben lontano dall’essere eccellente. Questo è inevitabile. Ma è necessario che le carote non restino carote, se no marciscono da sole, senza utilità.
Non si tratta, per me, di adorare, di deificare o d’idolatrare il Maestro Ueshiba. Come tutti, aveva delle qualità e dei difetti. Aveva delle capacità straordinarie ma anche delle debolezze, in particolare nei confronti dei suoi allievi. Si faceva ingannare da loro a causa di considerazioni un po’ troppo umane.»

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Un desiderio divenuto realtà

Per la versione italiana di questo articolo, consultare questa pagina :

http://www.scuoladellarespirazione.org/itsuo-tsuda-calligrafie-di-primavera-un-desiderio-divenuto-realta/

L’événement au Dojo Scuola della Respirazione Présentation du livre à la RAI

Itsuo Tsuda en anglais

Deux très bonnes nouvelles à vous annoncer aujourd’hui :

Nous tenons vivement à féliciter Alison Strayer, la traductrice des livres de Itsuo Tsuda en anglais pour le prix de traduction qui vient de lui être décerné par la French-American Foundation. Auteure de romans, histoires et essais, et traductrice, Alison a déjà vu à plusieurs reprises son œuvre sélectionnée pour des prix littéraires.
La 31ème édition de l’Annual Translation Prize Awards, qui s’est tenue à New York en mai 2018, l’a récompensée dans la catégorie « non-fiction », pour sa traduction de Les Années de Annie Ernaux (The Years, Seven Stories Press). Ce prestigieux prix, qui depuis 1986 est dirigé par la French American Foundation, promeut les échanges entre la France et les États-Unis. Il met en avant, chaque année, les meilleures traductions de livres français en langue anglaise, dans les catégories fiction et non-fiction.

Nous avons l’honneur de travailler avec cette excellente traductrice pour porter l’œuvre d’Itsuo Tsuda vers le monde anglophone et nous en sommes très heureux.

D’autre part les livres de Itsuo Tsuda en anglais sont maintenant disponibles en plein cœur  de Londres, dans la plus ancienne librairie ésotérique de Londres, chez Watkins au 19-21 Cecil Court. Là aussi nous remercions vivement la librairie Watkins d’offrir au public londonien l’opportunité de découvrir cette philosophie pratique.

Buongiorno Malattia #2

Seguito dell’Intervista a Régis Soavi sul Katsugen Undo (o Movimento rigeneratore), una pratica elaborata da Haruchika Noguchi e diffusa in Europa da Itsuo Tsuda: articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista « Arti d’Oriente » (num. 4 / maggio 2000).

per leggere la parte 1 –> http://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/bonjour-maladie/

Partita #2

-Come si può definire yuki?

– Far passare il ki.

-Come avviene che yuki aiuti ad attivare il movimento?

– Aiuta nella misura in cui sono stati fatti i tre esercizi, oppure gli esercizi per il movimento mutuale (l’attivazione attraverso i secondi punti della testa); questo è un altro modo di attivare il movimento. Yuki aiuta perché attiva; è molto importante per me dire che il yuki è fondamentalmente diverso da ciò di cui in genere si sente parlare, perché quando si fa yuki si ha la testa vuota, non si guarisce nessuno, non si cerca alcunché; si è solamente concentrati in questo atto. Non ci sono intenzioni e questo è fondamentale. Nello statuto del dojo, d’altra parte, è scritto che pratichiamo « senza scopo ».

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Buongiorno Malattia #1

Intervista a Régis Soavi sul Katsugen Undo (o Movimento rigeneratore), una pratica elaborata da Haruchika Noguchi e diffusa in Europa da Itsuo Tsuda: articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista « Arti d’Oriente » (num. 4 / maggio 2000).

 » Dopo aver letto i libri di Itsuo Tsuda (1914-1984), affascinata dalle sue argomentazioni che spaziano liberamente tra l’Aikido, i bambini e il modo in cui nascono, le malattie e i ricordi di Ueshiba Morihei e di Haruchika Noguchi, volevo saperne di più: mi era rimasta la sensazione che qualcosa mi sfuggisse.

Ho cominciato la mia investigazione su cosa consistesse effettivamente questo Movimento rigeneratore (katsugen undo) di cui parla Tsuda, un movimento spontaneo del corpo che sembra poterlo rimettere in equilibrio senza aver bisogno di intossicarlo con le medicine. Concetto antico, ma tuttora rivoluzionario, soprattutto nella nostra società. Non sono riuscita a ottenere risposte soddisfacenti alle mie domande: chi aveva praticato il Movimento rigeneratore non riusciva a descrivermi che cosa fosse; la risposta era sempre: « devi provare per capire; e la prima volta rimarrai sicuramente un po’ scossa ». Così mi sono decisa. La scuola che fa riferimento agli insegnamenti di Itsuo Tsuda è a Milano la Scuola della Respirazione. Lì si praticano Aikido e Movimento rigeneratore (in sedute separate). Per poter frequentare le sedute di movimento, però, bisogna prima frequentare uno stage condotto da Régis Soavi, che ha portato avanti il lavoro di Tsuda in Europa, durante un week-end.Regis Soavi en conférence

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Lo spirito dell’Aikido è nella pratica

Di Régis Soavi

La pratica dell'Aikido ci conduce verso la riunificazione dell'essere umano.
La pratica dell’Aikido ci conduce verso la riunificazione dell’essere umano.

