Kokyu rivelazione dell’unità dell’essere

Di Régis Soavi

In uno dei suoi libri Itsuo Tsuda ci dà il suo punto di vista su Kokyu :

Cover_ItsuoTsuda_LaViaDellaSpoliazione_WEB«Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di ”kokyu”, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha “kokyu”, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di ”kokyu” per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il “kokyu” non si spiega, si acquisisce.
Quand’ero giovane, ho visto un operaio lavorare con il suo cacciavite su macchinari molto arrugginiti. Ho provato a svitare, ma invano, tanta era la ruggine. Per lui, la cosa non poneva alcun problema, svitava con facilità, non perché fosse più forte, ma perché aveva il “kokyu”.
Quando si acquisisce il “kokyu”, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora «indomabili», divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.
Il ki , il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.
Un maestro di arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro, si dice. I Francesi sanno farli tacere infilando loro uno zuccherino in gola. È astuzia, è un trucco, ma non è kokyu, respirazione, che è tutt’altra cosa.»

Itsuo Tsuda, La Via della Spoliazione – Yume Editions

Ho scoperto il Kokyu con il mio maestro, aikido kokyuItsuo Tsuda.  Prima per me non era che il nome di una tecnica, con Itsuo Tsuda questa nozione divenne molto più concreta, innanzi tutto per l’orientazione della sua pratica. Diceva: «Per me la tecnica è semplicemente il test per sapere se sono evoluto nella mia respirazione». Così la nostra attenzione era direttamente indirizzata verso il kokyu. Non ci poteva essere l’Aikido E la respirazione. Aikido è respirazione. E poi, fin dai suoi primi libri, Itsuo Tsuda ce lo chiarisce con termini che non conoscevo; quasi troppo semplice e nello stesso tempo così difficile da raggiungere.
Quando lo attaccavo era così evidente, qualunque fosse la forza che mettevo, lui, rimaneva allo stesso tempo disteso e potente.
Ci faceva utilizzare la visualizzazione per insegnarci il kokyu. Per esempio per il Kokyu ho diceva: «È il fiore di loto che sboccia». Oggi poche persone hanno visto il fiore di loto, allora io parlo di una margherita. La visualizzazione ci deve parlare, deve parlare precisamente a noi. Affinché possa agire deve essere ancorata nel concreto di ogni persona. Allora alle volte per aiutare qualcuno ad andare al di là del proprio partner che gli tiene i polsi e che gli impedisce di muoversi, io dico: «Accogliete un amico che scende dal treno, non lo vedete da anni! Prendetelo tra le braccia…». Allora la persona dimentica l’altro, ed il ki, invece di restare coagulato, scorre nella direzione data, la persona alza le braccia senza sforzo. La forza della visualizzazione è colossale.

Certamente la postura è essenziale, direi persino che è primordiale. Se il corpo s’irrigidisce per avere una postura impeccabile: è finita. Se è troppo molle: è finita. Se la terza lombare è mal posizionata: è finita. Con la pratica dell’Aikido e del Katsugen undo, poco a poco vedo che i miei allievi si raddrizzano, il ki ricomincia a circolare senza blocchi, senza rotture, è la scoperta della respirazione addominale non forzata, ma chiara e limpida, del kokyu. A mio avviso, senza kokyu, tutto il lavoro nell’Aikido non mira che a rinforzare il corpo, è un lavoro di indurimento.kokyu ho régis soavi

Con l’approfondimento della respirazione ciò che è inutile sparisce poco a poco; non c’è bisogno di allenare la morbidezza o la potenza, sono la rigidità e le nostre idee sulla forza e la debolezza che se ne vanno. E quindi il ki circola meglio.
La Pratica respiratoria che facciamo all’inizio delle sedute è importante in questa orientazione.
Non si può insegnare il kokyu, ma si può guidare le persone affinché lo scoprano.
Se facciamo Kokyu ho ogni mattina alla fine di ogni seduta, è proprio per sensibilizzare le persone ed anche per migliorare la nostra postura. Nella misura in cui la nostra postura ed il nostro modo di fare si affinano e migliorano si può aiutare la normalizzazione del terreno del nostro partner. Se si respira profondamente a partire dall’hara verso l’hara del partner, si rivitalizzano i circuiti attraverso cui circola il ki: si permette che questi circuiti funzionino meglio, così l’altro capisce (sente) con tutto il suo corpo di cosa si tratta.
Non si tratta di guardare la dimostrazione e di lavorare sempre più duro, ma piuttosto di impregnarsi di questa sensazione del kokyu dell’altro. Dico spesso: per lavorare sul kokyu bisogna iniziare ad ascoltare. Si ascolta l’altro, non con le orecchie, ma con tutto il proprio corpo, si sente la respirazione, il ki, dell’altro. È come un profumo. Si ascolta il suo movimento interiore, allora la sensazione diventa più precisa e lo si può guidare verso una postura migliore, verso una liberazione delle tensioni.

