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Per una ecologia del corpo umano

Dicembre 2013 « Il Manifesto ». Intervista a Régis Soavi Sensei, maestro di Aikido che da oltre trent’anni fa conoscere il «Katsugen undo», pratica giapponese che ci fa ritrovare le capacità naturali.

regis soavi aikidoOggi molte per­sone con idee poli­ti­che diverse o anche prive di una idea poli­tica defi­nita, si pre­oc­cu­pano di come i loro com­por­ta­menti indi­vi­duali pos­sono influire sull’ambiente: acqui­stare pro­dotti bio­lo­gici e a”km-zero”, rici­clare meglio i rifiuti, sce­gliere for­ni­tori di ser­vizi più rispet­tosi dell’ambiente, ridurre il con­sumo ener­ge­tico, ecc.

A livello di dibat­tito poli­tico comun­que, la reto­rica eco­lo­gi­sta fun­ziona sem­pre, anche in tempo di crisi.

In ogni caso, l’attenzione col­let­tiva verso le con­di­zioni e la qua­lità della terra, dell’aria e dell’acqua, per diverse ragioni, che sia per senso di respon­sa­bi­lità o a volte, sem­pli­ce­mente per busi­ness, è alta. Ci si pre­oc­cupa delle sostanze con cui tutti gli esseri viventi entrano in con­tatto: piante, ani­mali ed esseri umani, siano que­ste nutri­tive, medi­ci­nali o tos­si­che.

Oltre agli esperti che siano eco­lo­gi­sti, natu­ra­li­sti, vete­ri­nari, medici, molte sono le per­sone che si inter­ro­gano su come e in che misura tutto ciò abbia un impatto sul nostro corpo e le sue capa­cità di rea­zione e di adattabilità.

Ne par­liamo con Régis Soavi, mae­stro di Aikido che, da oltre trenta anni, attra­verso stage e con­fe­renze fa cono­scere il Katsu­gen Undo (una pra­tica messa a punto in Giap­pone da Haru­chika Nogu­chi), con­ti­nuando il lavoro del suo mae­stro Itsuo Tsuda che per primo lo aveva pro­po­sto in Europa a par­tire dagli anni 70.

D.: Lei inse­gna ormai da più di trent’anni Aikido e Katsu­gen undo e sicu­ra­mente il meno cono­sciuto è il secondo. Ci può dire in poche parole di che cosa si tratta? Che cos’è il Katsu­gen undo?

R.: È una maniera di ritro­vare l’istinto natu­rale del corpo. È un eser­ci­zio, una gin­na­stica, dell’involontario che si fa per ritro­vare le capa­cità natu­rali. Nor­mal­mente nes­suno dovrebbe fare il Katsu­gen undo, nes­suno, asso­lu­ta­mente nes­suno. Ma sic­come i corpi non fun­zio­nano più in modo nor­male, ora abbiamo biso­gno di ritro­vare le capa­cità che abbiamo perso. È per que­sto che il mae­stro Haru­chika Nogu­chi ha messo a punto qual­che eser­ci­zio che per­mette al sistema invo­lon­ta­rio di atti­varsi ed agire di nuovo nei corpi, cosic­ché i corpi pos­sano rego­larsi da soli.

D.: C’è un rap­porto tra il Katsu­gen undo e l’Aikido?

R.: Sono due vie diverse, ma si può dire che tutte le vie nor­mal­mente dovreb­bero andare verso la stessa cosa. Non avrei mai potuto pra­ti­care l’Aikido come lo pra­tico adesso, se non avessi cono­sciuto e pra­ti­cato il Katsu­gen undo. Pra­ti­care Katsu­gen undo signi­fica lasciare il corpo lavo­rare attra­verso il pro­prio invo­lon­ta­rio e così il corpo si nor­ma­lizza e ritrova le capa­cità innate, fisi­che e psi­chi­che. Ho cono­sciuto que­ste due pra­ti­che, Aikido e Katsu­gen undo, attra­verso il mio Mae­stro Itsuo Tsuda ed è lui che ha fatto il legame tra que­ste due vie.

D.: Il mae­stro Itsuo Tsuda invece del ter­mine Aikido usava l’espressione “Pra­tica respi­ra­to­ria del mae­stro Ueshiba”. Per­ché que­sto nome?