Si ha spesso tendenza a considerare lo spirito di un’arte come un processo mentale, una direzione da prendere in modo cosciente o anche come delle regole da rispettare. Tutto questo perché in occidente viviamo in un mondo di separazione, di divisione. Da una parte c’è lo spirito, dall’altra il corpo, da una parte il conscio, dall’altra l’inconscio, è questo che dovrebbe fare di noi degli esseri civilizzati mentre invece questa separazione genera in noi dei conflitti. Conflitti che sono rinforzati dai sistemi di divieti istituiti per proteggere la società, per proteggere noi stessi contro noi stessi. Verso la riunificazione dell’essere umano, ecco la Via nella quale ci dirigiamo con la pratica dell’Aikido. Questa riunificazione è necessaria in un mondo in cui l’essere umano è reso un oggetto, in cui diventa allo stesso tempo un consumatore e una merce. Senza rendersi conto della strada che intraprende, il civilizzato esegue la vita invece di viverla. Questa società che ci spinge al consumismo lascia poco spazio al lavoro interiore, ci spinge a cercare al di fuori ciò che si trova all’interno. Ad acquisire ciò che possediamo già, a cercare soluzioni a tutti i nostri problemi all’esterno di noi stessi, come se altri avessero soluzioni migliori. Questo porta a una presa in carico dell’individuo da parte dei diversi sistemi di protezione nello stesso tempo sociali, ideologici o sanitari, moltiplicando così l’offerta e creando un mercato ideale per venditori di sogni di tutti i tipi, ciarlatani, guru e compagnia.
Ho sentito oggi che è stata appena creata una nuova pratica: la « Respirologia », e come al solito arriverà a frotte la clientela che avrà subito l’abuso del potere delle parole. In nome della normalizzazione del corpo e dello spirito, della rimessa in forma delle persone, dovremmo cambiare il nome della nostra arte in: « Aikido Terapia »?

Lo spirito dell’Aikido non si può insegnare

Non penso che si possa dire che ci sia uno spirito specifico dell’Aikido, ma piuttosto che l’Aikido debba essere il riflesso di qualcosa di molto più grande che noi piccoli esseri umani facciamo fatica a realizzare nel corso della nostra vita.
Lo spirito di un’arte non si può insegnare, si tratta piuttosto di una trasmissione, ma cosa sarebbe un Aikido senza spirito: una lotta, un combattimento, una specie di zuffa senza capo né coda. È assolutamente possibile insegnare la tecnica senza trasmettere niente dello spirito, ma così, si tratta di tutta un’altra cosa. Forse self-defense oppure una tecnica di benessere.
Come in tutte le arti marziali abbiamo il Rei, il saluto, che ovviamente ne è l’espressione più immediatamente visibile, ma è attraverso la postura dell’insegnante che si trasmetterà ciò che è più importante. Per postura intendo un insieme estremamente complesso di segni che saranno reperibili dagli allievi: di sicuro l’aspetto fisico, la dinamica, la precisione, ecc., ma anche la maniera di far passare un messaggio, l’attenzione dedicata a ognuno dei praticanti in funzione di migliaia di fattori che l’insegnante deve percepire. È sviluppando la propria intuizione che si può avere la più grande e la più fine delle pedagogie, e così apportare gli elementi dei quali il praticante ha bisogno per approfondire la propria arte, per meglio comprenderne le radici.

Lo spirito dell’Aikido non si impara

Lo spirito dell’Aikido non si impara, lo si scopre, non ci cambia, ci permette di ritrovare le nostre radici umane, di raggiungere ciò che c’è di migliore nell’essere umano.
«L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.»*
Il desiderio del fondatore dell’Aikido era di avvicinare gli esseri umani, per lui il mondo era come una grande famiglia: «Nell’Aikido, l’allenamento non è fatto per diventare più forti o vincere l’avversario. No. Aiuta ad avere lo spirito di mettersi al centro dell’Universo e di contribuire alla pace mondiale, di far sì che tutti gli esseri umani formino una grande famiglia».*

Un inno alla gioia

O Sensei diceva: «Praticare sempre l’Aikido in modo vibrante e gioioso.»*
Non si parla molto spesso della gioia, il nostro mondo ci incita alla tristezza, a reagire con violenza agli eventi, a criticare le carenze del sistema, a vedere i difetti degli altri, a essere competitivi. Ma tutto questo finisce per renderci scorbutici, irritabili e rovina il nostro piacere di vivere semplicemente.
La gioia è una sensazione che considero sacra. La gioia di vivere, di sentirsi pienamente vivi in tutto ciò che si fa, o ciò che non si fa. La gioia ci permette di vivere quello che molti considerano come delle limitazioni in modo completamente diverso, di considerarle come delle opportunità che ci permettono di andare più lontano, di approfondire ciò che il mio maestro chiamava la respirazione.
La gioia ci porta poco a poco verso la libertà interiore, che è la sola libertà che valga veramente la pena di scoprire come racconta così bene il maestro di Tai-chi-chuan Gu Meisheng (1926-2003) che la scoprì nelle prigioni cinesi all’epoca di Mao.
Essa ci permette di uscire dalle convenzioni che i diversi sistemi ci impongono.

