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Superficialità o approfondimento

In questo articolo, a partire da un tema tratto dall’I-Ching (esagramma Tsing = Il pozzo),
Régis Soavi Sensei ci parla delle pratiche dell’Aikido e del Movimento Rigeneratore come strumenti di ricerca e approfondimento di sé.

Il dojo è, per essenza, il pozzo dove vengono a nutrirsi i praticanti di arti marziali alla ricerca della Via, del Tao. All’opposto del ring o della palestra, offre un luogo di pace necessario, se non addirittura indispensabile, per l’approfondimento dei valori umani.

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La presa, un’arte del distacco

di Régis Soavi

La presa in sé non è la difficoltà, è la coagulazione del ki nel polso, nelle braccia o intorno al corpo a porre un problema e a bloccarci, ed è attraverso il distacco che ce ne si potrà liberare. La visualizzazione è il modo di arrivare a questo distacco. Tsuda Sensei ce ne fornisce un esempio nel suo secondo libro, La via della spoliazione.

Ridiventare bambini

Aide-mémoire Itsuo Tsuda saisie
Aide-mémoire dessiné par Itsuo Tsuda, 1972 illustrant différents types de saisie

«L’Aikido per me è un’arte di ridiventare bambini. […] C’è bisogno di un’arte per ridiventare bambini senza essere puerili. […] Jean per esempio, mi afferra da dietro circondandomi con le braccia. Voglio abbassarmi per sedermi ma mi impedisce di farlo. Ha dei bicipiti che sono il doppio dei miei e pesa circa 90 chili. Non posso muovermi talmente mi stringe forte. Cosa si deve fare? Proiettarlo prima di sedermi? Ci provo, ma non ci riesco, poiché è troppo pesante e troppo forte.
Allora divento bambino. Vedo una conchiglia meravigliosa sulla spiaggia e mi abbasso per prenderla. Dimentico Jean che continua a stringermi da dietro. (Tecnicamente c’è un dettaglio importante: porto avanti un piede per fare, insieme all’altro, due lati di un triangolo, poiché è più concentrato). C’è scorrere del Ki, che parte da me e va verso la conchiglia, mentre prima il Ki era bloccato sul pensiero di Jean. Jean con i suoi 90 chili diventa molto leggero e cade in avanti al di sopra delle mie spalle.
Come può accadere che con idee diverse si ottengano risultati opposti, mentre la situazione rimane la stessa?
L’idea di proiezione provoca la resistenza. Nel gesto del bambino, c’è la gioia di raccogliere la conchiglia che fa dimenticare la presenza dell’avversario.»*

Prendere, appropriarsi

Ci sono molti modi di afferrare, e ciò che è spesso determinante è l’intenzione che ci viene messa. Alcuni di questi modi possono essere considerati superficiali, persino inoffensivi, altri più pericolosi, come ad esempio quelli che presentano un carattere di appropriazione, altri ancora possono essere a volte insidiosi e insistenti.
La scenografia che permette l’allenamento nell’Aikido considera che la presa sia il risultato di un atto che si manifesta con una certa aggressività. Questo atto è già di per sé stesso un tentativo di appropriarsi dell’altro per farne qualcosa, derubarlo, distruggerlo, distruggere la sua persona o la sua personalità, tralasciando i casi legittimi che non ci riguardano in quest’esempio. Si tratta di un abuso di potere, reale o irreale, manifesto o desiderato, sull’altro, questo altro che si suppone impossibilitato a reagire davanti ad una tale manifestazione di potenza.

Una presa di potere

Nel mondo animale il potere di un individuo o di un clan, all’interno di un gruppo più numeroso della stessa specie, corrisponde a dei criteri ben precisi, generalmente legati alla riproduzione, alla preservazione, o alla difesa di un territorio. Di conseguenza è sopportato e in fin dei conti accettato dall’intero gruppo; se insorgono tentativi di contestazione, dei rituali genetici o semplicemente ancestrali servono a chiarire la situazione.
All’interno della società umana, e in particolare la nostra che si vorrebbe più moderna da un certo punto di vista, il bisogno di prendere il potere sull’altro mi sembra essere più un segno di disfunzione, se non di malattia, creato dal nulla dai comportamenti indotti dalla civilizzazione. L’incertezza del proprio potere, il condizionamento esercitato da tutto quanto è già organizzato all’interno della società, provocano una frustrazione e spingono l’essere umano a cercare di riconquistarlo attraverso parole o azioni là dove questo potere non c’è, là dove non lo troverà, e cioè nell’altro, che in fin dei conti non lo detiene. Invece questo comportamento lo obbliga mentalmente ad assumersi tutti i rischi che questa vana speranza comporta. La nascita di questo tipo di aggressività proviene spesso da una mancanza, da un deficit, ammesso o meno, del proprio potere, che si cerca di colmare. Le pressioni percepite, subite, e dunque vissute come tali a volte sin dalla più tenera infanzia, conducono alcuni individui a volersi riappropriare di ciò che percepiscono, nella loro intimità, come un qualcosa di cui sono stati privati, derubati, o anche che hanno semplicemente perduto. Ciò fa di questi individui delle persone pericolose a causa della loro semplice frustrazione. Ognuno di noi può comprendere e percepire questo genere di cose nel momento in cui si ritrova impotente davanti ad un’amministrazione, o in occasione di una presa di potere su di sé da parte di qualcuno contro il quale non può, apparentemente, nulla. Da qui a divenire aggressivi non c’è che un passo, che alcuni compiono laddove altri invece ci ragionano, si rassegnano, perché hanno già accettato, per via dell’abitudine, questo stato di dominazione e lo subiscono nel quotidiano. Se alcuni ne restano solo leggermente toccati è perché hanno già passato questo tipo di difficoltà e non sono indeboliti nel loro potere, non lo hanno mai perduto o lo hanno già ritrovato.

Prigioniero

«Tel est pris qui croyait prendre»* recita il proverbio, ed è proprio questo rovesciamento di prospettiva che si opera nel momento della presa. Si dimentica troppo facilmente che colui che prende diviene prigioniero di quello che ha preso. Egli non può disfarsene senza rischiare di perdere qualcosa nel processo che ha innescato. La sua libertà, ammesso che ne abbia una, si trova ad essere dipendente da colui o colei che egli pensava poter detenere o trattenere. Egli diventa il carceriere dell’altra persona, la quale non pensa più che a liberarsi, e ci metterà tutta la sua forza, la sua intelligenza, perfino la sua astuzia, se non addirittura la sua perfidia, poiché ne ha tutto il diritto e nessuno potrà biasimarla. La nostra società genera questo tipo di comportamenti alienanti, all’interno dei quali sia l’uno che l’altro cercheranno di liberarsi, l’uno contro l’altro, invece di passare ad un’altra dimensione, più umana, più intelligente, più rispettosa di questo altro. Voler cambiare questi comportamenti può sembrare un’utopia, però, se l’Aikido esiste e continua ad essere un’arte al servizio dell’umanità, è forse per dire e mostrare che, come altri hanno già enunciato, degli altri rapporti sono possibili tra le persone, e noi non siamo i soli, noi aikidoka, a desiderare di voler continuare lungo questa direzione.

La respirazione, una risposta in una situazione particolare

È attraverso la respirazione ventrale e la calma che ne risulta, che si può trovare la soluzione immediata a certe situazioni difficili. Per prepararsi non è assolutamente necessario essere un tecnico eccezionale, un grande guerriero, o un analista assai competente, al contrario si ha la necessità di ritrovare questa forza che si è rifugiata nel più profondo del nostro corpo, nel nostro Kokoro, o che talvolta si è perfino dispersa in molteplici sistemi di difesa. Cercare nelle arti marziali violente una soluzione di difesa di fronte alla coscienza della nostra debolezza, reale o presunta, è solo una scappatoia, un’alternativa o peggio una fuga in avanti. L’Aikido, nella sua filosofia, propone un’altra direzione che, se non viene intesa e soprattutto compresa, rischia di fargli perdere la sua ragion d’essere, la sua particolarità.
Gli attacchi nell’Aikido non sono che una messa in situazione per permettere ai praticanti di risolvere un problema, un conflitto che in d’altra parte li oppone più a sé stessi che al loro partner. Le prese per esempio rappresentano spesso dei tentativi di immobilizzazione del corpo, dunque del movimento dell’altro, attraverso un imprigionamento dei polsi, delle braccia, del tronco, del keikogi o di qualsiasi altra parte che lo consenta. A volte, invece, le prese possono essere la prosecuzione di attacchi che non hanno raggiunto l’obiettivo. Raramente sono soltanto un tentativo di bloccaggio, se le si considera dal punto di vista del combattimento saranno quasi sempre seguite da un atemi o da un’immobilizzazione definitiva. Le prese non sono che il primo atto, la prima scena di una “pièce”, se si può dire così, molto più lunga. È lavorando sulle prese che si scoprirà, e questo può sembrare paradossale, il distacco.

Avant la saisie, on est touchée par quelque chose d’invisible.

La sensibilità, l’istinto

Molto prima che la presa o l’attacco si concretizzino la nostra sensibilità è raggiunta da qualcosa di invisibile ma tuttavia di molto materiale. È forse inspiegabile nello stato attuale delle conoscenze scientifiche, ma è qualcosa che conosciamo bene, e a volte anche molto bene. È ciò che ci fa muovere, schivare, quando ancora non abbiamo visto nulla, ma abbiamo soltanto sentito in modo indefinibile. Per fornire un esempio più chiaro e che ognuno ha potuto verificare, in un modo o in un altro, in diverse situazioni, vorrei parlare dello sguardo. Lo sguardo è portatore di un’energia, di un Ki estremamente concreto che il nostrto istinto può percepire. Potrebbe esservi capitato, mentre camminavate, una sera o una notte, di sentre qualcosa di indescrivibile dietro di voi, come se qualcuno vi stesse guardando, osservando, vi girate, nessuno, ma nonostante tutto la sensazione persiste. Questa sensazione, se non siete tranquilli, può trasformarsi in angoscia, ovvero può scatenare una paura «irrazionale visto che non c’è nessuno», quando di colpo scoprite, all’angolo della strada, dietro una tenda semiaperta, qualcuno che vi osserva, oppure, sopra un tetto, un gatto che vi guarda. Lo sguardo dei gatti, degli animali in generale, allo stesso modo di quello degli umani quando osservano intensamente qualcosa o qualcuno, è portatore di un Ki estremamente potente. Il nostro istinto è capace di sentirlo, ma tutto dipende dallo stato del nostro stato d’animo in quel momento. Se stiamo chiacchierando con un amico, se siamo persi nei nostri pensieri dopo un incontro amoroso ad esempio, il nostro istinto, se è poco preparato, avrà difficoltà a sentire questo genere di cose. È lo stesso, ovviamente, se siamo preoccupati, spaventati o angosciati, tutto il nostro essere, in questo caso, è in qualche modo indebolito, perde le sue capacità istintive.

Scoprire la direzione presa dal Ki

L’Aikido ci permette di riscoprire e di guidare le nostre capacità istintive. È grazie ad un lento lavoro su noi stessi e sulle nostre sensazioni che riapparirà ciò che spesso abbiamo lasciato addormentarsi, cullati dal comfort dovuto alla società moderna, che può sembrarci così rassicurante.
Il lavoro a partire dalla prese corrisponde, come tutto ciò che facciamo nell’Aikido, a un ri-apprendimento e ad un allenamento del corpo nel suo insieme, in modo che non ci sia più separazione tra il corpo e lo spirito. Già quando il nostro partner si avvicina, non si tratta di aspettare gentilmente che egli faccia la presa richiesta, tutto il nostro corpo deve sentire le direzioni prese dalle diverse parti del suo corpo: braccia, gambe, i suoi punti di appoggio, e tutto questo senza guardare, senza osservare, perché sarebbe già troppo tardi. Per quanto riguarda i debuttanti inesperti, se l’esercizio è sufficientemente lento, essi potranno scoprire i cammini percorsi dal Ki dei loro partner, le linee di forza. Poiché lavorano senza rischi, ricominciano ad avere fiducia nelle reazioni e nelle sensazioni del loro corpo. Durante le sedute non mostro solamente le tecniche, sono continuamente in movimento, facendo da Uke all’uno, da Tori all’altro, senza bloccarli faccio sentire loro la direzione che il loro corpo deve prendere e mi metto io stesso nella situazione, rendendo ancora più concreto il Ki, materializzando le linee di forza, visualizzando le aperture che essi possono utilizzare, tutto questo lasciando loro la capacità di agire, di regire a modo loro.

Scoprire il Non-fare

La presa può essere un primo passo nel cammino che conduce verso ciò che Lao Tsu o Chuang Tsu designano con il nome di Wu wei, il Non-agire, e questa è stata la base dell’insegnamento del mio maestro Itsuo Tsuda. Come insegnare ciò che non è insegnabile, come mostrare l’invisibile, come guidare un debuttante o anche un anziano verso quella che è l’essenza della pratica nella nostra Scuola? Ciò che risulta difficile spiegare a parole, si comprende facilmente quando ci si lascia guidare dalla sensazione. Per questo dobbiamo fare qualche passo indietro: accettare di lasciare le nostre abitudini di acquisire e accumulare, questi riflessi del consumatore sempre pronto a riempire il suo carrello di prodotti diversi, di tecniche più o meno moderne, alla moda o all’antica, miracolose, facili e senza sforzo, o dure ma efficaci. Oggi la pubblicità è all’origine di tante illusioni, facendo luccicare agli occhi dei clienti le meraviglie colorate di un mondo divenuto tanto virtuale. Quanto manca perché si possa praticare l’Aikido sulla console Wii con un casco di realtà aumentata e un partner di cui si possa regolare il potenziometro in funzione del proprio livello, della propria forma, o del proprio umore?
Ma è possibile che io sia in ritardo e che questo esista già.

Prendere con il Ki

I bambini piccoli conoscono e utilizzano naturalmente un certo tipo di presa estremamente efficace, si tratta di una presa vuota da tutte le contrazioni inutili. Nel prendere un gioco mettono tutto il loro ki e quando lo lasciano lo fanno con un’indifferenza completa, non c’è più nessun Ki dentro. Invece hanno una capacità incredibile quando non vogliono lasciare quello che hanno preso e che tengono nella loro piccola mano chiusa. Se è qualcosa di pericoloso, i genitori dovranno a volte aprire loro la mano dito per dito, nonostante egli sia piccola e priva di reale forza muscolare, nel senso in cui l’intendono gli adulti. Essi sanno, in modo completamente inconscio, come utilizzare il Ki, non hanno bisogno di impararlo, sfortunatamente perdono spesso questa facoltà a favore della ragionevolezza e sono l’educazione e la scolarizzazione ad esserne più spesso responsabili.
Reimparare a prendere come un bambino piccolo, senza tensione, e scoprire grazie a ciò la prensilità naturale. Utilizzo spesso come esempio la maniera in cui gli uccelli si posano su di un ramo: essi hanno dei microsensori cutanei in mezzo alle zampe che informano dei ricettori, i quali, grazie a queste indicazioni, animano delle funzioni riflesse a livello dell’involontario e impartiscono l’ordine alle loro dita di chiudersi non appena toccano il ramo. Questo modo di prendere evita le tensioni, i fallimenti e consente un adattamento molto preciso delle membra al punto che si è afferrato. Una presa di qualità è una presa che utilizza il palmo della mano come primo contatto, poi le dita si chiudono sull’oggetto, sulle membra, sul keikogi. Se si agisce in questo modo le prese sono più rapide, senza tensioni eccessive e di un’efficacia notevole, e possono così permettere un lavoro di buona qualità con un partner.

Le uniche prese dell’altro che ne rispettano la libertà sono leggere ma potenti, come quelle ad esempio di un bambino piccolo che vuole portare uno dei suoi genitori verso una piccola rana appena osservata nell’erba alta e di cui è curioso, o come quelle di due esseri, amici o amanti, uniti dalla tenerezza e dal rispetto reciproco.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 24) nel mese di april del 2019.

* Itsuo Tsuda, La Via delal spoliazione, Yume editions, 2016, p. 179.
* “Tel est prise qui croyant prendre” proverbio francese, tratto da una favola di La Fontaine “Il topo e l’ostrica” che in una versione italiana suona « Chi prender gli altri crede/ talor se preso vede” e cioè “A volte chi crede di prendere gli altri finisce per essere preso”.

Misogi

In questo articolo, a partire da un tema tratto da I-Ching (Khann = l’abissale), Régis Soavi Sensei ci parla dell’Aikido come una pratica di Misogi.

Il Misogi 禊 è una pratica molto presente presso gli shintoisti. Consiste in un’abluzione, a volte sotto una cascata, in un corso d’acqua, o anche nel mare, e permette una purificazione allo stesso tempo fisica e psichica della persona. In un senso più ampio, Misogi include tutto un processo di risveglio spirituale. È anche un’azione che mira a dare sollievo all’essere da quello che l’opprime, per permettergli di risvegliarsi alla vita. L’acqua è sempre stata considerata come uno dei suoi elementi essenziali.

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Taiheki, il rivelatore

di Régis Soavi

Noro Sensei, negli anni Settanta, ci raccontava che Ō Sensei Morihei Ueshiba rimprovera­va talvolta ai suoi allievi la loro mancanza di attenzione nel momento in cui telefonavano da una cabina pubblica, concentrati com’erano sulla loro conversazione: «Dovete essere pronti in tutte le circostanze, qualsiasi cosa facciate!» diceva.

