La distensione

di Régis Soavi

Per la maggioranza degli occidentali praticare l’Aikido in ginocchio piuttosto che in piedi sembra, a priori, una grande difficoltà. Sebbene nella vita quotidiana si stia molto raramente in questa posizione, essa è utilizzata dall’origine dei tempi come una posizione di rilassamento che permette, malgrado tutto, di restare vigili.

Assumere la posizione Seiza (in giapponese “posizione corretta per sedersi”) permette un allineamento della colonna vertebrale, favorisce la respirazione ventrale e dunque consente di portare la forza nell’Hara. Inoltre, se la posizione, la postura è ben in asse, pur restando rilassata, è un’occasione straordinaria per distendere tutto il corpo.
Riposarsi, distendersi senza aver bisogno di sdraiarsi, costituisce da sempre una ricerca per le persone che lavorano all’aperto, che sono alla mercé di nemici, di predatori, o che sono semplicemente esposte a condizioni climatiche sfavorevoli. La posizione accovacciata, ancora utilizzata nella maggior parte dei paesi del continente africano, in America del Sud, in Australia e in molti altri paesi, possiede la stessa funzione. In merito a ciò Itsuo Tsuda Sensei ci riferisce un aneddoto nel suo libro La via della spoliazione: «In un articolo intitolato Delle tecniche del corpo* e concepito probabilmente prima del 1934, Marcel Mauss riporta quanto segue: “Il bambino si accovaccia normalmente. Noi non sappiamo più accovacciarci. Ritengo che questa sia un’assurdità e una inferiorità delle nostre razze, civiltà, società.”
E cita un’esperienza vissuta al fronte durante la prima guerra mondiale. Gli australiani (bianchi) con cui era, potevano riposarsi sui propri talloni durante le soste, mentre lui era obbligato a rimanere in piedi. “Lo stare accovacciati è, a mio avviso, una posizione interessante, dalla quale non bisognerebbe distogliere il bambino, come si fa da noi, commettendo il più grosso errore. Ad eccezione delle nostre società, tutta l’umanità l’ha conservata”.
La posizione accovacciata presuppone l’elasticità delle anche. È facendo l’Aikido che constato l’enorme differenza tra il giapponese e l’europeo. Il giapponese, intellettualmente e verbalmente meno strutturato, imita semplicemente quello che gli viene mostrato. L’europeo osserva, annota, costituisce un dossier e gli appiccica un’etichetta. Ma quando si mette ad eseguire un movimento, riesce difficilmente a coordinare il tutto. Se fa attenzione alla mano destra, dimentica la mano sinistra. In quanto ai piedi, non sa dove si trovino. Una tale abitudine mentale non facilita la pratica. Invece di avere due elementi, A e B, con B che imita semplicemente A, bisogna immettere un terzo elemento, C, che lo si chiami intelletto, dossier, o struttura, formando così un circuito deviato che complica la situazione.»**

L’infanzia, l’adolescenza

Prima di camminare eretti, ci siamo spostati a quattro zampe, poi vedendo gli altri bambini più grandi o gli adulti attorno a noi, per imitazione, ci siamo drizzati sulle due gambe. La posizione verticale ha liberato le mani e gli spostamenti sono diventati via via più rapidi anche con le braccia cariche di giocattoli. Durante questo periodo dell’esistenza, il terreno di gioco a cui siamo più abituati, quello in cui ci sentiamo a nostro agio, dove possiamo essere indipendenti dagli adulti, è il suolo. E questo accade in qualunque parte del mondo si viva. Poi sopraggiungono i grandi cambiamenti, poco a poco i corpi si sviluppano, si abbandona il suolo a vantaggio di qualcosa di più aereo, anche di più mentale, perché il cervello è meglio irrigato dalla posizione verticale, e dunque più si cresce più ce ne si allontana. La società che ci circonda mette a nostra disposizione seggioloni, divani e altri canapé su cui ci si può comodamente sedersi per divertirsi o lavorare, per rilassarsi o concentrarsi. Questo allontanamento dal suolo è quasi definitivo, non lo si ritroverà più se non in rari momenti di gioco con un bambino o all’occasione di una gita in spiaggia o su di un prato.

