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Dojo, un altro spazio-tempo

di Manon Soavi

«[…] Il cammino per la scoperta di sé in profondità […]» diceva Tsuda Sensei «non è una linea retta verso il paradiso, è tortuoso.»(1) Come i musicisti classici passano la loro vita in una ricerca infinita di evoluzione, i praticanti di arti marziali sono su cammini senza fine. Peraltro queste vie non sono prive di senso, di cartelli stradali e di verifiche. Uno dei cartelli stradali che ha lasciato Tsuda Sensei ai suoi allievi è «Dojo».

Egli stesso scrive in materia: «Come ho già detto, il dojo non è semplicemente uno spazio a parte e riservato a certi esercizi. È un luogo dove lo spazio-tempo è diverso da quello di un luogo profano. L’atmosfera è particolarmente intensa. Vi si entra salutando per sacralizzarsi e si esce salutando per desacralizzarsi. […] Mi si dice che in Francia, si trovano dei dojo che sono semplicemente delle palestre o dei club sportivi. E sia. Ma, quanto a me, io voglio che il mio dojo sia un dojo, e non un club con un gestore e dei clienti abituali, e questo allo scopo di non disturbare la sincerità dei praticanti. Ciò non significa che essi debbano avere una faccia corrucciata e compassata. Al contrario, bisogna mantenere uno spirito di pace, di comunione e di gioia.»(2)
Ma perché creare dei Dojo? È alquanto faticoso e richiede molto lavoro!

Costruire un dojo, un’avventura incerta !

Per rispondere a questa domanda bisogna, forse, ritornare al motivo per cui pratichiamo. Se ogni risposta è individuale e complessa, personalmente concordo con coloro che pensano che pratichiamo prima di tutto per «essere». Per «essere» veramente, non fosse che per il tempo di una seduta.
L’Aikido è allora uno strumento per ritrovare noi stessi. Cominciare ad «essere» sui tatami è un primo passo che comincia con un “lasciar andare”: accettare di salire sui tatami e di entrare in contatto con gli altri! Ma un contatto diverso da quello retto dalle convenzioni sociali. D’altra parte a volte constato la riluttanza di alcuni debuttanti ad indossare un Keikogi, come se conservare la loro tuta da ginnastica consentisse loro di salvaguardare un’identità sociale. Il Keikogi ci mette tutti su di un piano di uguaglianza, al di fuori dalle etichette sociali, cancella le forme del corpo, i sessi, le età, gli stipendi… Ben inteso però, a patto che non si faccia sfoggio dei gradi, dei dan per mostrarsi superiori con i debuttanti. Se la nostra mentalità o il nostro stato d’animo è quello di vivere una pratica insieme all’altro, e non quello di mostrare di essere i più forti, allora la paura dell’incontro con l’altro può diminuire. Nella Scuola Itsuo Tsuda non ci sono gradi, questo risolve la questione una volta per tutte.

L’avventura comincia all’aurora (3)

Il Dojo stesso è un luogo fuori dal tempo sociale, fuori dall’epoca, indifferente alla localizzazione geografica, e anche tutto ciò ci disorienta completamente. Inoltre noi pratichiamo al mattino presto (come faceva O Sensei Ueshiba). Le sedute si tengono tutte le mattine, tutto l’anno, alle 6.45 durante la settimana e alle 8.00 nel week-end. Che nevichi, che ci sia il sole, che sia un giorno di vacanza o di lavoro, il Dojo è aperto e ci sono le sedute. Al di là della suddivisione arbitraria del tempo del nostro mondo.
Anche l’alba è un tempo particolare. Tra il risveglio e la pratica non c’è quasi nulla. L’autore Yan Allegret l’ha così espresso in un articolo apparso in KarateBushido: «Avviene intorno alle 6 del mattino. Delle persone escono di casa e si dirigono verso un luogo. A piedi. In macchina. In metropolitana. Fuori, le strade di Parigi sono ancora assonnate, quasi deserte. L’alba è vicina. La seduta di Aikido inizia alle 6:45. Il ritmo della città è ancora quello della notte. Quelli che sono usciti non hanno ancora indossato le armature necessarie alla giornata di lavoro che si annuncia. Qualcosa rimane in sospeso. Con la nascita del giorno si ha l’impressione di camminare in un interstizio.»(4)
Un interstizio di tempo e spazio durante il quale si può cominciare il lavoro su noi stessi. Perché bisogna perdere, almeno un po’, i nostri punti di riferimento abituali per ritrovare la sensazione interiore dei nostri riferimenti. La sensazione della nostra velocità biologica piuttosto che il tempo scandito dal quadrante dell’orologio. Per ascoltare sé stessi c’è bisogno di silenzio intorno. E nel nostro mondo il silenzio non è una cosa facile da trovare!

