Memorie di un aikidoka

di Régis Soavi

Parlare ai miei allievi dei maestri che ho conosciuto fa ovviamente parte del mio insegnamento. Alcuni ebbero una tale importanza che non me ne posso sbarazzare come niente fosse e pretendere di essermi fatto da solo. I maestri che ho conosciuto hanno lasciato delle tracce che mi hanno formato e soprattutto aperto a dei campi che ignoravo, o che a volte presentivo senza poterli raggiungere.

I maestri del passato: dei maestri di vita?

Taiji Kase, Itsuo Tsuda, 1971

Mi è sempre sembrato importante di non fare di questi maestri dei superuomini, dei geni, degli dei. Ho sempre considerato che questi maestri valessero molto di più di questo. Gli idoli creano un’illusione, ci addormentano ed impoveriscono gli idolatri, impediscono loro di progredire, di prendere il volo con le proprie ali. A questo proposito Tsuda Sensei, lui che adesso è un maestro del passato, scriveva nel suo ottavo libro La Via degli dei:

«Il Maestro Ueshiba ha piantato dei segnali indicatori  »è da questa parte », e gliene sono molto riconoscente. Ha lasciato delle eccellenti carote da mangiare che cerco di assimilare, di digerire. Una volta digerite, queste carote diventano Tsuda che è ben lontano dall’essere eccellente. Questo è inevitabile. Ma è necessario che le carote non restino carote, se no marciscono da sole, senza utilità.
Non si tratta, per me, di adorare, di deificare o d’idolatrare il Maestro Ueshiba. Come tutti, aveva delle qualità e dei difetti. Aveva delle capacità straordinarie ma anche delle debolezze, in particolare nei confronti dei suoi allievi. Si faceva ingannare da loro a causa di considerazioni un po’ troppo umane.»

Il ki è una guida

Allo stesso modo in cui ho voluto conservare il carattere sacro dell’Aikido senza mai farne una religione, un dogma, né un’ideologia, ho cercato di trasmettere con la più grande semplicità quello che ho potuto ricordare dei maestri che ho incrociato, incontrato, seguito, che siano maestri di Aikido, di Seitai, di Jujutsu, o anche di musica.
La mia guida, attraverso i loro insegnamenti, è sempre stato il ki.
Sono un uomo che ha avuto fortuna: la fortuna di essere nato in un’epoca in cui Ō Sensei Morihei Ueshiba era ancora vivo e trasmetteva direttamente la sua arte sui tatami. La fortuna di cominciare l’Aikido quando i maestri storici erano ancora vivi, nell’epoca in cui, ancora giovani e in buona salute, erano pieni di vigore, e appena sbarcati in Europa avevano un desiderio molto forte di farci conoscere il meglio dell’Aikido. Erano ancora pieni della presenza di Ō Sensei e avevano a cuore la trasmissione del messaggio di pace del fondatore, senza chiacchiere ma in modo molto diretto.
Da questi incontri ho imparato così tanto, scoperto così tanto. Il contatto con loro era ricco della loro presenza e addirittura, mi sembrava indispensabile incontrarli tutti se possibile. Almeno avvicinarli, servire da uke ogni volta che potevo.
Il mio primo incontro con colui che sarebbe diventato in seguito il mio maestro, Itsuo Tsuda, ebbe luogo in occasione di uno stage organizzato al Dojo Aikido Zen da Maroteaux Sensei che allora era il mio professore di Aikido e di Hakko-ryu Jujutsu. Quest’ultimo già ci parlava dei suoi viaggi in Giappone, piuttosto intrisi di realtà e senza esotismo, così come degli incontri che aveva fatto. È grazie a lui che Itsuo Tsuda è diventato il mio maestro. Il suo modo di parlarcene mi aveva convinto che là c’era qualcosa che cercavo. Non ne fui deluso, al contrario, cominciò per me questo periodo che, sebbene fosse durato soltanto dieci anni, costruì le basi di quello che posso insegnare oggi. È stato un percorso lungo e difficile, che fu anche ricco di altri incontri. Prima di tutto c’è stato Nocquet Sensei, poi Noro Sensei, tutti e due insegnavano a Parigi come Tsuda Sensei e questa vicinanza mi rendeva facile seguire i loro insegnamenti.