R.: Soprat­tutto per­ché il ter­mine Aikido è diven­tato un “mar­que dépo­sée” e poi lui pre­fe­riva par­lare di respi­ra­zione. L’Aikido adesso è soprat­tutto visto come un’arte di lotta o di difesa con­tro un avver­sa­rio. Per il Mae­stro Tsuda la maniera di pra­ti­care l’Aikido, e quindi la maniera di oggi di par­lare dell’Aikido, non è ciò che lui aveva sen­tito dal mae­stro Ueshiba. Aveva sen­tito qual­cosa di molto diverso, più vicino alla respi­ra­zione, ovvero il movi­mento del ki. Per que­sto non voleva più usare il ter­mine Aikido, pre­fe­riva par­lare di respi­ra­zione. Par­lava sem­pre di Ka e Mi, inspi­ra­zione ed espi­ra­zione, par­lava di unione e di fusione più che di lotta l’uno con­tro l’altro o di difesa per­so­nale; è dun­que per que­sto che il tipo di Aikido che faceva era molto diverso da tutto quello che avevo visto fino al momento in cui l’ho incon­trato. All’epoca ero iscritto alle fede­ra­zioni, in Fran­cia. Ho cono­sciuto diversi mae­stri ed alcuni di quelli che ho incro­ciato, come ad esem­pio i Mae­stri Yama­gu­chi e Shi­rata, erano molto vicini a quello che faceva lui. Pro­ba­bil­mente ce ne sono altri che non cono­sco, che non ho mai incon­trato. Ma le scuole di Aikido adesso sono sem­pre più delle scuole di arti di lotta mar­ziale ed invece il Mae­stro Tsuda seguiva una via molto diversa.Par­lava spesso di come il Mae­stro Mori­hei Ueshiba faceva Misogi: penso quindi che sia per que­sto che lo chia­mava “Arte della Respi­ra­zione” ed ha anche chia­mato la pro­pria scuola “Scuola della Respirazione”.

D.: Il suo Mae­stro, Itsuo Tsuda, parla di una filo­so­fia pra­tica. Ci può spie­gare cosa significa?

R.: In occi­dente le filo­so­fie sono sem­pre delle cose pen­sate, uno pensa e scrive. “Io penso dun­que sono”, que­sta è la filo­so­fia. La filo­so­fia di cui parla Itsuo Tsuda è basata vera­mente su di una pra­tica, su una pra­tica del vuoto men­tale. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che sia piut­to­sto una non filo­so­fia, ma non esi­ste una non filo­so­fia. Il mae­stro Tsuda parla di cose pra­ti­che, per lui non è più pen­sare, e poi fare. Non fare, non filo­so­fare e non pen­sare non vuol dire essere dece­re­brato. C’è un’unione tra il pen­siero e il fatto di fare, non c’è più sepa­ra­zione: è la stessa cosa, come nello Zen. Una filo­so­fia pra­tica non è sepa­rata dal corpo, da tutto ciò che c’è intorno, non è una filo­so­fia che si inventa. Non è una filo­so­fia astratta, che rag­giunge solo la testa.

D.: Quanto ha con­tato per lei il con­tatto diretto con il suo Mae­stro Itsuo Tsuda, che a sua volta è stato allievo diretto dei Mae­stri Mori­hei Ueshiba e Haru­chika Noguchi?

régis soaviR.: È stato essen­ziale. È l’essenza per­ché attra­verso di lui, il mio Mae­stro Itsuo Tsuda, si pote­vano sen­tire H. Nogu­chi e M. Ueshiba. Si sen­ti­vano le cose nel non dire, nel non fare, nello sguardo, nei gesti. La pre­senza di un Mae­stro è impor­tante fin nei suoi silenzi. Ciò che poteva inse­gnare, lui lo ha fatto, ma la cosa più impor­tante era la sua pre­senza e quello che noi come allievi pote­vamo sen­tire attra­verso ciò che ema­nava e che si tra­smet­teva tutto intorno a lui, qual­cosa che si sen­tiva, che… si respirava.

D.: Il pen­siero del Mae­stro Itsuo Tsuda è ampia­mente espresso nei suoi 9 libri. Ce ne può con­si­gliare uno in particolare?

R.: Si, tutti.

D.: Lei è stato l’ispiratore, il crea­tore della Scuola Itsuo Tsuda. Che cosa è esat­ta­mente que­sta Scuola?

R.: La Scuola Itsuo Tsuda è stata creata per far cono­scere la filo­so­fia pra­tica del Mae­stro Itsuo Tsuda e per per­met­tere alle per­sone inte­res­sate da que­sta via di pra­ti­care l’Aikido e il Katsu­gen undo così come sono stati tra­smessi dal Mae­stro Tsuda. Que­sta Scuola riu­ni­sce degli indi­vi­dui i quali, nella mag­gior parte dei casi, hanno creato delle asso­cia­zioni indi­pen­denti che hanno come sede dei dojo. Ad oggi ve ne sono a Roma, Milano, Ancona, Torino, Amster­dam, Parigi, Tolosa e Mas d’Azil (Fran­cia). Que­ste asso­cia­zioni col­la­bo­rano a diversi pro­getti della Scuola Itsuo Tsuda, come orga­niz­zare stage, con­fe­renze pub­bli­che, espo­si­zioni, scri­vere arti­coli o pub­bli­ca­zioni, ecc. Il mio rap­porto di inse­gna­mento con alcune di que­ste asso­cia­zioni dura da oltre 30 anni.

