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Lo spirito dell’Aikido è nella pratica

Di Régis Soavi

La pratica dell'Aikido ci conduce verso la riunificazione dell'essere umano.
La pratica dell’Aikido ci conduce verso la riunificazione dell’essere umano.

Si ha spesso tendenza a considerare lo spirito di un’arte come un processo mentale, una direzione da prendere in modo cosciente o anche come delle regole da rispettare. Tutto questo perché in occidente viviamo in un mondo di separazione, di divisione. Da una parte c’è lo spirito, dall’altra il corpo, da una parte il conscio, dall’altra l’inconscio, è questo che dovrebbe fare di noi degli esseri civilizzati mentre invece questa separazione genera in noi dei conflitti. Conflitti che sono rinforzati dai sistemi di divieti istituiti per proteggere la società, per proteggere noi stessi contro noi stessi. Verso la riunificazione dell’essere umano, ecco la Via nella quale ci dirigiamo con la pratica dell’Aikido. Questa riunificazione è necessaria in un mondo in cui l’essere umano è reso un oggetto, in cui diventa allo stesso tempo un consumatore e una merce. Senza rendersi conto della strada che intraprende, il civilizzato esegue la vita invece di viverla. Questa società che ci spinge al consumismo lascia poco spazio al lavoro interiore, ci spinge a cercare al di fuori ciò che si trova all’interno. Ad acquisire ciò che possediamo già, a cercare soluzioni a tutti i nostri problemi all’esterno di noi stessi, come se altri avessero soluzioni migliori. Questo porta a una presa in carico dell’individuo da parte dei diversi sistemi di protezione nello stesso tempo sociali, ideologici o sanitari, moltiplicando così l’offerta e creando un mercato ideale per venditori di sogni di tutti i tipi, ciarlatani, guru e compagnia.
Ho sentito oggi che è stata appena creata una nuova pratica: la « Respirologia », e come al solito arriverà a frotte la clientela che avrà subito l’abuso del potere delle parole. In nome della normalizzazione del corpo e dello spirito, della rimessa in forma delle persone, dovremmo cambiare il nome della nostra arte in: « Aikido Terapia »?

Lo spirito dell’Aikido non si può insegnare

Non penso che si possa dire che ci sia uno spirito specifico dell’Aikido, ma piuttosto che l’Aikido debba essere il riflesso di qualcosa di molto più grande che noi piccoli esseri umani facciamo fatica a realizzare nel corso della nostra vita.
Lo spirito di un’arte non si può insegnare, si tratta piuttosto di una trasmissione, ma cosa sarebbe un Aikido senza spirito: una lotta, un combattimento, una specie di zuffa senza capo né coda. È assolutamente possibile insegnare la tecnica senza trasmettere niente dello spirito, ma così, si tratta di tutta un’altra cosa. Forse self-defense oppure una tecnica di benessere.
Come in tutte le arti marziali abbiamo il Rei, il saluto, che ovviamente ne è l’espressione più immediatamente visibile, ma è attraverso la postura dell’insegnante che si trasmetterà ciò che è più importante. Per postura intendo un insieme estremamente complesso di segni che saranno reperibili dagli allievi: di sicuro l’aspetto fisico, la dinamica, la precisione, ecc., ma anche la maniera di far passare un messaggio, l’attenzione dedicata a ognuno dei praticanti in funzione di migliaia di fattori che l’insegnante deve percepire. È sviluppando la propria intuizione che si può avere la più grande e la più fine delle pedagogie, e così apportare gli elementi dei quali il praticante ha bisogno per approfondire la propria arte, per meglio comprenderne le radici.

Lo spirito dell’Aikido non si impara

Lo spirito dell’Aikido non si impara, lo si scopre, non ci cambia, ci permette di ritrovare le nostre radici umane, di raggiungere ciò che c’è di migliore nell’essere umano.
«L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.»*
Il desiderio del fondatore dell’Aikido era di avvicinare gli esseri umani, per lui il mondo era come una grande famiglia: «Nell’Aikido, l’allenamento non è fatto per diventare più forti o vincere l’avversario. No. Aiuta ad avere lo spirito di mettersi al centro dell’Universo e di contribuire alla pace mondiale, di far sì che tutti gli esseri umani formino una grande famiglia».*

Un inno alla gioia

O Sensei diceva: «Praticare sempre l’Aikido in modo vibrante e gioioso.»*
Non si parla molto spesso della gioia, il nostro mondo ci incita alla tristezza, a reagire con violenza agli eventi, a criticare le carenze del sistema, a vedere i difetti degli altri, a essere competitivi. Ma tutto questo finisce per renderci scorbutici, irritabili e rovina il nostro piacere di vivere semplicemente.
La gioia è una sensazione che considero sacra. La gioia di vivere, di sentirsi pienamente vivi in tutto ciò che si fa, o ciò che non si fa. La gioia ci permette di vivere quello che molti considerano come delle limitazioni in modo completamente diverso, di considerarle come delle opportunità che ci permettono di andare più lontano, di approfondire ciò che il mio maestro chiamava la respirazione.
La gioia ci porta poco a poco verso la libertà interiore, che è la sola libertà che valga veramente la pena di scoprire come racconta così bene il maestro di Tai-chi-chuan Gu Meisheng (1926-2003) che la scoprì nelle prigioni cinesi all’epoca di Mao.
Essa ci permette di uscire dalle convenzioni che i diversi sistemi ci impongono.

Lo spirito dell’Aikido, lo si trova nella natura, non una natura esterna all’essere umano ma l’umano che fa parte della natura, essendo egli stesso natura.
«La pratica dell’Aikido è un atto di fede, una credenza nel potere della non violenza. Non è un tipo di disciplina rigida o di vuoto ascetismo. È una via che segue i principi della natura, dei principi che devono essere applicati nella vita quotidiana. L’Aikido deve essere praticato dal momento in cui vi alzate per accogliere il giorno fino al momento in cui vi ritirate per la notte.»*
Ogni mattina cominciare nella calma del dojo con una meditazione di due o tre minuti circa per ricentrarsi, concentrarsi. Poi passare alla Pratica respiratoria, come l’ha chiamata Tsuda Sensei, e che O Sensei Morihei Ueshiba faceva ad ogni seduta. Si può allora abbordare la seconda parte, la pratica con un partner, il piacere della comunicazione attraverso la tecnica, la respirazione Ka Mi e tutto ciò molto di buon’ora mentre molte persone al di fuori sono appena emerse dal sonno.
Quando non c’è niente di programmato, quando si è vuoti da ogni pensiero, in questi momenti sublimi in cui la fusione si realizza con il partner, allora si è nello spirito dell’Aiki.
Come nello Zen, ci viene proposto di vivere qui e ora, di non essere diversi da ciò che siamo, ma di guardare con lucidità ciò che siamo diventati.

L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.

La trasmissione dello spirito

Per comprendere lo spirito dell’Aikido bisogna, secondo me, immergersi nel passato, non solo del Giappone ma anche e forse soprattutto, della Cina antica. Andare a cercare i pensatori, i filosofi, i poeti che alimentarono la riflessione e diedero peso al pensiero orientale. È grazie al mio maestro Tsuda Itsuo che ho scavato in questa direzione: non perché egli abbia fatto dei corsi di filosofia o tenuto dei seminari sull’argomento, lui che non parlava se non con parsimonia, ma al contrario ci ha lasciato con i suoi libri una riflessione sull’Oriente e l’Occidente, creando un ponte tra questi due mondi che sembravano antinomici.
L’immensa cultura di questo maestro, che ho avuto la fortuna di conoscere, mi aveva all’epoca lasciato sbalordito, ma poco a poco ho potuto accedere alla comprensione del suo messaggio, della sua opera filosofica che mi avevano nutrito. Ma quest’uomo, che avevo ammirato, aveva lasciato anche delle tracce che vedevo senza comprendere, altri segni, come i maestri Zen: ha lasciato delle calligrafie. Come in quest’arte, che si chiama oggi lo Zenga ci ha trasmesso un insegnamento attraverso gli ideogrammi, le sentenze di Chuang-tzu, Lao-tzu, Lin-tsi, Bai Juyi o dei proverbi popolari. Ognuna di queste calligrafie ci fa scoprire una storia, un testo, un’arte, che ci permette appunto di andare più lontano nella comprensione di questo spirito che sottende la nostra pratica.

Senza la sensazione concreta del ki, passiamo a lato dell’essenziale.

Risvegliare la forza interiore

«Ci sono delle forze in noi, ma restano latenti, dormienti. Bisogna svegliarle, attivarle.», scriveva Nocquet Sensei in un articolo apparso nel 1987. Questa frase fa eco per me alla calligrafia di Tsuda Sensei «Il dragone esce dallo stagno ove giaceva addormentato, il talento traspare». Nei due casi questi maestri parlano del ki e ci incitano a cercare in questa direzione.
Senza la sensazione concreta del ki ci perdiamo l’essenziale. Come parlare dello spirito dell’Aikido senza farne una sequela di regole da rispettare se non seguendo, ritrovando i fondamenti dell’essere umano. La nostra società industriale moderna ci facilita talmente la vita che non ci muoviamo più, ci spostiamo troppo facilmente, nelle città dobbiamo fare solo qualche metro per nutrirci invece di correre, cacciare o coltivare. L’Aikido permette di spendere quest’energia in eccesso che altrimenti ci fa ammalare. Ma non si tratta solo dell’aspetto fisico, motorio, è tutto il nostro corpo che ha bisogno di ritrovarsi, di normalizzarsi. Il nostro spirito sovraccarico di informazioni inutili ha anch’esso bisogno di riposarsi, di ritrovare la pace in mezzo all’agitazione che ci circonda.

Lo spirito dell’Aikido è l’Aikido

Lo spirito dell’Aikido si trova nella pratica stessa e poco a poco lo si scopre. Ed è un reale godimento questa scoperta. Le persone che iniziano, quando prendono coscienza della sua importanza, entrano pienamente in quest’arte che è la nostra. Spesso è a questo punto che cominciano le difficoltà nello spiegare quello che facciamo. Si desidera parlarne, invitare degli amici a venire a partecipare ad almeno una seduta.
Si prova a far capire che cosa si risente. Gli altri constatano il nostro entusiasmo ma non riescono a capire di cosa si tratti. E le risposte che si ricevono alle nostre spiegazioni, a ciò che cerchiamo di far passare sono spesso piuttosto deludenti. Possono andare da «Ah, sì anch’io ho fatto dello Yoga l’anno scorso durante le vacanze al club Med. Ma non ho tempo di fare una cosa così, capisci, non ho veramente il tempo.» Fino a «Sì,  la tua cosa è veramente simpatica ma è troppo complicata, sai io faccio del self-defense, californio-australiana, ed è veramente efficace…». Passare da un mondo ad un altro richiede di essere pronti, essere pronti a scoprire molto semplicemente ciò che non si conosce ancora, ma che si intuisce. Si comincia a praticare perché si è letto un libro, un articolo, e si è rimasti scioccati, ci si è detti: «Strano questo tipo, ma mi piace quello che racconta, mi piace questo spirito, lo sento vicino, vicino a ciò che penso io».

Un’arte per la normalizzazione dell’individuo

Molto spesso è lo spirito della pratica che ci fa continuare per molti anni, raramente sono le prodezze fisiche o tecniche, che in ogni modo sarebbero limitate dall’età. La sola cosa che non ha età è il ki, l’attenzione, la respirazione come lo chiamava Tsuda Sensei. Essa può approfondirsi senza alcun limite, ed è per questo che ci sono stati dei grandi maestri.
Se si risveglia la propria sensibilità, se c’è la continuità, e se si è ben guidati; se l’insegnamento non si limita alla superficie ma ci permette di scavare, di aprire da soli delle porte di cui non sospettavamo l’esistenza, allora tutto è possibile. Quando dico tutto è possibile, voglio dire che ognuno diviene responsabile di se stesso, della propria vita, della qualità della propria vita.
Come dice Yamaoka Tesshū: «L’unità del corpo con lo spirito può fare tutto. Se una lumaca vuole fare l’ascensione del monte Fuji, allora ci riuscirà.»
Non cercare la notorietà, non cercare di diventare ma piuttosto di essere grazie alla realizzazione personale. Placare le tensioni interne, unificare il corpo e lo spirito, che molto spesso lavorano in direzione contraria, quando non lavorano l’uno contro l’altro, ecco il senso profondo della ricerca che possiamo fare nella pratica delle arti marziali.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 18) nel mese di ottobre del 2017.

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Note

* Citazioni tratte dal libro L’art de la paix : Enseignements du fondateur de l’Aïkido Interviste e scritti di Morihei Ueshiba raccolti da John Stevens, Guy Trédaniel Éditeur, 2000, traduzione italiana della Scuola Itsuo Tsuda.

Aikido : un’evoluzione dell’essere

Di Régis Soavi

L’Aikido è uno strumento della mia evoluzione, mi ha fatto evolvere, ho dovuto soltanto seguire con tenacia questa strada che si apriva davanti a me, che si apriva dentro di me. Come tanti altri, sono arrivato a questa pratica per la sua marzialità. Ma la sua bellezza, come anche l’estetica dei suoi movimenti, mi hanno rapidamente affascinato, e questo già con il mio primo professore Maroteaux Sensei. Poi, quando ho avuto modo di vedere Masamichi Noro Sensei, e Nobuyoshi Tamura Sensei, ho avuto la conferma di quello che avevo intuito: l’Aikido era una cosa completamente diversa da quello che conoscevo.

Arrivavo dal mondo del Judo, con le immagini che ci erano state trasmesse, come ad esempio quella del ramo di ciliegio che si copre di neve e che tutt’a un tratto la lascia cadere e si raddrizza. Ero già andato oltre le idee che giravano all’inizio del secolo e negli anni cinquanta di un “Jiu Jitsu giapponese che trasforma un uomo piccolo e mingherlino in un mostro di efficacia”.
La realtà della mia periferia e soprattutto gli avvenimenti ai quali avevo preso parte negli anni dal ‘68 al ‘70 avevano già spazzato via tutte queste immagini. Avevo appena vent’anni quando ho incominciato a praticare l’Aikido, e se il mondo non era certo come lo avrei desiderato, poteva essere cambiato. Potevamo passare dalla barbarie mondiale, con le sue guerre, le sue carestie, le sue incomprensioni tra i popoli, ad una società più umana, una società finalmente pacificata. E ovviamente l’Aikido ce lo avrebbe permesso. Il Maestro Ueshiba era appena deceduto, ma ci lasciava un’eredità incredibile, con una quantità di discepoli giovani o meno giovani pronti a guidarci, ad insegnarci. Faccio parte di questa generazione, piena di queste speranze, dopo la delusione dovuta al disastro di quello che avevamo sperato essere una rivoluzione umanista nel Maggio ‘68 in Francia. La filosofia trasmessa dall’Aikido risuonava in noi, ci incitava ad essere forti per combattere l’ingiustizia. Come spiegavano i libri di Tadashi Abe e Jean Zin1, di E. Herrigel2, o anche un po’ più tardi e a modo suo di K.G. Durkheim3, era un’Arte Cavalleresca. Forse saremmo stati i cavalieri dei tempi moderni… Jigoro Kano Sensei aveva, all’alba del ventesimo secolo, trasformato il Jiu Jitsu in “un’arte”, una via, era stato uno degli iniziatori di questo cambiamento storico ed era riuscito a farlo conoscere. Gli ideali di Kano Sensei dovevano essere trasmessi dall’educazione, l’arte del Judo ne era lo strumento.
O Sensei Morihei Ueshiba si era anche lui evoluto. Come ogni uomo, il tempo, l’età, l’esperienza, ma molto più di tutto questo, la sua illuminazione, questo istante di coscienza, che evocava così bene ed in modo così poetico e che aveva aperto in lui una porta verso l’ignoto.
Dell’Aikido che si era già costruito come pratica marziale, arte del combattimento, ha tenuto la forma, il rigore, ma la filosofia che ne costituiva la base non era più la stessa, iniziava a parlare dell’amore con la A maiuscola, dell’“Amore universale”.

Un’altra dimensione

Quando Tsuda Sensei che aveva già quarantacinque anni incontrò il Maestro Ueshiba che ne aveva settantasei, misurò subito la grandezza di O Sensei, l’intensità del suo messaggio. Poteva capirlo grazie alla sua età, alla sua cultura immensa, e forse anche perché non arrivava dalle arti marziali, ma dal Seitai, che studiava con Haruchika Noguchi Sensei4 già da una quindicina di anni. Profondamente pacifista, aveva anche subito in età adulta, la Seconda Guerra mondiale, con il suo corteo di massacri e la sua tragica fine nucleare.
Con Itsuo Tsuda scoprivo qualcosa di diverso da quello che avevo appreso fino ad allora. Non si trattava di esercitarsi o di integrare delle tecniche e di ripeterle all’infinito. Ci presentava qualcosa di diverso, un’altra dimensione. Il suo talento era nella respirazione, il ki, questa nozione così misteriosa, che con lui, diventava estremamente concreta, comune, quasi banale.

A causa, e soprattutto grazie a questo, il mio Aikido evolveva, la mia pratica si trasformava. Avevo sentito parlare dell’aspetto religioso dell’Aikido, del rapporto che il fondatore aveva coltivato con l’Omoto-kyo fino alla fine della sua vita. Questo aspetto è stato rifiutato da alcuni aikidoka. Le religioni non erano più di moda ed in ogni caso non bisognava mescolare le cose, bisognava sbarazzarsene, ritornare indietro, alle origini, al combattimento, alla dura realtà della vita e quindi più o meno alla giungla. Gli avvenimenti recenti non gli danno forse ragione, con la loro violenza, ed i suoi corollari, il suo corteo di protezioni, la tendenza al ripiegamento su se stessi, sui propri interessi?

Il mio maestro ci proponeva una prospettiva tutta diversa. Parlava spesso della sua immensa ammirazione per il Maestro Ueshiba. Ci diceva che lui stesso stava cercando nella direzione che gli aveva dato il suo maestro. Ci guidava verso il sacro, non verso il religioso ma verso il sacro, era la sua maniera di insegnarci l’arte del misogi,5 di trasmettere un messaggio a questo piccolo gruppo di Francesi che ignoravano, all’epoca, tutto o quasi delle tradizioni e della cultura giapponesi.

L’Aikido evolve

Per Régis Soavi, l'Aikido, è l'approfondimento della percezione del ki.
Per Régis Soavi, l’Aikido, è l’approfondimento della percezione del ki.

Se l’Aikido si è evoluto, dobbiamo per questo classificarlo oggi tra le tecniche di benessere, di rilassamento o di gestione dello stress? La filosofia della nostra arte forse non ha finito di sorprenderci, per chi sa scavare, ed andare alla radice dell’essere umano, grazie a questo formidabile strumento.
Se l’Aikido evolve è attraverso il nostro incontro con esso, perché ogni giorno, ogni mattina precisamente, durante ogni seduta ci mettiamo in armonia con l’altro, gli altri, e di conseguenza con l’Universo.
L’Aikido è multiplo ma il suo fondamento è “UNO”, è per me una ricerca, un approfondimento della mia respirazione, della mia percezione del ki. Perché il cambiamento che si produce dentro di noi è la scoperta del mondo del ki.
L’Aikido evolve perché io evolvo. La mia comprensione lo fa evolvere in me.
La nostra arte ha fatto molto più che evolversi, si è radicalmente staccata dalle sue origini, ha cambiato orientamento, ha cambiato il “nostro” orientamento.