Uno scrigno

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Mettere l’uomo in armonia con sé stesso

È per questo che nella Scuola Itsuo Tsuda diamo tanta importanza alla creazione dei Dojo. Certo, è possibile praticare ovunque, adattarsi a tutte le circostanze. Ma è sempre auspicabile? Per riprendere il parallelo con la musica (argomento che conosco bene, avendo esercitato per circa quindici anni la professione di pianista e concertista) si può suonare all’aperto, in una palestra, in una scuola, una chiesa, un ospedale, ecc. E del resto non ho nulla contro la democratizzazione della musica classica, al contrario. Ma una buona sala da concerto è un’altra cosa. È uno scrigno, dove il musicista, invece di passare il tempo ad adattarsi alla situazione, a compensare la cattiva acustica o altro, può immergersi nell’ascolto, cercare la finezza e far sorgere la musica. Vivere le due esperienze è sicuramente necessario per un professionista. Per un debuttante trovare la concentrazione e la calma in mezzo all’agitazione o alle correnti d’aria mi sembra francamente molto difficile.
Nel caso dell’Aikido il Dojo è lo scrigno di questa ricerca. Se si coglie questa possibilità di avere un Dojo, si apre un’altra prospettiva. Perché se la nostra mente può comprendere i concetti filosofici che sottendono il discorso sulla Via, lo stato d’animo, ecc., far sì che il corpo li viva realmente, è un’altra questione. Siamo spesso troppo occupati, perturbati, e abbiamo veramente bisogno di un ambiente che favorisca certe disposizioni di spirito.
Si può constatare, man mano che se ne fa l’esperienza, che lo spirito di Dojo viene coltivato in modo preciso e allo stesso tempo in un ambiente fluido e inafferrabile. Avviene la stessa cosa che per i luoghi di culto. A volte in una piccola chiesa di campagna, una cappella nascosta all’angolo di un vicolo, si respirano più silenzio e sacralità che non in una immensa cattedrale visitata da milioni di turisti. Nei Dojo avviene la stessa cosa. Non sono né la dimensione né il rispetto assoluto delle regole che lo rendono un luogo differente. Dojo «il luogo dove si pratica la via», è un’alchimia tra il luogo, il modo in cui è allestito, l’atmosfera che vi regna. Non basta che il Dojo sia bello, benché un tokonoma con una calligrafia montata su kakejiku, un ikebana, creino un ambiente, è necessario che esso sia pieno e vivo dei suoi praticanti!
L’architetto Charlotte Perriand ha fatto questa considerazione a proposito della casa giapponese che «non cerca di apparire, ma di mettere l’uomo in armonia con sé stesso»(5).
È una bella definizione che si può perfettamente applicare alla nozione di Dojo. Mettere l’essere umano in armonia con sé stesso e quindi con la natura di cui facciamo parte. Non appena si entra nel dojo, lo si deve sentire subito. Le persone spesso restano per un breve istante come in sospeso, anche i semplici visitatori. È istintivo.
L’attività che regna nel Dojo è anche un aspetto essenziale. Si ha la possibilità di occuparsi della totalità degli aspetti della vita. I membri fanno la contabilità, i lavori, le pulizie…
A proposito delle pulizie del Dojo Tamura Sensei diceva: «Questa pulizia non concerne solamente il Dojo di per sé stesso, ma anche il praticante che, tramite questo gesto, compie una pulizia in profondità del proprio essere. Il che significa che anche se il Dojo sembra pulito, bisogna comunque pulirlo ancora e ancora.»(6) Il sinologo J.F. Billeter parla di «attività pulita» quando l’attività umana diventa l’arte di nutrire la vita in se stessi. Ciò faceva parte delle ricerche degli antichi Taoisti cinesi. Per noi, nel XXI secolo, si tratta ancora di riappropriarsi dell’attività umana, di rimettersi in relazione con essa non come una cosa separata dalla nostra vita, che ci consente di guadagnare denaro e aspettare le vacanze, ma come un’attività totale. Una partecipazione di tutto l’essere all’attività. Il lavoro dei membri ad un’opera comune nel proprio Dojo permette loro anche di appropriarsene, non come di una proprietà, ma nel vero senso di un bene comune: «ciò che è di tutti è mio», e non «è di tutti, quindi di nessuno, e me ne frego». Per questo rovesciamento di prospettiva a volte ci vuole del tempo. Non lo si può apprendere con le parole o con delle regole rigide. Si scopre e bisogna sentirlo da sé.
A volte mi viene detto: «Al Dojo è possibile, ma al lavoro o a casa è impossibile». Non ne sono così sicura. Se quanto si è approfondito al Dojo è sufficiente, allora si sarà capaci di portarlo altrove. O Sensei Ueshiba diceva: «il Dojo è là dove io sono».
Forse non rivoluzioneremo il mondo in un colpo solo, certo, ma ogni volta che reagiremo differentemente il mondo intorno a noi cambierà. Ogni volta che saremo capaci di ritrovare il nostro centro e di respirare profondamente le cose cambieranno. Tutti i nostri problemi si risolveranno, ma noi li vivremo in maniera differente, allora anche la nostra realtà sarà diversa.