D.: La filo­so­fia pra­tica di cui abbiamo par­lato fino ad ora viene da mae­stri orien­tali, secondo lei c’è una pos­si­bi­lità per noi occi­den­tali di com­pren­dere qual­cosa di così spe­ci­fico che viene dall’oriente?

R.: Asso­lu­ta­mente! Gli esseri umani sono esseri umani che ven­gano dall’oriente o dall’occidente, dal sud o dal nord, sono sem­pre esseri umani. È vero che in occi­dente noi, nelle società ipe­rin­du­stria­liz­zate, abbiamo perso qual­cosa di pri­mor­diale, è per que­sto che ci giriamo verso l’oriente, c’è anche chi si gira verso il sud o verso il nord o verso gli Eschi­mesi, per ritro­vare delle cose che comun­que sono prima di tutto umane. Noi abbiamo tro­vato que­sta filo­so­fia pra­tica: non è dif­fi­cile da impa­rare, in realtà non c’è niente da impa­rare. Lasciare il corpo fare ciò di cui ha biso­gno: è una pra­tica sem­plice, è di una sem­pli­cità straor­di­na­ria. Venite un po’ a pro­vare durante uno dei nostri stage… Vedrete!

D.: È stato Tsuda che ha fatto per primo il pas­sag­gio tra oriente e occidente?

R.: Bodi­darma si è girato verso l’oriente e Tsuda verso l’occidente: ha reso così pos­si­bile capire delle cose che all’inizio pote­vano sem­brare eso­te­ri­che, lui le ha rese exo­te­ri­che. I libri di Itsuo Tsuda (si pos­sono leg­gere anche a dieci anni) hanno diversi livelli di com­pren­sione. La sua grande capa­cità è stata quella di ren­dere acces­si­bili alla men­ta­lità occi­den­tale con­cetti facil­mente com­pren­si­bili da un orien­tale, per­ché fanno parte della sua cul­tura, o almeno ne face­vano parte prima dell’occidentalizzazione dell’oriente.

D.: Si sente par­lare ogni giorno di eco­lo­gia, di stili di vita eco­lo­gici, di mate­riali eco­com­pa­ti­bili, di cibi natu­rali, di medi­cine natu­rali, di come e cosa dovremmo e potremmo fare per sal­vare il nostro pia­neta. Lei ha par­lato in una recente con­fe­renza di eco­lo­gia del corpo umano. Che cosa intende?

R.: Prima vor­rei defi­nire di cosa si parla quando si parla di eco­lo­gia: per esem­pio quando si parla dell’agricoltura, si fanno pesanti inter­venti sulla terra per ucci­dere gli insetti. Ma rispet­tare la natura vuol dire non inter­ve­nire sulle mani­fe­sta­zioni natu­rali della terra: per esem­pio l’esperienza che Masa­nobu Fukuoka ha descritto in “La rivo­lu­zione del filo di paglia” è inte­res­sante dal punto di vista dell’ecologia e per quanto riguarda il corpo è la stessa cosa: tutti oggi vogliono asso­lu­ta­mente inter­ve­nire sul corpo, su tutte le fasi, dall’inizio alla fine. Dall’inizio, quando l’essere umano nasce, fino a quando muore. Tra que­sti due momenti ci sono inter­venti di tutti i tipi che ren­dono le per­sone uni­formi o che sop­pri­mono tutte le rispo­ste che dà il corpo. Un corpo sano è un corpo che rea­gi­sce. Un corpo sano non ha biso­gno di niente di spe­ciale per rea­gire alle malat­tie, o anche sem­pli­ce­mente per cre­scere, per invec­chiare… per invec­chiare nor­mal­mente. Dun­que l’ecologia umana è rispet­tare il corpo del neo­nato, del bam­bino, dei gio­vani, dell’adulto, delle per­sone anziane, ed è lasciare la pos­si­bi­lità ai corpi di rea­gire. È que­sta l’ecologia umana. Adesso tutti i corpi sono com­ple­ta­mente imbot­titi di medi­cine. Ven­gono imbot­titi con tante cose, non sola­mente medi­cine, ma anche cibo, che è pieno di sostanze chi­mi­che. Dun­que i corpi non hanno più niente di natu­rale. Ritro­vare la natura del corpo vuol dire anche eli­mi­nare tutti i pro­dotti chi­mici, che sono inu­tili. Dun­que quando io parlo di eco­lo­gia umana non voglio dire solo man­giare sano, ma anche ritro­vare la capa­cità umana di sen­tire, di pren­dere le cose di cui si ha biso­gno senza esa­ge­ra­zione e solo quelle cose di cui si ha biso­gno. Così i corpi pos­sono ritro­vare la capa­cità di dare le rispo­ste di cui hanno biso­gno e di vivere normalmente.

