Incontro con la respirazione.

itsuo tsuda respirationNato nel 1914 Itsuo Tsuda avrebbe avuto cent’anni.  Questo personaggio atipico, tenacemente indipendente, si considerava  prima di tutto un filosofo ed è una figura fondamentale dell’Aikido in Francia. È lui che introdusse il Katsugen Undo* in Europa all’inizio degli anni ’70.
Allievo diretto di O’Sensei Morihei Ueshiba per gli ultimi dieci anni della vita di quest’ultimo, Itsuo Tsuda non riteneva importante dell’Aikido né l’aspetto sportivo né quello di arte marziale, ma piuttosto la possibilità di fare attraverso quest’arte una ricerca interiore, personale. Qualificò questa dimensione come «pratica solitaria» e si dedicò a trasmetterla nei suoi libri e nel suo insegnamento.
Iniziando l’Aikido a quarantacinque anni sono le nozioni di ki e di Non Fare che l’attirano principalmente. Questi aspetti sono particolarmente tangibili in una serie di esercizi che precedeva, presso  O’Sensei Ueshiba, la tecnica e per la quale Itsuo Tsuda ha inventato l’espressione «Pratica respiratoria». O’Sensei Ueshiba accordava un’importanza molto grande a questi esercizi che rappresentavano per lui qualcosa di completamente diverso da un riscaldamento. Itsuo Tsuda ne dirà in un’intervista a France Culture:
«Per me ciò che è importante è ciò che faccio all’inizio: mi siedo, respiro, respiro con il cielo e la terra, è tutto. Molte persone amano l’Aikido come una tecnica, non è vero? Per me la tecnica è semplicemente il test per sapere se ho evoluto nella mia respirazione.»
Nella tecnica che occupa la seconda parte della seduta non c’è dunque lotta, ma una possibilità di sviluppare la sensibilità, la capacità di fondere.
La voce di Itsuo Tsuda, che è deceduto nel 1984, risuona ancora oggi attraverso i nove libri che pubblicò in francese e attraverso i suoi allievi. Uno di loro, Régis Soavi, si dedica da più di trent’anni all’insegnamento dell’Aikido e del Katsugen undo. È consigliere tecnico della Scuola Itsuo Tsuda.itsuo tsuda aikido

– Buongiorno signor Soavi, quando ha incontrato Itsuo Tsuda negli anni ’70 lei era già impegnato nella pratica delle arti marziali. Cosa le ha fatto decidere di dedicarsi all’Aikido di Itsuo Tsuda?

– Quando ho incontrato Itsuo Tsuda avevo appena iniziato l’Aikido, il mio insegnante era Roland Maroteaux. Ho incontrato Tsuda in occasione di uno stage organizzato da questo insegnante. Quello che mi ha impressionato all’inizio era la sua capacità di schivare. In occasione di questo stage vedevo il mio insegnante, peraltro un budoka, attaccarlo con determinazione e ogni volta Tsuda non era lì, era una schivata, presentava un vuoto davanti a lui. Ciò mi aveva scioccato. Avevo praticato molto Judo, facevo anche armi e Jujitsu e poi più o meno nello stesso periodo, nel corso della mia formazione come professionista di Aikido, ho lavorato con altri maestri, il Maestro Noro, il Maestro Tamura, il Maestro Noquet, poi in occasione di alcuni stage con il Maestro K. Ueshiba, il Maestro Yamaguchi, ecc. All’epoca eravamo tutti un po’ dei Ronin, giravamo da un dojo all’altro e cercavamo di cogliere i segreti dei maestri. All’inizio andavo un po’ timidamente dal Maestro Tsuda, ma la qualità di questo vuoto, questo vuoto che si spostava, era molto impressionante, è ciò che mi ha fatto dire: bisogna che vada a vedere questo maestro.

– Cosa rappresenta per lei la prima parte delle sedute di Aikido che Itsuo Tsuda ha chiamato «Pratica respiratoria»?