L’Aikido opta per una posizione naturale, senza guardia, detta Shizen Tai. Ma una postura naturale non è affatto una postura rilassata come la si intende oggi, in ogni caso la con­centrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate. Se la guardia più diffusa nell’Aiki­do resta Hammi no Kamae, come tutte le altre anche questa dipende, più di quanto non si creda, dalla polarizzazione dell’energia nel corpo.

Kamae, l’istinto del corpo

Mi ricordo di quello che ci aveva detto Maroteaux Sensei in occasione di una delle mie pri­me sedute di Aikido al dojo della Montagne Sainte-Geneviève: «Aprite la porta, un cane vi salta alla gola, che fate?» Evidentemente ero rimasto senza parole, ma la domanda che ci aveva posto, al tempo in cui ero un giovane praticante di arti marziali piuttosto sicuro di sé all’epoca, mi aveva scosso, e questo fu all’origine delle mie ricerche sulle Kamae.
Mettersi in guardia è la risposta ad un atto aggressivo o ad una sensazione di pericolo. Per chi non conosce le arti marziali questa risposta sarà istintiva, mentre per un praticante sarà il risultato della sua formazione. Le sue ricerche personali potrebbero portarlo a utiliz­zare il suo corpo in una maniera diversa da quella che aveva appreso e per questa ragio­ne troverà un posizionamento o una guardia che gli conviene, a volte più pertinente, a vol­te tale da tendere una trappola lasciando credere ad un’apertura o ad una debolezza da parte sua. Sebbene ci siano numerosi modi di mettersi in guardia, e dunque di proteggersi, si deve tener conto del proprio corpo; malgrado tutto ciò che si è appreso, malgrado gli anni di allenamento, come ultima risorsa sarà l’istinto a guidarci. Il lavoro sulle arti marziali, lungi dall’essere inutile, sarà piuttosto in questo caso un supporto, un appoggio. Il rischio del­l’apprendimento è talvolta quello di fornire una sicurezza, una fiducia nella tecnica, nelle posture che, se sono magnifiche in foto o sui tatami, non corrispondono ad alcuna realtà nella vita di tutti i giorni. Trovare la postura giusta dipende dal corpo di ciascuno. Fin troppi praticanti cercano, lavorando con accanimento, di modellare il loro corpo per renderlo con­forme all’idea che si sono fatti della loro arte, o più semplicemente dell’efficacia che spera­no di ottenere. Si prende in considerazione l’estetica dell’arte, e di conseguenza se ne per­de la profondità. Si vede il lavoro compiuto ma non ci si rende conto delle deformazioni ac­quisite a causa di questo lavoro. Ci sono tanti allievi che ripetono lo stesso esercizio un numero incredibile di volte, la stessa tecnica, sperando così, imitando semplicemente il maestro o il professore, di arrivare alla padronanza della propria arte, mentre seguono la via della deformazione senza rendersene conto. Non bisogna stupirsi del numero di inci­denti o di disabilità che ne derivano. Quanti non possono più praticare a causa di un ginoc­chio, di un gomito, di un polso, o della loro schiena mentre sono ancora giovani e pieni di energia?

Noguchi Haruchika Sensei 1911-1976 fondatore del Seitai

Le Kamae dipendono dal Taiheki

Il Seitai ci fornisce un eccellente strumento, lo studio delle tendenze corporee che Noguchi Haruchika Sensei ha chiamato Taiheki (体癖). È Tsuda Sensei che ce ne dà una prima de­scrizione, benché sommaria, ma era già una rivelazione, al momento della pubblicazione del suo libro Il Non-fare1 agli inizi degli anni Settanta. Egli ha poi completato questo insegnamento nei libri che seguirono nel corso degli anni, senza smettere di apportare degli esempi che ci permettevano di meglio comprendere i Taiheki. Anche la lettura dei testi di Noguchi Sensei ci ha permesso di approfondire la conoscenza dei comportamenti umani e soprattutto delle loro relazioni con il corpo. La comprensione dei movimenti del corpo degli individui permette di guidare i debuttanti verso una postura migliore, senza che si deformino. Siccome ci vorrebbe un libro intero per spiegare questo insegnamento a chi non conosce l’argomento, sono obbligato a fornire solo qualche indicazione, senza entrare nel dettaglio.
La classificazione dei Taiheki messi a punto da Noguchi Sensei si basa sul movimento in­volontario umano. Non si tratta di una tipologia che permette di inserire gli individui in ca­selle predefinite, ma di svelare le tendenze comportamentali abituali tenendo conto delle interpenetrazioni che possono esistere tra queste.
Questa classificazione comprende sei gruppi: i primi cinque sono in relazione con una ver­tebra lombare, l’ultimo gruppo non è in relazione con la colonna vertebrale, ma con uno stato generale del corpo. Ogni gruppo è suddiviso, a seconda dell’aspetto Yang o Yin, in due sottogruppi o tipi, detti “attivo” e “passivo”. Per ben comprendere l’interesse di un tale studio, ho scelto alcuni esempi che alla luce dei Taiheki mi sembrano più esplicativi di altri.

Trovare la giusta postura dipende dal corpo di ciascuno.

Taiheki, il rivelatore

All’interno della classificazione, il primo gruppo è anche chiamato «gruppo verticale» ed è in relazione con la prima vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi al cervello.
Il tipo 1, ad esempio, è estremamente sicuro di sé in rapporto alla Kamae, egli adotta una posizione assolutamente definitiva, è capace di spiegarla a tutti, con molta logica. Anche se la sua esperienza è minore, si fa immediatamente un’idea della cosa e non demorde. I suoi talloni hanno la tendenza a sollevarsi dal suolo a causa della tensione che ha alle cer­vicali, egli svilupperà, ad esempio, una teoria secondo la quale si può saltare più rapida­mente e più lontano in caso di attacco e rifiuterà tutte le contraddizioni, fino al momento in cui non sorgerà un’altra idea che gli sembrerà essere più brillante o più giudiziosa.
Il tipo 2 sa tutto sulle Kamae relativamente a quasi tutte le arti marziali, le origini storiche, il valore di ciascuno e i maggiori difetti, l’apporto di ogni maestro. Conosce anche delle sto­rielle che illustrano le sue affermazioni, è un pozzo di conoscenza che non esita a com­pletare non appena sente una mancanza da qualche parte nella sua argomentazione o nei suoi riferimenti.

Il secondo gruppo è denominato «gruppo laterale» ed è in relazione con la seconda verte­bra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato digerente
Il tipo 3 è un “bon vivant”, nel momento in cui pratica le arti marziali sceglie il suo club più in funzione dell’ambiente che dell’efficacia dell’arte insegnata o della notorietà del maestro. Tutte queste storie sulla postura, sulla guardia, non lo interessano che molto poco, egli ha la sua piccola opinione in proposito come d’abitudine, a lui piace o non piace, vale a dire gli va bene o no.
Il tipo 4 al contrario è molto riservato, è difficile sapere cosa pensi. Affabile, raramente esprime la propria opinione, anche se si instaura un dibattito sul valore delle diverse Ka­mae, non ha opinioni vere e proprie, tutto gli sembra possibile in funzione delle circostan­ze. Egli rientra piuttosto nel genere del diplomatico senza eccessi.

Il terzo gruppo è denominato «gruppo polmonare» o «gruppo avanti-indietro» ed è in rela­zione con la quinta vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato re­spiratorio.
Il tipo 5 non ama discutere per niente, una guardia deve avere un senso pratico, o è effica­ce o non lo è. Occorre verificare, e se funziona andare avanti… Schivare non è vera­mente il suo forte, preferisce le tecniche in Omote piuttosto che quelle in Ura. A causa del­la sua tendenza ad appoggiarsi sulla quinta lombare le sue spalle si portano in avanti e lo incitano ad agire. È facilmente combattivo, ma sa preservarsi delle vie di fuga in caso di bi­sogno.
Il tipo 6 ha troppa tensione alle spalle per poter agire in maniera semplice. Quando questa tensione si rilassa libera una enorme quantità di energia che parte in tutte le direzioni e che egli stesso non riesce a gestire. Di fronte a lui non è possibile alcuna guardia, è com­pletamente ingestibile ed imprevedibile col rischio di mettersi egli stesso in pericolo.

Il quarto gruppo è denominato «gruppo torsione» ed è in relazione con la terza vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato urinario.
Alcuni Taiheki possono a priori sembrare predisposti ad una buona guardia, come nel caso del «gruppo torsione» (tipo 7 o 8) poiché per difendersi adottano istintivamente un genere di postura, piuttosto di profilo, le lombari inarcate, un piede avanti etc. Questa po­stura può sembrare ideale, per una posa o su una foto. Ma messa da parte la precisione del posizionamento e i punti di appoggio, la capacità di muoversi dipende, evidentemente e può darsi principalmente, dal mentale. C’è una differenza enorme, che cambierà tutta la questione, tra una torsione di tipo 7 e quella di tipo 8. Per semplificare dirò che il tipo 7 vuole vincere mentre il tipo 8 non vuole perdere. Tutta la postura cambia, l’uno si appresta a slanciarsi in avanti, l’altro a tentare di schivare. Per di più le persone del gruppo torsione hanno una agitazione permanente che in questo caso si rivela nefasta. Agitati, non aspet­tano che una sola cosa: passare all’azione. L’attesa per loro è insopportabile, non resisto­no più, tutto ad un tratto si lanciano, tanto peggio se non è il momento giusto.

Il quinto gruppo è denominato «gruppo pelvico» o «gruppo bacino» ed è in relazione con la quarta lombare. La sua energia non è polarizzata verso una regione del corpo, è tutto il corpo che a partire dalle anche si tende e si rilassa in un colpo solo.
Il tipo 9 è un esempio della continuità, quando pratica le arti marziali tende a farne la sua unica ragione di vita, la tendenza del suo bacino alla chiusura dà una grande forza al suo koshi che gli facilita il compito dell’apprendimento, ma ha una predisposizione al perfezio­nismo che a volte può rasentare l’assurdo. Si preoccupa dei dettagli e perfezionerà le Ka­mae fino al più piccolo elemento, fintanto che la postura non sia perfetta dal suo punto di vista, sarà insoddisfatto, ma è giustamente questa insoddisfazione che, lungi dallo scorag­giarlo, lo spinge in avanti. Niente può opporglisi, solamente la soddisfazione interiore è il suo punto di riferimento. Può, come Ō Sensei Morihei Ueshiba, così come altri grandi mae­stri, arrivare alla conclusione che la posizione naturale è la Kamae ideale perché rap­presenta il superamento di tutte le altre. Ma questa posizione naturale è il frutto dei suoi numerosi anni di lavoro e di allenamento e non una facilità teorica o un rilassamento.
Il tipo 10 invece ritiene che una buona guardia sia indispensabile, che è una garanzia di stabilità e che se si rispettano gli altri non ci saranno conflitti. Il suo bacino aperto ne fa ge­neralmente una persona molto accogliente, possiede una grande sensibilità e la sua intui­zione è micidiale. La sua postura aperta gli impedisce di essere aggressivo, avrà la ten­denza a fare delle tecniche Ura che gli riescono meglio e la sua guardia andrà più nella di­rezione di assorbire l’attacco piuttosto che di respingerlo.

I due tipi restanti, che formano l’ultimo gruppo, sono degli stati del corpo denominati «iper­sensibile e apatico».
Il tipo 11 non riesce ad avere una guardia precisa e definita, la sua ipersensibilità ne fa un essere disturbato che non giunge ad avere dei punti di riferimento. La sua guardia è im­precisa, e addirittura disordinata o confusa e quasi sempre totalmente inefficace. La paura ha la tendenza a liquefargli le gambe. L’Aikido può essere un’attività eccellente nel suo caso, a condizione che l’insegnante comprenda bene le sue difficoltà, e non gli metta fretta, al fine di condurlo verso una sensibilità normale.
Il tipo 12, al contrario, è un esempio di rigidità, ha una guardia molto fisica spesso non molto flessibile, è capace di incassare tutti i colpi senza battere ciglio. Il suo corpo può tal­volta presentare una lassità muscolare a livello delle articolazioni senza che la sua rigidità ne venga diminuita.

È in funzione dei Taiheki che possiamo comprendere l’inutilità di tale o tal’altra postura e dunque di questa o quella Kamae. I punti d’appoggio sono differenti da un individuo all’al­tro, e anche l’energia per spostarsi o semplicemente per muoversi lo sono. È dunque inuti­le proporre un esercizio che, se migliora la postura apparente, distrugge la persona nei suoi fondamenti, o che come minino rischi di provocare delle deformazioni tanto fisiche che mentali.

Kamae e rigidificazione

Tsuda Sensei considerava che la rigidificazione e il rilassamento degli individui facessero parte dei grandi tranelli indotti dalle nostre società moderne, ma egli non ignorava che questi problemi esistessero già da tempo, che sono inerenti alla società umana. Nel suo li­bro La Via degli dei2 riferisce un aneddoto sulle Kamae che ho trovato ancora una volta molto significativo. È significativo dei rischi in cui l’immaginazione può fare incorrere, an­che a delle persone del mestiere come i Samurai:

«La contrazione involontaria si rinforza man mano che l’immaginazione si riempie di paura. La paura non rimane soltanto nella testa. Paralizza tutto il corpo. Soprattutto i polsi perdono flessibilità e le braccia si desensibilizzano. È quello che è successo a due samurai che si battevano in un duello, di cui ho letto il racconto da qualche parte. Tenevano la spada a due mani e si fronteggiavano, a diversi metri di distanza l’uno dall’altro. A questa distanza erano ancora fuori pericolo, qualsiasi cosa facessero, ma già il loro volto era pallido. Pro­babilmente erano madidi di sudore freddo. Sono rimasti lì, alla stessa distanza, per un cer­to tempo. Alla fine si sono avvicinati, dopo poco ce n’era uno che giaceva per terra e l’altro che stava in piedi. Il combattimento era finito. Ma il vincitore rimaneva lì, incapace di mol­lare la spada, perché le dita si erano contratte sull’impugnatura. La contrazione era tale che gli risultava difficile rilassarle.»

La concentrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate in alcun caso

Se si vuole evitare la rigidificazione che può essere provocata da guardie quando queste non ci corrispondono, o quando i condizionamenti che esse impongono ci deformano, c’è solo il buon senso e la ricerca personale verso l’equilibrio che possono permettercelo. Non ci sono soluzioni definitive per tutti i problemi e per sempre.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 23) nel mese di gennaio del 2019.

Note:

1. Itsuo Tsuda, ll Non-Fare, Yume Editions, 2014.
2. Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 60.

foto di Régis Sirvent e Sara Rossetti

Ukemi : lo scorrere del ki

di Régis Soavi

La caduta nella nostra arte è più di una liberazione, semplice conseguenza di un atto. È lo Yin o lo Yang di un insieme, il Tao. Durante la pratica Tori libera, alla fine della sua tecnica, un’energia Yang: se non vuole ferire il suo partner, gli lascia assorbire questa energia e ritrasmetterla nella caduta.

L’Aikido è un’arte senza sconfitti, un’arte dedicata agli esseri umani, all’intuizione degli esseri umani, alla loro capacità di adattarsi, e il superamento, attraverso la caduta, della contraddizione che ha apportato una tecnica, non è altro che la capacità di adattarsi a questa.
Non insegnare al principiante a cadere vorrà dire creargli un handicap sin dalla partenza, rischiare di vederlo scoraggiarsi, dar luogo a uno spirito di rancore o persino di vendetta.
Ci sono differenti attitudini tra i debuttanti, ci sono quelli che si lasciano andare a corpo morto rischiando di farsi male e quelli che, siccome hanno paura, si contraggono al momento di cadere e ovviamente, se vengono forzati, cadono male e ne subiscono le dolorose conseguenze. La mia risposta a questo problema è la dolcezza e il tempo…

La respirazione durante la caduta

Nel momento in cui si viene sorpresi da un rumore, da un gesto, la prima reazione è quella di inspirare e di bloccare la respirazione, è un funzionamento riflesso e vitale che prepara la risposta e dunque l’azione. La sorpresa innesca una serie di processi biomeccanici totalmente involontari, è già troppo tardi per ragionare. È attraverso l’espirazione che arriverà la soluzione al problema. Alla fine, se non ci sono rischi o se la reazione è esagerata, e il rischio minore, si lascia andare il blocco e il respiro si libera in modo naturale (il famoso uff…) Quando ci troviamo davanti al pericolo, che sia grande o piccolo, siamo pronti all’azione, ad agire grazie al respiro, grazie all’espirazione. I problemi sopraggiungono quando, per esempio, non sappiamo come fare, quando la soluzione non sorge in modo immediato e si resta bloccati nell’inspirazione, i polmoni pieni d’aria, e in preda all’incapacità di muoversi. È un disastro! È pressappoco lo stesso scenario che si profila quando si è debuttanti, il nostro partner fa una tecnica e la risposta logica che ci permetterà di liberarci, e dunque di risolvere questo problema conflittuale, è l’Ukemi. Ma se si ha paura della caduta, se non si è tecnicamente preparati grazie alle numerose capriole avanti e indietro eseguite con lentezza e in tutta morbidezza, si resta con i polmoni gonfi come un pallone da calcio, e se la tecnica arriva fino in fondo, ci si ritrova a terra con più o meno danni.
Il minore dei mali è quello di rimbalzare dolorosamente, come il suddetto pallone, sui tatami.
Imparare a lasciare non appena è indispensabile, non cadere in avanti per precauzione, poiché questo compromette la sensazione di Tori, dandogli una falsa idea del valore della tecnica e spesso anche di sé stesso. Comprendere il momento giusto per espirare e arrivare dolcemente sui tatami senza aria nei polmoni. Poi, quando si è più avanzati, nel caso delle chutes claquées* sarà sufficiente espirare più velocemente e lasciarsi andare perché il corpo trovi da sé la buona posizione per atterrare.