I Tatami

Quando scoprono il dojo e questa immensa superficie messa a loro disposizione, le persone avvertono come una sorta di gioia infantile che le spaventa e che allo stesso tempo le attira. Alcune persone hanno coscienza di ciò, altre restano semplicemente impressionate. Mentre i bambini si mettono immediatamente a correre e a rotolarsi per terra, gli adulti restano riservati, già consapevoli, forse, del percorso che bisognerà seguire.
I primi passi (se si può dire così) sui Tatami, cominciano da seduti. Molto spesso i debuttanti incrociano le gambe, ma anche se riescono ad adottare la posizione Seiza fin dall’inizio, cosa che è estremamente rara, non gli verrà quasi mai proposto di mantenere questa posizione per praticare. Dopo qualche secondo o qualche minuto di meditazione, il più delle volte l’intera seduta si svolgerà in piedi. Certo, noi non siamo in Giappone e un gran numero di persone hanno perduto l’abitudine di sedersi in questa maniera, ma invece di vedere questa cosa come una difficoltà da superare o un obiettivo da raggiungere, mi sembra interessante considerarla come un gioco. Un gioco che richiede un coinvolgimento fisico e mentale, ma sempre un gioco, e quindi un piacere. E anche se ci sono delle difficoltà, queste sono parte integrante del gioco che si è appena iniziato.

Ricentrarsi

La pratica in ginocchio è l’occasione per ricentrarsi pur restando rilassati. Io la faccio eseguire ogni giorno, lentamente, soprattutto con i debuttanti, ma è eccellente anche per gli anziani, perché un lavoro lento effettuato con movimenti legati (io utilizzo spesso il termine musicale italiano legato) permette a tutto il corpo di ricentrarsi. Se non si lavora con la forza muscolare delle braccia, come si è presa l’abitudine di fare, ma si proietta la propria energia a partire dal centro, dall’Hara, facendola scorrere lungo gli arti, si può percepire in modo soprendente la circolazione del Ki e constatarne gli effetti. Le braccia non devono essere né molli né rigide, ma elastiche e attive, potenti, di quella potenza che hanno quando sono piene di Ki. Il lavoro lento nella posizione in ginocchio, ad esempio nelle forme di base che sono Ikkyo o Yonkyo, permette, se si porta l’attenzione su questa direzione, di scoprire come lo Yin e lo Yang agiscono, come, per così dire, si dispiegano, si interpenetrano. Il ricentrarsi si fa allora automaticamente per il semplice bisogno di riequilibrio, gli appoggi sulle ginocchia diventano più leggeri perché il corpo ripartisce meglio il peso, le anche a loro volta ritrovano l’elasticità che avevano perduto a forza di muoversi solamente in posizione eretta.
Ci sono dei momenti che mi sembrano propizi per la pratica in ginocchio: l’inizio della seduta, perché, siccome è un lavoro lento, è un po’ come una rimessa in sesto, e la fine della seduta, il momento del Kokyu-ho, che si pratica in ginocchio e concentra inoltre in pochi minuti un gran numero di difficoltà di ordine fisico e mentale. È anche questo un lavoro per ricentrarsi durante il quale si può verificare lo stato del Koshi, la sua elasticità e dunque la postura in generale.

Una preparazione?

Prepararsi con il lavoro in ginocchio, permette anche di non essere sorpresi quando si presenta l’occasione di uno Shiho-nage con un partner nettamente più piccolo: il fatto di poter ruotare completamente mentre ci si inginocchia senza alcuna difficoltà e senza perdita di equilibrio per passare sotto il suo braccio, è un vantaggio innegabile.
Ma la rosa dei vantaggi della pratica in Suwari waza (tecniche in ginocchio) non si ferma qui.
Se prendo come esempio Irimi Nage in Hanmi Handachi Waza (tecnica realizzata con un partner in ginocchio e l’altro in piedi), si può sentire con più precisione il soffio dell’aspirazione verso il basso e si sente subito se si è centrati o meno, se si è riusciti a creare un vuoto sufficiente nel quale si è assorbito il partner, dove egli è disequilibrato mentre si resta stabili. Sempre in Hanmi Handachi Waza, tutto questo è ancora più visibile e concreto con due partner: la presa in Katate Ryote Dori (presa di un polso a due mani) comincia da un colpo che si trasforma in presa ed è l’istante cruciale per un Kokyu nage. La proiezione si può fare solo se si è sufficientemente lavorato al suolo, se si è capaci di divenire molto pesanti concentrando il Ki nel basso ventre e di farlo passare aldilà dell’estremità delle dita.
Sicuramente tutte le tecniche si possono eseguire a partire da questa postura a volte con alcune varianti, ma ciò che mi pare importante è che dopo aver lavorato in ginocchio la pratica in Tachi Waza (pratica in piedi) diviene molto più facile. Questo tipo di lavoro può avere diverse conseguenze, se la si esegue con la forza, con il desiderio di vincere, costi quel che costi, o per mantenere una reputazione, sostenere un ruolo. Senza aver trovato le linee che permettono la proiezione in modo flessibile, né la respirazione profonda e tranquilla, si rischia fortemente di danneggiare il corpo e dopo un certo tempo di avere dei grossi problemi alle ginocchia o alle anche e un handicap reale nella vita quotidiana.