La mia domanda è quindi: dobbiamo far evolvere l’Aikido perché non è più adatto alla nostra epoca? Il mondo è cambiato certo, i suoi valori non sono più gli stessi, ma gli individui sono realmente cambiati? Oppure vogliono una volta ancora uscire dall’impasse in cui la società li ha portati?

Soffocare il nostro mondo interiore per sopravvivere o risvegliare il nostro mondo interiore per poter vivere.

Se tante persone cercano oggi in direzioni diverse da quelle che ci propone la società, non è per farla continuare così com’è, ma proprio perché desiderano cambiarla. Cambiarla per andare avanti e non per tornare indietro. Ma andare avanti non vuol dire fare tabula rasa del passato, al contrario. Bisogna saper approfittare dell’esperienza di questo passato, perché ci sono radici sane, non tutto è da buttare alle ortiche. In una società in cui gli individui sono diventati intercambiabili, ci sono dei valori eterni che possiamo conservare o ritrovare, ovvero riappropriarcene. Uno di questi valori è l’individualità, la differenza e la ricchezza delle persone che non chiede di meglio che di sbocciare. L’Aikido è qui per permettere loro questo sbocciare. Per questo sarà necessario lavorare sulla sensibilità, bisognerà ritrovarla nei meandri del nostro inconscio, del nostro involontario, di quello che fa di noi degli esseri umani, e non dei robot.

Il mondo dell’Aikido è per la maggior parte un mondo maschile, la sua evoluzione si farà anche attraverso il riconoscimento reale del femminile, come un mondo con valori propri, così vicino e allo stesso tempo così lontano.
Questo riconoscimento di un mondo che ha mantenuto un contatto con la vita nella sua semplicità, nel suo lato primitivo e propriamente istintivo può aiutarci a ritrovare noi stessi. Finiremo forse con l’apprezzare quello che sarà un vero equilibrio, basato su un’uguaglianza reale e non dettato da convenzioni antiquate. Un’uguaglianza dove la comprensione della differenza permette di apprezzarla.

Parlo della nostra evoluzione, quella che ci è indispensabile per andare avanti. I più grandi maestri non sono né aggressivi né violenti, al contrario. Anche se si parla della loro potenza, viene fatto l’elogio della dolcezza di Tamura Sensei, di Noro Sensei, di O Sensei Morihei Ueshiba, di Itsuo Tsuda Sensei. Senza che questo li sminuisca in alcun modo, senza che questo pregiudichi la loro forza, la loro personalità, al contrario. Se dovessimo trovare una via che ci porti alla pace, non sarebbe forse in questa direzione che dovremmo guardare?

L’amore di cui parla il fondatore non è qualcosa che si impara, questo Amore universale emerge dall’essere umano sincero quando si è sbarazzato da tutto quello che ne impediva l’emergere. Le sue debolezze, la sua condiscendenza, le sue paure, le sue rigidità, e tante altre cose. Ognuno di noi può fare la propria lista. Emerge dal più profondo di noi, a volte all’improvviso, sempre perché abbiamo abbandonato le nostre prerogative. Questo amore è ben lontano dall’essere un punto d’arrivo in sé, non si può misurare, la sua dimensione non è calcolabile, così può crescere mano a mano che il nostro respiro si approfondisce, che penetriamo un po’ di più in quella che chiamerò una dimensione supplementare: la sensazione concreta del ki. Al di là delle tre dimensioni a cui siamo abituati, e senza entrare nella quarta dimensione dei romanzi di fantascienza. Questa dimensione che è la sensazione fisica del ki in ogni sua forma, ci apre le porte verso una percezione più fine, più precisa del mondo. Un mondo in qualche modo allargato, un mondo che intuiamo e di cui abbiamo la chiave. Un mondo di libertà per noi e che si estende intorno a noi, che libera tutti quelli che vogliono cercare e lasciarsi guidare dalla loro intuizione, dal loro kokoro6, e dalla loro intelligenza in profondità.
La percezione di questa dimensione mi sembra essere un’evoluzione logica che deve derivare dalla natura stessa della nostra pratica e per questo dobbiamo dirigere tutta la nostra energia in questa direzione. Dobbiamo operare senza sosta perché i nostri allievi, e per estensione le persone che li circondano, possano beneficiare di questa scoperta.

L’Aikido: sport olimpico, arte di combattimento o tecnica di rilassamento?

Qual è il futuro di questa pratica? Se ha un passato glorioso sembra che oggi attiri sempre meno persone. Forse le rigidità amministrative dello Stato francese hanno bloccato l’entusiasmo delle generazioni passate. La scolarizzazione della società, già denunciata da un filosofo come Ivan Illich7 negli anni ‘70, fu applicata nell’insegnamento dell’Aikido, con i suoi programmi, i suoi esami, le sue ricompense. Questa idea di progressione basata sulla performance ha spesso, passato l’entusiasmo dell’inizio, stancato i giovani praticanti. Quelli che praticano da tanto tempo e ripetono sempre la stessa cosa non vedono più verso cosa stanno andando e a volte sono delusi da quest’arte che non ha portato loro quello che avevano creduto d’intravedere all’inizio. I nostri maestri e i nostri predecessori che avevano conosciuto O Sensei avevano visto qualcos’altro in questo uomo fuori dal comune. Sapevano che l’Aikido non si riduceva ad un’efficacia miracolosa dovuta a concatenazioni di tecniche eseguite sempre più velocemente.

Come arte di combattimento, senza gli anni di allenamento quotidiano, è molto spesso un’illusione, e anche con gli allenamenti intensivi, rimane comunque un’illusione. Anche i meglio preparati non possono garantire niente, perché tanti fattori entrano in gioco in un incontro violento. Si può allora lasciarsi andare a paragonare le differenti arti: Boxe Inglese, Cinese, Tailandese, Jiu Jitsu Brasiliano, Vale tudo, ecc., ognuno può tirare a sé la coperta argomentando. È la polemica verbale, e a volte finisce sul ring in un confronto ben lontano dagli ideali dei nostri poveri maestri, il cui unico desiderio mentre ci insegnavano quest’arte era di farci diventare esseri umani a tutti gli effetti, donne e uomini di valore. L’Aikido, con i suoi valori umanisti, era portatore di speranza nel ventesimo secolo, trovava un’eco nella nuova generazione che usciva dall’oscurantismo antiquato del conformismo. L’epoca lo ha trasformato, non ha saputo, potuto, resistere alle sirene della modernizzazione, dell’ognuno per sé, del cocooning o del ritorno al passato verso i valori-rifugio del tipo autorità, condizionamento, spirito di competizione.

L’autonomia

L’autonomia non si può insegnare, si scopre allo stesso modo delle capacità individuali, ma ci vuole tempo. Bisogna essere guidati, ma non forzati. Serve libertà, non lassismo. Forza senza rigidità. Infine, se sappiamo proporre questo in dojo che siano indipendenti dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni, dalle organizzazioni varie, allora vedremo persone riunirsi, per evolvere insieme grazie alla nostra pratica. Se non si dimentica che l’asse principale della nostra ricerca è il ki, le sue manifestazioni, la comprensione della sua importanza, il suo utilizzo attraverso la sensazione della vita che ci anima.

L’essenziale è nella scoperta della direzione da seguire, quella che ci porta all’autonomia, alla realizzazione dell’Essere nella semplicità.
Posso così fare mie le parole dell’Internazionale di Eugène Pottier8, come quelle della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges9 o quelle di Gesù di Nazareth o anche quelle di Buddha. Basta che io ne faccia una lettura non di parte ed aperta. Se l’Occidente ha una mente manichea, è completamente diverso in Oriente. Senza idealizzare l’uno o l’altro, la nostra ricerca deve portarci ad afferrare il meglio di ogni cultura. Il nostro mondo non è dei più allegri, ci mostra ogni giorno, attraverso i media, il suo volto spesso così deformato, con il suo carico di incomprensioni, di difficoltà e anche di orrori. Se è difficile agire efficacemente sulla società a livello mondiale, invece, possiamo agire a livello regionale, intendo dire vicino a noi, nel nostro entourage.
L’Aikido, se si sviluppa nello spirito di cui ho provato a dare un’idea, può essere uno strumento formidabile per rendere la nostra società più umana, più tollerante, ed anche più accogliente. È un’arte eccezionale che non chiede altro che svilupparsi. Siamo noi insegnanti di oggi che dobbiamo dare risposte, dare una direzione sana alla nostra pratica, con franchezza, senza nasconderci dietro ideologie o idee preconcette, per poter essere all’altezza di quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di luglio del 2017.

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Note

1  Jean Zin et Tadashi Abe, La vittoria attraverso la pace.
2  E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco.
3  K. G. Durkeim, Hara, centro vitale dell’uomo.
4  Noguchi Haruchika (1911-1976) è il fondatore del Seitai.
5  Per Ueshiba Morihei l’Aikido è un Misogi, una pratica di purificazione del corpo e della mente.
6  Il termine kokoro esprime un concetto, ha quindi un significato più esteso rispetto ai suoi equivalenti “cuore” “anima” o “spirito” spesso utilizzati per tradurlo.
7  I. Illich, Una società senza scuola (titolo originale: Deschooling Society).
8  Eugène Pottier (1816-1887) autore di L’Internazionale, canto rivoluzionario le cui parole furono scritte nel 1871 durante la repressione della Comune di Parigi, sotto forma di un poema alla gloria dell’Internazionale operaia.
9  Olympe de Gouges (1748-1793) ha lasciato numerosi scritti a favore dei diritti civili e politici delle donne e dell’abolizione della schiavitù.

Noguchi – Chuang-Tzu #5

Testo di  Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (V). Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda. Per leggere l’iniziohttp://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-tchouang-tseu-1/

Fintanto che gli esseri umani vivono, a un certo punto moriranno. Questa affermazione è stata verificata per migliaia di anni, e quindi non è un malinteso. Le persone generalmente non accettano l’inconfutabile fatto che gli uomini muoiono, e mentre si avvicinano alla morte e sentono la morte nei loro cuori, si preoccupano e agiscono con impazienza, poiché non vogliono morire. Ma gli esseri umani sono creature che muoiono. Bach compose le Variazioni Goldberg per il sonno profondo di qualcuno, e questo pezzo dice continuamente che gli uomini sono mortali. La reiterazione è interessante perché è proprio come Bach stesso, che respirava tranquillamente e aveva uno stato di calma mentale.Lire la suite

Trascendere lo spazio ed il tempo

Di Régis Soavi.

Tutti gli aikidoka hanno già sentito parlare di Ma-ai perché è una delle basi della nostra pratica. Ma parlarne e viverla sono purtroppo due cose molto diverse. Essendo conosciuta in tutte le arti marziali, si trovano facilmente tanti riferimenti in merito.
Si può concepire intellettualmente questa nozione, si può scriverne e sviluppare tutto un discorso, ma “niente vale quanto il vissuto” come ci ripeteva spesso il mio maestro Itsuo Tsuda.
Proverò quindi a spiegare l’inspiegabile attraverso esempi o situazioni concrete.Lire la suite

Noguchi – Chuang-Tzu #4

Testo di  Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (IV). Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.

Quando Kung Wen Hsien vide il Comandante dell’Esercito, disse sorpreso: “Mi chiedevo chi fosse, e sei tu. Quell’unico piede – è il lavoro dell’uomo o del Cielo?”
Il Comandante rispose: “Del Cielo, e non dell’uomo. Sostanzialmente, la forma di un uomo è determinata. Da questo, so che anche essere con una gamba sola è lavoro del cielo e non dell’uomo.”Lire la suite

Noguchi – Chuang-Tzu #3

Testo di  Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (III). Per leggere l’iniziohttp://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-tchouang-tseu-1/

Vivere è una questione più importante che pensare. Essere vivi non è un mezzo, ma un fine. Così la vita dovrebbe essere portata avanti naturalmente solo con lo scopo di mantenere la vita: un’inspirazione, un’espirazione, un’alzata di mano, un movimento della gamba – tutti questi dovrebbero essere per il nutrimento della vita. Pertanto stare semplicemente in salute è una cosa molto preziosa. Zensei, vale a dire, “Una vita piena”, non è altro che la strada che gli uomini seguono, ed è la strada della natura. Vivere pienamente la vita che ci è data in pace di spirito non è a favore di un contenuto spirituale, ma è ciò che avrebbe già dovuto essere realizzato prima di ogni altra cosa. Dobbiamo vivere in modo vitale la vita umana, che è salute. Vivere sempre allegramente e felicemente – questo è sempre stato quello che è il vero valore per gli esseri umani.


Gli esseri umani vivono perché sono nati, e poiché vivono, mangiano e dormono. Sono nati come risultato di un’esigenza naturale, e vivono come risultato della stessa esigenza. Vivere è naturale. E così anche morire è naturale. Per gli esseri umani portare a compimento la vita che è data loro viene prima di tutto. Ma questo non significa affatto essere attaccati alla vita. Chuang-Tzu disprezzava qualsiasi brama per cose particolari. Per lui, il sorgere di qualsiasi attaccamento è allo stesso tempo un allontanamento dalla via. Così egli parla di nutrire la vita e di mantenere il corpo in modo che il momento presente che è dato, proprio perché è il momento presente, possa essere usato pienamente, e certamente non perché la cosa data è la vita.

Chuang-Tzu ha visto come un tutto unico i contrari di bene e male, di bellezza e bruttezza, e dell’utile e dell’inutile, e per lui la vita e la morte erano anche un tutto unico, quello che nasce muore e quello che cessa di esistere torna in vita. “La vita sorge dalla morte e la morte sorge dalla vita,” ha scritto.

Quando Tsu-Yu contrasse una malattia paralizzante, Tsu-Szu andò a trovarlo e chiese: “Pensi che il tuo destino sia spiacevole?” La risposta di Tsu-Yu fu sorprendente: “Perché dovrei trovarlo spiacevole? Se si sono prodotti dei cambiamenti e il mio braccio sinistro si trasforma in un gallo, lo userò per annunciare l’alba. Se la mia spalla destra è trasformata in un proiettile, la userò per abbattere un piccione da arrostire. Se i miei glutei diventano ruote di carro e il mio spirito un cavallo, cavalcherò con loro. Allora non avrei bisogno di altro veicolo che me stesso – sarebbe meraviglioso!”
“Il tempo non cessa nemmeno per un istante, e se è destino per un essere umano nascere, allora è naturale che la forma vivente debba essere persa. Se sei felice con il flusso del tempo e in armonia con l’ordine delle cose, allora non vi è alcuna gioia o dolore particolare. Questo è quello che gli antichi chiamavano “liberazione dalla schiavitù”. Tu metti un cappio intorno al collo e non riesci a toglierlo; questo è perché esso è legato dalla mente che pensa in termini di giusto e sbagliato e buono e cattivo. Nulla può superare il paradiso. Nulla viene dall’odiare il paradiso.”
Il punto di vista di Chuang-Tzu sul nutrire la vita è chiaro nelle parole che vengono dal passaggio in cui Kung Wen Hsien parla al Comandante dell’Esercito: “Il lavoro dell’uomo è comunque il lavoro della natura”. Questa è la strada che lui percorre. All’interno della sua attitudine – che qualsiasi cosa accada, è appropriata, e che quando qualcosa accade, vai avanti e affermi la realtà – non vi è nessuna traccia della rassegnazione che si trova nel sottostare al destino. La sua affermazione della realtà non è altro che l’affermazione della realtà. La dignità dell’uomo è espressa unicamente dalle parole di Lin Chi: “Ovunque tu sia, sii padrone”.
Dal punto di vista di Chuang-Tzu, la sicurezza della gabbia per uccelli non è meglio che l’essere inconsapevolmente addormentati. Egli sente la vitalità della vita solo fintanto che l’esistenza è senza costrizioni.

(continua…)

Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.

immagine : Chuang Tzu. Lu Chih (1496–1576)

Il ki, una dimensione a pieno titolo

Di Régis Soavi

«Il ki appartiene alla sfera del sentire e non a quella del sapere». Itsuo Tsuda

Appena si parla del ki si passa per un mistico, una specie di strampalato: «Non è scientifico, nessuno strumento, nessuna macchina è capace di provare, di dimostrare che il ki esista». Sono perfettamente d’accordo. Effettivamente se si considera il ki come un’energia super potente, una specie di magia capace di proiettare le persone a distanza o di uccidere solamente grazie a un grido, come si credeva con il kiai, si rischia di attendersi dei miracoli ed essere molto velocemente delusi.

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Sottoscrizione libro calligrafie

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SOTTOSCRIZIONE per la pubblicazione di

Itsuo Tsuda, Calligrafie di Primavera

Un’immersione nell’opera calligrafica di Itsuo Tsuda

Tiratura limitata.

Libro disponibile a partire dal 18 maggio 2018, a Milano, presso il Dojo Scuola della Respirazione durante l’esposizione organizzata per  l’occasione, o su appuntamento, oppure il libro potrà essere spedito (a carico dell’acquirente).

Il prezzo è di 75€ e corrisponde alle spese di produzione. Nessun beneficio sarà realizzato su queste vendite. Per ordinare andate a questa pagina : http://yumeshop.fonds-itsuo-tsuda.org/it/calligraphies/37-libro-calligrafie.html

Presentazione generale

Monografia dedicata all’opera calligrafica del filosofo-scrittore Itsuo Tsuda (1914-1984). Libro d’arte, copertina rigida, rilegatura a filo, formato 30x24cm, 476 pagine di cui 99 con foto a colori a tutta pagina.
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Noguchi – Chuang-Tzu #2

Testo di Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (II). Per leggere l’iniziohttp://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-tchouang-tseu-1/

Zhuangzi«Nel fare ciò che è considerato buono, evita la fama; nel fare ciò che è considerato sbagliato, evita le sanzioni; rendilo un principio per mantenere una via di mezzo, e preserverai il tuo corpo, soddisferai la tua vita, sosterrai i tuoi genitori e vivrai il tuo arco naturale di vita.»

Lette ed accettate per quello che sono, queste parole sono i principi della salute. Sento in loro, vicino a me, la forza dello spirito umano.
Quando il re di So sentì dell’intelligenza di Chuang-Tzu, mandò, con una grande dimostrazione di cortesia, dei funzionari da Chuang-Tzu, chiedendogli di diventare primo ministro; ma Chaung-Tzu rise e osservò che diecimila pezzi d’oro erano una grande somma e una posizione da primo ministro era molto elevata. Ma chiese ai funzionari se avessero mai visto un toro sacrificale addobbato per la festa. Questo toro, disse, è ingrassato con vari cibi nutrienti per l’occasione, adornato con bellissima stoffa, e condotto nella stanza degli dei. Per quanto il toro voglia essere soltanto un toro in questo momento, non può. Disse ai funzionari di partire senza fare storie e di non macchiare la sua vita, e disse che semplicemente voleva essere felice nella propria misera situazione. Parole come queste sono davvero tipiche di Chuang-Tzu, ed ancora suscitano un sorriso dopo duemila anni.
Alla fine giusto e sbagliato e lode e biasimo sono una cosa sola, Chuang-Tzu ha detto “La distinzione delle cose implica la definizione. La definizione implica la disgregazione. Con le cose, non c’è né definizione né disgregazione, solo unità. Solo il vero saggio sa che tutto è uno.” In questo modo, Chuang-Tzu ha distrutto il mondo degli opposti e l’ha frantumato. Ecco perché diceva senza preoccuparsi, “Nel fare ciò che è considerato buono, evita la fama; nel fare ciò che è considerato sbagliato, evita le sanzioni”.

Quando qualcuno dorme sul terreno umido, la forza lo abbandona e sviluppa i reumatismi. Metti un’anguilla in cima ad un albero, e lei trema di paura; fai lo stesso con una scimmia, e questo non accade. “Tra questi tre, c’è qualcuno che non conosce qual è il posto adatto per la sua vita?”