Un luogo vuoto ben pieno

Non avere soldi è un vantaggio

Per Musashi Miyamoto tutto può essere un vantaggio. Nel momento di un combattimento avere il sole alle spalle può essere un vantaggio, se il nemico ha il sole alle spalle e pensa di essere avvantaggiato, è un vantaggio. Perché tutto dipende dall’individuo, da come si orienta. A volte anche non avere soldi è un vantaggio, perché allora non abbiamo altra soluzione che quella di creare, di inventare delle soluzioni. È quindi possibile creare dei Dojo senza sovvenzioni, interamente dedicati a una o due pratiche, ciò che a priori era impossibile diventa realtà.
A volte la difficoltà ci stimola a creare ciò che ci è indispensabile. Nell’essere inquilino, nell’essere volontario, nel fare da soli, nel non cercare la perfezione ma la soddisfazione interiore. Ascoltando le proprie esigenze interiori e non gli uccelli del malaugurio che vi dicono che non funzionerà ancor prima di aver iniziato.
Temporaneo? Come tutto ciò che vive sulla terra, sì, ma di un temporaneo vissuto pienamente nell’istante. Vivere intensamente, seguire il proprio cammino, non è una cosa «facile». Ma i poeti ci hanno già dato dei consigli, come R.M. Rilke: «Sappiamo poco, ma che dobbiamo attenerci al difficile è una certezza che non ci deve abbandonare.»(7)
Costruire tutto accettando l’instabilità, lavorare per essere soddisfatti e non per uno stipendio o per la fama, ecco dei valori che vanno piuttosto in senso contrario rispetto alla nostra società del piacere immediato, del consumo come compensazione alla noia. Se oggi non ci sono più necessariamente, nella nostra società, delle lotte per la sopravvivenza, c’è sempre una lotta per avere sempre di più. Una felicità di facciata, una vita messa in scena, che viene esibita sui nostri social network. Come hanno teorizzato i situazionisti della fine degli anni Sessanta, ciò che viene direttamente vissuto scompare in una rappresentazione, la vita diventa quindi un accumulo di spettacoli, fino al suo parossismo, in cui la realtà si inverte: la rappresentazione della nostra vita diviene più importante del nostro vissuto reale. Come diceva Guy Debord «Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.»(8)