– Il Maestro Tsuda aveva l’abitudine di dire che era l’essenziale dell’Aikido. All’inizio, quando avevo vent’anni, vedevo anch’io questa parte come una specie di riscaldamento respiratorio, per non dire di riscaldamento muscolare. E poi poco a poco ho scoperto che era qualcosa di molto più profondo! E dopo sette anni, la Pratica respiratoria era diventata la parte più importante dell’Aikido per me. Il resto era, come dice molto bene Tsuda, un modo di verificare a che punto ero anch’io con la mia respirazione.

– Lei parla dell’Aikido proponendone la traduzione «via di fusione del ki». In che cosa ciò è diverso rispetto alla definizione «via dell’armonia» che si ha l’abitudine di sentire?regis soavi

– Sapete, «Aikido» sono ideogrammi, non sono dunque parole in sé. Ciò che cerco di trasmettere attraverso «via di fusione del ki», è la direzione che prendiamo. Nell’Aikido questa fusione di sensibilità tra le persone permette di praticare in un altro modo. Si sfugge completamente all’idea di combattimento. È piuttosto una complementarietà. Penso che il Maestro Ueshiba aveva una tale capacità di fusione con la persona che l’attaccava che anticipava i suoi atti, i suoi gesti. Per me l’armonia è insufficiente come traduzione, ciò può essere estetico. La fusione fa appello a qualcosa di più profondo. Quando due metalli entrano in fusione per fare per esempio del bronzo, diventano del bronzo, non si tratta solamente di armonizzarli, diventano qualcosa di diverso. Ed è anche in questo senso che desidero tradurre ciò con «via di fusione del ki». Ma è una vera interpretazione degli ideogrammi.

– Quale ruolo gioca secondo lei la tecnica?

– È indispensabile. È una base. Per me la tecnica deve essere estremamente precisa. È la tecnica che porta la respirazione. La tecnica vuol dire anche il corpo, la postura. Se la postura è giusta, se il posizionamento è giusto, allora è facile, la respirazione è migliore. Se si è bloccati, congestionati, chiusi o troppo aperti, troppo molli o troppo duri, non succederà niente veramente. La tecnica c’è per permetterci attraverso la sua precisione di ritrovare le linee che ci aiutano a respirare meglio, a entrare meglio in fusione. È anche per questo che faccio spesso lavorare lentamente. Non serve a niente fare qualcosa velocemente e male.regis soavi aikido

– La pratica del Katsugen undo, che lei ha scoperto con il Maestro Tsuda, influisce sul suo approccio dell’Aikido?

– Penso che se non avessi praticato il Katsugen undo non praticherei l’Aikido come lo faccio oggi. Non dimentichiamo che il Katsugen undo è qualcosa che normalizza il terreno, il corpo. E oggi giustamente vedo l’Aikido anche come un processo di normalizzazione del corpo. La pratica del Katsugen undo permette di praticare l’Aikido in una via di questo tipo, è per me una base, un minimo di base. Sviluppa in noi la respirazione, respiriamo meglio, siamo più tranquilli. Gli aspetti aggressivi, competitivi spariscono, cadono da soli. Invece di praticare facendo male all’altro si va verso la normalizzazione del corpo, ho per esempio l’abitudine di mostrare come con le immobilizzazioni al suolo si torce il braccio in un certo modo e si fa passare il ki fino alla terza lombare e che il corpo della persona si torce leggermente in quel punto. Ebbene, è un processo di normalizzazione del corpo attraverso l’Aikido, che ho scoperto perché pratico il Katsugen undo. Ciò riguarda molte altre tecniche, il modo di entrare, di raggiungere il centro, l’hara, ecc. Non dico che non si può scoprirlo se si pratica solo l’Aikido, ma il Katsugen undo è stato una porta aperta, mi ha permesso di sentire meglio, di comprendere meglio, di essere più nello spirito… Penso che questo è stato molto importante anche per Tsuda. Ha praticato dieci anni con il Maestro Ueshiba. Ma quando è arrivato all’Aikido aveva già praticato per più di dieci anni il Seitai, il Katsugen undo. Il suo terreno era dunque in un certo stato, per esempio per quel che riguarda la flessibilità – che spesso si perde a quarantacinque anni. E poi a livello della condizione di spirito: per Tsuda era chiaro che non siamo là per rovinarci, ma al contrario per ritrovare un certo tono, ma al tempo stesso un equilibrio. L’Aikido deve portarci all’equilibrio. E il lavoro del Katsugen undo è l’equilibrio.