L’essere umano mangia il maiale, ai cervi piace l’erba, il millepiedi trova i vermi deliziosi, il corvo si delizia di ratti.” Tra questi quattro, c’è qualcuno che non sa cosa gli piace mangiare?”
Il maschio della scimmia prende la femmina tra le sua braccia, il cervo si accoppia con la cerva, l’anguilla gioca col pesce. Mao Chiang e Li Chi erano considerate le più belle donne di questo mondo, ma alla loro vista, il pesce si tuffò in profondità, gli uccelli volarono alto nel cielo ed il cervo fuggì.

Chi di questi non conosce il proprio oggetto dei desideri?
Rimanere al di là del bene e del male e fondersi con la natura di tutte le cose: questo è il segreto del coltivare la vita di Chuang-Tzu.

Inseguire una vita sana e fuggire per evitarne una malsana ti rende solamente irritabile e preoccupato. Essere orgogliosi dei propri talenti e desiderare essere primo nel mondo in qualcosa significa aver dimenticato il principio più importante del coltivare la vita. Un grande albero è rovesciato dal vento; l’alto rango di un ministro attrae l’invidia delle masse, ma per la persona che si è liberata da ogni vincolo e gode di una vita di libertà, un ministro, anche se ha un rango elevato e riceve un alto salario, non è più di un sandalo rotto.
“Un fagiano che vive in una palude cammina dieci passi per un becco pieno di cibo e cento passi per un sorso d’acqua, ma non vuole esser tenuto in una gabbia”.

Chuang-Tzu insegna che non c’è bisogno di essere super pedanti riguardo a una vita “salubre” o “non salubre” e agitarsi. Insegna che si respira tranquillamente e si segue disinteressatamente e con calma le richieste del corpo, e che questa è l’essenza per preservare la vita e vivere pienamente. Come possiamo essere all’altezza di questo? Adottiamo l’attitudine di qualcuno che vede un fuoco dall’altra parte del fiume ed incrocia le braccia? O c’è qualcosa di più che può esser fatto, qualcosa di positivo?
Il cuoco del principe Wen Hui disse, “Io maneggio le cose con lo spirito e non con l’occhio. Quando i sensi smettono di funzionare, lo spirito guida.” Questo è allontanarsi dalle apparenze e dimenticarle subito; essenzialmente è la stessa cosa che diceva il prete zen Lin Chi, “la mente non differisce dalla mente”. Allora, in tutto questo non c’è nulla ma il dispiegarsi di un puro atto, e questo, fondamentalmente, è ciò che è sostenuto nell’adagio del maestro di spada: “Dimentica le tue abilità ed il tuo avversario; lascialo tagliare in superficie, mentre tu incidi la sua carne; solo se ti abbandoni alla piena puoi raggiungere le acque poco profonde.”

Non possiamo dire che nel modo in cui l’arte di uccidere conduce alla strada della sincerità, sia nascosta la strada per coltivare la vita? Sconfiggere l’attaccamento alle cose, il rispetto delle regole e la paura della morte, e rendere lo spirito libero vi consente di utilizzare la spada liberamente nel mondo dell’ uomo di spada senza danneggiare nulla, e nel mondo comune vi permette di imboccare la via per coltivare la vita e di favorire l’essenza della vita. Sospetto che Wen Hui abbia imparato dalle parole del suo cuoco che è seguendo la natura delle cose che si coltiva la vita; la cosa importante è che abbia riconosciuto che il coltello del cuoco si muoveva senza l’intervento del sé,  senza che la sua lama fosse rovinata. Ad un sacerdote Zen è stato chiesto: “Tu vieni e vai, vieni e vai. Cosa intendi con questo?” “Consumo la suola delle scarpe senza scopo”, rispose.
(continua…)

Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.

Noguchi – Chuang-Tzu #1

Testo di Haruchika Noguchi circa il capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (I).

Il capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» è un’esposizione del modo di coltivare lo spirito della vita, vale a dire, di tutto l’essere. Ciononostante, anche leggendo i primi due caratteri cinesi nel modo abituale, si può pensare che il titolo significhi qualcosa del tipo «le regole per rimanere in salute», il risultato è molto interessante. Finora, per quanto riguarda le regole per rimanere in salute o le regole dell’igiene, le sole cose che sono state predicate sono «tratta la vita come preziosa» e «stai attento», e non si è stati in grado di sentire, anche solo un po’, l’attività vitale della vita in queste prediche. Forse perchè in esse manca un qualsiasi elemento di Chuang-Tzu.Guarderò a «Lo spirito di nutrire la vita» non come a un mezzo per lo sviluppo spirituale, ma come ad una delle scienze della salute, e spero di essere in grado di distinguere ciò che è nascosto al suo interno: i veri tratti della vita, che è esuberante e positiva.
Chuang-Tzu comincia il suo capitolo con le parole: Le nostre vite sono limitate, la conoscenza è illimitata. È pericoloso per ciò che è limitato seguire ciò che è illimitato. Ed è più pericoloso applicare la conoscenza.


Piuttosto che usare la conoscenza per fare sette buchi nell’Informe1 (come nella parabola con cui si conclude il settimo capitolo2), Chuang-Tzu ha voluto rimanere nel nulla indifferenziato, ed ha insegnato che gli umani dovrebbero rimanere all’interno di questo.
Le nostre vite sono limitate, non ci sono limiti ai «si dovrebbe» e «non si dovrebbe», e se, possedendo limiti, si provassero a rispettare gli illimitati «si dovrebbe» e «non si dovrebbe», si rimarrebbe solo con l’ansia di non essere in grado di rispettarli. Tuttavia, la gente persegue ancora i  «si dovrebbe» e «non si dovrebbe». E la loro ansia aumenta.
La via dell’igiene è perseguita con il solo risultato che i «si dovrebbe» e «non si dovrebbe» sono moltiplicati; i «si dovrebbe» e «non si dovrebbe» a cui la gente deve dare ascolto si moltiplicano sempre più; e poi l’ansia di seguire queste regole unita alla paura di non essere in grado di farlo rende le persone ancor più timorose e deboli di spirito, e l’altro lato della medaglia è che l’ansia e la paura aumentano i poteri di agenti patogeni e di cattiva salute.

 Noguchi Haruchika. Foto da http://noguchi-haruchika.com
Noguchi Haruchika. Foto da http://noguchi-haruchika.com

Separata dal significato fondamentale del valorizzare la vita, l’igiene cerca solo di evitare la malattia, di stare lontano da cose nocive, di scappare dalle cose temute; e così diventa difficile per le persone vivere in modo vitale. Mangiare tutto ciò che si può, dormire quanto si vuole, risparmiare a se stessi i problemi il più possibile, riposare il più possibile, prendere molte medicine, evitare il caldo e odiare il freddo, vestire con più abiti del necessario, e vivere in modo sicuro con questi mezzi – possiamo chiamare questo salute? Dovremmo chiamare questi mezzi, per cui gli esseri umani hanno utilizzato ogni parte del proprio sapere, igiene?
Che forza c’è in un’enumerazione di forme? Si vizia solo lo spirito umano. Non fa solo appassire la vita?

Vivere in modo sano e vitale significa non essere intimoriti dal freddo, dal caldo, dal vento o dall’umidità, lavorare senza affaticarsi, dormire senza sognare, trovare tutto ciò che si mangia delizioso, e sempre godere della vita; non significa non ammalarsi. Non ammalarsi non dovrebbe essere uno scopo, ma un risultato. La gente in salute non è spaventata dalla malattia, e quando ne ha una l’attraversa in maniera splendida, diventando sempre più vitale e piena di vita; e non c’è bisogno di leggere dell’esperienza di Nietzsche per capire questo. Quando i si dovrebbe e i si deve controllano l’attività umana, allora gli esseri umani hanno già forgiato le catene per se stessi. La conoscenza è un’arma per gli esseri umani, ed un potere per realizzare le loro intenzioni. Ma quando la conoscenza è accumulata e la libertà dell’essere umano è ristretta, le persone diventano incapaci di vivere in modo vitale a causa dei «si dovrebbe» e «non si dovrebbe», come le corna di un cervo diventano un ostacolo per lui. E poi non c’è niente di meglio di diventare liberi tagliando questa conoscenza e gettandola via.

Quando vuoi mangiare, mangia; quando vuoi dormire, dormi; quando vuoi lavorare, lavora. Non è questione di dover mangiare, non è questione di dover dormire, non è questione di lavorare perchè devi. Tanto meno si tratta di una questione di mangiare, dormire o lavorare perchè è ciò che dice l’orologio. Non è una questione di vivere la vita di domani conformemente alla conoscenza di ieri. Domani è l’apertura al nuovo sulla base dell’esperienza di domani. La conoscenza passata, le catene abituali – separatevi da queste cose e vivete in modo vitale. L’attività vitale della vita che è sempre rinnovata appartiene alla persona che vive sempre in modo libero da restrizioni.
(continua)

Traduzione della Scuolla Itsuo Tsuda

Note :

1. Nella traduzione italiana Zhuang-zi [Chuang-tzu], Adelphi Edizioni, viene tradotto con  Indistinzione.
2. “Il sovrano del Mare del Sud aveva nome Rapidità, il sovrano del Mare del Nord aveva nome Improvviso, il sovrano del centro aveva nome Indistinzione. Rapidità e Improvviso si erano incontrati, un giorno, nel paese di Indistinzione che li aveva trattati con grande benevolenza. Rapidità e Improvviso vollero ricompensare la sua accoglienza e si dissero: «L’uomo possiede sette orifizi che gli servono a vedere, a ascoltare, a mangiare,a respirare. Indistinzione non ne ha alcuno. Proviamo a fargli dei buchi». Si misero all’opera e gli praticarono un orifizio al giorno. Il settimo giorno Indistinzione morì.”
Zhuang-zi [Chuang-tzu], Adelphi Edizioni, a cura di Liou Kia-hway, cap.VII, pag. 74-75

prima immagine : Illustrazione: Chuang-Tzu e una rana. Autore sconosciuto.

La paura

Di Régis Soavi

Tutto è iniziato in un pomeriggio qualunque nella mia città-dormitorio del Blanc-Mesnil, in periferia di Parigi.
Una lite come ne capitavano spesso, ma quel giorno mi trovai sotto un ragazzo che, mentre mi picchiava la testa sul bordo del marciapiede, mi diceva “Ti uccido, ti uccido”. Non mi ricordo nemmeno come finì. Ma la settimana dopo ero iscritto al corso di Judo Jiu-Jitsu Autodifesa della città vicina, le Bourget.
Avevo dodici anni e nella mia testa c’era questo leitmotiv: “Mai più, mai più”.

Due anni dopo in occasione della festa di fine anno delle medie, la sezione di Judo doveva fare una dimostrazione. Tutto era andato benissimo quando di colpo dalle prime file del pubblico salta fuori un adolescente in giacca di pelle nera, che inveisce contro il nostro gruppo: “Sono tutte balle, fate schifo…” Prima che chiunque possa reagire, salta sul palco, tira fuori un coltello a serramanico e con un magnifico tsuki tenta di accoltellarmi: schivo ed eseguo una tecnica (mi pare che fosse una sorta di o soto gary). Emozione del pubblico, grida! Poi saluto tra il mio aggressore e me. Conseguenza: tirata di orecchie dal direttore della scuola che ci fece giurare, al mio amico Jean Michel (l’aggressore) e a me, di non rifare mai una cosa del genere, perché gli era quasi venuto un infarto.
Oltre ai corsi di Karate per lui e di Judo per me, ci allenavamo il più spesso possibile e per delle ore nel mio “Dojo personale”.
Da quando ci eravamo installati in un villino all’entrata di un piccolo complesso di case dove mia madre aveva trovato lavoro come custode, avevo trasformato il seminterrato in Dojo, con dei bancali ricoperti di gommapiuma di recupero a fungere da tatami, ed era lì che avevamo preparato la nostra bravata, lui il karateka ed io lo judoka.
All’epoca, parlo dell’inizio degli anni sessanta, non avevamo nessuna conoscenza delle armi come la katana, il bokken, il jo o altre. A parte il fioretto, che era uno sport, e il bastone di Robin Hood, grazie ad Errol Flynn, l’unica arma che conoscevamo nel quotidiano era il coltello.


Quando si pratica l’Aikido c’è sempre la possibilità di sognarsi qualcun altro, il cinema e gli effetti speciali ben si prestano a far sognare gli adolescenti così come i giovani adulti delle nuove generazioni. Nei nostri paesi industrializzati, la morte è diventata virtuale e spesso asettica, la spettacolarizzazione ha creato un distacco. Gli schermi che tutti possiedono oggi hanno permesso questo distanza tanto fisica quanto psicologica.
Il lavoro che possiamo fare con un bokken, un jo o anche con uno iai ha un’importanza enorme dal punto di vista fisico e psicologico. Ma non ho mai visto nei miei allievi una reazione simile a quella che si può vedere con un tanto.
Finché si tratta di un tanto in legno va ancora bene, ma non appena si propone il tanto di metallo, anche se la lama non è affilata, si può riconoscere negli occhi dei praticanti un certo sguardo, con una serie di sfumature, dallo spavento al panico passando dallo sbalordimento, in ogni caso vi è la paura, perché dobbiamo pur chiamarla con il suo nome. Qualsiasi siano i dinieghi, le giustificazioni.
Siamo spesso talmente lontani da questo tipo di realtà…

Guarda sotto i tuoi piedi

La calligrafia del nostro stage d’estate 2016 era Guarda sotto i tuoi piedi, calligrafia realizzata dal mio maestro Itsuo Tsuda. Questa frase, che era all’entrata dei monasteri Zen, risuona in modo evidente come un Koan. È una delle numerose calligrafie che ci ha lasciato e che ci intrigano. Messaggio subliminale? Messaggio per la posterità.
Durante il nostro stage, Guarda sotto i tuoi piedi era: “Vedi e senti la realtà. Esci dal sogno, dall’illusione, diventa un essere umano vero”.
Il tanto fa parte del principio di realtà.  Al di là della destrezza che gli allenamenti possono portare, quello che è determinante e che dobbiamo considerare è appunto la paura: la paura della ferita, che è un male minore, e la paura della morte.
In un primo momento c’è bisogno che le persone che, a turno, saranno uke imparino ad usare il tanto: anche se le tecniche di attacco o di taglio sono piuttosto semplici, perfino rudimentali, richiedono un apprendimento che definirei rigoroso. Il modo di tenere l’arma nell’incavo della mano e gli appoggi che si scopriranno per una buona presa devono essere insegnati con attenzione e devono permettere la comprensione, perché se la presa del tanto è scorretta, può rivelarsi più pericolosa per uke stesso che non per tori. Per quanto riguarda la nostra Scuola, rari sono quelli che, quando arrivano, hanno già avuto un’arma di questo tipo tra le mani. tanto regis soavi
Il semplice fatto del senso della lama, la sua presa in mano, gli angoli di taglio. È tutto questo che condiziona un buon attacco.
Spesso le persone sono riluttanti ad utilizzare il tanto di metallo, troppo vicino alla realtà. Si visualizzano già come barbari, le mani grondanti di sangue del partner!
Per quanto io possa spiegare ed usare le precauzioni necessarie, queste visualizzazioni impediscono loro di fare un vero attacco e li bloccano. Rimangono lì, aspettando non so cosa, o attaccano mollemente e, anche se gli attacchi sono convenzionali, avvisano, “telefonano”, il momento del loro attacco. Ma se tutto, proprio tutto, è previsto, non rimane niente di vivo. Se si protegge e iperprotegge, la vita scompare. Il respiro si accorcia, diventa affannoso, inconsistente.
L’istinto non può svilupparsi. Rimane sono un allenamento ripetitivo e noioso.
E qui devo dirlo: non si tratta solo di parlare delle arti marziali, perché tutti gli attacchi sono prefissati ed è normale, è necessario per acquisire una postura corretta. È anche importante lavorare lentamente per un certo tempo al fine di sentire bene i movimenti, come quando si lavora un kata di Jiu jitsu ad esempio. Ma a partire da un certo livello il momento e l’intensità devono rimanere aleatori e si deve dare il massimo. Il movimento libero – sorta di randori alla fine di ogni seduta – è il momento in cui si può appunto, nel rispetto del livello di ognuno, lavorare sulle proprie reazioni.
Quello che fa la differenza con i grandi Maestri del passato non è la loro tecnica eccezionale ma la loro presenza, la qualità della loro presenza. Quello che fa la differenza ancora oggi è la qualità dell’essere e non la quantità di tecniche.
tanto
Quando si pratica con una sciabola o un bastone ci si può rifugiare nell’arte, lo stile, la bellezza del gesto, le regole, l’etichetta. Con il tanto è più difficile perché è più vicino alla nostra realtà. Il coltello, il pugnale, sono purtroppo delle armi troppo spesso utilizzate ancora oggi. L’aggressione fa paura, trasformarci in aggressori per qualche minuto ci impressiona. Questo vincolo è estremamente fastidioso e addirittura a volte quasi impossibile da superare per alcune persone. Il mio lavoro consiste ad aiutarli, per uscire da questo immobilismo, da questo blocco nel loro corpo, ad andare fino in fondo a questa paura, a rivelarla, a mostrare che è questa ad impedirci di vivere pienamente. Il tanto è un rivelatore di quello che avviene dentro di noi. E qui, due grandi orientamenti sono possibili: la via del rafforzamento o la via della spoliazione. Nel primo caso, la lotta contro la paura ed il suo corollario, la lotta contro se stesso che è un’illusione, perché in fin dei conti chi è quello che perde? È una via di desensibilizzazione, d’irrigidimento del corpo, d’indurimento muscolare e la sua conseguenza: il rischio di un’atrofia della nostra umanità.
Oppure il superamento per l’accettazione di questa paura per quello che è e per il fatto di favorire lo scorrere del ki che la rendeva paralizzante. La paura, che in partenza è una sensazione naturale, deriva dal nostro istinto. Non è altro che il blocco della nostra energia vitale quando quest’ultima non trova una via di uscita. Si trasforma in stimolo, in attenzione, in realizzazione e perfino in creazione quando trova la giusta via.
È per questo che la nostra Scuola propone il Movimento rigeneratore (una delle pratiche del Seitai insegnato da Haruchika Noguchi sensei) come possibilità di normalizzare il terreno tramite un’attivazione del sistema motore extrapiramidale. Questa normalizzazione del corpo passa attraverso lo sviluppo del nostro sistema involontario che, invece di un funzionamento per riflesso ottenuto con ore ed ore di allenamento, ritrova le sue capacità originali, la sua vivacità ed il suo intuito. È allora che poco a poco scopriremo che un gran numero delle nostre paure, della nostra incapacità a vivere pienamente, a reagire con flessibilità e rapidità di fronte alle difficoltà, e ancor più di fronte all’aggressione fisica o verbale, che le nostre lentezze, sono dovute alla mancanza di reazione del nostro corpo. Ai blocchi della nostra energia in un fisico troppo pesante o a una “mentalizzazione” troppo rapida ed inoperante. L’immaginario, quando è girato verso il negativo e che si sviluppa in maniera eccessiva, è spesso all’origine di un gran numero di difficoltà nella vita quotidiana e si rivela drammaticamente bloccante in circostanze eccezionali.