In un Dojo si lavora per riallacciarci con il vero che persevera in noi
È esattamente nello stesso senso che va la pratica del Katsugen Undo, che permette il risveglio delle capacità del corpo. Il risveglio della vita, della nostra natura profonda. Allora la realtà non è più un’oppressione che ci impedisce di fare ciò che vogliamo della nostra vita, ma tutto al contrario, è la percezione sottile della realtà che ci mostra che tutto dipende da noi, dalla nostra orientazione. Il fondatore del Katsugen Undo, Noguchi Haruchika Sensei, scrive alcune riflessioni a proposito dell’opera di Chuang-Tzu. Queste riflessioni sono di grande interesse e io non resisto a terminare questo articolo utilizzando le voci intercalate di questi due pensatori:
«Chuang-Tzu ha visto come un tutto unico i contrari di bene e male, di bellezza e bruttezza, e dell’utile e dell’inutile, e per lui la vita e la morte erano anche un tutto unico, quello che nasce muore e quello che cessa di esistere torna in vita. “La vita sorge dalla morte e la morte sorge dalla vita” ha scritto.»
«Quando Tsu-Yu contrasse una malattia paralizzante, Tsu-Szu andò a trovarlo e gli chiese: “Pensi che il tuo destino sia spiacevole?” La risposta di Tsu-Yu fu sorprendente: “Perché dovrei trovarlo spiacevole? Se si sono prodotti dei cambiamenti e il mio braccio sinistro si trasforma in un gallo, lo userò per annunciare l’alba. Se la mia spalla destra è trasformata in un proiettile, la userò per abbattere un piccione da arrostire. Se i miei glutei diventano ruote di carro e il mio spirito un cavallo, viaggerò grazie a loro. Allora non avrei bisogno di altro veicolo che me stesso – sarebbe meraviglioso!” […]
Questa è la strada che Chuang-Tzu percorre. Nella sua attitudine – che qualsiasi cosa accada, è appropriata, e che quando qualcosa accade, vai avanti e affermi la realtà – non vi è nessuna traccia della rassegnazione che si trova nel sottostare al destino. La sua affermazione della realtà non è altro che l’affermazione della realtà. La dignità di quest’uomo è espressa dalle sole parole di Lin Chi: “Ovunque tu sia, sii padrone”.»(9)

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n 24) nel mese di april del 2019.

Note:
1. e 2. Itsuo Tsuda, Cœur de Ciel Pur, Éditions Le Courrier du Livre, 2014, p.86 e p.113.
3. Jacques Brel, 1958.
4. Yann Allegret, À l’affût du moment juste, KarateBushido 1402, février 2014. Traduzione e adattamento Scuola Itsuo Tsuda, Alla ricerca del momento giusto, New Martial Hero Magazine, aprile-giugno 2014.
5. Mona Chollet, Chez soi. Une odyssée de l’espace domestique, Edition La découverte 2015 p.311.
6. Noboyoshi Tamura, Aikido, Les presses de l’AGEP, 1986, p.19.
7. Rainer-Maria Rilke Lettere ad un giovane poeta Adelphi 1997 p. 48.
8. Guy Debord, La Società dello Spettacolo Baldini-Castoldi 2017 p 66.
9. Haruchika Noguchi sur Tchouang-Tseu edition Zensei, traduzione Scuola Itsuo Tsuda Chuang-Tzu http://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-sur-tchouang-tseu-3/

Foto
Jérémie Logeay, Paul Bernas, Anna Frigo

Misogi del primo gennaio

Le note che seguono hanno la funzione di ritracciare le origini e i momenti importanti della preparazione e dello svolgimento del Misogi del primo gennaio così come si pratica nei dojo della Scuola Itsuo Tsuda. Non sostituiscono in nessun modo la trasmissione orale e il vissuto della cerimonia, sono delle indicazioni non un procedura imposta da seguire. Per aiutare a entrare meglio nell’ambiente di questi momenti, sembra utile presentare questo testo basandosi sui tre ritmi della tradizione giapponese: jo -ha -kyu.
Ecco sull’argomento, qualche estratto del libro di Itsuo Tsuda, La scienza del particolare: « Studiando il teatro Nō, ho conosciuto i tre ritmi: jo -lento, ha -normale, e kyu -rapido […]. Jo significa introduzione, ha rottura, cambiamento, e kyu rapido […]. I frutti crescono gradualmente (jo), maturano a vista d’occhio (ha), e di colpo si staccano dai rami (kyu). »

Origine e preparativi (jo)

La vita dei dojo della nostra Scuola è ritmata da diversi cicli temporali. Tra quello che inizia con la creazione del dojo e quello, quotidiano, delle sedute di invitation misogiAikido, si trovano il ciclo plurisettimanale delle sedute di Katsugen undo, il ciclo stagionale degli stage e quello annuale del Misogi del primo gennaio.