Gli anni settanta

In questi anni settanta avevamo sete di incontri con questa prima generazione che aveva conosciuto Ō Sensei. Oserei dire, eravamo un po’ come dei rônin, quei  »samurai senza maestro » che corrono da un dojo all’altro, da un club all’altro, da uno stage all’altro. La gamma di insegnamenti di questi maestri era sia affascinante che toccante. Era un arricchimento permanente per i giovani aikidoka che eravamo. Li ascoltavamo con grandissimo interesse quando raccontavano le loro esperienze, degli aneddoti sull’Hombu Dojo, o le tradizioni di questo Giappone che era così misterioso ai nostri occhi. Tutto questo accadeva al tavolo di un piccolo caffè parigino con Tsuda Sensei, o in un bar vicino a rue des Petits-Hôtels (dove Noro Sensei aveva il suo dojo), o ancora in un ristorante dopo uno stage con Tamura Sensei o Sugano Sensei. All’epoca, non ero ancora andato in Giappone, è il Giappone che era venuto da me, come ero solito dire. La Francia aveva questa fortuna di veder passare tutti questi maestri prestigiosi. Si potevano fare degli stage con Kobayashi Sensei, Yamaguchi Sensei, Ueshiba Kisshōmaru Sensei e anche con Shirata Sensei che, sebbene già molto anziano, faceva delle dimostrazioni che ci lasciavano tutti senza parole dall’ammirazione, lui che sapeva così bene combinare dolcezza, gentilezza, fermezza e sensazione del sacro.
Tutti questi maestri mi hanno permesso di scoprire quello che c’era di migliore nella nostra arte.

I maestri del passato: degli ostacoli?

I maestri del passato possono impedirci di progredire:
se invece di servirci da stimolo, di vedere in loro le possibilità che abbiamo a disposizione per superare noi stessi, li consideriamo solo come delle persone al disopra della media, degli esseri eccezionali che non potremo mai eguagliare, e ancor meno superare;
se invece di mostrare che ciascuno in funzione della propria continuità e del suo livello può approfittare di quest’arte, cadiamo nel culto della personalità, e facciamo del loro insegnamento un insegnamento d’élite;
se invece di scoprire noi stessi, e di favorire lo sviluppo individuale ci accontentiamo di copiare in modo ripetitivo e noioso delle tecniche che hanno perso la loro anima e che sembreranno in tal modo desuete e inefficaci;
se invece di favorire la scoperta, ne facciamo un culto e non più un’arte, mantenendo per noi dei piccoli segreti, se non addirittura degli amuleti portafortuna perché appartenevano ai maestri;
se infine, non comprendiamo più l’insegnamento di Ō Sensei, questo insegnamento che si rivolgeva sia agli uomini che alle donne, che suscitava la vita e la gioia all’opposto della morte e della rassegnazione, allora avremo perso il nostro tempo e, cosa più grave, avremo perso la nostra anima.

I nostri maestri si sono evoluti di pari passo con la loro pratica. Tutti hanno cominciato con un primo passo, come il più semplice dei nostri allievi, sono i loro sforzi, a volte ostinati, che li hanno portati là dove sono arrivati.

L’incontro con il seitai di Noguchi Sensei

Noguchi Hirochika, figlio del fondatore del Seitai e Régis Soavi, Parigi, 1980

Il mio insegnamento passa anche per il Seitai e la scoperta del Katsugen undo. Haruchika Noguchi era considerato ai suoi tempi, come uno dei migliori tecnici della normalizzazione del corpo, un tecnico senza pari, capace di prodigi. Quello che ci ha trasmesso grazie al suo allievo Tsuda Sensei, ha rivoluzionato il mio Aikido, per farne uno strumento di realizzazione per gli esseri umani. Avendolo frequentato da vicino per più di venticinque anni, Itsuo Tsuda ci parlava di lui in modo molto semplice. Non ne faceva un dio e tuttavia la sua ammirazione era immensa. Suscitava in noi, suoi allievi, il desiderio di saperne di più, di andare più in là nella scoperta dell’essere umano, di risvegliare in noi la sensibilità, l’intuizione.
Il mio incontro negli anni con i tre figli di questo grandissimo maestro è stato anche una fonte di conoscenza e ha permesso un approfondimento della mia comprensione.
Ogni incontro deve permetterci di andare più lontano.

Sergiu Celibidache: un direttore d’orchestra, ma non solo

Il semplice fatto di aver potuto assistere alla Schola Cantorum di Parigi ad una Master Class di direzione d’orchestra (di fatto l’ultima che fece) di questo gigante che era il direttore Sergiu Celibidache mi ha dato molto più di quanto non possa esprimere. Mi capita anche di parlarne ai miei allievi, di far riferimento al suo modo di dirigere l’orchestra, di parlare del suo senso del sacro nella musica, del suo rigore senza rigidità. Come alcuni grandi maestri di arti marziali, Sergiu Celibidache era arrivato verso la fine della sua vita ad un’economia di mezzi impressionante, ogni gesto era essenziale. Non c’era più niente di superfluo, restava solo un gesto puro che faceva nascere la musica. L’intensità della sua presenza e il suo modo di vivere la musica mi hanno segnato profondamente. Quest’uomo che diceva: «Mi interessano di più i difetti che ti impediscono di andare là dove dovresti essere che i tuoi progressi», sapeva trovare e svelare nei musicisti che dirigeva il meglio di loro. Aveva questa facoltà di scoprire i talenti nascosti o latenti nei giovani musicisti e quindi anche di favorire la loro crescita.