Flessibilità esteriore e fermezza interiore

Itsuo Tsuda ci da un esempio che colpisce, preso dalla vita del samurai Kamiizumi Ise-no-kamicome riportata nel famoso film I sette samurai di Akira Kurosawa : “Un assassino si è rifugiato nel granaio di una casa privata, prendendo un bambino in ostaggio. Allertato dagli abitanti, Kamiizumi, di passaggio nel villaggio, chiede ad un monaco buddista di prestargli la sua veste nera e si traveste da monaco, radendosi la testa. Porta due polpette di riso, ne dà una al bambino e l’altra all’assassino per calmarlo. Nell’istante in cui quest’ultimo tende la mano verso la polpetta, lo afferra e lo fa prigioniero.
Se avesse agito da guerriero, il bandito avrebbe ucciso il bambino. Se fosse stato semplicemente un monaco, non avrebbe avuto altro modo che supplicare il bandito che si sarebbe rifiutato di ascoltarlo.
Kamiizumi era famoso per essere un uomo molto riservato ed umile e non aveva per niente l’arroganza frequente tra i guerrieri. È stata conservata una sua calligrafia datata 1565, probabilmente quando aveva l’età di 58 anni, che, si dice, denota una maturità, una elasticità ed una serenità straordinarie. È questa flessibilità che gli ha permesso di compiere questa trasformazione istantanea guerriero-bonzo-guerriero.
Quando penso a questa personalità dalla flessibilità esteriore e dalla fermezza interiore, paragonata a quello che siamo, noi civilizzati di oggi, con la rigidità esteriore e la fragilità interiore, credo di sognare.”*
tanto regis soavi

La via del Seitai

Se io insisto sulla via del Seitai, che è purtroppo così misconosciuta in Europa, o a volte viene talmente deviata, è che mi sembra essere realmente la via che può accompagnare la ricerca di un gran numero di praticanti di arti marziali.
È una via individuale che si può seguire senza mai praticare niente altro, perché è una via in sé e per sé. Ma quando si pratica l’Aikido io penso che sarebbe sano praticare il Movimento rigeneratore qualsiasi sia il livello raggiunto e anche, o sopratutto, fin dall’inizio. Perché ad esempio, potrebbe evitare un buon numero di inconvenienti, di piccoli incidenti, preparare il momento in cui essendo meno giovani, per continuare a praticare, si dovrà contare su risorse diverse dalla forza, la velocità di esecuzione o la fama, ecc.

Il Movimento rigeneratore è appunto quello che Germain Chamot chiama “una pratica di salute personale e regolare”, nel suo ultimo articolo**. È una via che non necessita alcun finanziamento o qualità fisica, ma semplicemente continuità ed apertura mentale. Non posso che essere d’accordo con le sue riflessioni sulle difficoltà, nella nostra società, a proporre una pratica regolare, sul lungo termine, come sul costo che rappresenterebbe una pratica settimanale con uno Shiatsuki, ecc. Il terapeuta prende in carico il paziente in maniera individuale, ha anche un obbligo di risultato, e il fatto di essere consultato puntualmente per dei problemi che deve risolvere il più velocemente possibile gli rende il lavoro difficile.
Il Seitai non è una terapia ma un orientamento filosofico riconosciuto dal ministero dell’Educazione giapponese.
Noguchi Sensei desiderava che si sviluppasse la pratica del Movimento rigeneratore (Katsugen undo in giapponese). La sua azione mirava a “seitaizzare” (normalizzare) cento milioni di Giapponesi ed è per questa ragione che ha sostenuto Itsuo Tsuda sensei nel suo desiderio di creare dei gruppi di Movimento rigeneratore (Katsugen kaï) prima in Giappone, poi in Europa. È questo e l’immenso lavoro di quest’ultimo, moltiplicando gli stage e le conferenze in Francia, in Svizzera, in Spagna, ecc., che ha fatto conoscere il Movimento rigeneratore e permesso lo sviluppo di questo approccio alla salute così prezioso.
Oggi il suo lavoro si continua.

Articolo di Régis Soavi sul tema del tanto nel Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 14) nel mese di ottobre del 2016.

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Note
*Itsuo TSUDA “La Via degli Dei”
** “Aïkijo : une histoire de contexte” (ultimo paragrafo, sullo Shiatsu), Dragon Magazine Spécial Aïkido n°13, p.12-14.

Presentazione de La Via della Spoliazione

Presentazione de La Via della Spoliazione

[VIDEO] La splendida Sala del Grechetto di Palazzo Sormani, a Milano, ha ospitato, Venerdì 12 Febbraio alle ore 18, la presentazione del libro La via della Spoliazione di Itsuo Tsuda, edito dalla Yume Editions.
L’evento, organizzato dalla Scuola della Respirazione in Cover_ItsuoTsuda_LaViaDellaSpoliazione_WEBcollaborazione con la Biblioteca Comunale Centrale di Milano, si è svolto davanti a un pubblico attento e numeroso. Dopo un breve video di presentazione sulla filosofia e il pensiero del Maestro Tsuda, alcuni praticanti della Scuola della Respirazione hanno letto una selezione di brani tratti da La via della Spoliazione.
In seguito, Régis Soavi, ospite della serata, rispondendo alle domande interessate del pubblico, ha rilasciato una testimonianza sull’importanza che la filosofia pratica e i libri di Itsuo Tsuda possono avere nella vita quotidiana.
L’organizzazione della serata ha coinvolto molti di noi ed è stato interessante anche lo scambio con il personale della biblioteca, che ha contribuito allo svolgersi della serata con attenzione e sensibilità.

Clicca sulle foto per ingrandirle

 

L’Aikijo esiste ?

Di Régis Soavi

Certo il jo, il bastone, è sempre stato utilizzato nell’Aikido. Ma fa realmente parte della nostra Arte? Il suo insegnamento è sempre stato particolare e persino spesso separato dai corsi regolari. Molti di noi hanno cercato, attraverso altre scuole di Jujitsu, di ritrovare delle forme, dei kata, dei “colpi segreti”. Alcuni si sono interessati al Kobudo. Tuttavia l’arte del jo nell’Aikido ha le sue specificità, le sue regole.
Per quanto mi riguarda, quello che mi ha sempre affascinato è piuttosto l’estrema precisione che si può acquisire se si segue un certo tipo di allenamento. Invece di cominciare lavorando la potenza, io trovo che sia meglio favorire il movimento, gli spostamenti e soprattutto la precisione.

Allenarsi alla precisione

regis-soaviEro un giovane insegnante quando ho cominciato ad allenarmi più regolarmente con il bastone. All’epoca fissavo un tappo di bibita all’estremità di una cordicella che appendevo al soffitto. Il mio allenamento consisteva nel fare tsuki sul tappo e ogni volta che si muoveva a immobilizzarlo di nuovo. Poi ho variato le altezze. In seguito ho lavorato gli yokomen e i colpi da sotto, sempre cercando di essere preciso e senza aumentare la velocità. Ho lavorato lentamente cercando l’angolo giusto, utilizzando gli spostamenti e poco a poco ho aumentato la velocità di esecuzione e infine ho cominciato a colpire utilizzando il movimento del tappo che volteggiava a sinistra, a destra, con dei soprassalti a volte curiosi, o addirittura inquietanti se fosse stato il bastone o il Bokken di un avversario. Potevo girare attorno a quell’asse che appendevo al centro del piccolo dojo che si trovava nel cortile di rue de la Montagne Sainte Geneviève 34 a Parigi. Me ne ricordo ancora con emozione perché è stato grazie al Maestro Henry Plée che ho potuto fare questo tipo di lavoro. Di fatto mi aveva autorizzato e anche sostenuto in questa direzione (Budoka completo, amava che ci allenassimo al massimo delle nostre capacità). Dopo vari mesi di questo tipo di allenamento, sono passato al lavoro sui makiwara ma, devo ammetterlo, senza troppo insistere perché lo trovavo noioso. Invece ho adorato i colpi in tutte le direzioni, stile “shadow boxing”.
In questo esercizio ritrovavo le difficoltà del lavoro con il tappo, con in più la potenza che dovevo controllare, i movimenti rotatori, la rapidità e soprattutto la visualizzazione. Quel lavoro di visualizzazione che già intravedevo nell’insegnamento del mio maestro Tsuda Itsuo. È anche grazie a questo che ho scoperto l’importanza di avere un proprio bastone, voglio dire uno strumento di lavoro personale. Faccio parte degli insegnanti che ritengono che il jo non debba essere un manufatto, di tale lunghezza, tale spessore, tale peso. Il jo deve essere in rapporto, senza esagerazione, altrimenti saremo di fronte a un bo, con la persona che lo possiede, la sua altezza, la sua muscolatura: ci sono delle differenze enormi, non tenerne conto mi sembra un errore, ma in ogni caso è l’uso che se ne fa che resta determinante.

La pedagogia

Per quanto mi riguarda, adesso lo utilizzo più come strumento pedagogico. Come sempre si tratta di ritrovare, comprendere le forme antiche, certo, ma soprattutto di canalizzare l’energia sprigionata, sentirla circolare, scorrere lungo questo pezzo di legno.
Il Maestro Tsuda ci diceva: “Il jo ha tre parti, le due estremità e un centro, a differenza del Bo che conta quattro parti a causa della maniera di afferrarlo, le due mani a uguale distanza dalle estremità”. Gli aspetti tecnici dei colpi variano negli tsuki, a seconda che lo si utilizzi nella forma antica che corrispondeva alla lancia, oppure come un jo, quindi molto più corto, con le due mani nello stesso senso o una opposta all’altra. Tutto questo non aveva importanza per lui: quello che contava era la trasmissione del ki e l’atto di non resistenza.
Il jo doveva soltanto permetterci di scoprire il Non-fare, di approfondire la respirazione.
Utilizzare il bastone (propongo di chiamarlo così) come se fosse un tubo vuoto che si riempie di ki, che ha una certa autonomia, che torna vivente.
Il bastone esacerba le distanze. Ci obbliga ad avere un altro rapporto con la distanza, a sentire gli assi così come i cambiamenti di direzione, di orientamento.
Certe persone hanno una particolare affinità con il jo, altri preferiscono il bokken. Benché faccia parte del mio insegnamento, lascio loro il tempo di scoprire se per loro ha un senso, se possono approfondire la loro pratica grazie a questo.
È uno dei mezzi che utilizzo a volte per far comprendere come circolano le forze che entrano in gioco nella nostra pratica: è proprio con il bastone che posso farle vedere.
Chiedo a uke di afferrare il bastone molto forte e tori deve trovare l’asse, la direzione attraverso il semplice movimento del suo corpo, del suo koshi e non dei suoi muscoli o delle sue braccia, per fare scivolare la forza esercitata, in modo che quando tori si sposta, ne segue un tale disequilibrio per uke, che accetta di cadere e cade come un frutto maturo che si stacca dall’albero.exterieur

Praticare all’aperto

C’è un momento in cui è particolarmente piacevole praticare il bastone, ed è quando si è fuori, all’aria aperta.
Ne abbiamo occasione durante gli stage d’estate che organizziamo da quasi trent’anni al Mas d’Azil, in Ariège, poiché abbiamo la fortuna di poter trasformare una vecchia palestra praticamente in disuso, in un magnifico dojo, dopo numerosi ma piacevoli giorni di lavoro. Poiché si trova accanto ad un campo da calcio, possiamo uscire per praticarvi le armi.
So che allora i praticanti hanno molto piacere di praticare fuori dai tatami.
Lo spazio è talmente più vasto che possiamo ritrovare le dimensioni che esigevano le arti antiche.
Dopo essere stati confinati in uno spazio chiuso, tutto l’interesse di queste sedute all’aria aperta è di estendersi fisicamente: niente più soffitto, niente più muri, niente più limiti. È il momento in cui ciascuno può sperimentare delle dimensioni diverse, il momento ideale per tentare, in questo spazio, di sentire più lontano. Il fatto di praticare fuori mentre siamo abituati all’uniformità dei tatami è una costrizione per tutto il corpo: il terreno non è più così piatto, ci sono delle buche, dei dossi, tutti gli spostamenti, i taisabaki, ed evidentemente le cadute o le immobilizzazioni diventano più difficili. La velocità di esecuzione dell’attacco si trova spesso diminuita per questa mancanza di abitudine ma di conseguenza, quando di nuovo si pratica sui tatami tutto diventa più facile: si è acquisita una destrezza, una rapidità, una solidità nelle gambe, un equilibrio che non si aveva prima.
Ne approfittiamo dunque per praticare con più persone, tre, quattro, sei o anche otto attaccanti (un tori e sette uke) i quali, nel rispetto della nostra Arte e senza cercare la competizione, cercano di raggiungere, di mettere in pericolo quello che è al centro. Inutile farsi un film: non siamo né samurai né agenti segreti a cui niente resiste. Si tratta di muoversi di più e meglio del solito, di sentire il movimento della nostra sfera, i suoi buchi e il rischio di avere un impatto in quei punti.
L’importanza non è data a una tecnica perfetta, sia essa in difesa o all’attacco, ma molto più alla sensazione del movimento degli altri, alla distanza, all’energia che si può lanciare.
Lo spazio così vasto permette delle circonferenze di circa otto o dieci metri a volte. Lo sguardo di tori, attraverso la sua intensità e la sua direzione precisa, libera, durante i movimenti circolari, la potenza e la velocità del bastone. Esso solo a volte, crea le condizioni favorevoli a una risposta, a uno spostamento corretto.
Non so se mi faccio ben comprendere: si tratta di un gioco in cui ciascuno dei partecipanti ha il proprio ruolo, dal più principiante al più anziano, in funzione del proprio livello.
I sei o otto attaccanti modereranno la potenza e la velocità degli attacchi (tsuki, shomen, yokomen) in funzione di questo.
Ciascuno di loro cerca la posizione giusta in modo da trovare il punto debole, la velocità di avvicinamento, l’angolo corretto. Gli attacchi si fanno il più possibile a fondo, ma sempre senza violenza e anche se possibile non troppo veloci e in ogni modo senza precipitazione. È  importante quando si lavora in questo modo essere attenti a non bloccare, a non mettere alle strette quello che è al centro, a non trascinarlo in una spirale di paura che lo porterebbe all’aggressività, ma al contrario aiutarlo ad uscire dal suo imprigionamento, tanto fisico che mentale, e permettergli di sviluppare il suo potenziale. Lo stage d’estate dura quindici giorni ed è molto concentrato: due sedute di Aikido, due sedute di Katsugen undo e una seduta di armi al giorno. Vuol dire sette o otto ore di lavoro al giorno, una cinquantina di ore la settimana.  È per questo che abbiamo bisogno di questo tipo di lavoro con il jo, grazie al quale i corpi si slegano, fioriscono e trovano un’altra dimensione. I bastoni ruotano, gli spazi si muovono, i corpi a volte stanchi si stirano. L’atmosfera resta serena, a volte anche allegra, ma vi è sempre il rigore.
Uomini, donne, bambini di ogni età nel rispetto delle loro particolarità.plusieurs-attaquants

La sensibilità del feto

Tuttavia, una precisazione: le donne incinte praticano a volte fino all’ultimo momento nella nostra Scuola. Ma fin dall’inizio della gravidanza abbiamo un’attenzione particolare al fatto che essendo in questo stato così speciale, anche se naturalmente non tocchiamo mai il corpo con il bastone, è vietato fare tsuki nella direzione del ventre. Indipendentemente dal rischio di incidente, rispetto al quale siamo sempre molto attenti. Si tratta di non dirigere il ki, altrimenti detto “l’intenzione del colpo”. Un simile ki diretto, guidato, sarebbe istintivamente registrato come pericoloso, e percepito dalla madre, e soprattutto dal bambino, il quale non è altro che sensibilità, come un’aggressione, al punto da rischiare di provocare per lo meno una paura, o una contrazione che nuocerebbe al suo buon sviluppo. Nel caso in cui si lavorino i colpi tsuki, esse si mettono da parte e guardano, ma non partecipano.

Una forza centripeta può diventare una forza centrifuga

A volte lavoriamo jo contro bokken. Qui si tratta, proprio perché le armi sono diverse, di comprendere da una parte il loro utilizzo e d’altra parte i loro limiti e capacità, senza dimenticare che dietro c’è l’essere umano. Altre volte, solo uke ha un’arma. Un bastone, un bokken, questo può fare paura se si è disarmati. Non si sa in quale direzione partirà, men, yokomen, tsuki, non si può parare il colpo con un semplice gesto della mano. Solo la schivata, il taisabaki, può evitare lo choc. La presa del bastone, del bokken, è allora una delle possibilità per fermare l’attacco, trasformarlo e renderlo inoffensivo, in modo che si possa utilizzare la sua energia nella direzione opposta o deviarla verso un’altra direzione.  È  una magnifica occasione di vedere, di sentire come una forza centripeta, per esempio, possa trasformarsi, quando entra in contatto con un centro, in una forza centrifuga e ritrovarsi proiettata verso l’esterno. Se si tratta di “fermare la lancia”1, di che cosa parliamo? Non si tratta di essere vincitore o vinto ma piuttosto di cambiare sistema, di permettere che sorga qualcos’altro, e per questo, la conoscenza dell’altro, la comprensione dell’uno verso l’altro è indispensabile. In ogni persona ci sono dei lati buoni e cattivi e delle buone e cattive abitudini: si tratta di guidare il tutto verso l’armonia. L’armonia è all’origine della nostra vita, si tratta di ritrovare il naturale che è sempre presente nel fondo di ogni individuo. Ecco, per me, la via dell’Aikido.
Il nostro orizzonte può illuminarsi se comprendiamo meglio le parole di O Sensei Ueshiba, trasmesse dal mio Maestro Tsuda Itsuo nel suo insegnamento e attraverso i suoi nove libri. Queste parole non sono rimaste lettera morta; al contrario hanno preso vita, una volta di più, e continuano attraverso quelli che, con buona volontà, seguono questa via.

Articolo di Régis Soavi sul tema del bastone nel Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 13) nel mese di luglio del 2016.

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1Budō può essere inteso originariamente come «la via per fermare la lancia».

Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra

Di Régis Soavi

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Nella pratica dell’Aikido ho sempre amato il ken. La spada, come il Kyudo nel modo in cui ne parla Herrigel nel suo libro sull’arte del tiro con l’arco, è un’estensione del corpo umano, una via per la realizzazione dell’essere. Nella nostra Scuola, il primo atto all’inizio della seduta è un saluto con il bokken davanti alla calligrafia. Ogni mattina, dopo aver indossato il kimono ed essermi preso qualche minuto di meditazione nell’angolo del dojo, comincio la pratica respiratoria con questo saluto verso la calligrafia. È per me indispensabile armonizzarmi con ciò che mi circonda, con l’universo.
Il semplice fatto di respirare profondamente alzando il bokken davanti al tokonoma, con una calligrafia, un ikebana, cambia la natura della seduta.
Si tratta, per me, di realizzare Ame no Ukihashi1, il ponte fluttuante celeste, che lega l’umano e ciò che lo circonda, il conscio e l’inconscio, il visibile e l’invisibile.
Per tutta la pratica respiratoria, la prima parte della seduta, il mio bokken è al mio fianco, lo stesso bokken da quarant’anni. È come un amico, una vecchia conoscenza. Un regalo di una donna semplice e generosa che si occupava della vendita in negozio quando ero un giovane insegnante di Aikido al dojo del Maestro Plée in rue de la Montagne Sainte-Geneviève.