 

Misogi è una pratica che viene dallo Shinto pre-buddista. Lo Shinto o Kami-no-michi, via degli Spiriti della Natura o via degli Antenati non è una religione come si intende in Occidente. Una religione nel senso occidentale comprende una dottrina, dei rituali e una morale. Nello Shinto, non ci sono né una dottrina ben definita né una morale, restano dei rituali tra cui si trova Misogi. È nel Kojiki (Cronache dei Fatti Antichi) che si trova la prima traccia scritta di questo termine, e più precisamente nel passaggio in cui Izanagi, volendo sbarazzarsi dello sporco preso quando era passato dal regno dei morti, andò a fare delle abbluzioni –misogi– in un corso d’acqua.

Noh-okina

Questo rito, in Giappone, si svolge in molti luoghi, in particolare nei dojo di arti marziali ma anche nei teatri Nō. Nel caso dei dojo di arti marziali, prende generalmente la forma di una seduta intensiva che si tiene dopo l’inizio dell’anno solare. Nei teatri Nō, la cerimonia porta il nome del brano che viene rappresentato: Okina. Esso ha luogo unicamente il primo giorno dell’anno o nelle grandi occasioni. Le porte del teatro sono chiuse durante il suo svolgimento, cosicché le persone in sala prendano parte al Misogi con gli attori. La loro entrata in scena è preceduta da diversi rituali che possono variare da una scuola all’altra, tra questi, si trova  kiribi: un assistente batte delle pietre focaie davanti ad ogni attore e poi sulla scena. Il momento centrale del Misogi è  Okina. Composto da tre danze, è il brano più antico del repertorio, non ha una trama narrativa. Quando è soltanto recitato, porta il nome di  Kami Uta che il Maestro Tsuda ha tradotto con Nō divino.
Nel suo dojo a Parigi, egli aveva scelto per il Misogi una forma che deriva da quella praticata nei teatri Nō. Nei giorni precedenti l’inizio dell’anno, così come lo shite -attore principale- dell’Okina, rallentava le sue attività. Il giorno della cerimonia, recitava il Nō divino dopo che uno dei praticanti aveva battuto le pietre focaie. Un anno in cui condusse il Misogi a Ginevra, aveva detto ai suoi allievi che potevano, in sua assenza, fare la prima parte della pratica respiratoria al posto della recitazione del Nō divino. Dopo la morte del Maestro Tsuda, Régis Soavi, che fu suo allievo per dieci anni, propose, nei dojo dove insegnava, di associare un elemento live -la prima parte della pratica respiratoria e in particolare la recitazione del Norito– a una registrazione del Nō divino recitato dal Maestro Tsuda e realizzata negli ultimi anni della sua vita.

Misogi è generalmente tradotto con purificazione, ma bisogna evitare di cercarvi una connotazione morale. Misogi non significa diventare buoni, gentili o smettere di essere cattivi… Bisogna intendere questo termine ‘purificazione’ come sinonimo di spoliazione. Per estensione di questa traduzione, se si considera che quando si purifica una sostanza essa si addensa, si concentra, si può considerare questo rito come un processo di ricerca e di scoperta della concentrazione. Il Misogi del primo gennaio è una festa, è una cerimonia laica con origini rituali giapponesi.

De droite à gauche : Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda lors du 1er janvier 1971
Da destra a sinistra: Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda al 1 ° gennaio 1971. Collezione privata di Madame Noro Tavel

I preparativi per la cerimonia iniziano in generale verso la metà dell’autunno. Ciò che attira in primo luogo l’attenzione è la creazione dell’invito che sarà mandato alle persone che i membri del dojo desiderano invitare al Misogi. È un momento privilegiato per far scoprire il dojo a persone a noi vicine, che siano più sensibili alla concentrazione della cerimonia o al lato più conviviale che segue con il brindisi con il sake. Verso la fine di novembre, un gruppo di persone, in generale i membri del consiglio direttivo, predispone il planning e la lista dei compiti da svolgere, in particolare per quanto riguarda le pulizie del dojo. La parola “pulizie”, intesa nel senso di abluzione, è quindi la traduzione prima di Misogi. Così come Izanagi si bagnava nel fiume, il dojo si lava abbondantemente. Quello che potrebbe essere visto come un compito noioso è spesso un momento gioioso, scaglionato su uno o due week end in mezzo al mese di dicembre. È il momento di pulire 202493_124932644336910_2084791010_oposti un po’ dimenticati nel resto dell’anno e di alleggerire gli armadi da certi oggetti non utilizzati, che a volte continueranno la loro vita a casa di qualcuno, in ogni caso lontano dal dojo. I pranzi in comune durante le giornate di pulizie sono l’occasione di spiegare ai nuovi lo svolgimento della cerimonia e di cominciare a vedere chi sarà presente e chi vuole partecipare.