Lo spirito dell’Aikido, lo si trova nella natura, non una natura esterna all’essere umano ma l’umano che fa parte della natura, essendo egli stesso natura.
«La pratica dell’Aikido è un atto di fede, una credenza nel potere della non violenza. Non è un tipo di disciplina rigida o di vuoto ascetismo. È una via che segue i principi della natura, dei principi che devono essere applicati nella vita quotidiana. L’Aikido deve essere praticato dal momento in cui vi alzate per accogliere il giorno fino al momento in cui vi ritirate per la notte.»*
Ogni mattina cominciare nella calma del dojo con una meditazione di due o tre minuti circa per ricentrarsi, concentrarsi. Poi passare alla Pratica respiratoria, come l’ha chiamata Tsuda Sensei, e che O Sensei Morihei Ueshiba faceva ad ogni seduta. Si può allora abbordare la seconda parte, la pratica con un partner, il piacere della comunicazione attraverso la tecnica, la respirazione Ka Mi e tutto ciò molto di buon’ora mentre molte persone al di fuori sono appena emerse dal sonno.
Quando non c’è niente di programmato, quando si è vuoti da ogni pensiero, in questi momenti sublimi in cui la fusione si realizza con il partner, allora si è nello spirito dell’Aiki.
Come nello Zen, ci viene proposto di vivere qui e ora, di non essere diversi da ciò che siamo, ma di guardare con lucidità ciò che siamo diventati.

L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.

La trasmissione dello spirito

Per comprendere lo spirito dell’Aikido bisogna, secondo me, immergersi nel passato, non solo del Giappone ma anche e forse soprattutto, della Cina antica. Andare a cercare i pensatori, i filosofi, i poeti che alimentarono la riflessione e diedero peso al pensiero orientale. È grazie al mio maestro Tsuda Itsuo che ho scavato in questa direzione: non perché egli abbia fatto dei corsi di filosofia o tenuto dei seminari sull’argomento, lui che non parlava se non con parsimonia, ma al contrario ci ha lasciato con i suoi libri una riflessione sull’Oriente e l’Occidente, creando un ponte tra questi due mondi che sembravano antinomici.
L’immensa cultura di questo maestro, che ho avuto la fortuna di conoscere, mi aveva all’epoca lasciato sbalordito, ma poco a poco ho potuto accedere alla comprensione del suo messaggio, della sua opera filosofica che mi avevano nutrito. Ma quest’uomo, che avevo ammirato, aveva lasciato anche delle tracce che vedevo senza comprendere, altri segni, come i maestri Zen: ha lasciato delle calligrafie. Come in quest’arte, che si chiama oggi lo Zenga ci ha trasmesso un insegnamento attraverso gli ideogrammi, le sentenze di Chuang-tzu, Lao-tzu, Lin-tsi, Bai Juyi o dei proverbi popolari. Ognuna di queste calligrafie ci fa scoprire una storia, un testo, un’arte, che ci permette appunto di andare più lontano nella comprensione di questo spirito che sottende la nostra pratica.

Senza la sensazione concreta del ki, passiamo a lato dell’essenziale.

Risvegliare la forza interiore

«Ci sono delle forze in noi, ma restano latenti, dormienti. Bisogna svegliarle, attivarle.», scriveva Nocquet Sensei in un articolo apparso nel 1987. Questa frase fa eco per me alla calligrafia di Tsuda Sensei «Il dragone esce dallo stagno ove giaceva addormentato, il talento traspare». Nei due casi questi maestri parlano del ki e ci incitano a cercare in questa direzione.
Senza la sensazione concreta del ki ci perdiamo l’essenziale. Come parlare dello spirito dell’Aikido senza farne una sequela di regole da rispettare se non seguendo, ritrovando i fondamenti dell’essere umano. La nostra società industriale moderna ci facilita talmente la vita che non ci muoviamo più, ci spostiamo troppo facilmente, nelle città dobbiamo fare solo qualche metro per nutrirci invece di correre, cacciare o coltivare. L’Aikido permette di spendere quest’energia in eccesso che altrimenti ci fa ammalare. Ma non si tratta solo dell’aspetto fisico, motorio, è tutto il nostro corpo che ha bisogno di ritrovarsi, di normalizzarsi. Il nostro spirito sovraccarico di informazioni inutili ha anch’esso bisogno di riposarsi, di ritrovare la pace in mezzo all’agitazione che ci circonda.

Lo spirito dell’Aikido è l’Aikido

Lo spirito dell’Aikido si trova nella pratica stessa e poco a poco lo si scopre. Ed è un reale godimento questa scoperta. Le persone che iniziano, quando prendono coscienza della sua importanza, entrano pienamente in quest’arte che è la nostra. Spesso è a questo punto che cominciano le difficoltà nello spiegare quello che facciamo. Si desidera parlarne, invitare degli amici a venire a partecipare ad almeno una seduta.
Si prova a far capire che cosa si risente. Gli altri constatano il nostro entusiasmo ma non riescono a capire di cosa si tratti. E le risposte che si ricevono alle nostre spiegazioni, a ciò che cerchiamo di far passare sono spesso piuttosto deludenti. Possono andare da «Ah, sì anch’io ho fatto dello Yoga l’anno scorso durante le vacanze al club Med. Ma non ho tempo di fare una cosa così, capisci, non ho veramente il tempo.» Fino a «Sì,  la tua cosa è veramente simpatica ma è troppo complicata, sai io faccio del self-defense, californio-australiana, ed è veramente efficace…». Passare da un mondo ad un altro richiede di essere pronti, essere pronti a scoprire molto semplicemente ciò che non si conosce ancora, ma che si intuisce. Si comincia a praticare perché si è letto un libro, un articolo, e si è rimasti scioccati, ci si è detti: «Strano questo tipo, ma mi piace quello che racconta, mi piace questo spirito, lo sento vicino, vicino a ciò che penso io».