Il mio studio della spada

Itsuo Tsuda non mi ha mai insegnato il ken. Ovviamente anch’egli lo usava per il saluto davanti al tokonoma all’inizio della seduta e in seguito quando facevamo la corsa in cerchio attorno a lui sui tatami prima di mettersi in linea per guardare la dimostrazione. Se no, l’utilizzava soprattutto per le dimostrazioni della spinta del bokken con due partner, come aveva visto fare da O Senseï Morihei Ueshiba.
Di fatto, non faccio differenze tra l’Aikido a mani nude, col bokken o con il jo. Ciò che conta di più secondo me è la fusione con la respirazione del partner. Questo altro così diverso e tuttavia così vicino, ed anche, alle volte, così pericoloso.
Le mie radici principali per ciò che riguarda le armi vengono da ciò che ho imparato con Tatsuzawa Sensei. È colui che mi ha influenzato di più. Negli anni settanta avevo cominciato a praticare l’Hakko Ryu jujutsu con il maestro Maroteaux. Poi ho studiato le armi all’istituto Noro dove si tenevano dei corsi specifici e durante gli stage con Tamura Sensei e Sugano Sensei, questo lavoro faceva parte dell’Aikido. Ciò che Tatzusawa mi ha mostrato è un Koryu (scuola antica), è un’altra cosa. A Parigi per i suoi studi, questo giovane giapponese (avevamo tutti e due una ventina di anni) si è presentato una sera all’improvviso nel dojo in cui insegnavo Aikido. Allora abbiamo iniziato uno scambio: lui praticava Aikido con me e mi mostrava delle tecniche della scuola della sua famiglia che studiavamo un certo numero di ore per settimana, forse quattro o cinque, per circa due anni.


Praticavamo molto il Iaïjutsu ed anche il Bojutsu2. Le tecniche che mi aveva mostrato mi hanno segnato per la loro estrema precisione. Era il giovane maestro della scuola della sua famiglia, Jigo Ryu. All’epoca non conoscevo neanche il nome di questa scuola. Oggi è diventato un sensei importante, è anche il 19° maestro del  Bushuden Kiraku Ryu, una scuola che ha più di quattro secoli di esistenza.
C’è una realtà nelle armi che può mancare alla pratica dell’Aikido come è talvolta insegnato oggi e rischia di diventare una specie di danza. Oppure si cerca di testare chi è di fronte mettendoci troppa resistenza e il tutto si trasforma in una lotta.
Con Tatsuzawa Sensei, c’era una respirazione. Una respirazione che non era la stessa che trovavo con Tsuda Sensei, ma c’era qualcosa e mi piaceva ciò che insegnava. Era qualcosa di talmente fine,  talmente preciso, talmente bello che ho desiderato che i miei allievi ne approfittassero. E per  anni, quando facevo degli stage, dicevo: «Ciò che vi ho mostrato è una tecnica della scuola di Tatsuzawa Sensei». Progressivamente questi due cieli, l’insegnamento di Tatzuzawa Sensei, ed il lavoro sulla respirazione con Tsuda Sensei, mi hanno portato a dare questo nome a ciò che io stesso scoprivo,  Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra, il cosciente e l’inconscio, il volontario e l’involontario.
Non ho più rivisto Tatsuzawa Sensei per trent’anni, ed è in occasione di un viaggio in Giappone che ci siamo ritrovati! È così che da dieci anni i miei allievi studiano l’arte del Bushuden Kiraku Ryu con lui ed uno dei suoi allievi, Sai Sensei. È un modo per noi di capire meglio le origini delle tecniche che utilizziamo, è una ricerca storica che ci permette di scoprire il cammino percorso da O Sensei Ueshiba.

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Un principio di realtà

Per Tatsuzawa Sensei l’allenamento doveva essere reale. Durante i nostri allenamenti negli anni settanta utilizzava uno iaito e colpiva come un dannato! «Men, men, kote, tsuki, men, tsuki». Evidentemente ad un certo punto, per la stanchezza, la spada mi ha colpito alla spalla, me ne ricordo ancora. Siccome era una spada in metallo, è entrata qualche centimetro nella spalla, tre forse quattro centimetri. Questo mi ha risvegliato. Non ho mai più lasciato calare l’attenzione nelle schivate.Finito. Era un risveglio, perché evidentemente egli non voleva farmi male. Il suo intento era di risvegliarmi, di spingermi in una direzione, affinché non fossi una specie di imbranato addormentato. Bene, mi è servito. In questo senso, la spada ci può risvegliare. Un bel calcio nel sedere certe volte è meglio di mille carezze. Io sono ancora molto riconoscente al mio maestro di aver fatto entrare la realtà nel mio corpo.
Oggi quando l’Aikido sembra diventare un passatempo per alcuni, ricordo loro la realtà con dolcezza ma con fermezza.
Ho spesso visto delle parodie di estrazione di katana con un bokken, in cui ci si accontenta di aprire la mano invece di estrarre la spada (chi pratica il iai lo capirà).
Non dobbiamo confondere la nobile arte della spada con l’utilizzo che ne facciamo nell’Aikido.
A mia figlia che pratica fin da piccola l’Aikido ed adora la spada, ho sempre consigliato di andare a vedere una vera scuola di spada. Ha scelto di studiare, oltre all’Aikido, anche lei il Bushuden Kiraku Ryu con Tatsuzawa Senseï ed il Iaïjutsu con Matsuura Senseï, che le insegnano ciò che non avrei mai potuto insegnarle.

L’Aikiken non è il Kendo

L’Aikiken non è il Kendo, né lo Iaido. La poesia non è il romanzo e viceversa, ogni arte ha le sue specificità, ma quando utilizziamo un bokken non dobbiamo dimenticare che è una katana che ha anche una tsuba ed un fodero, anche se sono invisibili. Noi dobbiamo usarli con lo stesso rispetto, lo stesso rigore, la stessa attenzione.
Ogni bokken è unico, nonostante la sua fabbricazione spesso piuttosto industriale, sta a noi farne un oggetto rispettabile, unico, grazie alla nostra attenzione, al modo in cui lo maneggiamo, in cui lo muoviamo. Per esempio se visualizziamo l’uscita della spada usando un bokken, occorre anche visualizzarne il rinfodero. Poco a poco si carica, si può avere l’impressione che diventi più pesante.
Del resto gli allievi che hanno l’occasione di toccare il mio bokken, di prenderlo, o alle volte di usarlo, lo trovano speciale, più facile da maneggiare ed allo stesso tempo più esigente, dicono. Non è più la stessa cosa, non è più un bokken ordinario. È per questo che io consiglio ai miei allievi di avere il loro bokken, il loro bastone. Le armi si caricano. Se voi avete un bokken o un bastone che avete ben scelto, che caricate di ki, e che usate per anni, avrà una natura diversa, vi assomiglierà in qualche modo. Per prima cosa potrete conoscere esattamente la sua dimensione, la dimensione del bastone, la dimensione del bokken, quasi al millimetro. Questo vi eviterà gli incidenti.
Avrà una consistenza differente se si agisce in questo modo, allora sarà il riflesso di ciò che siamo. La circolazione del ki cambia il bokken e si può cominciare a capire perché la spada era l’anima del samurai.
Ci si ricorda di queste spade leggendarie che riflettevano tanto l’anima del samurai che potevano essere toccate solo dal loro proprietario. Ho avuto modo di scoprire questo in un periodo in cui, per continuare a praticare e provvedere ai miei bisogni, lavoravo nell’ambito dell’antiquariato. Mi sono specializzato, tra le altre cose, nella rivendita di spade giapponesi, katana, wakizashi, tanto. Il fatto di toccarle, perché non avevo nessuna possibilità di comprarle mi ha permesso, più ancora di ammirarle, di scoprire qualcosa di indicibile.
Alcune avevano una tale carica di ki, era estremamente impressionante! Solo estraendo la lama di dieci quindici centimetri si poteva sentire se la lama aveva un’anima aggressiva o generosa, oppure se emanava una grande nobiltà ecc. All’inizio questo mi sembrava assurdo, ma i commercianti con cui lavoravo mi hanno confermato la realtà di queste sensazioni ed in seguito le discussioni con Tsuda Sensei hanno dato loro la realtà di cui avevano bisogno.
Un’arma senza respirazione, senza fusione, cos’è? Niente, un pezzo di legno, un pezzo di metallo.
Chuang-tzu, ci parla bene di fusione, di estensione dell’essere con uno strumento, l’arma, quando parla del macellaio:

“ Quando ho iniziato a praticare il mio mestiere, vedevo tutto il bue davanti a me. Tre anni più tardi, non ne vedevo che delle parti. Oggi, lo trovo con lo spirito senza vederlo più con gli occhi. I miei sensi non intervengono più, il mio spirito agisce come sente e segue da solo i lineamenti del bue. Quando la mia lama taglia e divide, segue le faglie e le fenditure che le si offrono. Non tocca né le vene, né i tendini, né il rivestimento delle ossa, neppure ovviamente le ossa. […] Quando incontro un’articolazione, individuo il punto difficile, lo fisso con lo sguardo e, agendo con una prudenza estrema, lentamente taglio. Sotto l’azione delicata della lama, le parti si separano con un uoh leggero come quello di un po’ di terra che si posa sul pavimento. Col coltello in mano, mi raddrizzo, guardo intorno a me, divertito e soddisfatto e dopo aver pulito la lama, la rimetto nel fodero.[…]”3

La fusione con il partner

Se non c’è fusione col partner, non si può lavorare con un arma, altrimenti non è che brutalità, lotta. È proprio perché la si utilizza fondendo la respirazione con il partner che si può scoprire ciò che prima di noi hanno scoperto dei grandi maestri. Tutti i loro sforzi per indicarci la via, il cammino da percorrere saranno perduti se noi stessi non facciamo lo sforzo di lavorare come ci hanno suggerito. Con un arma in mano si può scoprire la nostra sfera, renderla visibile. E grazie a questo si può estendere la nostra respirazione a qualcosa di più grande che non si limiterà alla nostra piccola sfera personale, ma che andrà oltre.
Se si utilizzano le armi così, trovo che abbia un senso, ma se le si utilizza cercando di tagliare la testa agli altri, di ferirli o di mostrare che si è più forti si deve cercare altrove piuttosto che nella nostra Scuola.
Le armi sono il prolungamento delle nostre braccia, che sono il prolungamento del nostro centro.
Ci sono delle linee di ki che partono dal nostro centro, dall’hara. Agiscono attraverso le mani. Se si mette un’arma all’estremità, un bokken, un wakizashi, un bastone, queste linee del ki possono convergere. Hanno un prolungamento. Può darsi sia più facile quando si lavora a mani nude,  comincia ad essere più difficile con un arma. Ma diventa molto interessante: non si è più limitati, si diventa “illimitati”. È proprio questo che è importante, è una conseguenza logica del mio insegnamento. All’inizio, si lavora un po’ limitati, costretti in qualche modo, poi si cerca di estendere, d’andare al di là partendo dal nostro centro. Alle volte ci sono delle interruzioni, il ki non passa attraverso la spalla, il gomito, il polso, le dita. A volte il bokken diventa come il bastone di un burattino che picchia il gendarme, allora non ha più senso. È per questo che mostro queste linee che tutti possono vedere. È qualcosa di noto nell’agopuntura. Lo si può vedere anche nello shiatsu ed in molte arti diverse. E là si va oltre. Se si potessero materializzare con delle linee luminose sarebbero sbalorditive da vedere. È ciò che ci lega agli altri. Ciò che ci permette di capire gli altri. Sono delle linee legate ai corpi, non unicamente al corpo materiale, ma al corpo nel suo insieme tanto fisico che kokoro. È ciò che c’è di sottile, d’immateriale, che è legato, non c’è differenza.

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Seitai-dō

Nella nostra Scuola pratichiamo quest’arte che è il Seitai-do, la via del Seitai. Quest’arte che comprende tra l’altro il Katsugen undo (Movimento rigeneratore seguendo la terminologia di Itsuo Tsuda), ci permette di ritrovare tanto a livello dell’involontario che dell’intuizione una qualità di risposta poco abituale.
Risveglia l’istinto ”animale” nel buon senso della parola, un po’ come quando eravamo dei bambini, giocosi ed anche turbolenti a volte ma senza reale aggressività, che prendono la vita come un gioco con tutta la serietà che ciò impone.
È grazie a quest’arte che ho scoperto l’intermissione respiratoria, questo spazio tempo tra l’inspirazione e l’espirazione, e tra l’espirazione e l’inspirazione. Questo momento infinitesimale quasi irrivelabile durante il quale il corpo non può reagire. È durante uno di questi momenti che si applica la tecnica seitai. All’inizio è difficile percepirlo e ancor di più agire esattamente in quel momento molto preciso. Tuttavia poco a poco si sente questo spazio in modo molto chiaro, si ha l’impressione che si allarghi, ed infatti si ha l’impressione che il tempo scorra in maniera differente come talvolta succede quando c’è una caduta o un incidente. Ci si può chiedere quale rapporto ci sia con il lavoro con le armi nell’Aikido. È proprio la nostra ricerca in questa direzione e l’aneddoto seguente raccontato da Tsuda Sensei è rivelatore.

Un livello troppo alto

Haruchika Noguchi Sensei il creatore del Seitai quando era ancora giovane volle praticare il Kendo, s’iscrisse in un dojo per imparare quest’arte. Dopo i preparativi di rito si trovò davanti a sé un kendoka. Appena l’altro alzò il suo shinai sopra la sua testa, Noguchi Sensei lo toccò alla gola, benché non conoscesse nessuna tecnica. L’insegnante gli mandò un praticante più avanzato, stesso risultato, gli mise di fronte un sesto dan: non andò meglio. Il maestro gli domandò se avesse già fatto Kendo: «Per niente» rispose «io tocco al momento dell’intermissione respiratoria, è tutto» «Lei ha già raggiunto un livello troppo alto Sensei» disse. È così che Noguchi Sensei non poté mai imparare il Kendo.
Praticare l’Aikido a mani nude, praticare l’Aikiken, usare il jo, il bo, praticare il koryu o qualunque altra arte come Itsuo Tsuda stesso che faceva la recitazione del No, l’essenziale non è nella tecnica, ma nell’arte stessa e nel suo insegnamento che deve permettere la realizzazione dell’individuo. Tsuda Sensei citando le diverse arti che aveva praticato ci diceva: «Il Maestro Ueshiba, il Maestro Noguchi, il Maestro Hosada4 hanno scavato dei pozzi di una profondità eccezionale. […] Hanno raggiunto le vene d’acqua, la sorgente della vita. Tuttavia, questi pozzi non comunicano tra loro, anche se è la stessa acqua che ci si trova.»5

Articolo di Régis Soavi sul tema la spada del Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 12) nel mese di april del 2016.

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Notes

1. Vedere il Kojiki (古事記) raccolta di miti sull’origine delle isole che formano il Giappone e i kami.
2. Il bō è un bastone lungo 180 cm maneggiato con entrambe le mani.
3. Trad. it. dall’opera francese: J.F. Billeter, Leçons sur Tchouang-Tseu, p. 16 Ed. Allia, Paris 2002.
4.Teatro Nô : Scuola Kanze Kasetsu.
5. Itsuo Tsuda, il Non-fare, Prefazione p. 14, Yume Editions, 2014.

#4 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

Fine di #1, 2 e3  L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento.  Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

La filosofia del Kata

E’ il modo in cui vediamo i nostri corpi, sia consciamente che inconsciamente, che determina quali esperienze percettive decidiamo di valutare. Cercando di compiere queste esperienze determiniamo le modalità secondo le quali muoviamo ed usiamo i nostri corpi. In breve ogni movimento compiuto da un essere umano è il riflesso della sua idea di corpo. Questo non si limita al movimento fisico visibile. Per esempio, è vero che
la nostra respirazione è limitata dalla struttura del nostro apparato respiratorio ma ciò che consideriamo un “respiro profondo” è determinato dalla visione individuale del corpo. Analogamente, mentre l’atto di mangiare non può prescindere dalla struttura del sistema digestivo umano, è la nostra idea di corpo che determina esattamente quale sensazione consideriamo soddisfacente e quando sentiamo che abbiamo mangiato abbastanza. Inoltre, mentre l’equilibrio fisico è sottoposto all’influenza della forza di gravità sulla struttura dei nostri corpi, quale sensazione corporea scegliamo di chiamare stabile dipende dalla concezione di corpo individuale.
Se quindi un gruppo di persone possiede un modo particolare di muovere od usare il corpo ne consegue che esse devono condividere una comune visione del corpo. Il modo di sedere formale in Giappone, chiamato Seiza, non può generare altro che un senso di costrizione a molti occidentali. Ai giapponesi tuttavia, sedere nella tradizionale posizione Seiza dava un senso di pace mentale. Questo modo di sedere, con entrambe le ginocchia piegate, genera un senso di completa immobilità. Impedisce alla mente di intraprendere qualsiasi movimento ulteriore, in effetti, eseguire movimenti improvvisi da questa posizione è piuttosto difficile. Sedere in Seiza obbliga ad entrare in uno stato di completa ricettività ed è in questa posizione che i giapponesi scrivono, suonano e mangiano. In momenti di tristezza, di preghiera o di risoluzione, il Seiza è stato indispensabile per il popolo giapponese. Lire la suite

#3 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 e 2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento.  Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

L’idea di corpo nell’ascetismo

Hiroshige,_The_moon_over_a_waterfall_512Con l’arrivo del buddismo millecinquecento anni fa, l’età dei re, simboleggiata dalle grandi tombe, terminò ed il Giappone entrò in una nuova era, governata dalla religione. Come con la restaurazione Meiji, lo stile di vita dei giapponesi fu radicalmente transformato. La cosa piuttosto interessante è che, contrariamente alla Restaurazione Meiji, l’arrivo del buddismo sembrò piuttosto chiarire la natura specifica della cultura giapponese.
Fortunatamente il buddismo non venne trasmesso direttamente dall’India ma arrivò dopo aver transitato per la Cina. Durante il suo passaggio in Cina, il buddismo non ebbe altra scelta se non quella di fondersi con gli antecedenti indigeni del taoismo, che includono varie pratiche mistiche quali il fangshu e le filosofie di Lao-Tzu e di Chuang-Tzu. Queste pratiche, successivamente integrate nel taoismo, contemplano tutte delle pratiche ascetiche mirate alla coltivazione della longevità. Possiamo dire, di conseguenza, che il buddismo che arrivò in Giappone era stato già purificato dai cinesi, nel senso che era caratterizzato da una forte enfasi sulle pratiche ascetiche di tipo taoista [Sekiguchi, (1967)].Lire la suite

#2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento. Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