Formazione vecchio stile!

La mia formazione attraverso il Judo agli inizi degli anni sessanta nella periferia di Parigi, è stata molto diversa. Per noi, studenti delle medie, il Judo è stato una maniera di spendere la nostra energia e di incanalare ciò che altrimenti sarebbe finito male, vale a dire in litigi e altre risse di strada. L’allenamento due volte a settimana passava attraverso due cose essenziali: il rispetto assoluto nei riguardi del nostro istruttore e l’apprendimento delle cadute. Era ancora un’epoca durante la quale il nostro istruttore ci insegnava il Judo “giapponese” senza le categorie di peso. Anche se Anton Gessing aveva appena vinto le Olimpiadi, egli si riteneva tradizionalista. Le cadute erano una delle basi dei corsi, rotolare in avanti, indietro, sul fianco, passavamo circa venti minuti ad allenarci prima di iniziare le tecniche e a volte, quando trovava che non eravamo abbastanza concentrati, troppo dispersi, ci diceva: “Rovesciate i vostri kimono per non sporcarli” e uscivamo per una serie di cadute in avanti, nel piccolo vicolo lastricato davanti al dojo. Dopodiché non avevamo più paura delle cadute, o almeno, quelli tra noi che volevano ancora continuare!
Il mondo è cambiato, la società si è evoluta, i genitori di oggi probabilmente non accetterebbero di affidare i loro figli ad un tale “barbaro“, e poi ci sono i regolamenti, le norme di sicurezza, le assicurazioni.
Bob, si chiamava così, si sentiva responsabile della nostra formazione e insegnarci a cadere in ogni circostanza e su tutti i tipi di terreno faceva parte dei suoi valori e il suo dovere era di trasmetterceli.
I corpi sono cambiati, attraverso la nutrizione, la mancanza di esercizio fisico, l’intellettualizzazione a oltranza, come si può far passare il messaggio della necessità dell’apprendimento fisico delle cadute allorché il risultato non si vedrà che parecchi anni dopo? Quale sarà il beneficio, quale sarà il profitto? Tutto è contabilizzato oggi, non c’è tempo da perdere.
È la filosofia dell’Aikido ad attirare i nuovi praticanti, è dunque grazie a questa che si potrà far passare il messaggio di questa necessità.

Il dualismo

L’Aikido, per sua stessa natura e soprattutto per l’orientamento che gli ha conferito O Sensei Morihei Ueshiba, ha tutta un’altra visione della caduta rispetto, per esempio, alla Boxe o al Judo, dove cadere è perdere. Chi guarda dall’esterno, ed è ciò che conferisce a torto un certo carattere alla nostra arte, ha l’impressione che Tori vinca quando Uke cade sui tatami. Psicologicamente è difficile ammettere che non è affatto così. La società non ci offre che raramente degli esempi di comportamento diversi dal dualismo manicheo “O vinci o perdi”. Ed è logico che, a prima vista, non si capisca e non si veda che questo. Per comprendere la cosa in modo diverso bisogna praticare, e inoltre bisogna praticare con in mente una concezione differente, che può essere trasmessa solo attraverso l’insegnamento. Itsuo Tsuda sensei ci dà un esempio della sua pedagogia nel suo libro La via della spoliazione:
«Nell’Aikido, quando c’è scorrere del ki dall’esecutore A verso l’oggetto B, l’avversario C che lo tiene per il polso viene proiettato nella stessa direzione. C viene trascinato e raggiunge la corrente principale che va da A verso B. Ho spesso usato questa messa in scena psicologica. È, per esempio, la formula “Sono già lì”. Quando l’avversario vi afferra i polsi e blocca il vostro movimento, come nell’esercizio di kokyu da seduti, si è inclini a pensare che si tratti di un esercizio di spinta. Se si spinge l’avversario, si produce immediatamente una resistenza da parte di quest’ultimo. Spinta contro spinta, si lotta. Diventa una specie di sumo da seduti.
Nella formula “Sono già lì”, non c’è lotta. Molto semplicemente ci si sposta. Si fa perno su un ginocchio per fare un mezzo giro, l’avversario è trasportato dallo scorrere del ki e si rovescia sul fianco.
Basta pochissimo perché questo esercizio diventi una lotta. Appena vi si aggiunge l’idea di vincitore e di vinto, facciamo degli sforzi esagerati per ottenere il risultato, tutto ciò a scapito dell’armonia d’insieme. Uno spinge, l’altro resiste, abbassandosi oltremisura, e stringendo i pugni per impedire la spinta. Una tale pratica non beneficerà né all’uno né all’altro. L’idea è troppo meccanica.
[…] L’idea di proiezione provoca la resistenza. […] Dimenticare l’avversario pur sapendo che è lì, non è per niente facile. Più si cerca di dimenticare, più ci si pensa. É la gioia nello scorrere del ki che mi fa dimenticare tutto.»**

Il disequilibrio è al servizio dell’equilibrio

L’equilibrio non è affatto rigidità, ecco perché cadere, come conseguenza di una tecnica, può perfettamente permetterci di ritrovare l’equilibrio. È necessario imparare a cadere bene, non soltanto per permettere a Tori di non temere per il suo partner, poiché egli lo conosce e sa sin dall’inizio che le sue capacità gli permetteranno di uscire dalla situazione altrettanto bene di quanto farebbe un gatto in condizioni difficili. Ma anche e semplicemente perché grazie alla caduta ci si sbarazza delle paure che a volte i nostri stessi genitori o i nostri nonni ci hanno inculcato con il loro “precauzionismo” del tipo “Fai attenzione che cadi” a cui segue inevitabilmente il “Finirai per farti male”. Questo imprinting pavloviano ci ha spesso portato alla rigidità e in ogni caso ad una certa apprensione rispetto al fatto di cadere.
In francese la parola cadere ha evidentemente una connotazione negativa, mentre in giapponese la traduzione correntemente più ammessa per il termine Ukemi è “atterrare con il corpo”, e qui si capisce che c’è un mare di differenza. Una volta ancora la lingua ci mostra che i concetti, le reazioni, sono profondamente differenti, e sottolinea l’importanza del messaggio da trasmettere alle persone che debuttano nell’Aikido. Senza essere specificatamente linguisti, né traduttori di giapponese, la comprensione della nostra arte passa anche attraverso lo studio delle civiltà orientali, delle loro filosofie, dei loro gusti artistici, dei loro codici. A mio avviso, non è possibile sradicare l’Aikido dal suo contesto, nonostante il suo valore di universalità, si deve andare a cercare in quelle radici e dunque nei testi antichi. Una delle basi dell’Aikido si trova nella Cina antica, più precisamente nel Taoismo. Durante un’intervista con G. Erard, Kono sensei rivela uno dei segreti dell’Aikido, che mi sembra essenziale benché piuttosto dimenticato al giorno d’oggi: egli aveva domandato a O Sensei Morihei Ueshiba «“O Sensei, com’è che noi non facciamo la stessa cosa che fa lei?” O Sensei ha risposto sorridente: “Io comprendo lo Yin e lo Yang, voi no!”».***

Proiettare per armonizzare

Tori, e questa è una peculiarità della nostra arte, può guidare la caduta del suo partner in modo che questi possa approfittare dell’azione. Itsuo Tsuda ci parla di quello che aveva sentito quando veniva proiettato da O Sensei: “Quello che posso dire in base alla mia esperienza è che, con il Maestro Ueshiba, il mio piacere era così grande che avevo sempre voglia di ricominciare. Non ho mai sentito alcuno sforzo da parte sua. Era talmente naturale che, non solo non sentivo alcuna costrizione, ma cadevo senza saperlo. Conosco l’infrangersi delle grandi onde sulla spiaggia che portano via e fanno rotolare. Certo, si prova un certo piacere, ma con il Maestro Ueshiba si trattava di altro ancora. C’era serenità, grandezza, Amore.”****
C’è una volontà, cosciente o meno, di armonizzare il corpo del partner. In questo caso possiamo parlare di proiezione. È il caso di dire che l’Aikido non è più nella marzialità, ma nell’armonizzazione dell’umanità. Per realizzare quest’ultima è necessario aver abbandonato tutte le idee di superiorità, di potere sull’altro, o ancora tutte le attitudini vendicative, e avere invece il desiderio di dare una mano al partner per permettergli di realizzarsi, senza che egli abbia bisogno di ringraziare chicchessia. Perché questo si realizzi è indispensabile la fusione di sensibilità con il partner: è questa fusione che ci guida, che ci permette di conoscere il livello del nostro partner e di lasciarlo al momento giusto se è un debuttante, o di sostenere il suo corpo se il momento è adatto per un superamento, permettergli di cadere più lontano, più rapido, o più alto. In ogni caso il piacere è garantito.

L’involontario

Non è possibile calcolare la direzione della caduta, la sua velocità, la sua forza, né tanto meno il suo angolo di atterraggio. Tutto questo passa a livello dell’involontario o dell’inconscio, se si preferisce, ma di quale inconscio stiamo parlando? Si tratta di un inconscio liberato di tutto ciò che lo ingombrava, di tutto ciò che gli impediva di essere libero, ecco perché O Sensei ricordava così spesso che l’Aikido è un Misogi, praticare l’Aikido vuol dire realizzare questa pulizia del corpo e dello spirito. Quando si pratica in questa maniera non ci sono incidenti al dojo, è la via adottata da Itsuo Tsuda sensei e le indicazioni che dava ci conducevano in questa direzione. Questo fa della sua Scuola una Scuola particolare. Altre vie non solo sono possibili, ma anche corrispondono certo maggiormente, o meglio, alle aspettative di numerosi praticanti. Leggo molti articoli nelle riviste o nei blog nei quali ci si inorgoglisce per la violenza o per la capacità di risolvere i conflitti attraverso la violenza e l’indurimento, e questo non mi sembra essere il cammino indicato da O Sensei Morihei Ueshiba, né dai Maestri che ho avuto la fortuna di conoscere e, in particolare, Tsuda sensei, Noro sensei, Tamura sensei, Nocquet sensei, o altri ancora attraverso le loro interviste, come Kono sensei.
L’Ukemi ci permette di comprendere meglio fisicamente i principi che governano la nostra arte, che ci guidano verso un superamento del nostro piccolo essere, del nostro piccolo mentale, per intravedere qualcosa di più grande di noi, fare corpo con la natura della quale siamo uno degli elementi.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

NOTE
*. Cadute in avanti fatte senza rialzarsi, cadendo sul fianco assorbendo la caduta battendo la mano al suolo.
**. Itsuo Tsuda La via della spoliazione, 2016 Yume Editions pag. 176-180
***. Guillaume Erard, Entretien avec Henry Kono: Yin et Yang, moteur de l’Aikido du fondateur, 22 aprile 2008, www.guillaumeerard.fr
****. Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, pag. 184

Uscire dall’ombra

Di Manon Soavi

Ho scoperto tardi di essere una «ragazza». Certo lo sapevo, ma non aveva nessuna importanza, nessun impatto sulla mia vita, sui miei rapporti e sulla mia pratica dell’Aikido. Non avevo coscienza, al contrario della maggior parte delle mie concittadine, di essere «una ragazza» prima di essere un «individuo».  Ciò che spiega in parte il fatto di essere cresciuta al di fuori di questi schemi onnipresenti è che non sono mai andata a scuola. I miei genitori avevano scelto una strada diversa, era una decisione rivoluzionaria, si trattava di una non sottomissione alla scuola «obbligatoria» come ne parla Catherine Baker nel suo libro (1)…

Certo questa formattazione delle donne non avviene solo nell’ambiente scolastico, ma anche con la famiglia, le frequentazioni, i media e la cultura in generale. In una famiglia è sempre alle bambine che si dice che sono “così carine, così graziose”. Che si tratti di un Keikogi di judo o di un tutù rosa, la si veste come fosse una bambolina. È così comune, così scontato, “come il naso in mezzo al viso”(2), che non lo vediamo più come un problema. Che male c’è a fare un complimento a una bambina, o a un neonato, sugli abiti, i suoi riccioli o il suo sorriso? Ebbene, è proprio per l’importanza odierna attribuita alla bellezza e all’apparire che s’impara nella prima infanzia e che marchia indelebilmente. È con tutte queste osservazioni, questi giocattoli rosa e questi sorrisi, che si insegna alle future donne il loro ruolo tradizionale: piacere e provare piacere a piacere. L’autrice Mona Chollet lo descrive così: “Le conseguenze di questa alienazione [per le donne] sono lungi dal limitarsi ad essere una perdita di tempo, di soldi e di energia. La paura di non piacere, di non corrispondere alle aspettative, la sottomissione al giudizio esterno, la certezza di non essere mai abbastanza degne da meritare l’amore e l’attenzione degli altri traducono e amplificano allo stesso tempo un’insicurezza psichica e una autosvalutazione che estendono il loro effetto a tutti gli ambiti della vita delle donne.”(3)


Per quanto mi riguarda, essendo sfuggita a questa situazione nella mia prima infanzia, l’ho scoperta solo nell’adolescenza, rendendomi conto con stupore che mi si vedeva e mi si parlava prima di tutto come a “una ragazza”! Ovviamente mi era insopportabile e mi sono ribellata, come altre donne, contro questo trattamento. Purtroppo nessuno può sfuggire completamente a una cultura, a una società, ne faccio parte e questo riguardava anche me. Certo la situazione delle donne occidentali non si può paragonare a quella di altri paesi in cui le donne non hanno alcun diritto. Cionondimeno, è una ragione per non continuare ad evolvere? Poiché se le donne soffrono di questa situazione, che loro stesse perpetuano educando instancabilmente le proprie figlie e i propri figli a riprodurre gli stessi schemi, è l’umanità intera ad essere perdente in questo disequilibrio. Se gli uomini possono essere considerati come degli “oppressori” penso che sono le donne che hanno in mano le chiavi per fare uscire la nostra società da questo vicolo cieco. Questa frase di Kobayashi Sensei, “la libertà si esprime muovendosi là dove è possibile”, (4) mi sostiene nel pensiero che sta alle donne esercitare la propria libertà. Sta a noi non riprodurre eternamente questa storia. Ed è rispetto a questo, esattamente a questo che, per me, il tema si ricollega a quello dell’Aikido.