Un incontro con Taiji Kase Sensei

I maestri del passato sono là per guidarci ancora oggi attraverso le esperienze che possiamo ritrasmettere se sappiamo trasmetterle. Per esempio ho avuto l’occasione di incrociare Taiji Kase Sensei e di assistere a uno dei suoi corsi in occasione di uno stage nella palestra di Pré Saint-Gervais, nella periferia di Parigi, una cosa abbastanza banale. Ma l’esperienza che ho vissuto allora mi ha segnato per tutta la vita. Giovane insegnante, arrivavo un po’ in anticipo per tenere il mio corso di Aikido in palestra, giusto prima della curva che precede la scala che sale agli spogliatoi, mi sono ritrovato immobilizzato, paralizzato, incapace di muovermi, come trasformato in una statua. Faticavo a realizzare cosa mi stesse succedendo quando sentii un uomo scendere, poi girare l’angolo, in quel momento ho capito cosa stava succedendo: lo conoscevo soltanto attraverso le foto delle riviste, ma avevo davanti a me Kase Sensei. Mi passò tranquillamente a fianco con un sorriso. La sua presenza invisibile, questo Ki che lo precedeva fu per me una rivelazione ed allo stesso tempo una conferma di quello che avevo potuto scoprire in alcuni altri maestri. Il ki non è un’illusione, né una farsa orientale, potevo anch’io sentirlo in modo concreto. Questo grandissimo maestro involontariamente mi aveva dato una grandissima lezione, che ho il dovere di trasmettere ai miei allievi, a volte semplicemente raccontando loro questo tipo di aneddoti che ho avuto la fortuna di vivere.

La trasmissione di uno spirito che suscita la continuità

I maestri del passato non sono più qui per dire se sono d’accordo con l’insegnamento che viene dato oggi. Servono sfortunatamente troppo spesso da alibi per giustificare un insegnamento, o diventano delle leggende. Mi sembra importante comprendere, percepire ciò che li animava perché a nostra volta possiamo utilizzare quello che hanno scoperto. Le tecniche possono essere insegnate persino con un livello medio ed un buon fisico, ma è questo quello che cerchiamo? In ogni caso non è la mia ricerca, non è lo scopo del mio insegnamento. L’Aikido è una scuola di vita, una scuola che risveglia la vita di coloro che lo praticano. Lungi dall’essere una corda in più al nostro arco, è qui per rimettere in discussione le false convinzioni e i sotterfugi che ci propone la nostra società. Dai maestri del passato dobbiamo comprendere quello che li ha guidati, perché fondamentalmente è proprio questo che ci ha attirati quando abbiamo scoperto quest’arte. Quest’arte che ci è sembrata così incredibile e così bella. È quello che abbiamo sentito quando eravamo proiettati o immobilizzati che ha permesso che continuassimo, questa benevolenza ferma, ma priva di ogni violenza e allo stesso tempo senza concessioni.

Saremo dei maestri del passato per le generazioni future?

Abbiamo il diritto soltanto di pensare di pretendere questo titolo? Non è glorificarsi? Non è mettere in evidenza il proprio ego? O siamo già superati e vecchio stile, incapaci di trasmettere quello che tutti questi grandi maestri hanno cercato di insegnarci? Parlo della mia generazione, quella che ha avuto la fortuna di ricevere direttamente, e per di più di prima mano, quello che Ō Sensei aveva trasmesso.
E le mie domande sono: abbiamo saputo trasmettere l’essenziale? Abbiamo saputo guidare i nostri allievi in modo che trovino in loro stessi le forze ed il piacere che suscitano la continuità e il desiderio di cercare più in profondità in questa magnifica via?
Tutti questi grandi maestri avevano un soffio differente, un soffio adatto alla loro epoca, ma hanno saputo trascendere quest’epoca per portarci gli strumenti, a volte filosofici, a volte fisici, che loro stessi avevano attinto da conoscenze più antiche e da altri grandi maestri o da filosofi oggi scomparsi.
Tutti questi grandi maestri in realtà non sono morti, sono ancora vivi, continuano o dovrebbero continuare a vivere attraverso di noi in modo da preparare i grandi maestri del futuro. Mi sento un anello di questa catena che saprà, lo spero di tutto cuore, portare la società dalla barbarie preistorica in cui siamo ancora oggi ad una civiltà umana nel senso pieno del termine.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 19) nel mese di gennaio del 2018.

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