Percepire la vita in tutte le cose

HiroshigeTra le politiche di occidentalizzazione che portarono allo smembramento della cultura tradizionale giapponese ci fu, nel 1873, il cambio del calendario. Il governo Meiji decise di abolire il calendario lunare-solare che era stato utilizzato per milleduecento anni e sostituirlo con il cosiddetto calendario gregoriano o calendario solare. L’uso effettivo del nuovo calendario si realizzò solo 23 anni dopo il decreto governativo causando grande confusione nella popolazione. Ma, cosa più importante, ebbe un enorme impatto sul fondamentale senso delle stagioni e dei cicli della vita del popolo giapponese. Il vecchio calendario era comunemente chiamato il “calendario del fattore” a causa dei suoi stretti legami con le attività agricole [Fujii, (1997)]. Non veniva calcolato unicamente su base astronomica, ma si basava su una profonda comprensione dei cicli vitali di piante e creature della terra, con ulteriori aggiustamenti in accordo con l’osservazione dei corpi celesti. Si può dire che il passaggio dal vecchio al nuovo calendario fosse essenzialmente il passaggio da un ordine temporale centrato sui cicli vitali ad un ordine temporale oggettivo, basato sulla scienza astronomica occidentale.
Il vecchio calendario poneva il

capodanno in corrispondenza dei primi segnali dell’arrivo della primavera, annunciata dalla fioritura dei pruni e dal canto degli uccelli, il secondo mese corrispondeva alla fioritura dei ciliegi ed il terzo a quella dei peschi. Il tempo veniva calcolato in base ai cicli delle attività della vita nella natura che, al contrario di pianeti e stelle, non sono scanditi da intervalli regolari. Siccome il vecchio calendario dava più importanza ai cicli di crescita di piante e creature ed all’umana esperienza delle stagioni rispetto ai calcoli rigo-rosi dell’oggettiva regolarità dei movimenti planetari, ogni anno cominciava in un giorno diverso in accordo col nuovo calendario. Ogni anno, durante l’undicesimo mese, veniva annunciato il calendario per l’anno successivo in base a cui venivano pianificate le attività agricole, gli eventi e le festività. Il governo Meiji considerava non scientifico questo calendario basato sui cicli della vita e decise di usare il calendario solare basato sui movimenti planetari. Un ordinamento temporale razionale dal punto di vista dell’astronomia tuttavia non è sempre razionale dal punto di vista della vita umana e delle altre creature. La scienza moderna rigettò l’ordine temporale centrato sulla vita e propose la misura del tempo oggettivo. Successe in qualche modo lo stesso col ritmo musicale: originariamente veniva stabilito secondo la velocità del passo e successivamente venne convertito in un tempo matematico misurato dai metronomi, dando una musica che suona soffocante e rigida sia per il pubblico che per il musicista. E’ come sostituire il respiro umano con polmoni artificiali che si muovono secondo una sequenza matematicamente prestabilita. I ritmi della vita però, esistono in un ordine diverso rispetto ai cicli matematici di ripetizione.
Con il cambio del calendario il senso delle stagioni dei giapponesi andò in confusione. Il nuovo calendario non dà altra scelta se non quella di vivere in una cornice temporale completamente scissa da quella del Giappone tradizionale. Per i nostri antenati, l’inizio dell’anno nuovo corrispondeva sempre alla chiara sensazione dell’arrivo della primavera. Oggi il capodanno è posto a metà dell’inverno. Tuttavia i giapponesi continuano a scambiarsi cartoline di auguri per l’anno nuovo che celebrano la primavera. Questo non è altro che l’esecuzione di un rituale, salutare la nuova primavera senza farne però l’esperienza. Nel settimo giorno del primo mese, in tutte le case giapponesi si consuma un porridge di riso alle sette erbe primaverili. Eppure è il settimo giorno del primo mese del vecchio calendario il momento in cui queste sette erbe sono effettivamente presenti nei campi. Nessuna di queste si trova in natura il 7 gennaio del calendario corrente. Tuttavia per poter compiere questo rito fittizio i negozi riempono i loro scaffali di queste sette erbe, coltivate però in serra. Allo stesso modo il festival dello Hinamatsuri, in cui le famiglie celebrano la crescita delle loro figlie è il 3 di marzo. In questo giorno le famiglie che hanno una bambina creano uno spazio dove porre delle bambole vestite con gli abiti tradizionali contornate da fiori di pesco. I fiori di pesco non fioriscono il tre di marzo del nuovo calendario. Di nuovo, gli scaffali dei negozi vengono riempiti di fiori pro-venienti dalle serre. Il popolo del Giappone moderno ripete queste finte ricorrenze anno dopo anno. Eppure continuano a presentare il loro paese agli stranieri dicendo che “la bellezza della cultura giapponese sta nel suo armonizzarsi con la natura”. La cosa importante è che praticamente nessuno in Giappone oggi si rende conto di questa scollatura. Hanno perso la percezione diretta del cambio delle stagioni e ciò che rimane è semplicemente la relazione concettuale tra date ed eventi. In ogni caso la strana tendenza dei giapponesi di oggi a comportarsi come le genti del Giappone tradizionale nei confronti dell’esterno dopo aver accettato le politiche governative di occidentalizzazione potrebbe essere considerato un argomento interessante per lo studio dei disturbi psicologici. Ironicamente, la maggior parte dei giapponesi non sanno che nei libri di storia giapponese gli anni sono registrati in accordo con il nuovo calendario ma il mese ed il giorno seguono quello vecchio. Un altro esempio della loro confusione concerne i nomi dei mesi. Nonostante abbiano senso solo nel contesto del vecchio calendario la gente continua ad usarli anche nel nuovo. Ne risulta una sconnessione tra nome ed esperienza: Minazuki, il nome del sesto mese del vecchio calendario, che significa “il mese senza acqua”, viene oggi usato per il mese di giugno, nonostante giugno sia nel bel mezzo della stagione delle piogge. In queste circostanze non c’è da stupirsi se la maggior parte dei giapponesi di oggi hanno perso interesse nella lettura e nella comprensione dei classici. Infine, la percezione delle stagioni per i giapponesi moderni è il mero riconoscimento del cambiamento di temperatura. Le diverse stagioni non sono altro che la registrazione della distribuzione di temperature durante l’anno. Per la gente che viveva con il vecchio calendario la percezione delle stagioni non era certamente basata sul cambiamento della temperatura. Facevano attenzione ai lievi cambiamenti nell’ambiente natu-rale che li circondava, erano deliziati dal coltivare una delicata consapevolezza del cambiamento di stagione. Questo viene dimostrato chiaramente dall’antica poesia Haiku e Waka.
L’esperienza percettiva diretta del contatto con i cicli stagionali, i cui esempi abbondano nella letteratura classica giappo-nese parlano di un fondamentale aspetto della vita tradizionale giapponese: nella fattispecie, una visione del mondo in cui tutte le cose hanno vita. La capacità di percepire che tutte le cose sono vive, risonanti in armonia l’una con l’altra, era ciò che dava alle persone la certezza di essere vive. “Sono vivo” era sinonimo di “Tutto è vivo”. Coltivare la capacità di percepire un senso di vitalità nell’ambiente circostante era un modo, diretto, di nutrire la propria vita. Ze-ami (1363?-1443?) considerato il fondatore del Nô, spiega ai suoi discepoli nel Fushikaden che “la via della poesia porta longevità e dovrebbe quindi essere seguita con ogni mezzo” [Nogami & Nishio, 1958, p. 11)]. Oggi nessuno penserebbe alla poesia come ad un metodo per migliorare la salute. Ma in un mondo in cui tutto è vivo, tutto, inclusi la poesia ed il Nô, può portare la longevità poiché creare una relazione che fosse in risonanza con il mondo naturale era esattamente il modo di rinvigorire la propria vita.
La cultura tradizionale del Giappone è una cultura artigiana. I maestri artigiani di tutti i campi hanno fornito per secoli le stesse istruzioni ai loro apprendisti. Senza eccezioni, affermano che i materiali usati per la loro arte sono “vivi”. I tintori dicono che la stoffa è viva; il vasaio dice che l’argilla è viva; i fabbri sostengono che l’acciaio che forgiano è vivo [S.B.B. Inc., (19xx)].
I chiodi d’acciaio forgiati dai fabbri tradizionali giapponesi contengono più impurità di quelli moderni prodotti nella for-nace. Attualmente è stato osservato che chiodi estratti da strutture costruite seicento anni fa sono ancora privi di ruggine ed in perfette condizioni al punto da poter essere riutilizzati oggi. Questo fatto, che va contro le teorie scientifiche, può non dimostrare di per sé che tutto è vivo, ma suggerisce che l’antica credenza dei fabbri nella vitalità dell’acciaio poteva essere infusa in un singolo chiodo per renderlo forte e durevole. Questa visione del mondo, in cui tutte le cose hanno vita, era anche la base dei metodi costruttivi della tradizionale architettura lignea. Il legname da costruzione veniva lasciato all’aperto, esposto alle intemperie per un periodo di circa dieci anni. Dopo la seconda guerra mondiale tuttavia, gli scienziati fecero il loro ingresso nell’industria del legname, analizzarono la quantità di umidità contenuta nel legname stagionato all’aperto ed introdussero macchine asciugatrici che potevano ottenere lo stesso livello di umidità in sole tre ore. Comprimere dieci anni in tre ore tuttavia, rimuove l’umidità a livello cellulare rendendo superficiale la capacità del legno di assorbire l’umidità. In altre parole, priva il legno dei suoi attributi originali limitandone la durata. Sin dall’inizio, la prova scientifica ha sempre richiesto di rendere visibile l’invisibile. Il metodo usato dalla scienza è quello di convertire ciò che non può essere quantificato in qualcosa che possa esserlo: in questo caso “l’esposizione all’aria” diventa “asciugatura”. Esporre il legno alle intemperie per dieci anni significa esporlo a pioggia, vento, caldo e neve per dieci anni. I carpentieri dei santuari e dei templi di Kyoto fanno stagionare il legno nell’acqua in modo da sostituire l’acqua in esso contenuta con acqua nuova. Questo, ovviamente, differisce radicalmente dall’“asciugatura”. Il processo di esposizione all’aria aperta dà al legno dieci anni per adattarsi ad un ambiente diverso da quello in cui era cresciuto e questo riflette l’antica attitudine che considerava il legno “vivo”. Era questa capacità di percepire il legname come vivo che permetteva la costru-zione di strutture lignee che possono durare mille anni.
La politica di occidentalizzazione tuttavia continua nel mondo dell’architettura di oggi. I regolamenti governativi richiedono un tasso di umidità inferiore al 20% per il legname da costruzione. Questo valore è impossibile da raggiungere attraverso i metodi di essicazione naturale, il che significa che il governo permette solo l’uso di legno artificialmente essiccato. Nonostante sia vero che la robustezza di ciascun pezzo di legname sia maggiore quando l’umidità è inferiore al 20% le qualità naturali del legno vengono perdute; viene deprivato della sua capacità di respirare. L’architettura occidentale enfatizza la robustezza dei singoli pezzi ma non vede il legname come un essere vivente. In pratica, il legno non viene trattato diversamente dall’acciaio. L’architettura tradizionale, d’altra parte, enfatizzava l’equilibrio. Cercava la forza attraverso l’equilibrio e considerava la forza vitale del legname di cruciale importanza nell’ottenimento della robustezza desiderata.
Negli ultimi cento anni, la scienza ha fatto del suo meglio per privare il tempo del suo potere. Ma la vita cresce e matura col tempo e la compressione del tempo richiede necessaria-mente dei sacrifici. Così come l’ascolto della musica richiede un tempo che non può essere compresso, una crescita forzata può solamente generare uno sviluppo anormale. Il lavoro di stratificazione dei laccatori, la forgiatura dei chiodi dei fabbri, il lavoro dei maestri costruttori di spade, tutto ciò richiede tempo. Per secoli gli artigiani si sono concentrati nel cogliere il Ki (il momento opportuno) e nell’uso del Ma (l’intervallo temporale). Il lavoro del maestro di spada consiste nello scaldare l’acciaio, rimuoverlo al momento opportuno, quindi, dopo una pausa appropriata, raffreddarlo rapidamente nell’acqua prima di rimetterlo nel fuoco. Questo processo viene ripetuto più e più volte e l’arte consiste nel padroneggiare il tempismo, l’intensità e l’uso delle pause (Ki, Do, Ma). Queste tecniche hanno reso possibile la creazione di spade che non possono essere ripro-dotte nemmeno con le più avanzate tecnologie moderne.
Ogni pastiglia che i medici della medicina occidentale somministrano ai loro pazienti contiene una quantità di principi attivi. Un paziente ad esempio, può consumare simultanea-mente dieci principi attivi in una singola pillola. Questo illustra ancor più direttamente la natura della ricerca dell’“efficienza”, vista nell’essicazione artificiale e nei metodi di crescita forzata sopra menzionati. In parole semplici, è la conversione del tempo in spazio, e dovremmo riconoscere che questa è la vera causa degli effetti collaterali nocivi della medicina moderna. Nella pratica della medicina cinese il medico somministra un singolo ingrediente attivo al paziente, in seguito osserva i risultati prima di decidere cosa somministrare in seguito. Questo significa che ci vogliono almeno dieci giorni per somministrare dieci ingredienti. Osservare le condizioni del paziente e agire
a seconda dei progressi ottenuti è certamente un processo naturale e non dovrebbe essere bollato come “inefficiente”. Sembra inefficiente semplicemente perché la scienza ha valorizzato la sostituzione degli invisibili ritmi della vita con il visibile movimento del tempo cronologico. Questa filosofia valuta il risul-tato più del processo e la conseguenza più dell’esperienza. Dovremmo riconsiderare se la soddisfazione che cerchiamo nella vita riguarda l’esperienza o il risultato. Il ritmo contenuto nel tempo ci concede una esperienza ricca e la certezza di essere vivi. Sotto il pretesto del positivismo si cela l’assurdità dello scienziato che accende la luce per studiare l’oscurità.
Una delle abilità fondamentali nella carpenteria tradizionale è il saper discernere a colpo d’occhio l’alto ed il basso di un pezzo di legno. Questo perché i carpentieri tradizionali credono che ogni pezzo di legno contenga la memoria del cielo e della terra in cui stava in montagna, e di conseguenza, non acquisirebbe una nuova vita se non fosse posizionato secondo questa memoria. La distinzione tra la parte anteriore e quella posteriore è egualmente importante. La parte anteriore è quella che era esposta al sole; mentre quella posteriore è ovviamente quella opposta. Gli alberi cresciuti sul fronte est di una montagna vengono usati come pilastri per il lato orientale dell’edificio; alberi cresciuti sul lato ovest vengono usati per la parte occidentale. I pilastri di ogni direzione vengono sistemati a seconda di come sono cresciuti nel loro terreno natale, si crede che in questo modo gli alberi possano acquisire una seconda vita. In effetti quando anche un solo pilastro viene posizionato sottosopra lo spazio risultante darà una sgradevole sensazione di squilibrio. Gli spazi tradizionalmente abitati dai giapponesi negli ultimi duemila anni erano costruiti seguendo questi metodi che armonizzavano i materiali viventi con la vita [Nishioka, (1993)]. La risultante sensazione di essere circondati da una vita intangibile era esattamente il senso di comfort che scelsero di coltivare.
Vediamo quindi che le basi dei metodi costruttivi riscontrabili nell’architettura lignea tradizionale giapponese differiscono da quelle dell’architettura occidentale. Tuttavia i metodi tradizionali sviluppati attraverso l’acquisizione di conoscenze empiriche non basterebbero per rendere l’architettura giapponese degna di essere chiamata “cultura”. La “cultura” nell’architettura giapponese sta nell’indivisibilità della sensibilità del carpentiere dai suoi metodi costruttivi. La scoperta di come la percezione o la consapevolezza individuale dell’intangibile possa essere usata nell’esecuzione di determinate tecniche in modo che queste acquistino Vita, questo è quello che i vecchi giapponesi chiamavano Waza (arte o abilità). L’affinamento di tali Waza o, in altre parole, l’affinamento della propria sensibilità – per riprendere l’esempio dell’architettura – è ciò che genera armonia con la sensibiltà dell’abitante e crea un senso di ricchezza e comfort nello spazio abitato.
Nella sua essenza, la cultura è la condivisione di determinati valori intangibili da parte di un popolo – la coscienza collettiva di un popolo che si raccoglie di fronte all’astratto.
Consideriamo il kimono tradizionale giapponese. Diversamente dagli indumenti occidentali, il kimono non è un oggetto compiuto in sé. Il vero prodotto non è il kimono, ma la stoffa di cui è fatto. Per sua natura, il kimono è composto interamente da varie pezze rettangolari. Può quindi essere riportato facilmente al suo stato di stoffa, semplicemente scucendolo. La stoffa può allora essere tinta di nuovo e riusata per fare nuovi abiti. Può passare in questo modo anche attraverso diverse generazioni di possessori. Questo concetto di rigenerazione è fondamentale per tale visione del mondo in cui tutto possiede vita.
La costruzione dei Nô di Ze-ami richiedeva addirittura una rispondenza con i morti. Il Nô è un’arte teatrale che include danza, canto e narrazione. La vicenda viene rappresentata da tre personaggi principali: il viaggiatore, il monaco ed il fantasma. Quello che Ze-ami richiedeva dagli interpreti non era né recitazione né l’espressione delle emozioni ma una diretta rispondenza ed armonizzazione con i morti. Il Nô per Zeami era un rituale di purificazione in cui i morti dovevano essere pacificati e rinascere. Questo grave tema introdotto da Zeami portò alla cultura giapponese il concetto di Yugen (general-mente tradotto con “penetrante e profondo”). Le esperienze percettive del Mono no Aware, del Wabi, del Sabi e dello Yugen, cruciali per la comprensione della cultura giapponese, sono tutte emerse dalla stessa visione del mondo, e per questo motivo potevano essere condivise dai giapponesi [Shinkawa, (1985)].
Il tempio di Ise, con i suoi millecinquecento anni di storia, è il più importante santuario dello Shintoismo. Nella porzione di foresta compresa nel recinto del tempio, un preciso rituale è stato ripetuto ogni mattina ed ogni sera durante tutta la storia del santuario. Questo rituale chiamato Higoto-Asa-Yu-Ohmikesai implica la pulizia del santuario e l’offerta di cibo allo Spirito. L’autosufficienza è la regola. Tutte le offerte devono provenire dall’interno del recinto del tempio. Il santuario possiede i suoi orti e giardini da cui vengono raccolti riso, vegetali e frutta;
saline in cui il sale viene estratto secondo gli antichi metodi. Ed un pozzo che non si è mai prosciugato in questi millecinque-cento anni. Il cibo viene preparato con un fuoco spiritualmente purificato, chiamato Imibi, acceso ruotando un punteruolo di legno su una tavoletta anch’essa di legno – metodo risalente al periodo Yayoi – mentre le stoviglie, di terracotta non smaltata, sono cotte nel forno del tempio. L’aspetto più notevole del tempio di Ise è il rituale dello Shikinen Sengu. Questo rituale consiste nel completo disassemblamento e ricostruzione del tempio ogni vent’anni. I materiali da costruzione per i nuovi edifici provengono interamente dalla foresta del tempio. Con questi materiali gli edifici vengono ricostruiti con la stessa identica forma e nuovi alberi vengono piantati al posto di quelli rimossi per essere utilizzati nella ricostruzione rituale di duecento anni dopo [Yano, (1993)]. Queste attività, ripetute per un periodo di millecinquecento anni, illustrano la visione del mondo del tempio senza l’uso del linguaggio.
In questo modo, l’idea che la vita esiste ovunque è stata la corrente sotterranea della la cultura tradizionale giapponese. Riconosceva la vita in tutte le cose portando alla certezza di una armonia tra tutte le cose che scorre ininterrottamente dal passato al futuro.

Capitolo successivo #3 L’idea di corpo nell’ascetismo

1Journal of Sport and Health Science, Vol. 2, 8-24, 2004. http : //wwwsoc.nii ac jp/jspe3/index.htm.

Sources des images

  • Estampe : Le moineau sur le camélia enneigé.  Auteur : Utagawa Hiroshige 1 (1797-1858). Bibliothèque nationale de France, département Estampes et photographie
  • Estampe : Les scieurs dans les montagnes de Tôtômi ( Tôtômi sanchû ) : Les « Trente-six vues du mont Fuji » ( Fugaku sanjû-rokkei ), 19 e vue. Auteur :    Hokusai Katsushika (1760-1849) Bibliothèque nationale de France
  • Stillfried & Andersen. Views and costumes of Japan d’après des négatifs de Raimund von Stillfried, Felice Beato et autres photographes. Vers 1877-1878.