Aikido, una terza via

L’Aikido può essere una risposta a questo vicolo cieco del “combattere o sottomettersi” che incontrano le donne. Perché l’Aikido è un’arte marziale in cui non c’entra il combattimento.
Possiamo osare il termine Non-Arte Marziale? Sono molti i maestri e i grandi esperti che lo ripetono (ancora recentemente Steve Magson, allievo di Chiba Kazou Sensei su Aikido Journal): è ridicolo fare la domanda sull’“efficacia” dell’Aikido in un “vero combattimento”. Non vuole dire nulla (ciò non vuol dire che si debbano fare cose senza senso, ovviamente). Ma se un esperto di un alto livello marziale può scrivere questo senza che si dubiti del valore di ciò che fa in Aikido, una donna che dice la stessa cosa sarà subito sospettata di non essere all’altezza, di non essere abbastanza capace.
Tuttavia l’argomento riguarda proprio le donne, perché ci confrontiamo sempre aspramente con la questione del combattimento come situazione dualista, anche se non si tratta di battersi a pugni, ma di un combattimento sociale e culturale. Inoltre siamo dalla nascita delle potenziali vittime di violenze. Forse ne sfuggiremo, ma allora saremo l’eccezione. Tutte le donne vivono sapendosi vittime un giorno o l’altro. Quando vogliamo esprimerci, esercitare un mestiere, siamo sempre obbligate a dimostrare il nostro valore, il nostro diritto ad essere nel posto in cui siamo, per tutta la vita. Ed è proprio l’Aikido a uscire completamente da questo schema! Non ci sarà né vincitore, né vinto. L’Aikido è come un’altra dimensione in cui i nostri valori non contano più. Se è vissuto in un certo modo può essere uno strumento per praticare, da essere umano a essere umano, senza distinzione. Régis Soavi Sensei dice dell’Aikido che “è una scuola di vita, una scuola che risveglia la vita di coloro che lo praticano. Lungi dall’essere una corda in più al nostro arco, è qui per rimettere in discussione le false convinzioni e i sotterfugi che ci propone la nostra società.”(5). Mi sembra che anche Cognard Sensei vada in questo senso quando parla di un rituale Aiki, che potrà cambiarci al punto da superare la storia che legittima la violenza da secoli. È un peccato che le donne non s’impadroniscano di più di questo strumento, di quest’arte, per uscire dalla loro sottomissione, senza scimmiottare gli uomini di potere, bensì prendendo una terza via. Là dove nessuno le aspetta.
Questa direzione mi accompagna dall’infanzia, ovviamente facendo un percorso fuori dal sistema scolastico, ma anche praticando l’Aikido da quando avevo sei anni. Non dico che riesco sempre a trovare la strada, ma ci lavoro. Ogni giorno mi ripropongo di allenarmi a prendere un’altra strada, a uscire dalle situazioni in un altro modo. Pratico avendo come maestro mio padre. È una fortuna e allo stesso tempo non è facile. L’ho sempre visto davanti a me, su questo cammino. È da tanto tempo su questa strada, già da prima che nascessi, a volte ho avuto l’impressione che fosse un orizzonte insuperabile in Aikido. Con benevolenza, ma con un’incredibile fermezza, mi ha guidata, tenuta per mano, senza concessioni, ma lasciando lavorare il tempo. Oggi cammino affianco a lui, insegno anch’io l’Aikido… e capisco meglio la mia fortuna. Vorrei incitare altre donne (senza escludere ovviamente gli uomini) a praticare quest’arte nello spirito che conosco, quello della Scuola Itsuo Tsuda. E a praticare abbastanza a lungo, perché c’è bisogno di tempo, non possiamo cambiare una cultura in qualche anno. Possiamo acquisire qualche tecnica, forse un po’ di fiducia in se stessi. Per orientarsi veramente in modo diverso ce ne vorrà di più.
Il primo passo è la pratica quotidiana, almeno regolare, che ci riporta a noi stessi. Scrivendo su un soggetto in apparenza completamente diverso (la calligrafia), il sinologo J.F. Billeter ce ne dà una testimonianza di una chiarezza ammirabile con delle osservazioni riscontrabili anche nella pratica dell’Aikido:
“Nel mondo attuale, l’esercizio ci riporta a noi stessi ridandoci il gusto del gesto gratuito. Dettata dalle macchine, la nostra attività quotidiana si riduce sempre di più a dei movimenti programmati, frutto di addestramento, compiuti nell’indifferenza, senza la partecipazione dell’immaginazione, né della sensibilità. La pratica rimedia a questa atrofia del gesto, risvegliando le nostre capacità intorpidite. Ci ridà il gusto del gioco, richiama alla vita delle attitudini che, anche se non immediatamente “utili”, non sono meno essenziali. Siccome è il più evoluto tra gli animali, l’uomo ha bisogno di giocare di più di qualsiasi altra specie per salvaguardare il proprio equilibrio. L’esercizio modifica anche la nostra percezione del tempo. Nella vita quotidiana, ritorniamo ininterrottamente al passato e ci proiettiamo nell’avvenire, saltiamo dall’uno all’altro senza poterci fermare nel momento presente. Per questo motivo siamo perseguitati dal sentimento che il presente ci sfugga. Facendoci coincidere con noi stessi, l’esercizio al contrario sospende la fuga del tempo. Quando maneggiamo il pennello, il momento presente sembra staccarsi dalla catena che lo legava al passato e al futuro. Assorbe in sé tutta la durata. Si amplifica e si trasforma in un vasto spazio di tranquillità. Non è più sottomesso allo scorrere del tempo, ma entra in risonanza con i momenti della stessa natura di cui abbiamo fatto l’esperienza ieri, l’altro ieri e i giorni precedenti. Questi momenti si susseguono, creano una continuità differente, una specie di grande viale maestoso che attraversa il tempo disordinato delle nostre occupazioni quotidiane. La nostra vita tende a riorganizzarsi intorno a questo nuovo perno e l’incoerenza delle nostre attività esterne smette di infastidirci. L’esercizio quotidiano adempie la funzione di un rito.”(6)Manon Soavi Jo stage été femmes aikido

Ritrovare la sensazione

Perché siamo arrivati a questo punto? Secondo Tsuda Sensei è la tendenza del mondo di oggi che tende a privilegiare l’ipertrofia cerebrale e il volontarismo a discapito di ciò che è vivo, egli diceva: “Non rifiuto di capire il carattere essenziale della civiltà occidentale: è una sfida del cervello umano all’ordine del mondo, uno sforzo della volontà per fare indietreggiare i limiti del possibile. Che si tratti di sviluppo industriale, di medicina o delle Olimpiadi, questo carattere predomina. È un’aggressione contro la natura. L’uomo superbo agisce, pur senza saperlo, contro natura. La vita patisce, a scapito delle nostre conoscenze e dei nostri averi accresciuti.” (7)
Ed è proprio questo il problema. Ci distacchiamo dalle nostre sensazioni, dalla sensazione di ciò che c’è di vivo in noi. Le donne si lasciano coinvolgere in situazioni non adeguate a loro, anche perché non percepiscono più la propria natura profonda. Troppo occupate a riuscire e a combattere, il loro istinto, che dovrebbe badare alla loro vita, non reagisce più. Si è atrofizzato. Anche con i propri bambini le donne di oggi hanno difficoltà a sentire, a sapere cosa fare e fanno appello alla scienza e ai libri affinché dicano loro come agire. Ascoltare il proprio neonato e ascoltare la propria intuizione, è superato, è arcaico! E dopo secoli in cui essere madre era il solo orizzonte delle donne rispettabili, oggi siamo riusciti a invertire l’ordine. Oggi se si è “solo” mamma a tempo pieno è patetico! Che progresso!
Anche in questo caso l’Aikido ci rimette di fronte alle nostre sensazioni. Non possiamo calcolare un movimento intellettualmente. Quando arriva un attacco bisogna muoversi, è troppo tardi per pensare. Bisogna sentire il proprio partner per potersi muovere nel modo giusto, adeguato. Spesso siamo (uomo o donna) come la famosa tazza troppo piena di cui parla lo Zen, che trabocca se si aggiunge del tè. Siamo troppo agitati e pieni di noi stessi per percepire l’altro. Non parliamo neanche di capirlo! È anche il senso del Non-fare di cui parlava Tsuda Sensei. Ci vuole il vuoto, bisogna cominciare dall’ascolto. Le donne per prime dovrebbero cominciare dall’ascoltare se stesse. L’ascolto del loro corpo nell’Aikido tutti i giorni è una riscrittura del loro vissuto. Rimparare a darsi fiducia, ritrovare la fiducia in ciò che dice il loro corpo.
Hino Sensei fa la stessa constatazione, parla dell’essere umano diventato “insensibile e incapace”(8). Deplora la flagrante mancanza di percezione di ciò che succede nell’altro. Che gli si prenda il polso o che si discuta con lui, la sensazione è scollegata. L’intuizione non funziona più. Ci si accontenta di un “Ciao, come va? – Bene, e tu?”, che superficialità! Se si è sensibili basta a volte uno sguardo, una respirazione per sentire l’altro, per sapere se è contento o triste, se si è svegliato male o se è in forma. Ma a forza di rapporti stereotipati si perdono di vista i veri rapporti umani. Anche su questo alcuni maestri ci hanno lasciato delle indicazioni per ricollegarci con noi stessi. Tsuda Sensei parlava dell’intuizione e dell’autenticità dei rapporti con il proprio figlio. Poiché se nella ricerca di sensazioni e di esperienze intense, alcuni praticanti di arti marziali fantasticano sugli Uchideshi dei maestri del passato, sulle esperienze che si possono vivere sotto una cascata gelida, sulla disponibilità totale per un maestro ecc., c’è un’esperienza estrema che una donna può attraversare, un’esperienza di vita simile a quella di cui parla Noro Sensei che è stato Otomo di Ueshiba Morihei. Ne sono testimone, assomiglia molto a questo: “Se dorme, bisogna vegliare sul suo sonno. Se si sveglia la notte, bisogna essere pronti a rispondere a ciò di cui ha bisogno. Se si annoia, dovete distrarlo. Se si ammala, bisogna occuparsi di lui. Bisogna preparargli il bagno, i pranzi e sbarazzare tutto non appena cambia attività. […] Si tratta ovviamente di adattarsi e anche di diventare capace di anticipare i desideri molto precisi così da poter essere notte e giorno, sveglio o no, in armonia totale.” (9)
In armonia totale con chi? Con il proprio neonato certo se si tratta di una madre o di un padre! Ma perché scegliere un tale trattamento? Visto che esistono talmente tante soluzioni per sollevarci dal peso di avere un bambino. Assomiglia a una schiavitù! Tuttavia, per coloro che vivono quest’esperienza di una comunicazione senza parole, unica, con un altro essere umano, è un insegnamento inestimabile. È probabilmente la realizzazione di questo stato di fusione con l’altro che permetteva l’autentica trasmissione di un maestro, la trasmissione dello spirito di un’arte.
Quest’intensità di vita è ricercata dai praticanti di arti marziali! Purtroppo quando si tratta di una donna che la vive con il suo bambino questa è relegata al livello di compito domestico, che può fare qualunque baby-sitter mal pagata. Tsuda Sensei parlava dell’infanzia come del solo ambito in cui si poteva ancora fare un’esperienza che può sembrare impossibile. Diceva anche che “sapersi occupare di un neonato [era] l’apice delle arti marziali”! Anche in questo caso, se le donne se ne rendessero conto, realizzerebbero tutto il potenziale della forza nascosta che hanno? Smetteremmo, allora, di cercare di assimilarsi agli uomini come unica via di realizzazione?Manon Soavi Iai - femmes aikido

Vivere in questo mondo, pur essendo in un altro

Se il ruolo della nostra pratica è l’evoluzione umana, penso che il Dojo ne sia lo scrigno. Un dojo può essere un microcosmo dove abbandoniamo le nostre convenzioni sociali, anche se solo temporaneamente. Tsuda Sensei attraverso i suoi libri e le sue calligrafie ci incita a rimettere in discussione l’ordine stabilito, a scavare al di là dell’organizzazione sociale. Se pratichiamo in una certa direzione, possiamo dimenticare con chi pratichiamo. Se, e solamente se, lasciamo fuori dalla porta i nostri riflessi sociali. Ovviamente è molto difficile all’inizio non portare tutto il proprio bagaglio. È altrettanto difficile per gli uomini che per le donne dimenticare ciò che sono diventati in questo mondo per concentrarsi su ciò che sono interiormente, prima di ogni distinzione di sesso, colore, età, denaro, cultura, ecc. Cercare in noi questa umanità comune richiede di passare attraverso un atto volontario di uscire dagli schemi. Il Dojo, l’ambiente di serenità e di concentrazione che vi regna (che non può trovarsi in una palestra), il sentimento di un dojo intangibile, tutto ciò ci mette in un certo stato d’animo. Lo svolgimento della seduta, con la sua prima parte di movimenti individuali che riporta la respirazione al centro, poi il lavoro con un partner, l’armonizzazione delle respirazioni, l’attenzione alla sensazione. Un insieme che consente al dojo di essere un po’ “fuori” dal mondo, che ci incita a lasciare per passare ad un altro stato durante la pratica. Ivan Illich parla di questo stato di coscienza dicendo: “Non voglio niente tra te e me. [Ho] paura delle cose che potrebbero impedirmi di essere in contatto con te.”(10) In un dojo, spazziamo via queste cose, le convenzioni, le paure che si mettono tra noi e l’altro. Non si tratta di abbandonare la nostra cultura, no, semplicemente di abbandonare le manifestazioni dell’essere sociale per ritrovarci gli uni con gli altri per camminare insieme.
Per fare questo, abbiamo bisogno che le donne si risveglino e escano dall’ombra.

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

Note:
1) C.Baker Les cahiers au feu Éd.Barrault, 1988
2) Modo di dire francese.
3) M.Chollet Beauté fatale, Les nouveaux visages d’une aliénation féminine Éd. La Découverte, p.8
4) A.Cognard Rituel et Symbole Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 22
5) R.Soavi Mémoire d’un Aïkidoka Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 60
6) J.F.Billeter Essai sur l’art chinois de l’écriture et ses fondements Éd.Allia, 2010, p. 164
7) Itsuo Tsuda, Même si je ne pense pas Je Suis, Le Courrier du Livre 1981, p. 13.
8) H.Akira Don’t think, listen to the body! 2017, p. 226
9) P.Fissier Chroniques de Noro Masamichi Dragon Magazine Spécial Aïkido n°12 p.77
10) I.Illich Mythologie occidentale et critique du « capitalisme des biens non tangibles » Intervista con Jean-Marie Domenach nella serie « Un certain regard » – 19/03/1972.

L’Aikido è un’arte marziale?

di Régis Soavi

Sembra che questa domanda sia ricorrente nei dojo e divida i praticanti, gli insegnanti, così come i commentatori più o meno in tutte le scuole. Dato che nessuno può dare una risposta definitiva, si è ricorsi alla storia delle arti marziali, alle necessità sociali, alla storia dell’origine degli esseri umani, alle scienze cognitive, ecc., incaricandole di fornire una risposta, che, se non risolve il problema, avrà almeno il merito di giustificare quanto viene affermato.

L’Aikijutsu, da quando ha abbandonato il suffisso jutsu per diventare un dō, ha riconosciuto sè stesso come un’arte della pace, una via dell’armonia allo stesso titolo dello Shodō (la via della calligrafia) o anche del Kadō (la via dei fiori). Adottando il termine che significa il cammino, la via, è diventato per questo un cammino più facile? O invece ci obbliga a porci delle domande, a riesaminare il nostro percorso, a fare uno sforzo di introspezione? Un’arte della pace è un’arte dell’accomodamento, un’arte debole, un’arte dell’accettazione, un’arte in cui gli imbroglioni possono godere di una reputazione a basso costo?
Sicuramente è un’arte che ha saputo adattarsi alle nuove realtà della nostra epoca. Ma si deve alimentare l’illusione di un’autodifesa facile, alla portata di tutti, adatta a tutte le tasche e senza la necessità di impegnarsi nemmeno un po’? Si può realmente credere o far credere che grazie a un’ora o due alla settimana, per di più escluse le vacanze (i club sono spesso chiusi), si può diventare un fulmine di guerra o acquisire la saggezza ed essere capaci di risolvere tutti i problemi grazie alla propria calma, alla propria serenità o al proprio carisma? La soluzione allora sta nella forza, il lavoro muscolare e le arti violente? Se c’è una direzione, si trova secondo me, e malgrado quanto ho appena detto, nell’Aikido.

Una Scuola senza gradi

Tsuda Itsuo non diede mai dei gradi a nessuno dei suoi allievi e quando qualcuno gli poneva una domanda sull’argomento, aveva l’abitudine di rispondere: “Non ci sono cinture nere di vuoto mentale”. Si può dire che, con ciò, chiudeva ogni discussione. Essendo stato l’interprete, presso O Sensei Ueshiba Morihei, di André Nocquet sensei in occasione del suo apprendistato in Giappone, in seguito ha fatto da tramite quando stranieri francesi o americani si presentavano all’Hombu Dojo per iniziarsi all’Aikido. Questo gli permise, traducendo le domande degli allievi e le risposte del maestro, di avere accesso a quanto sottintendeva la pratica e ne faceva qualcosa di universale. Ne faceva un’arte al di là della pura marzialità. Ci parlava della postura di O Sensei, della sua incredibile spontaneità, della profondità del suo sguardo che sembrava penetrarlo fino al più profondo del suo essere. Tsuda Itsuo non ha mai cercato di imitare il suo maestro che considerava inimitabile. Si è subito interessato a quello che animava quest’uomo incredibile capace della più grande dolcezza come della più grande potenza. È per questo che, arrivato in Francia, cercò di trasmetterci quello che per lui era l’essenziale, il segreto dell’Aikido, la percezione concreta del ki. Quello che aveva scoperto, e che riassumeva in questa frase, la prima del suo primo libro: “Dal giorno in cui ho avuto la rivelazione del ‘ki’, del respiro (avevo allora più di quarant’anni), non ha smesso di crescere in me il desiderio di esprimere l’inesprimibile, di comunicare l’incomunicabile.”1
Per dieci anni percorse l’Europa per farci scoprire, a noi occidentali, molto spesso troppo cartesiani, dualisti, che esiste un’altra dimensione nella vita. Che questa dimensione non è esoterica ma exoterica come amava dire.

Una Scuola particolare

Le motivazioni che portano a cominciare questa pratica sono evidentemente molto diverse. Se penso alle persone che praticano nella nostra Scuola (la Scuola Itsuo Tsuda), a parte qualcuno, ce ne sono pochi che sono venuti per l’aspetto marziale. D’altra parte, molti di loro non vi hanno visto niente di marziale di primo acchito, benché ad ogni seduta io mostri come le tecniche possano essere efficaci se eseguite in modo preciso, e pericolose se vengono usate in modo violento. L’aspetto marziale deriva dalla postura, dalla respirazione, dalla capacità di concentrazione, dalla verità dell’atto che è l’attacco. Per l’apprendimento, è indispensabile rispettare il livello del proprio partner, ed esercitarsi con forme conosciute.
Ma la scoperta che si può fare praticando le forme predefinite va molto al di là. Si tratta di far fruttare qualcos’altro, di rivelare ciò che si trova al fondo degli individui, di liberarsi dall’influenza sottesa esercitata dal passato e a volte anche dal futuro, sui nostri gesti, sull’insieme dei nostri movimenti, tanto fisici quanto mentali. Del resto nel nostro dojo tutti se ne rendono conto.
La seduta comincia alle 6,45. Il fatto di venire a praticare così presto la mattina (in effetti O Sensei e Tsuda sensei cominciavano sempre le loro sedute alle 6,30) non è né un’ascesi e neanche una disciplina. Alcuni praticanti arrivano verso le 6 ogni mattina, per condividere un caffè o un tè, ed approfittare di questo momento prima della seduta (del pre-seduta), a volte così ricco grazie agli scambi che possiamo avere tra noi. È un momento di piacere, di scambio sulla pratica, così come a volte anche sulla vita quotidiana, che si condivide con gli altri in modo estremamente concreto e non in modo virtuale come la società tende a proporci.
Ovviamente tutto ciò può apparire retrogrado o inutile, ma evita l’aspetto divertimento facile e non favorisce il clientelismo, senza per questo dire che ciò non esista, ciò lo riduce e con il tempo evolve. E questo perché gli esseri cambiano, si trasformano, o più precisamente ritrovano se stessi, ritrovano delle capacità latenti, che pensavano a volte di aver perso o spesso, più semplicemente, che avevano dimenticato.