Un’arte per la normalizzazione dell’individuo

Molto spesso è lo spirito della pratica che ci fa continuare per molti anni, raramente sono le prodezze fisiche o tecniche, che in ogni modo sarebbero limitate dall’età. La sola cosa che non ha età è il ki, l’attenzione, la respirazione come lo chiamava Tsuda Sensei. Essa può approfondirsi senza alcun limite, ed è per questo che ci sono stati dei grandi maestri.
Se si risveglia la propria sensibilità, se c’è la continuità, e se si è ben guidati; se l’insegnamento non si limita alla superficie ma ci permette di scavare, di aprire da soli delle porte di cui non sospettavamo l’esistenza, allora tutto è possibile. Quando dico tutto è possibile, voglio dire che ognuno diviene responsabile di se stesso, della propria vita, della qualità della propria vita.
Come dice Yamaoka Tesshū: «L’unità del corpo con lo spirito può fare tutto. Se una lumaca vuole fare l’ascensione del monte Fuji, allora ci riuscirà.»
Non cercare la notorietà, non cercare di diventare ma piuttosto di essere grazie alla realizzazione personale. Placare le tensioni interne, unificare il corpo e lo spirito, che molto spesso lavorano in direzione contraria, quando non lavorano l’uno contro l’altro, ecco il senso profondo della ricerca che possiamo fare nella pratica delle arti marziali.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 18) nel mese di ottobre del 2017.

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Note

* Citazioni tratte dal libro L’art de la paix : Enseignements du fondateur de l’Aïkido Interviste e scritti di Morihei Ueshiba raccolti da John Stevens, Guy Trédaniel Éditeur, 2000, traduzione italiana della Scuola Itsuo Tsuda.

Le dojo Yuki Ho

Fin décembre 2018, le dojo Yuki Ho à Toulouse a pu garder l’usage des locaux qu’il loue depuis 35 ans en participant à leur achat grâce à un projet collectif avec d’autres associations. C’est pourquoi nous souhaitons ici partager un texte de Lucie R., prononcé lors du Misogi du 1er janvier 2018. Si vous souhaitez en savoir plus, l’article L’aventure commence à l’aurore  (lien en fin de page) retrace l’histoire de ce lieu très particulier et présente les projets en cours !

Le pin au milieu de la cours du 10 rue Dalmatie
Le pin au milieu de la cours du 10 rue Dalmatie

« Une nouvelle année commence.
Bienvenue à ceux qui ont souhaité participer avec nous à ce moment particulier de notre dojo.

Notre dojo.

L'espace de pratique
L’espace de pratique

Ces mots résonnent aujourd’hui d’une façon différente, puisqu’après une trentaine d’années à habiter, remplir ce lieu, le faire vivre, l’association en est devenue propriétaire, il y a dix jours.

Qu’est-ce-que cela va changer ?

Cet endroit, dont la découverte a tant compté pour chacun d’entre nous, et qui n’est riche que de ce que nous y mettons nous-mêmes, va pouvoir continuer à être notre terrain de pratique, et à nous apporter ce que nous venons y chercher chaque matin, pour nous-mêmes, et avec les autres.

De nouvelles perspectives s’ouvrent aussi pour le 10 rue Dalmatie puisque nous allons désormais partager la cour avec deux associations amies, dont les finalités sont proches de celles du dojo dans le sens de permettre de retrouver et préserver ce qui au fond de chaque individu nous anime.

Il ne reste plus qu’à souhaiter que de nouvelles personnes encore viennent goûter à cette ambiance.  »

Pour en savoir plus, cliquez sur l’article : L’aventure commence à l’aurore !

Toulousaine-côté jardin
La Toulousaine

Aikido : un’evoluzione dell’essere

Di Régis Soavi

L’Aikido è uno strumento della mia evoluzione, mi ha fatto evolvere, ho dovuto soltanto seguire con tenacia questa strada che si apriva davanti a me, che si apriva dentro di me. Come tanti altri, sono arrivato a questa pratica per la sua marzialità. Ma la sua bellezza, come anche l’estetica dei suoi movimenti, mi hanno rapidamente affascinato, e questo già con il mio primo professore Maroteaux Sensei. Poi, quando ho avuto modo di vedere Masamichi Noro Sensei, e Nobuyoshi Tamura Sensei, ho avuto la conferma di quello che avevo intuito: l’Aikido era una cosa completamente diversa da quello che conoscevo.