È anche il lavoro dei praticanti più anziani favorire questa scoperta. Immergendo l’altro nella respirazione, lo aiutano a sentire, a forza di impregnarsi di questo «qualcosa».

Nella pratica del Katsugen undo che Tsuda Sensei ha introdotto in Europa, la sensibilizzazione alla respirazione, alla circolazione del ki è in primo piano. Tsuda scriveva: «Nel Movimento rigeneratore [Katsugen undo], facciamo l’opposto della tradizione: cominciamo dal segreto supremo, senza preamboli.»1

Il kokyu non è più magico di quanto il ki non sia un’energia. Quando ci si lancia in una spiegazione, anche se si avverte che sarà frammentaria, si corre fortemente il rischio di mancare il bersaglio.
Le antiche fiabe, come quelle riportate dai fratelli Grimm, possono mostrarci un aspetto dei poteri del kokyu. Come nelle fiabe, può trasformare i rospi in principi o principesse ed abbellire semplicemente le persone per il semplice fatto di trasformare la loro postura. Questa postura, risultato di tanti anni di contrazioni, mollezze, o tentativi di correzione. Quando la postura ritrova qualcosa di naturale, è il ritorno alla sorgente, alle origini dell’essere.

Il kokyu, la sua scoperta, ci porta a dei comportamenti differenti nella vita di tutti i giorni.
Questa respirazione, lontana dall’essere vissuta come New Age, nella sua quotidianità, risveglia nell’individuo delle qualità dimenticate, una semplicità perduta, un’intuizione infine ritrovata. È ciò che può rendere ammirevole il gesto di un artigiano, di un artista, ma è anche ciò che stupisce coloro che non la conoscono. Perché non si è capito, né sentito ciò che c’è dietro questa interezza nell’atto compiuto: il kokyu è una rivelazione dell’unità dell’essere.regis soavi aikido

Itsuo Tsuda ci ha guidati in questa direzione, lasciandoci liberi di andare più lontano o di restare dove ci troviamo. Questa libertà era fondamentale nel suo insegnamento.

Si racconta che alle volte, quando la postura, la respirazione, la coordinazione erano perfette, O Sensei Ueshiba esclamava: «Kami wasa». Tecnica dio? Realizzazione suprema? Non si può parlare di kokyu o del Non-Fare nella più grande semplicità?  Come un bambino che lascia un giocattolo per prenderne un altro, nello stesso modo in cui ci aspira per prenderlo nelle nostre braccia per proteggerlo.
Quando il bambino è piccolo ha il kokyu: «Il bambino è grande come l’universo, ma se lo si tratta male, appassisce velocemente», scriveva Tsuda Sensei nel suo ultimo libro2. Il nostro dovere non è di permettergli di conservarlo? E a noi adulti di ritrovarlo?

Aikido non è fatto per combattere, ma per permettere una migliore armonia tra le persone.
Io respiro profondamente, ascolto il corpo dell’altro, visualizzo la circolazione del ki nel suo corpo, lo sento chiaramente, allora io faccio passare il ki nel corpo dell’altro. Questa circolazione ci porta una pienezza, la sensazione di essere pienamente vivi, tutto si cancella, non c’è che l’istante presente con le sue sensazioni, i suoi colori, la sua musica.

Articolo di Régis Soavi sul tema kokyu, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 10) nel mese di ottobre del 2015.

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  1. Itsuo Tsuda, La Via della Spoliazione – Yume Editions
  2. Itsuo Tsuda, Face à la science, Éditions Le Courrier du livre, Paris, 1983, p. 152.