Yin il femminile: comprendere

Le donne sono così numerose nella nostra Scuola che la parità non è rispettata, gli uomini sono in minoranza, di poco certo, ma lo sono sempre stati. Non vorrei parlare a nome delle donne eppure come fare? Eppure non formano un mondo a parte, sconosciuto agli uomini.
Ma forse, per molti, sì!… Ciononostante penso sia sufficiente per l’uomo prendere in considerazione il suo lato yin, senza averne paura, per ritrovare e comprendere ciò che ci avvicina e ciò che ci differenzia. Forse è per un’affinità personale, una ricerca dovuta al mio vissuto durante gli eventi del maggio ‘68 e a questo schiudersi del femminismo che si rivelò una volta di più a quell’epoca. O forse è semplicemente perché ho avuto tre figlie, che d’altra parte praticano tutte e tre, il risultato, quale ne sia la ragione, è stato che da sempre faccio attenzione al fatto che nei dojo della nostra Scuola le donne abbiano sempre il loro posto legittimo. Vi hanno le stesse responsabilità e non c’è evidentemente nessuna differenza di livello, sia per lo studio che per l’insegnamento. È veramente un peccato dover precisare questo tipo di cose, ma sfortunatamente non vanno da sé in questo mondo.
Malgrado tutto le donne prendono poco la parola, dovrei dire la penna, nelle riviste di arti marziali. Sarebbe interessante leggere degli articoli scritti da delle donne, oppure dedicare uno spazio in “Dragon magazine spécial Aikido” alla visione delle donne sulle arti marziali e sulla nostra arte in particolare. Non hanno niente da dire o il mondo maschile accaparra tutto lo spazio? O forse questi dibattiti di parrocchia sull’efficacia dell’Aikido le annoiano, loro che cercano e spesso trovano, mi sembra, un’altra dimensione, o in ogni caso qualcos’altro, grazie a quest’arte? Di questo “qualcos’altro”, che forse è più vicino alla ricerca di O Sensei, Tsuda Itsuo sensei ce ne dà un’idea in questo passaggio del suo libro La Via della spoliazione:
“Ci si rappresenta forse il Maestro Ueshiba come un uomo fatto di acciaio? È però l’impressione opposta che ho avuto di lui. Era un uomo sereno, capace di una concentrazione straordinaria, ma d’altra parte estremamente permeabile, da scoppi di fragorose risate, con un senso dell’umorismo inimitabile. Ho avuto l’occasione di toccare il suo bicipite. Ne fui stupefatto, era la tenerezza di un neonato. Tutto ciò che si potesse immaginare contrario alla durezza.
La cosa può sembrare strana, ma il suo Aikido ideale era quello di giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle quanto i ragazzi. Il loro Aikido è, per questo motivo, più fluido e più naturale.”2

Yang il maschile: combattere

art martial

Siamo educati alla competizione a partire dalla più tenera infanzia, la scuola, con il pretesto dell’emulazione, ha la tendenza ad andare nella stessa direzione, e tutto ciò per prepararci al mondo del lavoro. Ci insegnano che il mondo è duro, che bisogna assolutamente guadagnarsi il proprio posto al sole, imparare a difendersi contro gli altri, ma ne si è così sicuri? Il nostro desiderio non avrebbe tendenza a guidarci in una direzione diversa? E cosa facciamo per realizzare quest’obbiettivo? L’Aikido può essere uno degli strumenti di questa rivoluzione dei costumi, delle abitudini, deve e soprattutto noi dobbiamo fare lo sforzo necessario affinché le radici del male che corrode le nostre società moderne si rigenerino e ridiventino sane? Ci sono stati in passato degli esempi di società in cui la competizione non esisteva, o molto meno del modo in cui esiste oggi, delle società in cui anche il sessismo era assente, anche se non si può presentarle come società ideali. Leggendo gli scritti sul matriarcato nelle isole Trobriand di quel grande antropologo che era Bronislaw Malinowsky si potrà scoprire la sua analisi, trovare delle piste, e forse anche dei rimedi a questi problemi di civiltà che vengono denunciati così spesso.

Tao, l’unione: una via per la realizzazione dell’essere umano

La via, per sua essenza, senza essere idealisti, si giustifica e prende tutto il suo valore dal fatto che normalizza il terreno degli individui. Per chi la segue, essa regola le sue tensioni, dà equilibrio, è tranquillizzante permettendo un diverso rapporto con la vita. Non è ciò che tante persone “civilizzate” cercano disperatamente e che si trova in fin dei conti nel profondo dell’essere umano?
La via non è una religione, anzi è quello che la differenzia dalla religione che ne fa uno spazio di libertà, nel quadro delle ideologie dominanti. Il pensiero al quale la si può assimilare mi sembra essere l’agnosticismo, corrente filosofica poco conosciuta, o piuttosto conosciuta in modo superficiale, ma che permette di integrare tutte le diverse scuole. C’è un buon numero di rituali nell’Aikido che si continuano a seguire senza comprenderne la vera origine (quella da cui attinse O Sensei) o a volte altri rituali che diversi maestri trovarono grazie a pratiche antiche come fece Tamura sensei stesso. Sono state spesso associate alla religione mentre, come si potrebbe verificare, sono le religioni che hanno usato tutti questi antichi rituali, se ne sono appropriate per farne degli strumenti al servizio del loro potere, e anche troppo spesso servono alla dominazione e all’asservimento degli individui.

Un mezzo: la pratica respiratoria

La prima parte nell’Aikido di O Sensei Ueshiba Morihei, lungi dall’essere un riscaldamento, consisteva in movimenti di cui è primordiale ritrovare la profondità. Non è per una soddisfazione intellettuale, né per preoccupazioni integraliste e ancor meno per acquisire dei “poteri superiori”, che li continuiamo, ma per ritrovare il cammino che aveva intrapreso O Sensei. Certi esercizi, come Funakogi undo (movimento detto del rematore) o Tama-no-hirebori (vibrazione dell’anima), hanno un valore molto grande, e quando vengono praticati coll’attenzione necessaria, possono permetterci di sentire al di là del corpo fisico, al di là della nostra sensazione così limitata, per scoprire qualcosa di più grande, di molto più grande di noi. Si tratta di una natura illimitata a cui partecipiamo, nella quale ci immergiamo, che è fondamentalmente ed inestricabilmente legata a noi, e che tuttavia ci è molto difficile raggiungere o anche a volte sentire. Questa concezione che ho fatto mia, non è dovuta ad un rapporto mistico con l’universo, ma piuttosto a un’apertura psicofisica a cui si sono avvicinati molti fisici moderni grazie alla teoria e che cercano di verificare. Non è una cosa che si può apprendere guardando dei video su Youtube, né consultando dei libri di antica sapienza, malgrado la loro innegabile importanza. È qualcosa che si scopre in modo puramente corporale, in modo assolutamente e integralmente fisico, anche se è un fisico allargato a una dimensione inusuale. Poco a poco tutti i praticanti che accettano di cercare in questa direzione la scoprono. Non è legata a una condizione fisica né all’età né ovviamente al sesso o alla nazionalità.

L’educazione

Quasi tutti gli psicologi considerano che l’essenziale di quello che ci guiderà all’età adulta succede durante la nostra infanzia e più precisamente nella nostra prima infanzia. Tanto le buone quanto le cattive esperienze. Bisogna dunque curare in modo particolare l’educazione in modo da conservare il più possibile la natura innata del bambino. Non si tratta in alcun caso di lasciar fare al bambino tutto quello che vuole, né di farne un bambino-re, di diventare il suo schiavo, il mondo lo circonda ed egli ha bisogno di punti di riferimento. Ma molto velocemente, spesso poco dopo la nascita, a volte dopo qualche mese, il bambino viene affidato a persone estranee alla famiglia. Dove sono finiti i genitori? Non riconosce più la voce della madre, il suo odore, il suo movimento. È il primo trauma e ci si dice: “Si riprenderà”. Certo, sfortunatamente non è l’ultimo, tutt’altro. Poi viene il nido, cui segue la materna, la scuola primaria, le medie ed infine la Maturità prima forse dell’università per almeno tre, quattro, cinque, sei anni o ancora di più.
Ma cosa ci si può fare? “È la vita.” mi si dice. Ognuno di questi posti nei quali il bambino passerà il tempo in nome dell’educazione e dell’apprendimento è una prigione mentale. Dalle conoscenze di base alla cultura di massa, quando sarà rispettato in quanto individuo pieno di quest’immaginazione che caratterizza l’infanzia? Gli si insegnerà ad obbedire, imparerà a barare. Gli si insegnerà a essere con gli altri, imparerà la competizione. Riceverà dei voti, si chiamerà ciò emulazione, e questo disastro psicologico sarà vissuto dai primi come dagli ultimi allievi.
In nome di quale ideologia totalitarista si formano i bambini e tutti i giovani alla paura della repressione, alla sottomissione, al disimpegno e alla disillusione? La società odierna nei paesi ricchi non ci propone niente di veramente nuovo: lavoro e tempo libero non sono che dei sinonimi dell’ideale romano di pane e giochi circensi, la schiavitù dell’antichità non è che il salariato di oggi. Una schiavitù migliorata? Forse… con una lobotomizzazione spettacolare, garantita senza fattura, grazie alla pubblicità della merce che ci viene propinata, e il suo corollario: l’iperconsumismo di beni tanto inutile quanto nefasto.
La pratica dell’Aikido per i bambini e per gli adolescenti è l’occasione di uscire dagli schemi che propone il mondo che li circonda. È grazie alla concentrazione che la tecnica esige, una respirazione calma e serena, l’aspetto non competitivo, il rispetto per le differenze, che essi possono conservare o, se necessario, ritrovare la loro forza interiore. Una forza tranquilla, non aggressiva, ma piena e ricca dell’immaginazione e del desiderio di rendere il mondo migliore.

Una filosofia pratica, o meglio, una pratica filosofica

La particolarità della Scuola Itsuo Tsuda viene dal fatto che si interessa più all’individualità che alla diffusione di un’arte o di una serie di tecniche. Non si tratta di creare un individuo ideale, né di guidare chiunque verso qualcosa, verso un modello di vita, con una certa quantità di gentilezza, una certa quantità di amabilità o di saggezza, di ponderazione o di esaltazione, ecc. Ma di risvegliare l’essere umano e di permettergli di vivere pienamente nell’accettazione di quello che è nel mondo che lo circonda senza distruggerlo. Questo spirito di apertura non può che svegliare la forza che preesiste in ciascuno di noi. Questa filosofia ci porta all’indipendenza, all’autonomia, ma non all’isolamento, al contrario, tramite la scoperta dell’Altro, ci porta alla comprensione di quello che è, e al di là di quello che è forse diventato. Tutto questo apprendimento, o piuttosto questa riappropriazione di sé, richiede del tempo, della continuità, della sincerità, al fine di realizzare in modo più chiaro la direzione verso la quale si desidera andare.

Il superamento, ciò che vi è dietro

Quello che mi interessa oggi, è ciò che vi è dietro o più esattamente ciò che vi è al fondo dell’Aikido. Quando si prende un treno si ha un obbiettivo, una destinazione, con l’Aikido è un po’ come se man mano che si avanza il treno cambiasse obbiettivo, come se la direzione diventasse diversa, e allo stesso tempo più precisa. Quanto all’obbiettivo, si allontana malgrado il fatto che si pensi di essersene avvicinati. Ed è a questo punto che bisogna prendere coscienza che l’oggetto del nostro viaggio è nel viaggio stesso, nei paesaggi che vi scopriamo, che si affinano, e a noi si rivelano.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 21) nel mese di luglio del 2018.

Note

* Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 11.
** Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161.

Al centro dello spostamento, l’involontario

Di Régis Soavi

«Se devo dare uno scopo al mio Aikido, è quello di imparare a sedersi, ad alzarsi, ad  avanzare e ad indietreggiare.»
Tsuda Itsuo

Spostamenti: la coordinazione, la postura

Per spostarsi correttamente è necessario essere stabili, e non si risolvono dei problemi di stabilità con l’apprendimento. La stabilità deve nascere dall’equilibrio, che a sua volta nasce dal sistema involontario. Una delle caratteristiche dell’essere umano è quella di stare in piedi su una piccola superficie, i suoi unici punti di appoggio sono i due piedi. E se si trattasse solo di stare immobile, passi ancora, ma ci spostiamo, e per di più, siamo capaci contemporaneamente di parlare, riflettere e di muovere le braccia in ogni modo, così come la testa e le dita, il tutto essendo perfettamente stabili. La coordinazione muscolare involontaria si occupa di tutto. Se perdiamo l’equilibrio senza poterci aggrappare da qualche parte, il nostro corpo tenta con ogni mezzo di recuperare l’equilibrio perduto, e spesso vi riesce grazie al movimento di ripartizione del peso da una gamba all’altra, trovando dei punti di appoggio estremamente precisi, che ci sarebbe difficile trovare con l’aiuto del solo sistema volontario. Tsuda Itsuo, nel suo libro La Scienza del particolare, racconta un aneddoto personale sul suo apprendimento dell’Aikido che mi sembra edificante.


«Quando ho cominciato l’Aikido intorno al 1960, ho imparato, sotto la direzione di insegnanti, allievi del Maestro Ueshiba, a fare degli esercizi di ginnastica prima di cominciare la parte tecnica.
Uno di questi esercizi consisteva nel ruotare alternativamente su ciascun piede, descrivendo dei cerchi con lo spostamento. L’utilità di questo esercizio, secondo la spiegazione che ne veniva data, era di permetterci di abbassare il centro di gravità del nostro corpo in modo da essere in equilibrio in qualsiasi circostanza. La spiegazione mi sembrava molto logica. Tutte le perturbazioni che risentiamo nella vita quotidiana, derivano dal fatto che il nostro centro di gravità è situato troppo in alto. Il sangue sale alla testa e perdiamo la lucidità. Trascinati dall’impulso del momento, commettiamo degli errori. Accettata la spiegazione, mi allenavo nell’esecuzione di questo esercizio. Facevo un giro su un piede, poi sull’altro. Uno, due, tre, quattro, facevo dei cerchi senza perdere l’equilibrio, pur muovendomi.
Un giorno, mentre stavo compiendo questo esercizio, udii una voce che, sebbene molto gentile, non lasciava dubbi sul significato del suo contenuto.
«Lei finirà per avere le vertigini in questo modo».
Mi voltai e vidi il Maestro Ueshiba che mi guardava. Rimasi lì inchiodato senza sapere cosa dire. Queste parole del Maestro ebbero su di me un terribile impatto.
Avevo creduto, fino ad allora, all’uniformità dell’insegnamento. Che si trattasse del Maestro o di un semplice insegnante, doveva esserci una dottrina immutabile, una pratica determinata una volta per tutte. Il fatto che il maestro-fondatore disapprovasse quello che avevo imparato dai suoi allievi diretti, costituiva un grave caso di coscienza. Bisognava rimettere tutto in discussione.»2

L’equilibrio dei bambini

Si tende a preoccuparsi dell’equilibrio dei bambini nel momento in cui cominciano a camminare cioè, spesso, tra i dieci e i quindici mesi. Quando dei genitori mi informano tutti fieri che il loro figlio ha camminato molto presto, a volte a nove o dieci mesi, questo mi fa pensare alla posizione di Noguchi Haruchika Sensei, il fondatore del Seitai, che è molto diversa da quella che si è soliti sentire. Nella via del Seitai così come il mio maestro Tsuda Itsuo l’ha trasmessa in Francia negli anni settanta fino al suo decesso nel 1984, si raccomanda ai genitori di aspettare che le gambe del bambino siano sufficientemente pronte e forti, di non aver fretta di vedere il loro caro bambino camminare. Se, ovviamente, Noguchi Sensei sconsigliava, allo stesso modo di molti pediatri di oggi, i girelli che dovrebbero far camminare prima i bambini, sconsigliava anche di aiutare il bambino a mettersi in piedi, o di tenerlo, per esempio sotto le ascelle, o appeso per le braccia, quando fa i suoi primi passi. Si può al limite dargli un dito da tenere con una mano nei primi giorni, ma è la natura che deve fare il suo lavoro di equilibramento. Se il bambino si mette in piedi da solo, se comincia a camminare da solo, allora sarà più forte, più stabile, per la sua stessa natura il suo sistema d’equilibrio involontario sarà rinforzato. Andrà verso l’indipendenza con maggior facilità, determinazione, saprà contare sulle proprie forze. Per di più i bambini sono fieri di mostrare che sono riusciti a trovare il loro equilibrio da soli senza aiuto. Per Noguchi Sensei il momento ideale per cominciare a camminare è dopo i tredici mesi compiuti, o durante il tredicesimo mese. Diceva ciò sulla base delle sue osservazioni su migliaia di bebé che aveva seguito per diverse generazioni al Seitai Kyokai. Noguchi Sensei dava molte altre raccomandazioni ai genitori attenti che seguivano il suo insegnamento, in particolare sul modo di occuparsi dei bebé o dei bambini, che si può scoprire nelle opere di Tsuda Sensei.