Mostra di calligrafie a Roma

P1060390Martedì 31 maggio nel primo pomeriggio abbiamo montato la mostra delle calligrafie del Maestro Tsuda nella biblioteca Rispoli che si trova a due passi dalla centralissima piazza Venezia a Roma !  Per la mostra la direttrice della biblioteca era un po’ preoccupata non sapeva cosa aspettarsi. Bisogna mantenere un certo livello…
Quando le calligrafie hanno preso il loro posto, è rimasta stupita, ha detto : “Che finezza, che eleganza” . E io aggiungerei che respiro! E’ bello vedere le calligrafie del Maestro Tsuda che creano un ambiente in un posto così e dove è così improbabile entrare.Lire la suite

#1 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

In quattro sezioni : 1 Lo scenario della morte nella società moderna. 2 Percepire la vita in tutte le cose. 3 L’idea di corpo nell’ascetismo. 4 La filosofia del Kata

Al cuore di una cultura si trova una determinata visione del corpo, questa visione decide quali esperienze percettive questa cultura sceglie di apprezzare. Cercando di compiere queste esperienze, vengono stabiliti alcuni principi per muovere e trattare il corpo, questi principi
stabiliscono poi la base per la padronanza delle abilità essenziali che compenetrano tutti i campi dell’arte, creando delle ricche fondamenta su cui la cultura stessa può prosperare. La cultura del Giappone tradizionale, disintegrata dalla restaurazione Meiji, possedeva, appunto, questo tipo di struttura. L’idea di corpo, le esperienze percettive condivise ed i principi del movimento che esistevano nella cultura tradizionale giapponese erano radicalmente diversi da quelli che arrivarono dall’Occidente e che furono ciecamente disseminati dal governo giapponese a partire dalla Restaurazione Meiji. Questo articolo discute le deboli basi del Giappone moderno in quanto cultura costruita sulla distruzione delle proprie tradizioni ed esplora la possibilità di dar vita ad una nuova cultura guardando alla struttura delle propria perduta tradizione culturale.Lire la suite

Uscire dal dualismo

Di Régis Soavi

Soulevez le ciel puis repoussez la terre_TSUDA_WEBAffrontare il tema omote-ura nell’Aikido mi evoca immediatamente yang-yin ( in giapponese yo/in).
Ciononostante in occidente la tendenza generale è di percepirlo in maniera manichea; si oppongono l’uno all’altro, si dividono tra il luminoso e l’oscuro, si categorizza, si dice positivo e negativo, oltre a tutti i riferimenti che questo ci fa tornare in mente, scolastici o anche sessisti. È molto facile, abbiamo delle abitudini, non ci pensiamo neanche.

Si rappresenta il Tao disegnato a due dimensioni, o meglio sotto forma di sfera dove lo yin e lo yang si compenetrano, ma in realtà ognuno resta al suo posto: tu, io, lui, l’altro.
Si disserta filosoficamente dell’uno o dell’altro, si dimenticano i grandi pensatori cinesi: Lao Tsu, Chouang Tseu, Li Tseu, o Sun Tse, per citare i più conosciuti.
Il nero o il bianco, lo yin o lo yang. Ed il grigio cos’è?
Se si resta in un pensiero dualista, è un miscuglio dei due.
Il mio Maestro Itsuo Tsuda non citava praticamente mai omote o ura, del resto dava raramente un nome giapponese a ciò che faceva o mostrava. Perfettamente bilingue, ha sempre preferito il francese per le sue spiegazioni, particolarmente nei suoi libri che scriveva di getto, senza quasi alcuna correzione.
Sapeva guidare la nostra sensibilità e farci sentire grazie alla pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore), dello yuki, e soprattutto attraverso il suo tocco o anche la sua presenza silenziosa, questo mondo non dualista che era venuto a farci scoprire.

Scoprire con il corpo

Aikido, è scoprire con il proprio corpo, voglio dire fisicamente, concretamente, sentire scorrere i fluidi seguendo i circuiti a tendenza yin o yang.

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Quando durante una seduta si cita omote o ura, si cita generalmente solo l’insieme del movimento, la sua tendenza, eventualmente il suo finale.
E’ la respirazione che può aiutarci a comprendere meglio, sentire, di cosa si tratta. È meglio cominciare lavorando con un ritmo piuttosto lento, se si va troppo veloce all’inizio è grande il rischio di non riuscirci. Ci si concentra sulla respirazione, si segue l’inspirazione, l’espirazione, ci si muove concentrandosi sulla sensazione interiore, si può lavorare su esercizi di questo tipo con un partner chiudendo gli occhi e rimanendo concentrati sul centro. Le braccia per esempio si aprono o si chiudono indipendentemente dalla nostra volontà, obbediscono ad una necessità che nasce dallo yin o dallo yang.Soulevez le ciel puis repoussez la terre_en action_ Regis Soavi_HORIZ-1_WEB

Se si vuole praticare l’Aikido come pratica del Non-Fare, tutto il lavoro si fa al livello del sentire, si scava, si approfondisce e poco a poco qualcosa si muove in noi; ed un giorno ci si rende conto che si è superato qualcosa. Questo muro che ci bloccava, che rendeva la nostra tecnica dura o incerta, e quindi artificiale, completamente fuori dalla realtà, è caduto. È in quel momento che ci si sente liberi, così liberi. La ricerca allora prende tutt’altra piega. La percezione dello yin, dello yang diventa un’evidenza. È qualcosa che ho difficoltà a spiegare a parole, perché tutto diventa semplice: i gesti, gli spostamenti, non c’è più mentalizzazione. E’ diretta a partire dal centro, e inoltre, una grande dolcezza si instaura in noi, una dolcezza che può essere yin o yang, ma che in ogni caso è molto forte, una dolcezza di una grande potenza che agisce e sa agire in armonia con il partner o l’avversario, se eventualmente le circostanze ci hanno portato in una situazione tale che colui che si trova di fronte a noi si comporti così. La tendenza durante l’inspirazione è piuttosto verso l’apertura e dunque yin; l’espirazione chiude il corpo e la sua tendenza è yang. Con la sola respirazione già si possono sentire, se si è attenti, lo yin e lo yang, ma non sono che l’espressione e la direzione di una energia che si è materializzata.
La parte visibile, quella che il corpo fisico potrà eventualmente utilizzare, è pronta.
Nel corpo la parte anteriore, il davanti, è yin e la schiena è yang, anche se le gambe sono yang davanti e yin dietro: questo è ammesso in tutte le scuole, ma il passaggio del ki dall’uno all’altro è raramente esplicitato nelle arti marziali, se ne parla spesso solo in generale.
Il mio incontro con il Itsuo Tsuda, la pratica del Katsugen undo, la scoperta del Seitai del Maestro Haruchika Noguchi sono state determinanti nella mia ricerca e mi hanno permesso una comprensione del corpo, del suo movimento che mi era mancata fino ad allora. Certe zone che erano rimaste vaghe nell’insegnamento dell’Aikido, come l’hara, sono diventate estremamente precise nel Seitai. Si può per esempio verificare lo stato dei «tre punti del ventre». Il primo che deve essere yin, il secondo che deve essere neutro, ed il terzo yang, bello positivo e reattivo.
«Lo scopo del Movimento rigeneratore è di regolarizzare il nostro organismo, di seitaizzarlo.
Regolarizzare il nostro organismo non è necessario solo per essere in salute. Qualunque sia il genere di attività che si eserciti, che si tratti di fare calligrafia, di disegnare o di praticare le arti marziali, bisogna prima di tutto cominciare col regolarizzare il nostro organismo, altrimenti si rischia di mancare il bersaglio»1

Non-fare e non dualismo

Nell’Aikido lasciamo il ki sorgere dal seika tanden, dall’hara (3° punto del ventre nel Seitai), e la sua tendenza è yang perché risulta dalla forza che viene dalla schiena, forza che non si esprimerà nelle spalle, come si vede troppo spesso, ma naturalmente grazie al koshi.
Il punto di passaggio di questa forza, di questo ki diventato yang, è la 3° vertebra lombare che è appunto in posizione yin nella colonna vertebrale. Se si visualizza la respirazione addominale si constata che l’inspirazione yin gonfia l’addome e prepara l’atto che sarà yang, nello stesso tempo, il ki discende lungo la colonna vertebrale ed irriga l’insieme del corpo.2
Quando il ki esce direttamente al livello del centro la sua tendenza quindi è yang, ma in funzione del circuito che prende si esprimerà sotto forma yin o yang. Se segue i circuiti interni del ventre, delle braccia, la parte anteriore del corpo, allora diventa yin, altrimenti la sua espressione è yang. La forza che ne risulta sarà yin o yang anche in funzione del momento in cui viene utilizzata.
Perché ovviamente, in un mondo non separato, anche il tempo fa parte di questa unità. Anche se si può rallentare o accelerare il momento di un impatto per esempio, così da trovarsi in modo molto preciso nel posto giusto, al momento giusto, con la respirazione giusta ed il ki giusto, tutto ciò non accadrà se non grazie alla coordinazione che riuscirà a fare il nostro «sistema involontario». È precisamente qui che l’insegnamento di Itsuo Tsuda ha apportato degli elementi decisivi. Perché, facendoci entrare nel mondo della sensazione, insistendo sul Non Fare, e permettendoci di scoprire il non dualismo, ci ha dato delle chiavi che possiamo utilizzare ancora oggi, perché sono alla portata di tutti, come i suoi libri testimoniano.

Yin e yang

Se si scompone un movimento come ryo te dori ten chi nage nella forma omote, uke arriva con una forza yang. È nel pieno dell’espirazione, tori lo riceve alla fine del suo yang, lo yin è già cresciuto in lui, è diventato incomprimibile, crescerà ancora e andrà a sommergere uke. Poi è la volta dello yang di crescere, lo si constata per il fatto che le braccia si girano, questa volta è la linea di demarcazione tra yang e yin che passa dal basso verso l’alto. Ma per uke il movimento è cominciato all’inizio dell’ispirazione, non potendo resistere si stacca e cade come quando un frutto è maturo e cade nella mano. Nella forma ura, tori deve aspettare perché lo yang è ancora troppo potente, gira per deviare questa forza ma appena ricostituisce la sua forza yin, può utilizzare allora lo yang per ripartire in omote o lasciare che lo yin continui il suo lavoro fino all’avvolgimento totale dell’uke.

Tenshin-nage-ura_COMMENT LE YIN DEVIENT YANG DANS TEN CHI NAGE URA_HORIZ_WEB
Lo stesso nel kokyu ho, ci sono differenti modi di fare: o si proietta subito la forza yang, oppure si lascia crescere la forza yin per utilizzare alla fine lo yang. Anche lì tutto dipende dalle condizioni, dal momento, dal partner.
La forza yang è più diretta, più dirigista rispetto allo yin, ma è facile che ci indurisca. I padri troppo autoritari conoscono questo problema con i loro figli e la rottura è spesso consumata al momento dell’adolescenza.
La forza yin è avvolgente, dolce ma alle volte mal utilizzata, come fanno certe madri. Rischiano di imprigionare il bambino e faticherà ad uscire dall’impronta e dal nido famigliare.
Idealmente lo yin quando finisce permette lo spiccare il volo del luminoso, dopo il lavoro interiore, « oscuro », della preparazione che è l’infanzia, un vero distacco senza rottura, come il frutto maturo che si stacca dall’albero al momento giusto. Lo spiccare il volo del luminoso è la libertà senza pensiero. La possibilità di essere il proprio TAO. Semplicemente la realizzazione dell’essere.

Le sfere del corpo

SPHERES_Irimi_WEBIl nostro corpo si presenta tra l’altro con una superficie esterna: la pelle, è in qualche modo la sfera materiale. Ma noi non siamo limitati dalla pelle, la pelle delimita solamente le yin interno dallo yang esterno, ura e omote. Questa superficie è una sfera che ha preso la forma di essere umano.
Al di là di questo esiste un’altra sfera che ognuno può sentire istintivamente. Si presenta piuttosto sotto la forma di un uovo deformabile in funzione dei bisogni. Questa sfera è spesso rappresentata dalle religioni, viene chiamata Mandorla o Aura. È la rappresentazione visuale di una realtà avvertita da popoli interi, e mantenuta viva nelle arti marziali. Anch’essa è yin all’interno e yang all’esterno con un limite estremamente preciso, si può così constatare che ciò che è yang rispetto alla pelle è yin rispetto alla sfera energetica.

Irimi e tenkan

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Quando si fa irimi per esempio, si fa entrare uke nella nostra sfera yin, gli si dà sollievo del suo ki yang in eccesso diventato duro, rigido, si normalizza il suo terreno, gli si permette di ritrovare un equilibrio interno. Poi in irimi nage si finisce con un movimento yang, che provocherà in lui il desiderio di cadere per evitare il peggio. D’altra parte in tenkan le due sfere si sfiorano e si compenetrano solo al livello della mano. Le superfici yang spinte, sostenute dallo yin interno, diventate forti, si affiancano, si respingono e scivolano l’una contro l’altra.
Se tori fa scivolare il gomito entrando nella sfera di uke, allora il suo movimento yin crescerà fino a sommergere uke che, anche in questo caso, cadrà per evitare gli inconvenienti di questo rovesciamento di situazione.
Nella nostra scuola, la prima parte della seduta di Aikido è una pratica solitaria. Uno degli esercizi consiste nel sollevare le braccia con le palme rivolte verso il cielo, poi nell’abbassarle. Itsuo Tsuda ci diceva: «Sollevate il cielo poi respingete la terra.» Ci sono diversi modi di fare questo esercizio. Se si cerca di sollevare con lo yang le spalle si contrarranno, se si cerca di respingere la terra con lo yin si resterà incastrati al centro del movimento. Alzare le braccia facendo corpo (yin) con il cielo e scendere in armonia con la terra (yang), era questo tipo di lavoro, di visualizzazione, che ho iniziato con il mio Maestro e che continuo da più di quarant’anni.
Rendere cosciente la circolazione del ki, migliorare la nostra percezione di questo movimento, di questa sfera di energia, di cui molti parlano ma che pochi percepiscono chiaramente, è così che concepisco il mio lavoro attualmente.
Permettere la normalizzazione del terreno delle persone che vengono al dojo, dare loro gli strumenti visibili o invisibili, consci o inconsci per permettergli di giungere all’indipendenza, all’autonomia, alla libertà interiore.
Per questo la presa di coscienza di omote-ura, in quanto espressione dello yang-yin, è a mio avviso indispensabile.

Articolo di Régis Soavi sul tema Omote-Ura, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 11) nel mese di gennaio del 2016.

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  1.  Estratto della conferenza Regolarizzare l’organismo di Noguchi Haruchika sensei, tradotta in francese da Tsuda Itsuo (trad. it. Il triangolo instabile, capitolo XIX).
  2.  Il Maestro Noguchi Haruchika preconizzava d’altra parte l’esercizio Sekitsui Gyōki – 脊椎行気法 o Respirazione attraverso la colonna che si fa a partire dai « secondi punti della testa » e che permette la normalizzazione del terreno (dell’insieme del nostro corpo, beninteso in modo unitario, fisico, mentale, ecc).
  3. Foto di Régis Sirvent e Jérémie Logeay

Seduta dimostrativa di Aikido

« La respirazione, secondo la mia esperienza, é il fondamento stesso dell’Aikido. »
Itsuo Tsuda. La Via della Spoliazione

12642888_741882999280519_8659533301302351964_nL’insegnamento che abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere ci permette di constatarlo, quando siamo tranquilli nel nostro dojo, che é prezioso perché favorisce, ma anche quando siamo in trasferta, poiché é  dentro di noi.

E’ stata organizzata dal Dojo Bodai una seduta dimostrativa di Aikido il 30 gennaio 2016. Ed è stato un vero piacere per tutti quelli che se ne sono occupati. Ci saranno dal mese di febbraio delle sedute ogni mercoledì alle ore 20 per permettere, a chi volesse, di scoprire l’Aikido della Scuola Itsuo Tsuda. Il dojo che ci ha ospitati e che ci ospiterà per le sedute regolari è un dojo dove si pratica essenzialmente Judo, è situato a Francavilla, a 250 km da Roma sull’altra sponda, sul mare Adriatico e si trova al confine con Pescara, dove il dojo Bodai ha già organizzato in precedenza una lettura con presentazione della nuova edizione Yume de’ « Il Non Fare » e uno stage di introduzione al Katsugen Undo.

Clicca sulle foto per ingrandirle :

Kokyu rivelazione dell’unità dell’essere

Di Régis Soavi

In uno dei suoi libri Itsuo Tsuda ci dà il suo punto di vista su Kokyu :

Cover_ItsuoTsuda_LaViaDellaSpoliazione_WEB«Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di ”kokyu”, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha “kokyu”, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di ”kokyu” per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il “kokyu” non si spiega, si acquisisce.
Quand’ero giovane, ho visto un operaio lavorare con il suo cacciavite su macchinari molto arrugginiti. Ho provato a svitare, ma invano, tanta era la ruggine. Per lui, la cosa non poneva alcun problema, svitava con facilità, non perché fosse più forte, ma perché aveva il “kokyu”.
Quando si acquisisce il “kokyu”, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora «indomabili», divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.
Il ki , il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.
Un maestro di arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro, si dice. I Francesi sanno farli tacere infilando loro uno zuccherino in gola. È astuzia, è un trucco, ma non è kokyu, respirazione, che è tutt’altra cosa.»

Itsuo Tsuda, La Via della Spoliazione – Yume Editions

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Misogi del primo gennaio

Le note che seguono hanno la funzione di ritracciare le origini e i momenti importanti della preparazione e dello svolgimento del Misogi del primo gennaio così come si pratica nei dojo della Scuola Itsuo Tsuda. Non sostituiscono in nessun modo la trasmissione orale e il vissuto della cerimonia, sono delle indicazioni non un procedura imposta da seguire. Per aiutare a entrare meglio nell’ambiente di questi momenti, sembra utile presentare questo testo basandosi sui tre ritmi della tradizione giapponese: jo -ha -kyu.
Ecco sull’argomento, qualche estratto del libro di Itsuo Tsuda, La scienza del particolare: « Studiando il teatro Nō, ho conosciuto i tre ritmi: jo -lento, ha -normale, e kyu -rapido […]. Jo significa introduzione, ha rottura, cambiamento, e kyu rapido […]. I frutti crescono gradualmente (jo), maturano a vista d’occhio (ha), e di colpo si staccano dai rami (kyu). »

Origine e preparativi (jo)

La vita dei dojo della nostra Scuola è ritmata da diversi cicli temporali. Tra quello che inizia con la creazione del dojo e quello, quotidiano, delle sedute di invitation misogiAikido, si trovano il ciclo plurisettimanale delle sedute di Katsugen undo, il ciclo stagionale degli stage e quello annuale del Misogi del primo gennaio.

 

Misogi è una pratica che viene dallo Shinto pre-buddista. Lo Shinto o Kami-no-michi, via degli Spiriti della Natura o via degli Antenati non è una religione come si intende in Occidente. Una religione nel senso occidentale comprende una dottrina, dei rituali e una morale. Nello Shinto, non ci sono né una dottrina ben definita né una morale, restano dei rituali tra cui si trova Misogi. È nel Kojiki (Cronache dei Fatti Antichi) che si trova la prima traccia scritta di questo termine, e più precisamente nel passaggio in cui Izanagi, volendo sbarazzarsi dello sporco preso quando era passato dal regno dei morti, andò a fare delle abbluzioni –misogi– in un corso d’acqua.