D.: Il filo­sofo tede­sco dello scorso secolo Hans Jonas scrive in Sull’orlo dell’abisso: “Siamo diven­tati più peri­co­losi per la natura di quanto la natura sia mai stata per noi”. Lei è d’accordo?

R.: In un certo senso sì, ma noi fac­ciamo parte della natura, dun­que non c’è una sepa­ra­zione. Su que­sto punto non sono d’accordo con l’interpretazione che si fa di ciò che ha scritto Jonas: detto così sem­bra che fac­cia una sepa­ra­zione tra l’uomo e la natura, ma l’essere umano fa parte della natura. Dun­que è come se noi come natura lot­tas­simo con­tro noi come esseri umani. Adesso effet­ti­va­mente siamo più peri­co­losi, per­ché c’è una parte nega­tiva della nostra natura che è diven­tata asso­lu­ta­mente peri­co­losa. Lui parla della natura come se fosse una parte esterna, ma non si può defi­nire la cosa così, è una que­stione dia­let­tica. L’essere umano è com­ple­ta­mente nella natura, senza la natura non esi­ste­rebbe e la natura senza l’essere umano sarebbe qual­cosa d’altro, qual­cosa che noi non pos­siamo cono­scere. Dun­que se una parte della natura tra vir­go­lette è stata peri­co­losa per noi, per esem­pio ani­mali sel­va­tici, piante vele­nose, ecc. … effet­ti­va­mente adesso noi siamo più che peri­co­losi: distrug­giamo la natura, distrug­giamo tutto, per­sino l’essere umano. Forse la natura soprav­vi­verà all’essere umano, io lo spero, altri­menti sarebbe ter­ri­bile. Stiamo distrug­gendo più l’essere umano che la natura stessa. La natura comun­que soprav­vi­verà in un’altra maniera senza l’essere umano, senza ani­mali, non so. Anche i dino­sauri si sono estinti… e forse all’uomo acca­drà la stessa cosa.

D.: Potremmo par­lare di una cul­tura eco­lo­gica del corpo umano da trasmettere?

R.: Io non parlo di una cul­tura eco­lo­gica da tra­smet­tere, ma di ritro­vare le capa­cità natu­rali dell’essere umano, qual­cosa che abbiamo dimen­ti­cato, qual­cosa che non sen­tiamo più, ma che c’è ancora. Non è una cul­tura nuova, è qual­cosa da ritro­vare, è qual­cosa che abbiamo dimen­ti­cato, è qual­cosa che non cono­sciamo più. Il primo passo sarebbe già smet­tere di pen­sare troppo, e ritro­vare le capa­cità natu­rali dell’essere umano.

D.: Ci sono momenti nella vita di ogni indi­vi­duo che sono fon­da­men­tali per l’essere umano?

R.: Sì, la nascita. Quando uno nasce è fon­da­men­tale e poi quando uno muore, ma si può dire che quello che c’è tra que­sti due momenti non sia fon­da­men­tale? Io che sono tra i due penso che sia fon­da­men­tale. Un altro momento impor­tante è quello della malattia.

D.: La malat­tia si può affron­tare in modo “ecologico”?

R.: Deve fare que­sto tipo di domanda agli eco­lo­gi­sti. Io non sono un eco­lo­gi­sta, dun­que io non penso in ter­mini di “affron­tare la malat­tia”, forse gli eco­lo­gi­sti la affron­tano e usano metodi dolci o altre cose, non so…Quello che posso dire è che io non vado con­tro la malat­tia, non affronto la malat­tia. La malat­tia è una fun­zione natu­rale del corpo, soprat­tutto se si pensa alla malat­tia in ter­mini di sin­tomi. La gente pensa alla malat­tia come qual­cosa che va verso la morte, sem­pre. Io direi che non devo affron­tare la malat­tia, io vivo la malat­tia, per me è una maniera di rige­ne­rarsi, per tro­vare il modo di vivere ancora. E poi evi­den­te­mente c’è un momento in cui non si vive più. La malat­tia non è una cosa da affron­tare o con­tro cui lot­tare, è qual­cosa da attraversare.