Tutto inizia all’età di circa tre mesi

Avere una buona postura, una bella postura non è una cosa che si ottiene a suon di esercizi, altrimenti si rischia di farlo a scapito della salute. Ovviamente si può migliorare una cattiva postura acquisita nel corso degli anni, grazie a degli esercizi effettuati sotto la direzione di un buon insegnante, uno specialista o anche un terapeuta. Ma mi sembra più importante partire «col piede giusto» piuttosto che rettificare, raddrizzare, o rimediare ai danni.
Fino all’età di tre mesi il bebé resta in posizione sdraiata, oppure in braccio, la colonna vertebrale viene sostenuta dalle mani premurose di uno dei genitori. E c’è proprio un dettaglio di estrema importanza che tutti i genitori dei neonati possono verificare per poco che lo desiderino, se sono sensibili e attenti, è il posizionamento della terza lombare del bebé. Questo posizionamento dipende esclusivamente dal sistema involontario e più precisamente dal sistema motorio extra-piramidale che ha il ruolo più importante nella posizione eretta. Fino a circa due mesi e mezzo, tre mesi, quella lombare è indietro, cioè segue la curva della schiena e non sostiene realmente la colonna vertebrale. Un giorno, quando si prende il bambino in braccio, e lo si tiene con la mano dietro la schiena in modo da sostenere le lombari come al solito, ci si accorge che la sua colonna è cambiata. La terza lombare si è posizionata, la curvatura lombare si è, si potrebbe dire, invertita. A partire da questo momento il bambino ha la capacità di mantenersi eretto da solo nelle braccia dei genitori mentre prima ne era incapace e ogni tentativo di fargli tenere su la schiena senza sostenerlo rischiava di provocare gravi problemi, che a volte si manifestano solo molto più tardi. Quando si conosce il ruolo della terza lombare nella postura in generale e nella fermezza dell’hara in particolare, si capiscono tutte le precauzioni che dei genitori preparati prendono affinché questo passaggio avvenga correttamente.
Senza la buona posizione della terza lombare, il terzo punto del ventre che è in relazione diretta con essa, non sarà positivo, cioè non sarà “rimbalzante”, l’hara sarà debole. Si rischia di essere sballottati dalle idee degli uni e degli altri, di essere influenzati da ogni sorta di teoria, si farà fatica a prendere decisioni. Sarà difficile agire rapidamente e soprattutto in modo spontaneo. Se la seconda lombare permette d’inclinarsi lateralmente, la prima lombare serve a inclinarsi in avanti, in armonia con la quinta che è la cerniera lombo-sacrale, asse antero-posteriore per eccellenza. Ma è la terza lombare che si rivela essere la più importante nello spostamento. Poiché è posizionata in un certo senso al centro dell’asse cranio-caudale del corpo, cioè del suo asse verticale, e allo stesso tempo, è soprattutto quella che, per la sua funzione fisiologica, permette la rotazione del corpo. Se si irrigidisce, se la flessibilità diminuisce, resta bloccata. Non può più assicurare il proprio ruolo di perno.
Non può esserci taisabaki corretto senza questo perno ed, ovviamente, ciò si verifica ancor più quando si fanno dei movimenti ura così come dei movimenti tenkan. Se il corpo si inclina, se la rotazione non si compie a livello della terza lombare succede come quando una trottola non è in equilibrio: perde la velocità, è incapace di raddrizzarsi o di continuare con altri spostamenti, comincia a rotolare da sola in tutte le direzioni, non avendo altro scopo che sopravvivere, ritrovare il proprio equilibrio perduto, ma senza mai recuperare la propria vera stabilità naturale.
Ovviamente la totalità della colonna vertebrale entra in gioco nei taisabaki, ma questo punto centrale che è la terza lombare è determinante per praticare l’Aikido in modo morbido e senza rischi per sé come per i propri partner. La mobilità delle anche dipende da quella della terza lombare. Persa questa mobilità, ci si trova sempre più obbligati a praticare con la forza delle braccia, e dunque semplicemente, «di forza». Ciò rende quasi impossibile una reale utilizzazione dei disequilibri del partner, dei suoi gesti, dei suoi attacchi, dei movimenti della sua sfera, e allora si è in una pratica del FARE e assolutamente non più nel NON-FARE.

Degli spostamenti imprevedibili

Al di fuori di quella che si potrebbe chiamare una coreografia che ci serve per l’apprendimento delle tecniche in Aikido, e che dura molti anni, arriva un momento in cui il nostro corpo comincia a reagire in modo differente. A partire da questo momento, quando si rivela necessario, i nostri spostamenti sono imprevedibili, perché non sono mai previsti dalla nostra volontà. Sono la risposta giusta, la risposta esatta del nostro corpo quando è liberato dalle paure irrazionali create dal movimento di chi ci sta davanti. C’è quindi un adeguamento dello spostamento davanti o prima dello spostamento dell’altro.
Prima che egli si sposti o agisca, riceviamo un gran numero di indicazioni da parte del corpo di colui che abbiamo di fronte. Queste indicazioni non sono tutte percepite dal cervello cosciente, quello che dirige il nostro sistema volontario, ma al contrario, la maggior parte è percepita a livello del nostro sistema involontario ed è una buona cosa. Per quanto sia alta l’opinione che abbiamo di noi stessi, malgrado le nostre certezze, basta un piccolo dubbio e il nostro volontario può spaventarsi a causa delle conseguenze che intravede. Oppure ci mettiamo a riflettere a diverse soluzioni, ma è spesso troppo tardi e perdiamo le nostre capacità di reazione. Non è meglio se ci fidiamo dei nostri riflessi. Il nostro sistema nervoso riflesso rischia di dirigerci in combinazioni pericolose, anche se abbiamo avuto un apprendimento di qualità e a volte proprio per questo. Un judoka giapponese di alto grado si è ritrovato colpito dal coltello del suo aggressore in occasione di una rissa. Aveva applicato la tecnica ippon-seoi-nage, che in sé sarebbe stata invece eccellente sui tatami, ma si rivelò drammatica in questo caso. Si piantò da solo il coltello in petto a causa della qualità della tecnica che aveva eseguito perfettamente, e sfortunatamente non è sopravvissuto.

Il Kung-fu dell’ubriaco

Verso la metà degli anni settanta ho avuto occasione di vedere una dimostrazione di Kung-fu fatta da Georges Charles Sensei che mi ha impressionato molto, all’epoca in cui, entrambi giovani insegnanti al dojo della Montagne Sainte Geneviève a Parigi, ci confrontavamo sulle virtù reciproche delle nostre arti.
Parlavamo di spostamenti, taisabaki, equilibrio e a quel punto, per farmi capire ciò che cercava di spiegarmi a voce, mi mostrò diversi «kata» nella sua arte che conoscevo molto poco (allora non esisteva né Youtube e neanche internet e gli esperti erano molto rari). Fu per me un’immensa sorpresa e una grande gioia vederlo eseguire prima lo stile della scimmia, poi lo stile dell’ubriaco. Vedere questo gioco con il disequilibrio, vederlo spingere i limiti della stabilità con agevolezza e sincerità. Questa scoperta mi rinforzò nella ricerca che stavo già facendo: trovare la semplicità, la respirazione e un equilibrio privo di rigidità negli spostamenti, come ce lo mostrava Tsuda Sensei.

Un’esperienza personale

Nel 2002 ero appena tornato da uno stage a Gerusalemme. Questo stage era stato difficile perché era l’inizio dell’Intifada e ci tenevo che fosse uno stage aperto a tutti, malgrado le tensioni più che percepibili che ciò aveva provocato durante lo stage stesso. Di ritorno dunque, ero con le mie due figlie (entrambe ancora adolescenti), facevamo una passeggiata ed eravamo entrati in un monumento parigino che conoscevo poco. All’improvviso ho avuto un lieve alterco con una persona riguardo il suo comportamento inopportuno. Dopo aver fatto qualche passo, si è precipitato su di me e ha sferrato un magnifico uppercut. Non so dire cosa sia successo, ho sentito semplicemente come un vento, che era in effetti, il movimento d’aria provocato dallo spostamento del suo pugno, mi ero mosso, e si era disequilibrato da solo a causa del mio spostamento. Non avevo effettuato nessuna tecnica, e neanche pensato di farne una, è caduto poi se n’è andato rapidamente infuriato. Quel giorno ho capito fisicamente cos’era il Non-Fare di cui il mio maestro Tsuda Sensei ci aveva parlato tante volte. Ero molto calmo, senza nessuna animosità, senza nessun bisogno, lo spostamento necessario si era prodotto da solo, senza nessun controllo volontario e ciononostante con un’estrema precisione. Sarei capace di rifare la stessa cosa un’altra volta? Non lo so assolutamente. A volte basta un piccolo disturbo che qualcosa vada storto. In ogni modo non si tratta di diventare invincibili ma piuttosto di vivere pienamente e semplicemente. È questo il cammino che mi è stato insegnato, questo cammino così come l’aveva compreso Tsuda Sensei, che comporta ovviamente delle difficoltà come lui stesso racconta.
«Ho cominciato l’Aikido all’età di quarantacinque anni, all’età in cui generalmente si rinuncia ad ogni movimento che rischi di essere violento. Per più di dieci anni, tutte le mattine, sono andato alla seduta che cominciava alle 6.30 alzandomi alle 4, senza pause, anche se mi capitava di mettermi a letto alle 2 del mattino o anche se avevo la febbre a quaranta, e ciò solo per il piacere di vedere questo maestro ottantenne camminare sui tatami.
Alcuni compagni del dojo mi dicevano: “Lei ha una volontà di ferro”. Al che io rispondevo: “No. Ho una volontà così debole che non riesco a “smettere di continuare”». Questo provocava gioiose risate, ma ero sincero.» 3

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 20) nel mese di april del 2018.

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Note:

1 Tsuda Itsuo, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 178
2 Tsuda Itsuo, La Science du particulier, Le Courrier du Livre, 1976, p. 125-126
3 Tsuda Itsuo, Cœur de ciel pur (œuvre posthume réalisée à partir d’inédits), Le Courrier du Livre, 2014, p. 109-110

Referenza fotografica/Proprietà foto: Itsuo Tsuda devant le tableau foto di Eva Rotgold, 1975

Dojo Yuki Ho, Toulouse

10, rue Dalmatie – 31500 Toulouse
Métro Marengo
05 61 48 75 80 – Email

Dojo Yuki Ho toulouse aikido katsugen undo mouvement régénérateurYuki Ho est un dojo reconnu de l’École Itsuo Tsuda, réservé à la pratique de l’Aïkido et du Katsugen Undo. Il fonctionne sur une base associative, de façon indépendante et autogérée, préservant ainsi un esprit proche des dojos traditionnels japonnais.

Les séances sont conduites par les pratiquants plus avancés, et sont accessibles à toute personne, quel que soit l’âge ou le “niveau”. Tels qu’abordés dans notre École, l’Aïkido et le Katsugen Undo n’ont pas de finalité sportive ou thérapeutique. Ce sont avant tout des pratiques du Non-faire.

Régis Soavi Senseï, fondateur de ce dojo et conseiller technique de l’École Itsuo Tsuda, anime régulièrement des stages qui sont l’occasion de découvrir ou d’approfondir ces pratiques. Il poursuit ainsi le travail initié par Maître Itsuo Tsuda, dont il a suivi l’enseignement pendant dix ans.

La pratique régulière

 AïkidoKatsugen Undo
Lundi6h45
Mardi6h45
Mercredi18h3020h15
Jeudi6h45
Vendredi6h45 et 18h30
Samedi8h
Dimanche8h10h15

La pratique du Mouvement régénérateur doit commencer par un stage.
Tenue pour l’Aïkido: kimono.

Tenue pour le Mouvement régénérateur: vêtements souples.

Séance d’essai gratuite.
Le 1er mois au tarif découverte vous permettra de découvrir la pratique et notre Ecole.

 AikidoKatsugen Undoles 2 activités
Tarif mensuel55€50€90€
Mois découverte40€30€60€
Etudiants40€30€60€
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La cotisation est annuelle et payable par mois.
Adhésion annuelle à l’École Itsuo Tsuda: 15€.

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Memorie di un aikidoka

di Régis Soavi

Parlare ai miei allievi dei maestri che ho conosciuto fa ovviamente parte del mio insegnamento. Alcuni ebbero una tale importanza che non me ne posso sbarazzare come niente fosse e pretendere di essermi fatto da solo. I maestri che ho conosciuto hanno lasciato delle tracce che mi hanno formato e soprattutto aperto a dei campi che ignoravo, o che a volte presentivo senza poterli raggiungere.

I maestri del passato: dei maestri di vita?

Taiji Kase, Itsuo Tsuda, 1971

Mi è sempre sembrato importante di non fare di questi maestri dei superuomini, dei geni, degli dei. Ho sempre considerato che questi maestri valessero molto di più di questo. Gli idoli creano un’illusione, ci addormentano ed impoveriscono gli idolatri, impediscono loro di progredire, di prendere il volo con le proprie ali. A questo proposito Tsuda Sensei, lui che adesso è un maestro del passato, scriveva nel suo ottavo libro La Via degli dei:

«Il Maestro Ueshiba ha piantato dei segnali indicatori  »è da questa parte », e gliene sono molto riconoscente. Ha lasciato delle eccellenti carote da mangiare che cerco di assimilare, di digerire. Una volta digerite, queste carote diventano Tsuda che è ben lontano dall’essere eccellente. Questo è inevitabile. Ma è necessario che le carote non restino carote, se no marciscono da sole, senza utilità.
Non si tratta, per me, di adorare, di deificare o d’idolatrare il Maestro Ueshiba. Come tutti, aveva delle qualità e dei difetti. Aveva delle capacità straordinarie ma anche delle debolezze, in particolare nei confronti dei suoi allievi. Si faceva ingannare da loro a causa di considerazioni un po’ troppo umane.»

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Lo spirito dell’Aikido è nella pratica

Di Régis Soavi

La pratica dell'Aikido ci conduce verso la riunificazione dell'essere umano.
La pratica dell’Aikido ci conduce verso la riunificazione dell’essere umano.

Si ha spesso tendenza a considerare lo spirito di un’arte come un processo mentale, una direzione da prendere in modo cosciente o anche come delle regole da rispettare. Tutto questo perché in occidente viviamo in un mondo di separazione, di divisione. Da una parte c’è lo spirito, dall’altra il corpo, da una parte il conscio, dall’altra l’inconscio, è questo che dovrebbe fare di noi degli esseri civilizzati mentre invece questa separazione genera in noi dei conflitti. Conflitti che sono rinforzati dai sistemi di divieti istituiti per proteggere la società, per proteggere noi stessi contro noi stessi. Verso la riunificazione dell’essere umano, ecco la Via nella quale ci dirigiamo con la pratica dell’Aikido. Questa riunificazione è necessaria in un mondo in cui l’essere umano è reso un oggetto, in cui diventa allo stesso tempo un consumatore e una merce. Senza rendersi conto della strada che intraprende, il civilizzato esegue la vita invece di viverla. Questa società che ci spinge al consumismo lascia poco spazio al lavoro interiore, ci spinge a cercare al di fuori ciò che si trova all’interno. Ad acquisire ciò che possediamo già, a cercare soluzioni a tutti i nostri problemi all’esterno di noi stessi, come se altri avessero soluzioni migliori. Questo porta a una presa in carico dell’individuo da parte dei diversi sistemi di protezione nello stesso tempo sociali, ideologici o sanitari, moltiplicando così l’offerta e creando un mercato ideale per venditori di sogni di tutti i tipi, ciarlatani, guru e compagnia.
Ho sentito oggi che è stata appena creata una nuova pratica: la « Respirologia », e come al solito arriverà a frotte la clientela che avrà subito l’abuso del potere delle parole. In nome della normalizzazione del corpo e dello spirito, della rimessa in forma delle persone, dovremmo cambiare il nome della nostra arte in: « Aikido Terapia »?