Arrivavo dal mondo del Judo, con le immagini che ci erano state trasmesse, come ad esempio quella del ramo di ciliegio che si copre di neve e che tutt’a un tratto la lascia cadere e si raddrizza. Ero già andato oltre le idee che giravano all’inizio del secolo e negli anni cinquanta di un “Jiu Jitsu giapponese che trasforma un uomo piccolo e mingherlino in un mostro di efficacia”.
La realtà della mia periferia e soprattutto gli avvenimenti ai quali avevo preso parte negli anni dal ‘68 al ‘70 avevano già spazzato via tutte queste immagini. Avevo appena vent’anni quando ho incominciato a praticare l’Aikido, e se il mondo non era certo come lo avrei desiderato, poteva essere cambiato. Potevamo passare dalla barbarie mondiale, con le sue guerre, le sue carestie, le sue incomprensioni tra i popoli, ad una società più umana, una società finalmente pacificata. E ovviamente l’Aikido ce lo avrebbe permesso. Il Maestro Ueshiba era appena deceduto, ma ci lasciava un’eredità incredibile, con una quantità di discepoli giovani o meno giovani pronti a guidarci, ad insegnarci. Faccio parte di questa generazione, piena di queste speranze, dopo la delusione dovuta al disastro di quello che avevamo sperato essere una rivoluzione umanista nel Maggio ‘68 in Francia. La filosofia trasmessa dall’Aikido risuonava in noi, ci incitava ad essere forti per combattere l’ingiustizia. Come spiegavano i libri di Tadashi Abe e Jean Zin1, di E. Herrigel2, o anche un po’ più tardi e a modo suo di K.G. Durkheim3, era un’Arte Cavalleresca. Forse saremmo stati i cavalieri dei tempi moderni… Jigoro Kano Sensei aveva, all’alba del ventesimo secolo, trasformato il Jiu Jitsu in “un’arte”, una via, era stato uno degli iniziatori di questo cambiamento storico ed era riuscito a farlo conoscere. Gli ideali di Kano Sensei dovevano essere trasmessi dall’educazione, l’arte del Judo ne era lo strumento.
O Sensei Morihei Ueshiba si era anche lui evoluto. Come ogni uomo, il tempo, l’età, l’esperienza, ma molto più di tutto questo, la sua illuminazione, questo istante di coscienza, che evocava così bene ed in modo così poetico e che aveva aperto in lui una porta verso l’ignoto.
Dell’Aikido che si era già costruito come pratica marziale, arte del combattimento, ha tenuto la forma, il rigore, ma la filosofia che ne costituiva la base non era più la stessa, iniziava a parlare dell’amore con la A maiuscola, dell’“Amore universale”.

Un’altra dimensione

Quando Tsuda Sensei che aveva già quarantacinque anni incontrò il Maestro Ueshiba che ne aveva settantasei, misurò subito la grandezza di O Sensei, l’intensità del suo messaggio. Poteva capirlo grazie alla sua età, alla sua cultura immensa, e forse anche perché non arrivava dalle arti marziali, ma dal Seitai, che studiava con Haruchika Noguchi Sensei4 già da una quindicina di anni. Profondamente pacifista, aveva anche subito in età adulta, la Seconda Guerra mondiale, con il suo corteo di massacri e la sua tragica fine nucleare.
Con Itsuo Tsuda scoprivo qualcosa di diverso da quello che avevo appreso fino ad allora. Non si trattava di esercitarsi o di integrare delle tecniche e di ripeterle all’infinito. Ci presentava qualcosa di diverso, un’altra dimensione. Il suo talento era nella respirazione, il ki, questa nozione così misteriosa, che con lui, diventava estremamente concreta, comune, quasi banale.

A causa, e soprattutto grazie a questo, il mio Aikido evolveva, la mia pratica si trasformava. Avevo sentito parlare dell’aspetto religioso dell’Aikido, del rapporto che il fondatore aveva coltivato con l’Omoto-kyo fino alla fine della sua vita. Questo aspetto è stato rifiutato da alcuni aikidoka. Le religioni non erano più di moda ed in ogni caso non bisognava mescolare le cose, bisognava sbarazzarsene, ritornare indietro, alle origini, al combattimento, alla dura realtà della vita e quindi più o meno alla giungla. Gli avvenimenti recenti non gli danno forse ragione, con la loro violenza, ed i suoi corollari, il suo corteo di protezioni, la tendenza al ripiegamento su se stessi, sui propri interessi?

Il mio maestro ci proponeva una prospettiva tutta diversa. Parlava spesso della sua immensa ammirazione per il Maestro Ueshiba. Ci diceva che lui stesso stava cercando nella direzione che gli aveva dato il suo maestro. Ci guidava verso il sacro, non verso il religioso ma verso il sacro, era la sua maniera di insegnarci l’arte del misogi,5 di trasmettere un messaggio a questo piccolo gruppo di Francesi che ignoravano, all’epoca, tutto o quasi delle tradizioni e della cultura giapponesi.

L’Aikido evolve

Per Régis Soavi, l'Aikido, è l'approfondimento della percezione del ki.
Per Régis Soavi, l’Aikido, è l’approfondimento della percezione del ki.

Se l’Aikido si è evoluto, dobbiamo per questo classificarlo oggi tra le tecniche di benessere, di rilassamento o di gestione dello stress? La filosofia della nostra arte forse non ha finito di sorprenderci, per chi sa scavare, ed andare alla radice dell’essere umano, grazie a questo formidabile strumento.
Se l’Aikido evolve è attraverso il nostro incontro con esso, perché ogni giorno, ogni mattina precisamente, durante ogni seduta ci mettiamo in armonia con l’altro, gli altri, e di conseguenza con l’Universo.
L’Aikido è multiplo ma il suo fondamento è “UNO”, è per me una ricerca, un approfondimento della mia respirazione, della mia percezione del ki. Perché il cambiamento che si produce dentro di noi è la scoperta del mondo del ki.
L’Aikido evolve perché io evolvo. La mia comprensione lo fa evolvere in me.
La nostra arte ha fatto molto più che evolversi, si è radicalmente staccata dalle sue origini, ha cambiato orientamento, ha cambiato il “nostro” orientamento.

