itsuo tsuda philosophe du ki

Dal Filosofo del Ki #1

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista « Question de » nel 1975.
Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e letterata francese), che ha realizzato questo articolo e questa intervista, è stata uno dei primi allievi di Tsuda.

Prima parte
Sul limitare del bois de Vincennes, in fondo ad un giardino della periferia parigina, esiste un dojo molto particolare. itsuo tsudaUn dojo, cioè un luogo in cui si praticano l’Arte della respirazione e le Arti marziali. Non è una palestra. È piuttosto un luogo consacrato dove lo « spazio-tempo » è diverso da quello di un luogo profano. Entrando si saluta per sacralizzarsi ed uscendo per desacralizzarsi. Il dojo dell’Associazione Katsugen-Kai ha per Maestro Itsuo Tsuda, «Maestro» che comincia con il rifiutare questo titolo: «Mi hanno anche rimproverato, aggiunge, di non indossare il kimono nel nostro dojo. Ma è molto meglio che sia in jeans, per esempio. Se mettessi il kimono, per rispettare la tradizione sarei costretto a mandarlo ogni volta a Tokio per farlo pulire secondo le condizioni richieste!»
Tutto nel suo atteggiamento invita a riflettere. Sarebbe un vero Maestro, quest’uomo ostinatamente modesto e che dissimula un sapere di cui la vastità stupisce costantemente dietro il suo umorismo bonario? Quando rifiuta di essere chiamato «maestro», quando rifiuta un certo cinema che si trova in altri dojo, si può già essere certi di una cosa: non è un businessman dell’orientalismo attualmente in voga.
Itsuo Tsuda è nato in Corea nel 1914, «allora sotto la dominazione giapponese››, precisa. Poi aggiunge: « All’età di sedici anni, mi sono rivoltato contro la volontà di mio padre: ho rifiutato di essere l’erede del suo patrimonio, ho rifiutato il diritto di primogenitura. Poi ho lasciato la mia famiglia e mi sono messo a vagabondare alla ricerca della libertà di pensiero. Un giorno, alla fine, mi sono riconciliato con mio padre. Nel 1934, sono venuto in Francia e, fino al 1940, ho completato i miei studi all’università di Parigi, in sinologia con Marcel Granet ed in etno-sociologia con Marcel Mauss. Ho dovuto lasciare Parigi a causa della guerra, ma questo soggiorno e l’insegnamento di questi due grandi ricercatori mi hanno arricchito molto… forse sono stati anche decisivi, in una certa misura. Forse, è grazie a loro che ho potuto cercare di esprimere in Occidente, attraverso dei termini e dei concetti comprensibili per gli occidentali e, soprattutto, per i francesi, ciò che sono il Ki e la filosofia del Non-Fare».
Quando torna in Giappone, Itsuo Tsuda lavora come etnologo. Si interessa agli aspetti culturali delle antiche tradizioni del suo paese:
« Nel 1950, mi sono messo a studiare molto seriamente la recitazione del Nō con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Noguchi e l’Aikido con il Maestro Ueshiba. Nō, Seitai e Aikido sono basati sul Ki non solamente come lo sono tutte le Arti tradizionali giapponesi, ma anche come tutti gli aspetti della vita quotidiana tradizionale in Giappone. ››

– Cos’è dunque il Ki ?

– La cosa più difficile da capire della lingua giapponese! La parola Ki appartiene al campo del sentire e non a quello del sapere. Il sentire è un’esperienza primaria, preliminare ad ogni sforzo dell’intelligenza. Nessuna spiegazione potrà trasmetterla adeguatamente a qualcuno che non condivide la stessa esperienza.
La parola Ki ritorna continuamente nella lingua giapponese, per esempio: Ki ga chiisai significa parola per parola « il suo ki è piccolo », che bisognerebbe tradurre con: « Si fa troppi problemi per niente ».
O al contrario, Ki ga ôkii, « Il suo Ki è grande », dovrebbe essere tradotto con: « Non si preoccupa per delle piccole cose ». Da sola, isolata, il termine Ki è praticamente intraducibile. Così Ancora un ultimo esempio: Ki-mochi no mondai si può tradurre con: « È condizionato dallo stato del Ki », o, detto altrimenti: « Non è l’oggetto ed il risultato tangibile che contano, ma il gesto e l’intenzione… il Ki ».
Questa espressione Ki-mochi è quasi diventata sinonimo di regalo e, presentandolo, si dice: « È il mio Ki-mochi », che significa: « L’oggetto che vi offro è modesto, ma vogliate trovare un segno della mia profonda riconoscenza ». Rasentiamo allora il campo della psicometria!