Lo spirito dell’Aikido non si può insegnare

Non penso che si possa dire che ci sia uno spirito specifico dell’Aikido, ma piuttosto che l’Aikido debba essere il riflesso di qualcosa di molto più grande che noi piccoli esseri umani facciamo fatica a realizzare nel corso della nostra vita.
Lo spirito di un’arte non si può insegnare, si tratta piuttosto di una trasmissione, ma cosa sarebbe un Aikido senza spirito: una lotta, un combattimento, una specie di zuffa senza capo né coda. È assolutamente possibile insegnare la tecnica senza trasmettere niente dello spirito, ma così, si tratta di tutta un’altra cosa. Forse self-defense oppure una tecnica di benessere.
Come in tutte le arti marziali abbiamo il Rei, il saluto, che ovviamente ne è l’espressione più immediatamente visibile, ma è attraverso la postura dell’insegnante che si trasmetterà ciò che è più importante. Per postura intendo un insieme estremamente complesso di segni che saranno reperibili dagli allievi: di sicuro l’aspetto fisico, la dinamica, la precisione, ecc., ma anche la maniera di far passare un messaggio, l’attenzione dedicata a ognuno dei praticanti in funzione di migliaia di fattori che l’insegnante deve percepire. È sviluppando la propria intuizione che si può avere la più grande e la più fine delle pedagogie, e così apportare gli elementi dei quali il praticante ha bisogno per approfondire la propria arte, per meglio comprenderne le radici.

Lo spirito dell’Aikido non si impara

Lo spirito dell’Aikido non si impara, lo si scopre, non ci cambia, ci permette di ritrovare le nostre radici umane, di raggiungere ciò che c’è di migliore nell’essere umano.
«L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.»*
Il desiderio del fondatore dell’Aikido era di avvicinare gli esseri umani, per lui il mondo era come una grande famiglia: «Nell’Aikido, l’allenamento non è fatto per diventare più forti o vincere l’avversario. No. Aiuta ad avere lo spirito di mettersi al centro dell’Universo e di contribuire alla pace mondiale, di far sì che tutti gli esseri umani formino una grande famiglia».*

Un inno alla gioia

O Sensei diceva: «Praticare sempre l’Aikido in modo vibrante e gioioso.»*
Non si parla molto spesso della gioia, il nostro mondo ci incita alla tristezza, a reagire con violenza agli eventi, a criticare le carenze del sistema, a vedere i difetti degli altri, a essere competitivi. Ma tutto questo finisce per renderci scorbutici, irritabili e rovina il nostro piacere di vivere semplicemente.
La gioia è una sensazione che considero sacra. La gioia di vivere, di sentirsi pienamente vivi in tutto ciò che si fa, o ciò che non si fa. La gioia ci permette di vivere quello che molti considerano come delle limitazioni in modo completamente diverso, di considerarle come delle opportunità che ci permettono di andare più lontano, di approfondire ciò che il mio maestro chiamava la respirazione.
La gioia ci porta poco a poco verso la libertà interiore, che è la sola libertà che valga veramente la pena di scoprire come racconta così bene il maestro di Tai-chi-chuan Gu Meisheng (1926-2003) che la scoprì nelle prigioni cinesi all’epoca di Mao.
Essa ci permette di uscire dalle convenzioni che i diversi sistemi ci impongono.

Lo spirito dell’Aikido, lo si trova nella natura, non una natura esterna all’essere umano ma l’umano che fa parte della natura, essendo egli stesso natura.
«La pratica dell’Aikido è un atto di fede, una credenza nel potere della non violenza. Non è un tipo di disciplina rigida o di vuoto ascetismo. È una via che segue i principi della natura, dei principi che devono essere applicati nella vita quotidiana. L’Aikido deve essere praticato dal momento in cui vi alzate per accogliere il giorno fino al momento in cui vi ritirate per la notte.»*
Ogni mattina cominciare nella calma del dojo con una meditazione di due o tre minuti circa per ricentrarsi, concentrarsi. Poi passare alla Pratica respiratoria, come l’ha chiamata Tsuda Sensei, e che O Sensei Morihei Ueshiba faceva ad ogni seduta. Si può allora abbordare la seconda parte, la pratica con un partner, il piacere della comunicazione attraverso la tecnica, la respirazione Ka Mi e tutto ciò molto di buon’ora mentre molte persone al di fuori sono appena emerse dal sonno.
Quando non c’è niente di programmato, quando si è vuoti da ogni pensiero, in questi momenti sublimi in cui la fusione si realizza con il partner, allora si è nello spirito dell’Aiki.
Come nello Zen, ci viene proposto di vivere qui e ora, di non essere diversi da ciò che siamo, ma di guardare con lucidità ciò che siamo diventati.

L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.

La trasmissione dello spirito

Per comprendere lo spirito dell’Aikido bisogna, secondo me, immergersi nel passato, non solo del Giappone ma anche e forse soprattutto, della Cina antica. Andare a cercare i pensatori, i filosofi, i poeti che alimentarono la riflessione e diedero peso al pensiero orientale. È grazie al mio maestro Tsuda Itsuo che ho scavato in questa direzione: non perché egli abbia fatto dei corsi di filosofia o tenuto dei seminari sull’argomento, lui che non parlava se non con parsimonia, ma al contrario ci ha lasciato con i suoi libri una riflessione sull’Oriente e l’Occidente, creando un ponte tra questi due mondi che sembravano antinomici.
L’immensa cultura di questo maestro, che ho avuto la fortuna di conoscere, mi aveva all’epoca lasciato sbalordito, ma poco a poco ho potuto accedere alla comprensione del suo messaggio, della sua opera filosofica che mi avevano nutrito. Ma quest’uomo, che avevo ammirato, aveva lasciato anche delle tracce che vedevo senza comprendere, altri segni, come i maestri Zen: ha lasciato delle calligrafie. Come in quest’arte, che si chiama oggi lo Zenga ci ha trasmesso un insegnamento attraverso gli ideogrammi, le sentenze di Chuang-tzu, Lao-tzu, Lin-tsi, Bai Juyi o dei proverbi popolari. Ognuna di queste calligrafie ci fa scoprire una storia, un testo, un’arte, che ci permette appunto di andare più lontano nella comprensione di questo spirito che sottende la nostra pratica.

Senza la sensazione concreta del ki, passiamo a lato dell’essenziale.

Risvegliare la forza interiore

«Ci sono delle forze in noi, ma restano latenti, dormienti. Bisogna svegliarle, attivarle.», scriveva Nocquet Sensei in un articolo apparso nel 1987. Questa frase fa eco per me alla calligrafia di Tsuda Sensei «Il dragone esce dallo stagno ove giaceva addormentato, il talento traspare». Nei due casi questi maestri parlano del ki e ci incitano a cercare in questa direzione.
Senza la sensazione concreta del ki ci perdiamo l’essenziale. Come parlare dello spirito dell’Aikido senza farne una sequela di regole da rispettare se non seguendo, ritrovando i fondamenti dell’essere umano. La nostra società industriale moderna ci facilita talmente la vita che non ci muoviamo più, ci spostiamo troppo facilmente, nelle città dobbiamo fare solo qualche metro per nutrirci invece di correre, cacciare o coltivare. L’Aikido permette di spendere quest’energia in eccesso che altrimenti ci fa ammalare. Ma non si tratta solo dell’aspetto fisico, motorio, è tutto il nostro corpo che ha bisogno di ritrovarsi, di normalizzarsi. Il nostro spirito sovraccarico di informazioni inutili ha anch’esso bisogno di riposarsi, di ritrovare la pace in mezzo all’agitazione che ci circonda.

Lo spirito dell’Aikido è l’Aikido

Lo spirito dell’Aikido si trova nella pratica stessa e poco a poco lo si scopre. Ed è un reale godimento questa scoperta. Le persone che iniziano, quando prendono coscienza della sua importanza, entrano pienamente in quest’arte che è la nostra. Spesso è a questo punto che cominciano le difficoltà nello spiegare quello che facciamo. Si desidera parlarne, invitare degli amici a venire a partecipare ad almeno una seduta.
Si prova a far capire che cosa si risente. Gli altri constatano il nostro entusiasmo ma non riescono a capire di cosa si tratti. E le risposte che si ricevono alle nostre spiegazioni, a ciò che cerchiamo di far passare sono spesso piuttosto deludenti. Possono andare da «Ah, sì anch’io ho fatto dello Yoga l’anno scorso durante le vacanze al club Med. Ma non ho tempo di fare una cosa così, capisci, non ho veramente il tempo.» Fino a «Sì,  la tua cosa è veramente simpatica ma è troppo complicata, sai io faccio del self-defense, californio-australiana, ed è veramente efficace…». Passare da un mondo ad un altro richiede di essere pronti, essere pronti a scoprire molto semplicemente ciò che non si conosce ancora, ma che si intuisce. Si comincia a praticare perché si è letto un libro, un articolo, e si è rimasti scioccati, ci si è detti: «Strano questo tipo, ma mi piace quello che racconta, mi piace questo spirito, lo sento vicino, vicino a ciò che penso io».

Un’arte per la normalizzazione dell’individuo

Molto spesso è lo spirito della pratica che ci fa continuare per molti anni, raramente sono le prodezze fisiche o tecniche, che in ogni modo sarebbero limitate dall’età. La sola cosa che non ha età è il ki, l’attenzione, la respirazione come lo chiamava Tsuda Sensei. Essa può approfondirsi senza alcun limite, ed è per questo che ci sono stati dei grandi maestri.
Se si risveglia la propria sensibilità, se c’è la continuità, e se si è ben guidati; se l’insegnamento non si limita alla superficie ma ci permette di scavare, di aprire da soli delle porte di cui non sospettavamo l’esistenza, allora tutto è possibile. Quando dico tutto è possibile, voglio dire che ognuno diviene responsabile di se stesso, della propria vita, della qualità della propria vita.
Come dice Yamaoka Tesshū: «L’unità del corpo con lo spirito può fare tutto. Se una lumaca vuole fare l’ascensione del monte Fuji, allora ci riuscirà.»
Non cercare la notorietà, non cercare di diventare ma piuttosto di essere grazie alla realizzazione personale. Placare le tensioni interne, unificare il corpo e lo spirito, che molto spesso lavorano in direzione contraria, quando non lavorano l’uno contro l’altro, ecco il senso profondo della ricerca che possiamo fare nella pratica delle arti marziali.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 18) nel mese di ottobre del 2017.

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Note

* Citazioni tratte dal libro L’art de la paix : Enseignements du fondateur de l’Aïkido Interviste e scritti di Morihei Ueshiba raccolti da John Stevens, Guy Trédaniel Éditeur, 2000, traduzione italiana della Scuola Itsuo Tsuda.

Aikido : un’evoluzione dell’essere

Di Régis Soavi

L’Aikido è uno strumento della mia evoluzione, mi ha fatto evolvere, ho dovuto soltanto seguire con tenacia questa strada che si apriva davanti a me, che si apriva dentro di me. Come tanti altri, sono arrivato a questa pratica per la sua marzialità. Ma la sua bellezza, come anche l’estetica dei suoi movimenti, mi hanno rapidamente affascinato, e questo già con il mio primo professore Maroteaux Sensei. Poi, quando ho avuto modo di vedere Masamichi Noro Sensei, e Nobuyoshi Tamura Sensei, ho avuto la conferma di quello che avevo intuito: l’Aikido era una cosa completamente diversa da quello che conoscevo.

Arrivavo dal mondo del Judo, con le immagini che ci erano state trasmesse, come ad esempio quella del ramo di ciliegio che si copre di neve e che tutt’a un tratto la lascia cadere e si raddrizza. Ero già andato oltre le idee che giravano all’inizio del secolo e negli anni cinquanta di un “Jiu Jitsu giapponese che trasforma un uomo piccolo e mingherlino in un mostro di efficacia”.
La realtà della mia periferia e soprattutto gli avvenimenti ai quali avevo preso parte negli anni dal ‘68 al ‘70 avevano già spazzato via tutte queste immagini. Avevo appena vent’anni quando ho incominciato a praticare l’Aikido, e se il mondo non era certo come lo avrei desiderato, poteva essere cambiato. Potevamo passare dalla barbarie mondiale, con le sue guerre, le sue carestie, le sue incomprensioni tra i popoli, ad una società più umana, una società finalmente pacificata. E ovviamente l’Aikido ce lo avrebbe permesso. Il Maestro Ueshiba era appena deceduto, ma ci lasciava un’eredità incredibile, con una quantità di discepoli giovani o meno giovani pronti a guidarci, ad insegnarci. Faccio parte di questa generazione, piena di queste speranze, dopo la delusione dovuta al disastro di quello che avevamo sperato essere una rivoluzione umanista nel Maggio ‘68 in Francia. La filosofia trasmessa dall’Aikido risuonava in noi, ci incitava ad essere forti per combattere l’ingiustizia. Come spiegavano i libri di Tadashi Abe e Jean Zin1, di E. Herrigel2, o anche un po’ più tardi e a modo suo di K.G. Durkheim3, era un’Arte Cavalleresca. Forse saremmo stati i cavalieri dei tempi moderni… Jigoro Kano Sensei aveva, all’alba del ventesimo secolo, trasformato il Jiu Jitsu in “un’arte”, una via, era stato uno degli iniziatori di questo cambiamento storico ed era riuscito a farlo conoscere. Gli ideali di Kano Sensei dovevano essere trasmessi dall’educazione, l’arte del Judo ne era lo strumento.
O Sensei Morihei Ueshiba si era anche lui evoluto. Come ogni uomo, il tempo, l’età, l’esperienza, ma molto più di tutto questo, la sua illuminazione, questo istante di coscienza, che evocava così bene ed in modo così poetico e che aveva aperto in lui una porta verso l’ignoto.
Dell’Aikido che si era già costruito come pratica marziale, arte del combattimento, ha tenuto la forma, il rigore, ma la filosofia che ne costituiva la base non era più la stessa, iniziava a parlare dell’amore con la A maiuscola, dell’“Amore universale”.

Un’altra dimensione

Quando Tsuda Sensei che aveva già quarantacinque anni incontrò il Maestro Ueshiba che ne aveva settantasei, misurò subito la grandezza di O Sensei, l’intensità del suo messaggio. Poteva capirlo grazie alla sua età, alla sua cultura immensa, e forse anche perché non arrivava dalle arti marziali, ma dal Seitai, che studiava con Haruchika Noguchi Sensei4 già da una quindicina di anni. Profondamente pacifista, aveva anche subito in età adulta, la Seconda Guerra mondiale, con il suo corteo di massacri e la sua tragica fine nucleare.
Con Itsuo Tsuda scoprivo qualcosa di diverso da quello che avevo appreso fino ad allora. Non si trattava di esercitarsi o di integrare delle tecniche e di ripeterle all’infinito. Ci presentava qualcosa di diverso, un’altra dimensione. Il suo talento era nella respirazione, il ki, questa nozione così misteriosa, che con lui, diventava estremamente concreta, comune, quasi banale.

A causa, e soprattutto grazie a questo, il mio Aikido evolveva, la mia pratica si trasformava. Avevo sentito parlare dell’aspetto religioso dell’Aikido, del rapporto che il fondatore aveva coltivato con l’Omoto-kyo fino alla fine della sua vita. Questo aspetto è stato rifiutato da alcuni aikidoka. Le religioni non erano più di moda ed in ogni caso non bisognava mescolare le cose, bisognava sbarazzarsene, ritornare indietro, alle origini, al combattimento, alla dura realtà della vita e quindi più o meno alla giungla. Gli avvenimenti recenti non gli danno forse ragione, con la loro violenza, ed i suoi corollari, il suo corteo di protezioni, la tendenza al ripiegamento su se stessi, sui propri interessi?

Il mio maestro ci proponeva una prospettiva tutta diversa. Parlava spesso della sua immensa ammirazione per il Maestro Ueshiba. Ci diceva che lui stesso stava cercando nella direzione che gli aveva dato il suo maestro. Ci guidava verso il sacro, non verso il religioso ma verso il sacro, era la sua maniera di insegnarci l’arte del misogi,5 di trasmettere un messaggio a questo piccolo gruppo di Francesi che ignoravano, all’epoca, tutto o quasi delle tradizioni e della cultura giapponesi.

L’Aikido evolve

Per Régis Soavi, l'Aikido, è l'approfondimento della percezione del ki.
Per Régis Soavi, l’Aikido, è l’approfondimento della percezione del ki.

Se l’Aikido si è evoluto, dobbiamo per questo classificarlo oggi tra le tecniche di benessere, di rilassamento o di gestione dello stress? La filosofia della nostra arte forse non ha finito di sorprenderci, per chi sa scavare, ed andare alla radice dell’essere umano, grazie a questo formidabile strumento.
Se l’Aikido evolve è attraverso il nostro incontro con esso, perché ogni giorno, ogni mattina precisamente, durante ogni seduta ci mettiamo in armonia con l’altro, gli altri, e di conseguenza con l’Universo.
L’Aikido è multiplo ma il suo fondamento è “UNO”, è per me una ricerca, un approfondimento della mia respirazione, della mia percezione del ki. Perché il cambiamento che si produce dentro di noi è la scoperta del mondo del ki.
L’Aikido evolve perché io evolvo. La mia comprensione lo fa evolvere in me.
La nostra arte ha fatto molto più che evolversi, si è radicalmente staccata dalle sue origini, ha cambiato orientamento, ha cambiato il “nostro” orientamento.

La mia domanda è quindi: dobbiamo far evolvere l’Aikido perché non è più adatto alla nostra epoca? Il mondo è cambiato certo, i suoi valori non sono più gli stessi, ma gli individui sono realmente cambiati? Oppure vogliono una volta ancora uscire dall’impasse in cui la società li ha portati?

Soffocare il nostro mondo interiore per sopravvivere o risvegliare il nostro mondo interiore per poter vivere.