 

560830_124933077670200_1026697845_nTra i  ruoli importanti, possiamo citare: la persona che conduce la seduta, quella che batte le pietre focaie, le persone che vogliono praticare, quelle che si occupano dell’accoglienza e di far prendere posto alle persone che assistono, la persona che fa partire la registrazione del Nō divino. E anche quella che va a comprare il saké, quelli che lo servono, quelli che coordinano la lista dei piatti e dolci portati per accompagnare il saké. Torneremo più avanti su alcuni punti specifici. Si può comunque già dire che è difficile pensare che la persona che conduce la seduta o quella che batte le pietre focaie debbano anche gestire, per esempio, il servizio del saké. Tutto questo implica quindi l’impegno di un numero notevole di persone nell’ottica di uno svolgimento piacevole per tutti del Misogi.
Nelle settimane che precedono la cerimonia, viene presa una decisione riguardo alla persona che condurrà la seduta e quella che batterà le pietre focaie. Questa scelta è sempre una convergenza tra un desiderio individuale e un desiderio collettivo. Non è raro che dei nomi emergano rapidamente durante le discussioni, è in ogni caso incongruo pensare che una persona o l’altra dovrebbe condurre perché non l’ha mai fatto! È apprezzabile anche che una certa intesa ci sia o si crei tra queste due persone. Succede a volte che un dojo inviti un membro della Scuola che pratica in un altro dojo, per condurre il Misogi, è comunque poco frequente. È preferibile che queste due persone  si immergano nell’ambiente dei preparativi della cerimonia. La loro presenza è quindi benvenuta durante le giornate di pulizie ed è indispensabile durante le prove (in generale una o due) dello svolgimento della cerimonia. Queste prove non hanno lo scopo di arrivare a una perfetta esecuzione ma piuttosto permettere ai partecipanti di sentire la concentrazione necessaria. Misogi potrebbe essere visto come uno spettacolo, per quanto il suo svolgimento è regolato minuziosamente, ma non si tratta di questo.

Prima della cerimonia (ha)

È fondamentale che I praticanti si organizzino in modo che l’essenziale per non dire la totalità delle questioni che si pongono e dei compiti da svolgere siano risolti il più in anticipo possibile rispetto al 31 dicembre. Questo ultimo giorno dell’anno -a parte la seduta mattutina di Aikido- non vedrà che un’ultima pulizia dei tatami e la creazione di un ikebana o di un mazzo di fiori. Il dojo sarà allora lasciato a riposo fino all’indomani mattina. Questo spazio temporale senza attività, che permette al luogo di vuotarsi, si chiama Ma in giapponese. È un preambolo essenziale al buon svolgimento del Misogi.

dojo

Il mattino del primo gennaio, la persona che conduce la cerimonia è probabilmente tra i primi a entrare al dojo. Se per caso, la incrociamo, non dobbiamo parlarle o preoccuparcene. Le sue prime parole quel giorno saranno per la recitazione del Norito.
Intorno alle dieci, i partecipanti cominciano ad arrivare. Sono accolti, idealmente, da due persone, una che praticherà e l’altra no. La seconda si incaricherà di fargli prendere posto mentre la prima, all’ora stabilita, chiuderà la porta del dojo.
Il tempo, relativamente breve, tra l’apertura del dojo e l’inizio della cerimonia è un momento particolare. Usciti dalle strade addormentate, a volte un po’ annebbiati dalle feste della vigilia, tutti scoprono allora il dojo bello e pulito come non mai. Siamo qui, il nuovo anno comincia!
Verso le dieci e venti, le persone che assistono sono sistemate sui tatami, davanti al tokonoma; un passaggio viene lasciato dietro di loro. La persona che conduce e quella che batte le pietre focaie hanno preso posto una di fronte all’altra. I praticanti si coordinano per uscire dagli spogliatoi e posizionarsi.