Noh-okina

Questo rito, in Giappone, si svolge in molti luoghi, in particolare nei dojo di arti marziali ma anche nei teatri Nō. Nel caso dei dojo di arti marziali, prende generalmente la forma di una seduta intensiva che si tiene dopo l’inizio dell’anno solare. Nei teatri Nō, la cerimonia porta il nome del brano che viene rappresentato: Okina. Esso ha luogo unicamente il primo giorno dell’anno o nelle grandi occasioni. Le porte del teatro sono chiuse durante il suo svolgimento, cosicché le persone in sala prendano parte al Misogi con gli attori. La loro entrata in scena è preceduta da diversi rituali che possono variare da una scuola all’altra, tra questi, si trova  kiribi: un assistente batte delle pietre focaie davanti ad ogni attore e poi sulla scena. Il momento centrale del Misogi è  Okina. Composto da tre danze, è il brano più antico del repertorio, non ha una trama narrativa. Quando è soltanto recitato, porta il nome di  Kami Uta che il Maestro Tsuda ha tradotto con Nō divino.
Nel suo dojo a Parigi, egli aveva scelto per il Misogi una forma che deriva da quella praticata nei teatri Nō. Nei giorni precedenti l’inizio dell’anno, così come lo shite -attore principale- dell’Okina, rallentava le sue attività. Il giorno della cerimonia, recitava il Nō divino dopo che uno dei praticanti aveva battuto le pietre focaie. Un anno in cui condusse il Misogi a Ginevra, aveva detto ai suoi allievi che potevano, in sua assenza, fare la prima parte della pratica respiratoria al posto della recitazione del Nō divino. Dopo la morte del Maestro Tsuda, Régis Soavi, che fu suo allievo per dieci anni, propose, nei dojo dove insegnava, di associare un elemento live -la prima parte della pratica respiratoria e in particolare la recitazione del Norito– a una registrazione del Nō divino recitato dal Maestro Tsuda e realizzata negli ultimi anni della sua vita.

Misogi è generalmente tradotto con purificazione, ma bisogna evitare di cercarvi una connotazione morale. Misogi non significa diventare buoni, gentili o smettere di essere cattivi… Bisogna intendere questo termine ‘purificazione’ come sinonimo di spoliazione. Per estensione di questa traduzione, se si considera che quando si purifica una sostanza essa si addensa, si concentra, si può considerare questo rito come un processo di ricerca e di scoperta della concentrazione. Il Misogi del primo gennaio è una festa, è una cerimonia laica con origini rituali giapponesi.

De droite à gauche : Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda lors du 1er janvier 1971
Da destra a sinistra: Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda al 1 ° gennaio 1971. Collezione privata di Madame Noro Tavel

I preparativi per la cerimonia iniziano in generale verso la metà dell’autunno. Ciò che attira in primo luogo l’attenzione è la creazione dell’invito che sarà mandato alle persone che i membri del dojo desiderano invitare al Misogi. È un momento privilegiato per far scoprire il dojo a persone a noi vicine, che siano più sensibili alla concentrazione della cerimonia o al lato più conviviale che segue con il brindisi con il sake. Verso la fine di novembre, un gruppo di persone, in generale i membri del consiglio direttivo, predispone il planning e la lista dei compiti da svolgere, in particolare per quanto riguarda le pulizie del dojo. La parola “pulizie”, intesa nel senso di abluzione, è quindi la traduzione prima di Misogi. Così come Izanagi si bagnava nel fiume, il dojo si lava abbondantemente. Quello che potrebbe essere visto come un compito noioso è spesso un momento gioioso, scaglionato su uno o due week end in mezzo al mese di dicembre. È il momento di pulire 202493_124932644336910_2084791010_oposti un po’ dimenticati nel resto dell’anno e di alleggerire gli armadi da certi oggetti non utilizzati, che a volte continueranno la loro vita a casa di qualcuno, in ogni caso lontano dal dojo. I pranzi in comune durante le giornate di pulizie sono l’occasione di spiegare ai nuovi lo svolgimento della cerimonia e di cominciare a vedere chi sarà presente e chi vuole partecipare.

 

560830_124933077670200_1026697845_nTra i  ruoli importanti, possiamo citare: la persona che conduce la seduta, quella che batte le pietre focaie, le persone che vogliono praticare, quelle che si occupano dell’accoglienza e di far prendere posto alle persone che assistono, la persona che fa partire la registrazione del Nō divino. E anche quella che va a comprare il saké, quelli che lo servono, quelli che coordinano la lista dei piatti e dolci portati per accompagnare il saké. Torneremo più avanti su alcuni punti specifici. Si può comunque già dire che è difficile pensare che la persona che conduce la seduta o quella che batte le pietre focaie debbano anche gestire, per esempio, il servizio del saké. Tutto questo implica quindi l’impegno di un numero notevole di persone nell’ottica di uno svolgimento piacevole per tutti del Misogi.
Nelle settimane che precedono la cerimonia, viene presa una decisione riguardo alla persona che condurrà la seduta e quella che batterà le pietre focaie. Questa scelta è sempre una convergenza tra un desiderio individuale e un desiderio collettivo. Non è raro che dei nomi emergano rapidamente durante le discussioni, è in ogni caso incongruo pensare che una persona o l’altra dovrebbe condurre perché non l’ha mai fatto! È apprezzabile anche che una certa intesa ci sia o si crei tra queste due persone. Succede a volte che un dojo inviti un membro della Scuola che pratica in un altro dojo, per condurre il Misogi, è comunque poco frequente. È preferibile che queste due persone  si immergano nell’ambiente dei preparativi della cerimonia. La loro presenza è quindi benvenuta durante le giornate di pulizie ed è indispensabile durante le prove (in generale una o due) dello svolgimento della cerimonia. Queste prove non hanno lo scopo di arrivare a una perfetta esecuzione ma piuttosto permettere ai partecipanti di sentire la concentrazione necessaria. Misogi potrebbe essere visto come uno spettacolo, per quanto il suo svolgimento è regolato minuziosamente, ma non si tratta di questo.

Prima della cerimonia (ha)

È fondamentale che I praticanti si organizzino in modo che l’essenziale per non dire la totalità delle questioni che si pongono e dei compiti da svolgere siano risolti il più in anticipo possibile rispetto al 31 dicembre. Questo ultimo giorno dell’anno -a parte la seduta mattutina di Aikido- non vedrà che un’ultima pulizia dei tatami e la creazione di un ikebana o di un mazzo di fiori. Il dojo sarà allora lasciato a riposo fino all’indomani mattina. Questo spazio temporale senza attività, che permette al luogo di vuotarsi, si chiama Ma in giapponese. È un preambolo essenziale al buon svolgimento del Misogi.

dojo

Il mattino del primo gennaio, la persona che conduce la cerimonia è probabilmente tra i primi a entrare al dojo. Se per caso, la incrociamo, non dobbiamo parlarle o preoccuparcene. Le sue prime parole quel giorno saranno per la recitazione del Norito.
Intorno alle dieci, i partecipanti cominciano ad arrivare. Sono accolti, idealmente, da due persone, una che praticherà e l’altra no. La seconda si incaricherà di fargli prendere posto mentre la prima, all’ora stabilita, chiuderà la porta del dojo.
Il tempo, relativamente breve, tra l’apertura del dojo e l’inizio della cerimonia è un momento particolare. Usciti dalle strade addormentate, a volte un po’ annebbiati dalle feste della vigilia, tutti scoprono allora il dojo bello e pulito come non mai. Siamo qui, il nuovo anno comincia!
Verso le dieci e venti, le persone che assistono sono sistemate sui tatami, davanti al tokonoma; un passaggio viene lasciato dietro di loro. La persona che conduce e quella che batte le pietre focaie hanno preso posto una di fronte all’altra. I praticanti si coordinano per uscire dagli spogliatoi e posizionarsi.

La cerimonia (kyu)
Régis Soavi lors du misogi 2012 au Dojo Tenshin
Régis Soavi al Dojo Tenshin il 1 ° gennaio 2012

Tra le dieci e venticinque e le dieci e trenta, il praticante incaricato dell’accoglienza chiude la porta così come la tenda, creando così uno spazio doppiamente chiuso.
Posizionandosi alla vista di colui che batte le pietre focaie, segnala che la cerimonia può cominciare. La persona che conduce avanza dall’angolo in cui era, per lasciare un passaggio dietro di sé.Les silex
Al momento opportuno, la persona incaricata delle pietre focaie le prende dalla scatola. Poi si alza e con un passo semplice e concentrato, fa il giro del dojo, fermandosi in ogni angolo per battere per due volte e ben alte le pietre focaie, che producono delle scintille che forse sarà la sola a vedere. Tramite quest’atto e questo percorso, materializza lo spazio sacro nel quale si trovano tutti i partecipanti.Capture1
Una volta finito ciò, sistema le pietre focaie nella loro scatola e raggiunge gli altri praticanti. La persona che conduce si alza per il saluto alla calligrafia. Contrariamente alle sedute quotidiane, non saluta con un’arma ma utilizza un ventaglio bianco che non verrà aperto.Come detto sopra, il Norito saranno le sue prime parole. Momento particolare, che nel quotidiano aiuta a fare il vuoto e permette il passaggio dalla vita corrente alla seduta, la recitazione prende quel giorno un’intensità più forte del solito.  La pratica respiratoria che segue è più breve, come nelle sedute di Ame no ukihashi ken.
Per concludere la cerimonia, si ascolta la registrazione del Nō divino recitato dal Maestro Tsuda. Questo documento sonoro ci permette di continuare a celebrare, in una forma che ci appartiene ma con uno spirito intatto, il Misogi come lui l’aveva fatto scoprire ai suoi allievi.

Le porte del dojo vengono riaperte verso le undici e un quarto, la sistemazione delle tazze da saké e delle cose da mangiare che l’accompagnano lascerà a tutti il tempo di ritrovarsi per festeggiare il nuovo anno.

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1. Sources : Armen GODEL, joyaux et fleurs du Nô. Édition Albin Michel 2010 et http://www.the-noh.com/en/plays/data/program_067.html

Kokoro

Testo di Haruchika Noguchi, fondatore del Seitai e del Katsugen undo.

Guillemet

Il kokoro che risiede nel più profondo dell’uomo possiede delle facoltà inestimabili; le sue possibilità sono tanto illimitate e inesauribili che, se si unifica il ki e lo si concentra tutto in esso, non ci si ritroverà mai incapaci o impotenti. Tutto cambia, e non solamente il corpo, quando il ki si centra e si concentra nel kokoro. Coloro che lo mettono in pratica mi commentano in seguito i cambiamenti vissuti.

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Haruhika Noguchi Photo : Seitai Kyokaï

Molti associano la parola kokoro alla volontà, ma questa, di fatto, non possiede virtù proprie; invece, al posto di pretendere di riuscire qualcosa a forza di volontà, se visualizziamo semplicemente che ci arriveremo, il nostro desiderio diverrà realtà. Chiunque sa utilizzare il proprio kokoro vedrà la realizzazione dei propri desideri.

Dalla notte dei tempi ad oggi l’essere umano ha inventato un numero incalcolabile di cose. Ecco qui una tavola. Questa non esiste da sempre, è nata dall’uso della visualizzazione. La visualizzazione precede sempre ciò che esiste; solo dopo interviene la parola. Se noi procediamo in questo stesso ordine, passo passo, senza deviare e con fermezza, il nostro desiderio si realizzerà. Allora i diversi mondi attraverso i quali evolve l’Umanità si amplieranno ulteriormente. L’uomo è così.

Chiunque non sente più emergere il desiderio nel proprio kokoro è vicino alla fine; anche se si mantiene in vita è già a metà morto. Chiunque non sperimenta più dei nuovi desideri diventa vile e manca di slancio. Se tutti realizzassero che grazie al kokoro si aprono dei nuovi cammini nella vita, se si moltiplicassero coloro che lo sanno, io proverei una grande gioia.

Ultimamente osservo gli occhi dei bambini dell’asilo: quanti hanno già perso la loro fiamma! E lo constato ancora di più tra i bambini delle elementari. Questo è dovuto, credo, al fatto che siano già condizionati dall’istruzione ricevuta, hanno perso la motivazione, hanno già ucciso il loro desiderio. Che peccato. Se tutti noi collaborassimo a creare un mondo in cui brillino gli occhi di tutti i bambini e dei giovani, e in cui anche s’illuminassero tanto i nostri quanto quelli di coloro che ci circondano, allora il mondo evolverebbe più vivo e più gioioso. »

Testo preso dalla rivista Zensei (Barcellona) n° 28, (1° trimestre 1982)
Tradotto dallo spagnolo in francese ed italiano dalla Scuola Itsuo Tsuda
Titolo in spagnolo: EL CORAZON
Autore Haruchika Noguchi

© Seitai Kyokai, Zensei,
1-9-7 Seta, Setagaya-Ku, Tokyo, Japon

Dojo Ryokan, Ancona

Ryokan, via Mamiani, 18/b, 60125, Ancona
tel. 333 44 999 42 – Email

dojo Ryokan Ancona

L’Associazione Ryokan, creata nel settembre del 2005 ad Ancona, è una Associazione culturale senza scopo di lucro. Questa è la forma che scelse anche il M° Tsuda per realizzare ciò che potesse avvicinarsi di più a un dojo tradizionale giapponese: un luogo riservato alla Pratica Respiratoria del M° Itsuo Tsuda, l’Aïkido e il Katsugen Undo (Movimento rigeneratore).

Il Dojo Ryokan si differenzia da una palestra in cui si susseguono corsi di discipline diverse. Questa particolarità permette di preservare l’ambiente necessario alla scoperta della pratica del “Non-fare”.

La pratica regolare

 AïkidoKatsugen Undo
Movimento rigeneratore
Martedi6:45
Mercoledi18:3020:15
Giovedi6:45
Venerdi18:3020:15
Sabato8:0010:00

Il calendario delle sedute può subire variazioni.
La pratica del Movimento rigeneratore deve iniziare con uno stage.
Abbigliamento per l’Aikido : kimono
Abbigliamento per il Movimento rigeneratore : abiti comodi

 AikidoKatsugen Undole due attività
Tariffa per mese60€50€90€
Fino a 18 anni30€

Seduta di prova gratuita

Quota Socio aderente alla Associazione culturale Ryokan € 5 annuale, da versare al momento dell’iscrizione

Quota Socio aderente alla Scuola Itsuo Tsuda € 15 annuale, da versare al momento dell’ iscrizione

Dojo Bodai, Roma

Via R. R. Pereira, 169 – 00136 Roma.
Tel 334-8999061 – Email

Dojo Bodai Roma

Visita il blog http://www.bodairoma.it/ del dojo Bodai Roma

La pratica regolare

Orari

 AikidoKatsugen Undo
Movimento rigeneratore
Mercoledi19:3021:00
Venerdi19:3021:00
Sabato08:0010:00

Per iscriversi alla pratica regolare di Katsugen Undo occorre aver partecipato a uno stage.

Tariffe
Pratica regolare
Aikido e Katsugen Undo 70€ al mese
Aikido 50€ al mese
Katsugen Undo 50€ al mese

per i minori di 18 anni 50% su tutte le quote

Stage Aikido e Movimento rigeneratore

22-24 febbraio, condotto da Manola Di Pasquale;

26-28 aprile, condotto da Nils Bronkhorst,

31 maggio-2 giugno, condotto da Manola Di Pasquale. 
Per iscriversi ad uno stage che si svolge presso il dojo Bodai,  scrivi a questo indirizzo Email.

Per conoscere lo svolgimento degli stage di Régis Soavi Sensei e consultare il calendario: vedere la pagina stage.

 

Come raggiungere il dojo

Da staz.Termini: metro linea A dir. Battistini fino a Cipro, poi autobus n. 990 o n. 999 fino a largo Maccagno.

Da staz. Ostiense o Trastevere: FM3 dir. Cesano- Viterbo fermata Appiano – Proba Petronia oppure Balduina.

Dojo Scuola della Respirazione, Milano

via Fioravanti, 30 – 20154, Milano
tel 0039-02-34932037
0039-02-66805621 – Email

Visita il blog  http://www.scuoladellarespirazione.org/   del dojo.

Dojo Scuola della Respirazione, Milano

Ispirandosi al lavoro del Maestro Itsuo Tsuda, il Dojo Scuola della Respirazione è nato a Milano nei primi anni ’80. Si tratta di una scuola  » senza gradi « , slegata da ogni federazione e autonoma nel suo funzionamento.

Essa si prefigge di far conoscere una filosofia praticata in particolare dai Maestri Morihei Ueshiba (Aikido) e Haruchika Noguchi (Katsugen undo), così come si trova espressa nelle opere di Itsuo Tsuda. Questa filosofia si potrebbe definire « Scoperta dello Spirito del Cuore di Cielo Puro » (Tenshin); questo spirito non è il prodotto di ricerche intellettuali, ma esiste all’origine in ogni uomo.

Nati e sviluppatisi indipendentemente in Giappone nel secolo scorso, l’ Aikido (« Via della fusione del ki » ) e il Katsugen undo (« Movimento rigeneratore » o « Movimento che permette il ritorno alla sorgente  » ) trovano, nella visione filosofica di Itsuo Tsuda, uno spirito di fondo che li accomuna e li unifica.

Per permettere la scoperta e l’approfondimento di queste pratiche, nel Dojo vengono organizzate regolarmente sedute di Aikido e di Katsugen undo.

Inoltre, dal 1984, ogni due mesi circa, Régis Soavi conduce a Milano degli stages di « Pratica Respiratoria del Maestro Tsuda ». La partecipazione ad almeno uno stage è necessaria per iniziare la pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore).

La pratica regolare

 AïkidoKatsugen Undo
Movimento rigeneratore
Lunedi6:45
Martedi6:45
Mercoledi6:45 e 18:3020:15
Giovedi6:45
Venerdi6:45 e 18:3020:15
Sabato & festivi8:00
Domenica8:0010:00

Il calendario delle sedute può subire variazioni.
La pratica del Movimento rigeneratore deve iniziare con uno stage.
Abbigliamento per l’Aikido : kimono
Abbigliamento per il Movimento rigeneratore : abiti comodi

 AikidoKatsugen Undole due attività
Tariffa per mese80€55€100€
Mese di scoperta60€40€70€
Fino a 18 anni40€

Seduta di prova gratuita

Stage Aikido e Movimento rigeneratore

Per iscriversi ad uno stage che si svolge presso il dojo Scuola della Respirazione, la preghiamo di compilare il modulo.

Per conoscere lo svolgimento degli stage di Régis Soavi Sensei e consultare il calendario: vedere la pagina stage.

 

Una forma d’insegnamento misconosciuto : le calligrafie d’Itsuo Tsuda:

Il Maestro Tsuda ha insegnato attraverso diverse vie ed una di queste, forse la meno conosciuta, è la calligrafia. Non era un maestro di calligrafia, ma ha saputo utilizzarla per lasciare un messaggio che oggi fa parte dell’eredità dei suoi allievi.
Il progetto di riunire l’intera opera calligrafica del Maestro Tsuda era nato quand’egli era ancora in vita e già all’epoca alcuni allievi, con la sua approvazione, hanno cercato di raggruppare le calligrafie in un’unica raccolta ed anche dopo la sua scomparsa altri hanno continuato in questa direzione. Sono passati più di trent’anni ed oggi ancora stiamo perseguendo questo intento, ma non senza difficoltà, perché per noi si tratta di ridare giusto valore a questa forma d’insegnamento e farla conoscere. Ci siamo dati l’obiettivo di creare un libro che prima di tutto rispetti l’autore e la sua opera sia dal punto di vista del messaggio che voleva trasmettere sia dal punto di vista artistico.
Impresa impossibile? Quasi…Lire la suite