Quando il Maestro Tsuda recitava il Nô #1

Per aiutarci a scoprire quello che poteva rappresentare il Nô per il Maestro Itsuo Tsuda, ed anche per i suoi allievi, questi momenti di recitazione che avevano luogo alcune sere di stage, abbiamo chiesto a Régis Soavi, allievo del Maestro Tsuda e insegnante d’aikido da oltre trent’anni, di raccontare…

Il Maestro Tsuda recitava il Nô all’occasione degli stage, e se mi ricordo bene, lo faceva due volte durante lo stage – a Itsuo tsuda Nôvolte una, a volte due – dopo la seduta di movimento la sera. Qualcuno andava via, come qui e, siccome sapevamo che ci sarebbe stato il Nô, perché qualcuno lo diceva, cominciavamo ad preparare: mettevamo la corda – una corda intrecciata, bianca – che delimitava la scena. Nel frattempo, Tsuda era nella sua stanza, e ci si metteva sui tatami, ad un metro dalla corda circa, e aspettavamo che tutti andassero via: tutti quelli che non erano interessati al Nô o che lo trovavano lungo. C’era un piccolo gruppo che rimaneva. In generale, molta gente andava via. Perché era in giapponese : Tsuda non raccontava sistematicamente le storie, a volte diceva solo qualche parola :

« È Yoshitsune che sta per attraversare il fiume, è con i monaci. » E basta, non era facile. E tanta gente non lo trovava molto interessante, e in più, siccome si era obbligati a restare immobili… Tsuda chiedeva una cosa sola, era che si rimanesse immobili e che non si cambiasse postura durante tutto il tempo della recitazione. Quindi si stava a gambe incrociate o in seiza. Bisognava scegliere una di queste due posture, e nessun’altra; quello che apprezzava, era quando rimanevamo in seiza, ma accettava che fossimo a gambe incrociate, alla condizione di non cambiare postura; i piedi non si dovevano muovere, si doveva essere assolutamente immobili.

Quindi, ci si installava, ed egli usciva della sua stanza ed avanzava con il passo del Nô, facendo scivolare i piedi senza strofinare i tatami : sollevava il piede, metteva il piede parallelo al tatami, appoggiava il piede, poi sollevava il piede, parallelo, appoggiava il piede… era davvero l’andatura del Nô. E dopo, si metteva in seiza ; arrivava con il suo libro, e qui, apriva il suo libro.

E quindi, con il suo libro, cominciava a recitare il Nô, e durava un quarto d’ora, più o meno. Quando aveva finito, chiudeva il libro, si alzava e se ne andava con il passo del Nô nella sua stanza, e solo in quel momento, ci muovevamo. È così che andava.

Cosa dire d’altro? Che in effetti era sempre molto particolare. Neanche io capivo niente alla storia. È certo che si era sempre immersi in un certo ambiente, e ci capitava di sorridere, o di aver voglia di ridere, quando invece lui era sempre impassibile. Cioè il suo viso era impassibile e le modulazioni della voce, non si poteva capire. A volte ridevamo (non ridevamo a squarciagola, sorridevamo, avevamo un piccolo sorriso) e a volte eravamo pervasi da una grande tristezza. E appunto, a volte spiegava prima, a volte iniziava direttamente il Nô. E quindi era divertente perché dicevamo «questo Nô ci ha intristiti» e lui diceva «Ah, sì, è perché… -raccontava la storia- è la tristezza di Yoshitsune che viene tradito dal fratello e quindi, in questo passaggio, esprime come qualcuno di così nobile e così potente come lui può essere stato tradito dal fratello.» E questo era veramente molto forte. Avevamo davvero una sensazione curiosa ascoltandolo, solo ascoltando i suoni.