La cerimonia (kyu)
Régis Soavi lors du misogi 2012 au Dojo Tenshin
Régis Soavi al Dojo Tenshin il 1 ° gennaio 2012

Tra le dieci e venticinque e le dieci e trenta, il praticante incaricato dell’accoglienza chiude la porta così come la tenda, creando così uno spazio doppiamente chiuso.
Posizionandosi alla vista di colui che batte le pietre focaie, segnala che la cerimonia può cominciare. La persona che conduce avanza dall’angolo in cui era, per lasciare un passaggio dietro di sé.Les silex
Al momento opportuno, la persona incaricata delle pietre focaie le prende dalla scatola. Poi si alza e con un passo semplice e concentrato, fa il giro del dojo, fermandosi in ogni angolo per battere per due volte e ben alte le pietre focaie, che producono delle scintille che forse sarà la sola a vedere. Tramite quest’atto e questo percorso, materializza lo spazio sacro nel quale si trovano tutti i partecipanti.Capture1
Una volta finito ciò, sistema le pietre focaie nella loro scatola e raggiunge gli altri praticanti. La persona che conduce si alza per il saluto alla calligrafia. Contrariamente alle sedute quotidiane, non saluta con un’arma ma utilizza un ventaglio bianco che non verrà aperto.Come detto sopra, il Norito saranno le sue prime parole. Momento particolare, che nel quotidiano aiuta a fare il vuoto e permette il passaggio dalla vita corrente alla seduta, la recitazione prende quel giorno un’intensità più forte del solito.  La pratica respiratoria che segue è più breve, come nelle sedute di Ame no ukihashi ken.
Per concludere la cerimonia, si ascolta la registrazione del Nō divino recitato dal Maestro Tsuda. Questo documento sonoro ci permette di continuare a celebrare, in una forma che ci appartiene ma con uno spirito intatto, il Misogi come lui l’aveva fatto scoprire ai suoi allievi.

Le porte del dojo vengono riaperte verso le undici e un quarto, la sistemazione delle tazze da saké e delle cose da mangiare che l’accompagnano lascerà a tutti il tempo di ritrovarsi per festeggiare il nuovo anno.

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1. Sources : Armen GODEL, joyaux et fleurs du Nô. Édition Albin Michel 2010 et http://www.the-noh.com/en/plays/data/program_067.html

Lecture à Paris

Les lectures publiques d’extraits de l’œuvre de Itsuo Tsuda continues tout au long de cette année du  centenaire de sa naissance. Après Blois, Albi, et Saint -Mandé, voici Paris à la librairie du Merle moqueur, 51 rue de Bagnolet, Paris 20e, le dimanche 12 octobre 2014,  à 17h.

A la rencontre d’Itsuo Tsuda

« Marcher en avant d’un pas  assuré et silencieux, afin de donner le maximum de la vie qu’on a reçue, voilà ce que fera l’homme indépendant et libre. »

lectures

Retrouvez à travers cette lecture par Yan Allegret, écrivain, la philosophie pratique d’Itsuo Tsuda, fruit de ses recherches sur la respiration et sur le ki, qu’il nous fait découvrir à travers les 9 livres qu’il publia entre 1973 et 1983.

« Mon travail ne correspond pas à un effort de prosélytisme en faveur d’une méthode, d’une opinion, de certaines personnes, d’une institution ou d’une civilisation.
J’ai parlé de Noguchi et de Ueshiba, non pas pour en faire des saints et des dieux,
pour les transformer en objets d’adoration, mais parce qu’ils ont connu des expériences
de la vie qui m’étaient totalement inconnues et dont le contenu m’a fortement intéressé.
Dans le fond, ce n’était pas eux qui comptaient, ce qui m’intéressait, c’était la vie, un point c’est tout. » Itsuo Tsuda

D’autres lectures suivront à la Sorbonne, le 4 novembre et puis à  Toulouse… à suivre…

Tous les livres d’Itsuo Tsuda sont disponibles au Courrier du livre – éditions Trédaniel