– Perché insegnare l’approccio al Ki attraverso una scuola della respirazione?
– Lo sfondo giudeo-cristiano in cui vivono ancora gli occidentali del XX° secolo rendono le cose molto diverse da quelle che possono essere in altre civiltà, da altri modi di vedere la vita. È perché qui, in Occidente, il Ki è molto difficile da spiegare, perché non rientra nel sistema delle categorie. In qualsiasi altro luogo, quando si constata una cosa, la si accetta in modo molto naturale. Esiste, ecco tutto. L’occidentale ama la discussione, è fortemente cerebralizzato. Ma le discussioni ci rendono ubriachi di parole e ci impediscono di vedere ciò che accade realmente sotto il nostro naso. Così tradurre la parola Ki con « soffio » potrebbe essere molto corretto… a condizione di comprenderlo come duemila anni fa, come la parola pneuma degli antichi greci platonici, per esempio. Tuttavia, nel francese moderno, si può riflettere sul fatto che la parola inspirazione possiede due sensi: l’inspirazione fisica e l’ispirazione (in francese: “inspiration”) creatrice.
In Estremo Oriente, Tchouang Tseu, filosofo cinese del V secolo a.C., fu uno dei primi ad aver discusso questa nozione di soffio. Non bisogna neanche dimenticare che il buddismo fu, all’inizio, una tecnica di respirazione. Qui, in Occidente, il Ki si traduce, secondo alcuni con magnetismo, e per altri, è l’influsso nervoso, per altri ancora, è la vibrazione o le onde o ancora elettromagnetismo. Io penso che il solo che abbia veramente individuato che cosa è il Ki … è Groddeck. È lui che ha trovato la parola europea più vicina a questa nozione di Ki: il titolo stesso del suo libro, “In fondo all’uomo, questo”, o « Il libro dell’Es », è molto esplicito.
« Il Ki, se volete, è la Vitalità. È ciò che spinge l’uomo a realizzare qualcosa. Un modo di spiegare l’uomo che è dunque molto diverso dall’immagine fisico-chimica che si ha in Occidente da Lavoisier e Newton. Il cartesianesimo che è in Francia alla base di tutto (la scienza, la morale, la politica, l’amministrazione… tutto!), il cartesianesimo è una filosofia della conoscenza secondo cui ogni problema è concepito in uno spazio omogeneo ed immobile.
Quando si tratta il problema dell’essere umano, lo si definisce quindi sulla base di questo spazio: è diviso in due, il mentale ed il fisico. Ciascuno a suo volta è diviso tante volte quante si vuole. La filosofia del Ki è, in questo senso, completamente diversa, perché l’essere umano qui è considerato nel suo insieme: è sia mentale che fisico, sia pensiero e azione, sia individuo che ambiente.

– Che cosa si pratica esattamente al dojo Katsugen-kai ?
– Si imparano i primi rudimenti, se posso esprimermi così, della coordinazione del Ki attraverso quello che è chiamato »movimento rigeneratore ». Questo permette, eventualmente, di passare in seguito allo stadio dell’apprendimento delle Arti marziali per chi lo desidera. Si impara l’Aikido. Si ascoltano anche delle recitazioni di Nō.
L’Aikido fa parte delle mie ricerche sul Ki. Ai-ki-do significa letteralmente: « via della coordinazione del Ki». Dire che l’Aikido è un’Arte marziale d’Amore può certo stupire degli occidentali. Per il suo fondatore, il Maestro Ueshiba con cui ho lavorato, l’ Aikido non è uno sport nè una tecnica di combattimento. È una dottrina di non-resistenza, un principio di fusione… Questo principio di fusione è il Ki. Il Maestro Ueshiba diceva spesso: «Il Ki è il grande re delle forze». La forza del Maestro Ueshiba non era una forza, ma il Ki, questa potenza eccezionale che si libera incoscientemente in caso di pericolo, per esempio. E questa potenza esiste virtualmente in tutti gli individui… È su questo principio di fusione del Ki che è basata la scuola di respirazione del Katsugen-Kaï.
Nel teatro Nō, non c’è la parola Ki. Ma, quando si sa ciò che è, questo salta agli occhi: il teatro Nō colpisce da intuito a intuito. A Katsugen-Kai, il nostro dojo, io recito una volta alla settimana per qualche minuto, un piccolo passaggio di Nō. Il mio uditorio, beninteso, è francese. Dopo aver recitato una sera un passaggio dell’opera teatrale Uneme, una giovane donna mi ha chiesto se non si trattava di suicidio. «È giusto», le ho risposto. Il suicidio della cortigiana Unémé, che si è gettata in uno stagno, l’aveva fatta pensare al suicidio di suo cognato, suicida col veleno. Come ?… Forse perchè la visualizzazione si era trasmessa direttamente. Questa giovane donna non conosceva affatto il giapponese.

Prossimamente il seguito delle interviste!

Articolo ristampato con il permesso dell’autrice, Claudine Brelet