La mia domanda è quindi: dobbiamo far evolvere l’Aikido perché non è più adatto alla nostra epoca? Il mondo è cambiato certo, i suoi valori non sono più gli stessi, ma gli individui sono realmente cambiati? Oppure vogliono una volta ancora uscire dall’impasse in cui la società li ha portati?

Soffocare il nostro mondo interiore per sopravvivere o risvegliare il nostro mondo interiore per poter vivere.

Se tante persone cercano oggi in direzioni diverse da quelle che ci propone la società, non è per farla continuare così com’è, ma proprio perché desiderano cambiarla. Cambiarla per andare avanti e non per tornare indietro. Ma andare avanti non vuol dire fare tabula rasa del passato, al contrario. Bisogna saper approfittare dell’esperienza di questo passato, perché ci sono radici sane, non tutto è da buttare alle ortiche. In una società in cui gli individui sono diventati intercambiabili, ci sono dei valori eterni che possiamo conservare o ritrovare, ovvero riappropriarcene. Uno di questi valori è l’individualità, la differenza e la ricchezza delle persone che non chiede di meglio che di sbocciare. L’Aikido è qui per permettere loro questo sbocciare. Per questo sarà necessario lavorare sulla sensibilità, bisognerà ritrovarla nei meandri del nostro inconscio, del nostro involontario, di quello che fa di noi degli esseri umani, e non dei robot.

Il mondo dell’Aikido è per la maggior parte un mondo maschile, la sua evoluzione si farà anche attraverso il riconoscimento reale del femminile, come un mondo con valori propri, così vicino e allo stesso tempo così lontano.
Questo riconoscimento di un mondo che ha mantenuto un contatto con la vita nella sua semplicità, nel suo lato primitivo e propriamente istintivo può aiutarci a ritrovare noi stessi. Finiremo forse con l’apprezzare quello che sarà un vero equilibrio, basato su un’uguaglianza reale e non dettato da convenzioni antiquate. Un’uguaglianza dove la comprensione della differenza permette di apprezzarla.

Parlo della nostra evoluzione, quella che ci è indispensabile per andare avanti. I più grandi maestri non sono né aggressivi né violenti, al contrario. Anche se si parla della loro potenza, viene fatto l’elogio della dolcezza di Tamura Sensei, di Noro Sensei, di O Sensei Morihei Ueshiba, di Itsuo Tsuda Sensei. Senza che questo li sminuisca in alcun modo, senza che questo pregiudichi la loro forza, la loro personalità, al contrario. Se dovessimo trovare una via che ci porti alla pace, non sarebbe forse in questa direzione che dovremmo guardare?

L’amore di cui parla il fondatore non è qualcosa che si impara, questo Amore universale emerge dall’essere umano sincero quando si è sbarazzato da tutto quello che ne impediva l’emergere. Le sue debolezze, la sua condiscendenza, le sue paure, le sue rigidità, e tante altre cose. Ognuno di noi può fare la propria lista. Emerge dal più profondo di noi, a volte all’improvviso, sempre perché abbiamo abbandonato le nostre prerogative. Questo amore è ben lontano dall’essere un punto d’arrivo in sé, non si può misurare, la sua dimensione non è calcolabile, così può crescere mano a mano che il nostro respiro si approfondisce, che penetriamo un po’ di più in quella che chiamerò una dimensione supplementare: la sensazione concreta del ki. Al di là delle tre dimensioni a cui siamo abituati, e senza entrare nella quarta dimensione dei romanzi di fantascienza. Questa dimensione che è la sensazione fisica del ki in ogni sua forma, ci apre le porte verso una percezione più fine, più precisa del mondo. Un mondo in qualche modo allargato, un mondo che intuiamo e di cui abbiamo la chiave. Un mondo di libertà per noi e che si estende intorno a noi, che libera tutti quelli che vogliono cercare e lasciarsi guidare dalla loro intuizione, dal loro kokoro6, e dalla loro intelligenza in profondità.
La percezione di questa dimensione mi sembra essere un’evoluzione logica che deve derivare dalla natura stessa della nostra pratica e per questo dobbiamo dirigere tutta la nostra energia in questa direzione. Dobbiamo operare senza sosta perché i nostri allievi, e per estensione le persone che li circondano, possano beneficiare di questa scoperta.

L’Aikido: sport olimpico, arte di combattimento o tecnica di rilassamento?