Camminare

Camminare, spostarsi in ginocchio, può essere un buon esercizio e per questo c’è Shikko. Anche in questo caso l’importante è non forzare, non mostrarlo come una competizione, un tour de force in cui alcuni riusciranno più o meno felicemente. Shikko è un esercizio eccellente ma da utilizzarsi con moderazione, all’inizio soprattutto. Dopo qualche anno di pratica, se non si è forzato, allora diviene un piacere. Si può anche fare questo allenamento con un Bokken, colpendo ben diritti, questo modo di fare permette di verificare se sono proprio le anche a muoversi correttamente e se la rotazione avviene nella parte bassa del corpo e non del busto. Le spalle non devono assolutamente muoversi ma al contrario dovranno restare esattamente sull’asse di spostamento. Quando si arriva ad essere a proprio agio si può iniziare a colpire lentamente con il bokken mentre ci si muove. Tutti questi esercizi permettono di ritrovare della mobilità a livello delle anche. A mio parere non hanno un valore marziale immediato, semplicemente perché vengono eseguiti sui tatami, il che è normale, perché chi vorrebbe allenarsi sulla ghiaia, ad esempio, senza protezioni alle ginocchia?

Miracoli?

Cambiamenti, che per la persona a cui accadono sembrano assomigliare a dei miracoli, sono possibili. Qualche anno fa una donna è arrivata con delle stampelle, si spostava con enormi difficoltà da diversi anni. Molto decisa è venuta a praticare tutte le mattine al dojo. In un primo momento non le era possibile sedersi se non con le due gambe distese, poco a poco però, dopo qualche settimana, la sua condizione era migliorata. Dopo un mese riuscì a mettersi sulle ginocchia, ma ovviamente, diritta e rigida come un palo. A partire da quel momento ha cominciato a scendere, centimetro dopo centimetro, per finire, dopo diversi mesi, per sedersi sui talloni senza dolore, e qualche tempo dopo ancora per trovarci piacere. Non è un caso unico, c’è in questo momento al dojo Tenshin, a Parigi, un signore in pensione che era arrivato con dei grossi problemi alle ginocchia e alle caviglie dovuti a diverse operazioni chirurgiche risalenti a diversi anni prima. In meno di un anno di pratica assai regolare (viene tutti i giorni) ha ritrovato una mobilità che non sperava più e ora si siede sui talloni. Non forzare, prendersi il tempo, avere una continuità, se qualcosa è possibile si farà naturalmente. Ad essere del tutto onesti devo dire che le due persone in questione si sono messe a praticare anche il Katsugen Undo (Movimento Rigeneratore) cosa che ha facilitato il lavoro dei loro corpi e il loro rimettersi in ordine.

Indispensabile il lavoro al suolo?

Niente è mai indispensabile, ma è necessario? È certo che si può farne a meno, c’è anche una quantità di buone o cattive ragioni per evitarlo, si può argomentare in questi termini: fa male alle ginocchia, è pericoloso per le articolazioni, non serve a niente perché nessuno si muove più in questo modo, ecc. Se non se ne comprende l’utilità, perché forzarsi? Ci sono così tanti rituali, esercizi che sono divenuti incomprensibili nella nostra società moderna, che anche il semplice fatto di salutarsi inchinandosi può apparire desueto, o addirittura ridicolo per molti occidentali che saranno pronti a rimpiazzarlo con il shake-hands (una Stretta di mano). A forza di adattarsi alla modernità non si rischia di mancare il bersaglio, di perdere l’essenziale, lo spirito che ci guida nell’ Aikido, oserei dire la sua anima?

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 25) nel mese di luglio del 2019.

* Mauss Marcel, Teoria generale della magia e altri saggi (tit. Orig. Sociologie et Anthropologiee, Presses Universitaires de France. 1950 p. 374.), Parte Sesta, “Le tecniche del corpo: Principi di classificazione delle tecniche del corpo”, Giulio Einaudi Editore, 1965, p.395
** Tsuda Itsuo, La via della spoliazione, Ed. Yume, p. 163-164.

Crediti foto

Régis Sirvent, Bas van Buuren, Paul Bernas.