– Lei pratica presto la mattina, ciò può sorprendere.

– Le sedute si tengono alle 6.45 in settimana ma anche alle 8.00 il week end. So che si vive in una società in cui si dice che si va a letto molto tardi e anche ci si alza molto tardi. Io amo molto la mattina. La sera si è stanchi, le persone escono dal lavoro, sono stressate. Quindi evidentemente molto facilmente le sedute di arti marziali diveregis soavi aikidontano uno sfogo, ecc. La mattina già, la competitività non ha troppa importanza… ci si alza, si viene al dojo, si può respirare tranquillamente, si inizia la giornata. E inoltre, si ha la fortuna di essere in un dojo permanente. Si viene e si è a casa propria, in un’associazione, ma a casa propria, sono dei dojo che servono solo a questo. Non sono delle palestre con degli spogliatoi più o meno puliti dove non si può lasciare il proprio orologio perché se no te lo fregano, ecc. Dunque si arriva qui la mattina, si prende un piccolo caffè, un tè, poi si fa la seduta. E così, la giornata comincia e comincia bene, è un vero piacere. Ogni mattina ho un gran piacere nel vedere persone arrivare tranquillamente prendendosi il tempo, siamo in un mondo in cui non ci si prende più del tempo…

– Le sue sedute si rivolgono a tutti senza fare distinzioni d’età e di livelli, lei parla di una scuola senza gradi.

– Il Maestro Tsuda diceva «Non c’è cintura nera del vuoto mentale». Dal Maestro Ueshiba non c’era un programma nazionale di cinture nere. Quando il Maestro Noguchi insegnava diceva «Dimenticate, dimenticate, quando ne avrete bisogno ciò verrà da solo». È un po’ questo, la tecnica è importante, ma non ripetiamo diecimila volte come farsi attaccare o altro. Non ha alcun senso. Gerarchia, gradi, kyu, dan, ecc. per me ciò non rappresenta granché… E poi dal punto di vista dell’età, perché si farebbe una differenza? È la società moderna che ha fatto una differenza, che ha creato i teenager (che del resto adesso sono ancora teenager fino a quarant’anni), la terza età e poi la quarta età, ecc. Tutte queste categorie non corrispondono a niente. Per me, a livello della vita che abita in noi siamo tutti uguali. Poi, certo, facciamo una differenza, se lavoro con un bambino di sei anni non è come quando lavoro con una persona di sessant’anni o un giovane di venti.

– Al di là della trasmissione delle basi, cosa si può insegnare veramente attraverso l’Aikido?

– Ah, non molto, effettivamente, c’è un dato momento in cui le persone fanno la loro propria ricerca da sole. Allora, siccome sono più anziano, e anche la mia ricerca è di più lunga data, posso dar loro qualche indicazione, e poi posso permettere alle persone di comprendere meglio attraverso delle visualizzazioni. È il mio modo di insegnare alle persone oggi. Propongo delle visualizzazioni, per esempio quel tale movimento è come se metteste un bebè nel suo letto. Allo stesso tempo le persone fanno una ricerca, c’è un certo numero di persone che considero come dei compagni, non sono più degli allievi. In quanto sensei, come un buon artigiano che ha un’anzianità maggiore, posso dire: «Guarda un po’ più lontano, ecco», guardando più lontano, il corpo si apre e la persona dice «Ah sì, d’accordo». È molto fine. È una comunicazione che si instaura con i miei allievi. E le persone poi vanno a cercare in questa direzione. Non si perfeziona la tecnica, non esiste. L’Aikido non diventerà più efficace, più estetico, ecc. ma saremo più vicini a noi stessi, penso che sia questa la cosa più importante.

* Katsugen undo tradotto con Movimento rigeneratore, tecnica messa a punto da Haruchika Noguchi, creatore del Seitai.