Qual è il futuro di questa pratica? Se ha un passato glorioso sembra che oggi attiri sempre meno persone. Forse le rigidità amministrative dello Stato francese hanno bloccato l’entusiasmo delle generazioni passate. La scolarizzazione della società, già denunciata da un filosofo come Ivan Illich7 negli anni ‘70, fu applicata nell’insegnamento dell’Aikido, con i suoi programmi, i suoi esami, le sue ricompense. Questa idea di progressione basata sulla performance ha spesso, passato l’entusiasmo dell’inizio, stancato i giovani praticanti. Quelli che praticano da tanto tempo e ripetono sempre la stessa cosa non vedono più verso cosa stanno andando e a volte sono delusi da quest’arte che non ha portato loro quello che avevano creduto d’intravedere all’inizio. I nostri maestri e i nostri predecessori che avevano conosciuto O Sensei avevano visto qualcos’altro in questo uomo fuori dal comune. Sapevano che l’Aikido non si riduceva ad un’efficacia miracolosa dovuta a concatenazioni di tecniche eseguite sempre più velocemente.

Come arte di combattimento, senza gli anni di allenamento quotidiano, è molto spesso un’illusione, e anche con gli allenamenti intensivi, rimane comunque un’illusione. Anche i meglio preparati non possono garantire niente, perché tanti fattori entrano in gioco in un incontro violento. Si può allora lasciarsi andare a paragonare le differenti arti: Boxe Inglese, Cinese, Tailandese, Jiu Jitsu Brasiliano, Vale tudo, ecc., ognuno può tirare a sé la coperta argomentando. È la polemica verbale, e a volte finisce sul ring in un confronto ben lontano dagli ideali dei nostri poveri maestri, il cui unico desiderio mentre ci insegnavano quest’arte era di farci diventare esseri umani a tutti gli effetti, donne e uomini di valore. L’Aikido, con i suoi valori umanisti, era portatore di speranza nel ventesimo secolo, trovava un’eco nella nuova generazione che usciva dall’oscurantismo antiquato del conformismo. L’epoca lo ha trasformato, non ha saputo, potuto, resistere alle sirene della modernizzazione, dell’ognuno per sé, del cocooning o del ritorno al passato verso i valori-rifugio del tipo autorità, condizionamento, spirito di competizione.

L’autonomia

L’autonomia non si può insegnare, si scopre allo stesso modo delle capacità individuali, ma ci vuole tempo. Bisogna essere guidati, ma non forzati. Serve libertà, non lassismo. Forza senza rigidità. Infine, se sappiamo proporre questo in dojo che siano indipendenti dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni, dalle organizzazioni varie, allora vedremo persone riunirsi, per evolvere insieme grazie alla nostra pratica. Se non si dimentica che l’asse principale della nostra ricerca è il ki, le sue manifestazioni, la comprensione della sua importanza, il suo utilizzo attraverso la sensazione della vita che ci anima.

L’essenziale è nella scoperta della direzione da seguire, quella che ci porta all’autonomia, alla realizzazione dell’Essere nella semplicità.
Posso così fare mie le parole dell’Internazionale di Eugène Pottier8, come quelle della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges9 o quelle di Gesù di Nazareth o anche quelle di Buddha. Basta che io ne faccia una lettura non di parte ed aperta. Se l’Occidente ha una mente manichea, è completamente diverso in Oriente. Senza idealizzare l’uno o l’altro, la nostra ricerca deve portarci ad afferrare il meglio di ogni cultura. Il nostro mondo non è dei più allegri, ci mostra ogni giorno, attraverso i media, il suo volto spesso così deformato, con il suo carico di incomprensioni, di difficoltà e anche di orrori. Se è difficile agire efficacemente sulla società a livello mondiale, invece, possiamo agire a livello regionale, intendo dire vicino a noi, nel nostro entourage.
L’Aikido, se si sviluppa nello spirito di cui ho provato a dare un’idea, può essere uno strumento formidabile per rendere la nostra società più umana, più tollerante, ed anche più accogliente. È un’arte eccezionale che non chiede altro che svilupparsi. Siamo noi insegnanti di oggi che dobbiamo dare risposte, dare una direzione sana alla nostra pratica, con franchezza, senza nasconderci dietro ideologie o idee preconcette, per poter essere all’altezza di quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di luglio del 2017.

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Note

1  Jean Zin et Tadashi Abe, La vittoria attraverso la pace.
2  E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco.
3  K. G. Durkeim, Hara, centro vitale dell’uomo.
4  Noguchi Haruchika (1911-1976) è il fondatore del Seitai.
5  Per Ueshiba Morihei l’Aikido è un Misogi, una pratica di purificazione del corpo e della mente.
6  Il termine kokoro esprime un concetto, ha quindi un significato più esteso rispetto ai suoi equivalenti “cuore” “anima” o “spirito” spesso utilizzati per tradurlo.
7  I. Illich, Una società senza scuola (titolo originale: Deschooling Society).
8  Eugène Pottier (1816-1887) autore di L’Internazionale, canto rivoluzionario le cui parole furono scritte nel 1871 durante la repressione della Comune di Parigi, sotto forma di un poema alla gloria dell’Internazionale operaia.
9  Olympe de Gouges (1748-1793) ha lasciato numerosi scritti a favore dei diritti civili e politici delle donne e dell’abolizione della schiavitù.

Le Fonds Itsuo Tsuda

fonds_itsuo_tsuda.pngNotre but : soutenir et conduire, sans but lucratif, toute activité d’intérêt général à caractère culturel destinée à conserver et diffuser l’œuvre philosophique d’Itsuo Tsuda.  Ce but s’articule autour de trois axes :

  • l’acquisition, la conservation et la diffusion de l’œuvre calligraphique ;
  • la diffusion de l’œuvre littéraire ;
  • la conservation et la diffusion des archives photographiques et vidéos.

Le fonds de dotation est un outil de financement du mécénat, une sorte de fondation qui répond à la quasi-totalité des droits et devoirs des fondations reconnues d’utilité publique.

Les donateurs peuvent bénéficier d’une réduction d’impôt sur le revenu égale à 66% du montant de leurs don.  Par exemple un don de 300€ ne coûtera que 100€ après déduction d’impôt. reduction_dimpot_don_mecenat Plus d’information sur la structure des fonds de dotation ici

L’œuvre calligraphique :

L’œuvre calligraphique d’Itsuo Tsuda étant dispersée aux quatre coins du monde, nous avons souhaité la réunir et la rendre accessible à toutes les personnes intéressées. C’est chose faite en 2017, avec la publication du livre « Itsuo Tsuda, Calligraphies de Printemps ».  Ce  formidable ouvrage n’aurait pas vu le jour sans un immense travail bénévole : le prix de vente ne servant qu’à couvrir les frais d’impression et d’expédition.

La diffusion de l’œuvre littéraire :

Yume Editions, est la marque éditoriale du fonds de dotation Itsuo Tsuda, avec laquelle l’œuvre d’Itsuo Tsuda est diffusée en anglais et italien.

CouvTsuda_PathOfLess_MiniGrâce aux dons des particuliers et au travail bénévole, nous pouvons proposer aujourd’hui des traductions de qualité professionnelle.  Sont déjà disponibles :

  • The Non Doing
  • The Path of Less
  • The Science of the Particular
  • One
  • The Dialogue of Silence, sera très bientôt disponible et The Unsteady Triangle est déjà en cours de traduction

En vente ici : http://yumeshop.fonds-itsuo-tsuda.org/fr/

C’est aussi ainsi que nous avons pu publier en 2014 le livre Cœur de ciel pur, œuvre posthume réalisée à partir d’inédits d’Itsuo Tsuda, éditée au Courrier du Livre – éditions Trédaniel (disponible en librairie)

La conservation et la diffusion des archives photographiques et vidéos :

La numérisation des documents pour un archivage qui puisse traverser le temps est aussi un des objectifs du fonds Itsuo Tsuda. Il nous tient à cœur de regrouper ces documents en un fonds d’archives accessible au public comme aux pratiquants et aux dojos. Ce sont des archives que nous considérons comme un patrimoine de l’humanité qui doivent donc être conservées et appartenir à tous.

Nous renouvelons ici nos remerciements à ceux qui nous soutiennent et nous rappelons que tout le travail est fait par des bénévoles. Alors si vous souhaitez soutenir l’action du fonds de dotation, contactez-nous  :  contact@fonds-itsuo-tsuda.org

Fonds Itsuo Tsuda,
50 rue du Volga 75020 Paris
Siret 538 200 254 00018

Itsuo Tsuda Calligraphies de Printemps

L’événement autour de la publication du livre Itsuo Tsuda, Calligraphie de Printemps s’est tenu les 18 et 19 novembre 2017 au Dojo Tenshin à Paris. Le public présent a pu apprécier près de 100 reproductions de calligraphies  d’Itsuo Tsuda et découvrir un livre de 468 pages.

Retour en vidéo, en images… et en texte !!

Présentation par Régis Soavi

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Noguchi – Chuang-Tzu #5

Testo di  Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (V). Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda. Per leggere l’iniziohttp://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-tchouang-tseu-1/

Fintanto che gli esseri umani vivono, a un certo punto moriranno. Questa affermazione è stata verificata per migliaia di anni, e quindi non è un malinteso. Le persone generalmente non accettano l’inconfutabile fatto che gli uomini muoiono, e mentre si avvicinano alla morte e sentono la morte nei loro cuori, si preoccupano e agiscono con impazienza, poiché non vogliono morire. Ma gli esseri umani sono creature che muoiono. Bach compose le Variazioni Goldberg per il sonno profondo di qualcuno, e questo pezzo dice continuamente che gli uomini sono mortali. La reiterazione è interessante perché è proprio come Bach stesso, che respirava tranquillamente e aveva uno stato di calma mentale.Lire la suite

Trascendere lo spazio ed il tempo

Di Régis Soavi.

Tutti gli aikidoka hanno già sentito parlare di Ma-ai perché è una delle basi della nostra pratica. Ma parlarne e viverla sono purtroppo due cose molto diverse. Essendo conosciuta in tutte le arti marziali, si trovano facilmente tanti riferimenti in merito.
Si può concepire intellettualmente questa nozione, si può scriverne e sviluppare tutto un discorso, ma “niente vale quanto il vissuto” come ci ripeteva spesso il mio maestro Itsuo Tsuda.
Proverò quindi a spiegare l’inspiegabile attraverso esempi o situazioni concrete.Lire la suite

Noguchi – Chuang-Tzu #4

Testo di  Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (IV). Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.

Quando Kung Wen Hsien vide il Comandante dell’Esercito, disse sorpreso: “Mi chiedevo chi fosse, e sei tu. Quell’unico piede – è il lavoro dell’uomo o del Cielo?”
Il Comandante rispose: “Del Cielo, e non dell’uomo. Sostanzialmente, la forma di un uomo è determinata. Da questo, so che anche essere con una gamba sola è lavoro del cielo e non dell’uomo.”Lire la suite