Se tante persone cercano oggi in direzioni diverse da quelle che ci propone la società, non è per farla continuare così com’è, ma proprio perché desiderano cambiarla. Cambiarla per andare avanti e non per tornare indietro. Ma andare avanti non vuol dire fare tabula rasa del passato, al contrario. Bisogna saper approfittare dell’esperienza di questo passato, perché ci sono radici sane, non tutto è da buttare alle ortiche. In una società in cui gli individui sono diventati intercambiabili, ci sono dei valori eterni che possiamo conservare o ritrovare, ovvero riappropriarcene. Uno di questi valori è l’individualità, la differenza e la ricchezza delle persone che non chiede di meglio che di sbocciare. L’Aikido è qui per permettere loro questo sbocciare. Per questo sarà necessario lavorare sulla sensibilità, bisognerà ritrovarla nei meandri del nostro inconscio, del nostro involontario, di quello che fa di noi degli esseri umani, e non dei robot.

Il mondo dell’Aikido è per la maggior parte un mondo maschile, la sua evoluzione si farà anche attraverso il riconoscimento reale del femminile, come un mondo con valori propri, così vicino e allo stesso tempo così lontano.
Questo riconoscimento di un mondo che ha mantenuto un contatto con la vita nella sua semplicità, nel suo lato primitivo e propriamente istintivo può aiutarci a ritrovare noi stessi. Finiremo forse con l’apprezzare quello che sarà un vero equilibrio, basato su un’uguaglianza reale e non dettato da convenzioni antiquate. Un’uguaglianza dove la comprensione della differenza permette di apprezzarla.

Parlo della nostra evoluzione, quella che ci è indispensabile per andare avanti. I più grandi maestri non sono né aggressivi né violenti, al contrario. Anche se si parla della loro potenza, viene fatto l’elogio della dolcezza di Tamura Sensei, di Noro Sensei, di O Sensei Morihei Ueshiba, di Itsuo Tsuda Sensei. Senza che questo li sminuisca in alcun modo, senza che questo pregiudichi la loro forza, la loro personalità, al contrario. Se dovessimo trovare una via che ci porti alla pace, non sarebbe forse in questa direzione che dovremmo guardare?

L’amore di cui parla il fondatore non è qualcosa che si impara, questo Amore universale emerge dall’essere umano sincero quando si è sbarazzato da tutto quello che ne impediva l’emergere. Le sue debolezze, la sua condiscendenza, le sue paure, le sue rigidità, e tante altre cose. Ognuno di noi può fare la propria lista. Emerge dal più profondo di noi, a volte all’improvviso, sempre perché abbiamo abbandonato le nostre prerogative. Questo amore è ben lontano dall’essere un punto d’arrivo in sé, non si può misurare, la sua dimensione non è calcolabile, così può crescere mano a mano che il nostro respiro si approfondisce, che penetriamo un po’ di più in quella che chiamerò una dimensione supplementare: la sensazione concreta del ki. Al di là delle tre dimensioni a cui siamo abituati, e senza entrare nella quarta dimensione dei romanzi di fantascienza. Questa dimensione che è la sensazione fisica del ki in ogni sua forma, ci apre le porte verso una percezione più fine, più precisa del mondo. Un mondo in qualche modo allargato, un mondo che intuiamo e di cui abbiamo la chiave. Un mondo di libertà per noi e che si estende intorno a noi, che libera tutti quelli che vogliono cercare e lasciarsi guidare dalla loro intuizione, dal loro kokoro6, e dalla loro intelligenza in profondità.
La percezione di questa dimensione mi sembra essere un’evoluzione logica che deve derivare dalla natura stessa della nostra pratica e per questo dobbiamo dirigere tutta la nostra energia in questa direzione. Dobbiamo operare senza sosta perché i nostri allievi, e per estensione le persone che li circondano, possano beneficiare di questa scoperta.

L’Aikido: sport olimpico, arte di combattimento o tecnica di rilassamento?

Qual è il futuro di questa pratica? Se ha un passato glorioso sembra che oggi attiri sempre meno persone. Forse le rigidità amministrative dello Stato francese hanno bloccato l’entusiasmo delle generazioni passate. La scolarizzazione della società, già denunciata da un filosofo come Ivan Illich7 negli anni ‘70, fu applicata nell’insegnamento dell’Aikido, con i suoi programmi, i suoi esami, le sue ricompense. Questa idea di progressione basata sulla performance ha spesso, passato l’entusiasmo dell’inizio, stancato i giovani praticanti. Quelli che praticano da tanto tempo e ripetono sempre la stessa cosa non vedono più verso cosa stanno andando e a volte sono delusi da quest’arte che non ha portato loro quello che avevano creduto d’intravedere all’inizio. I nostri maestri e i nostri predecessori che avevano conosciuto O Sensei avevano visto qualcos’altro in questo uomo fuori dal comune. Sapevano che l’Aikido non si riduceva ad un’efficacia miracolosa dovuta a concatenazioni di tecniche eseguite sempre più velocemente.

Come arte di combattimento, senza gli anni di allenamento quotidiano, è molto spesso un’illusione, e anche con gli allenamenti intensivi, rimane comunque un’illusione. Anche i meglio preparati non possono garantire niente, perché tanti fattori entrano in gioco in un incontro violento. Si può allora lasciarsi andare a paragonare le differenti arti: Boxe Inglese, Cinese, Tailandese, Jiu Jitsu Brasiliano, Vale tudo, ecc., ognuno può tirare a sé la coperta argomentando. È la polemica verbale, e a volte finisce sul ring in un confronto ben lontano dagli ideali dei nostri poveri maestri, il cui unico desiderio mentre ci insegnavano quest’arte era di farci diventare esseri umani a tutti gli effetti, donne e uomini di valore. L’Aikido, con i suoi valori umanisti, era portatore di speranza nel ventesimo secolo, trovava un’eco nella nuova generazione che usciva dall’oscurantismo antiquato del conformismo. L’epoca lo ha trasformato, non ha saputo, potuto, resistere alle sirene della modernizzazione, dell’ognuno per sé, del cocooning o del ritorno al passato verso i valori-rifugio del tipo autorità, condizionamento, spirito di competizione.

L’autonomia

L’autonomia non si può insegnare, si scopre allo stesso modo delle capacità individuali, ma ci vuole tempo. Bisogna essere guidati, ma non forzati. Serve libertà, non lassismo. Forza senza rigidità. Infine, se sappiamo proporre questo in dojo che siano indipendenti dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni, dalle organizzazioni varie, allora vedremo persone riunirsi, per evolvere insieme grazie alla nostra pratica. Se non si dimentica che l’asse principale della nostra ricerca è il ki, le sue manifestazioni, la comprensione della sua importanza, il suo utilizzo attraverso la sensazione della vita che ci anima.

L’essenziale è nella scoperta della direzione da seguire, quella che ci porta all’autonomia, alla realizzazione dell’Essere nella semplicità.
Posso così fare mie le parole dell’Internazionale di Eugène Pottier8, come quelle della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges9 o quelle di Gesù di Nazareth o anche quelle di Buddha. Basta che io ne faccia una lettura non di parte ed aperta. Se l’Occidente ha una mente manichea, è completamente diverso in Oriente. Senza idealizzare l’uno o l’altro, la nostra ricerca deve portarci ad afferrare il meglio di ogni cultura. Il nostro mondo non è dei più allegri, ci mostra ogni giorno, attraverso i media, il suo volto spesso così deformato, con il suo carico di incomprensioni, di difficoltà e anche di orrori. Se è difficile agire efficacemente sulla società a livello mondiale, invece, possiamo agire a livello regionale, intendo dire vicino a noi, nel nostro entourage.
L’Aikido, se si sviluppa nello spirito di cui ho provato a dare un’idea, può essere uno strumento formidabile per rendere la nostra società più umana, più tollerante, ed anche più accogliente. È un’arte eccezionale che non chiede altro che svilupparsi. Siamo noi insegnanti di oggi che dobbiamo dare risposte, dare una direzione sana alla nostra pratica, con franchezza, senza nasconderci dietro ideologie o idee preconcette, per poter essere all’altezza di quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di luglio del 2017.

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Note

1  Jean Zin et Tadashi Abe, La vittoria attraverso la pace.
2  E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco.
3  K. G. Durkeim, Hara, centro vitale dell’uomo.
4  Noguchi Haruchika (1911-1976) è il fondatore del Seitai.
5  Per Ueshiba Morihei l’Aikido è un Misogi, una pratica di purificazione del corpo e della mente.
6  Il termine kokoro esprime un concetto, ha quindi un significato più esteso rispetto ai suoi equivalenti “cuore” “anima” o “spirito” spesso utilizzati per tradurlo.
7  I. Illich, Una società senza scuola (titolo originale: Deschooling Society).
8  Eugène Pottier (1816-1887) autore di L’Internazionale, canto rivoluzionario le cui parole furono scritte nel 1871 durante la repressione della Comune di Parigi, sotto forma di un poema alla gloria dell’Internazionale operaia.
9  Olympe de Gouges (1748-1793) ha lasciato numerosi scritti a favore dei diritti civili e politici delle donne e dell’abolizione della schiavitù.

Trascendere lo spazio ed il tempo

Di Régis Soavi.

Tutti gli aikidoka hanno già sentito parlare di Ma-ai perché è una delle basi della nostra pratica. Ma parlarne e viverla sono purtroppo due cose molto diverse. Essendo conosciuta in tutte le arti marziali, si trovano facilmente tanti riferimenti in merito.
Si può concepire intellettualmente questa nozione, si può scriverne e sviluppare tutto un discorso, ma “niente vale quanto il vissuto” come ci ripeteva spesso il mio maestro Itsuo Tsuda.
Proverò quindi a spiegare l’inspiegabile attraverso esempi o situazioni concrete.Lire la suite

Il ki, una dimensione a pieno titolo

Di Régis Soavi

«Il ki appartiene alla sfera del sentire e non a quella del sapere». Itsuo Tsuda

Appena si parla del ki si passa per un mistico, una specie di strampalato: «Non è scientifico, nessuno strumento, nessuna macchina è capace di provare, di dimostrare che il ki esista». Sono perfettamente d’accordo. Effettivamente se si considera il ki come un’energia super potente, una specie di magia capace di proiettare le persone a distanza o di uccidere solamente grazie a un grido, come si credeva con il kiai, si rischia di attendersi dei miracoli ed essere molto velocemente delusi.

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La paura

Di Régis Soavi

Tutto è iniziato in un pomeriggio qualunque nella mia città-dormitorio del Blanc-Mesnil, in periferia di Parigi.
Una lite come ne capitavano spesso, ma quel giorno mi trovai sotto un ragazzo che, mentre mi picchiava la testa sul bordo del marciapiede, mi diceva “Ti uccido, ti uccido”. Non mi ricordo nemmeno come finì. Ma la settimana dopo ero iscritto al corso di Judo Jiu-Jitsu Autodifesa della città vicina, le Bourget.
Avevo dodici anni e nella mia testa c’era questo leitmotiv: “Mai più, mai più”.

Due anni dopo in occasione della festa di fine anno delle medie, la sezione di Judo doveva fare una dimostrazione. Tutto era andato benissimo quando di colpo dalle prime file del pubblico salta fuori un adolescente in giacca di pelle nera, che inveisce contro il nostro gruppo: “Sono tutte balle, fate schifo…” Prima che chiunque possa reagire, salta sul palco, tira fuori un coltello a serramanico e con un magnifico tsuki tenta di accoltellarmi: schivo ed eseguo una tecnica (mi pare che fosse una sorta di o soto gary). Emozione del pubblico, grida! Poi saluto tra il mio aggressore e me. Conseguenza: tirata di orecchie dal direttore della scuola che ci fece giurare, al mio amico Jean Michel (l’aggressore) e a me, di non rifare mai una cosa del genere, perché gli era quasi venuto un infarto.
Oltre ai corsi di Karate per lui e di Judo per me, ci allenavamo il più spesso possibile e per delle ore nel mio “Dojo personale”.
Da quando ci eravamo installati in un villino all’entrata di un piccolo complesso di case dove mia madre aveva trovato lavoro come custode, avevo trasformato il seminterrato in Dojo, con dei bancali ricoperti di gommapiuma di recupero a fungere da tatami, ed era lì che avevamo preparato la nostra bravata, lui il karateka ed io lo judoka.
All’epoca, parlo dell’inizio degli anni sessanta, non avevamo nessuna conoscenza delle armi come la katana, il bokken, il jo o altre. A parte il fioretto, che era uno sport, e il bastone di Robin Hood, grazie ad Errol Flynn, l’unica arma che conoscevamo nel quotidiano era il coltello.


Quando si pratica l’Aikido c’è sempre la possibilità di sognarsi qualcun altro, il cinema e gli effetti speciali ben si prestano a far sognare gli adolescenti così come i giovani adulti delle nuove generazioni. Nei nostri paesi industrializzati, la morte è diventata virtuale e spesso asettica, la spettacolarizzazione ha creato un distacco. Gli schermi che tutti possiedono oggi hanno permesso questo distanza tanto fisica quanto psicologica.
Il lavoro che possiamo fare con un bokken, un jo o anche con uno iai ha un’importanza enorme dal punto di vista fisico e psicologico. Ma non ho mai visto nei miei allievi una reazione simile a quella che si può vedere con un tanto.
Finché si tratta di un tanto in legno va ancora bene, ma non appena si propone il tanto di metallo, anche se la lama non è affilata, si può riconoscere negli occhi dei praticanti un certo sguardo, con una serie di sfumature, dallo spavento al panico passando dallo sbalordimento, in ogni caso vi è la paura, perché dobbiamo pur chiamarla con il suo nome. Qualsiasi siano i dinieghi, le giustificazioni.
Siamo spesso talmente lontani da questo tipo di realtà…

Guarda sotto i tuoi piedi

La calligrafia del nostro stage d’estate 2016 era Guarda sotto i tuoi piedi, calligrafia realizzata dal mio maestro Itsuo Tsuda. Questa frase, che era all’entrata dei monasteri Zen, risuona in modo evidente come un Koan. È una delle numerose calligrafie che ci ha lasciato e che ci intrigano. Messaggio subliminale? Messaggio per la posterità.
Durante il nostro stage, Guarda sotto i tuoi piedi era: “Vedi e senti la realtà. Esci dal sogno, dall’illusione, diventa un essere umano vero”.
Il tanto fa parte del principio di realtà.  Al di là della destrezza che gli allenamenti possono portare, quello che è determinante e che dobbiamo considerare è appunto la paura: la paura della ferita, che è un male minore, e la paura della morte.
In un primo momento c’è bisogno che le persone che, a turno, saranno uke imparino ad usare il tanto: anche se le tecniche di attacco o di taglio sono piuttosto semplici, perfino rudimentali, richiedono un apprendimento che definirei rigoroso. Il modo di tenere l’arma nell’incavo della mano e gli appoggi che si scopriranno per una buona presa devono essere insegnati con attenzione e devono permettere la comprensione, perché se la presa del tanto è scorretta, può rivelarsi più pericolosa per uke stesso che non per tori. Per quanto riguarda la nostra Scuola, rari sono quelli che, quando arrivano, hanno già avuto un’arma di questo tipo tra le mani. tanto regis soavi
Il semplice fatto del senso della lama, la sua presa in mano, gli angoli di taglio. È tutto questo che condiziona un buon attacco.
Spesso le persone sono riluttanti ad utilizzare il tanto di metallo, troppo vicino alla realtà. Si visualizzano già come barbari, le mani grondanti di sangue del partner!
Per quanto io possa spiegare ed usare le precauzioni necessarie, queste visualizzazioni impediscono loro di fare un vero attacco e li bloccano. Rimangono lì, aspettando non so cosa, o attaccano mollemente e, anche se gli attacchi sono convenzionali, avvisano, “telefonano”, il momento del loro attacco. Ma se tutto, proprio tutto, è previsto, non rimane niente di vivo. Se si protegge e iperprotegge, la vita scompare. Il respiro si accorcia, diventa affannoso, inconsistente.
L’istinto non può svilupparsi. Rimane sono un allenamento ripetitivo e noioso.
E qui devo dirlo: non si tratta solo di parlare delle arti marziali, perché tutti gli attacchi sono prefissati ed è normale, è necessario per acquisire una postura corretta. È anche importante lavorare lentamente per un certo tempo al fine di sentire bene i movimenti, come quando si lavora un kata di Jiu jitsu ad esempio. Ma a partire da un certo livello il momento e l’intensità devono rimanere aleatori e si deve dare il massimo. Il movimento libero – sorta di randori alla fine di ogni seduta – è il momento in cui si può appunto, nel rispetto del livello di ognuno, lavorare sulle proprie reazioni.
Quello che fa la differenza con i grandi Maestri del passato non è la loro tecnica eccezionale ma la loro presenza, la qualità della loro presenza. Quello che fa la differenza ancora oggi è la qualità dell’essere e non la quantità di tecniche.
tanto
Quando si pratica con una sciabola o un bastone ci si può rifugiare nell’arte, lo stile, la bellezza del gesto, le regole, l’etichetta. Con il tanto è più difficile perché è più vicino alla nostra realtà. Il coltello, il pugnale, sono purtroppo delle armi troppo spesso utilizzate ancora oggi. L’aggressione fa paura, trasformarci in aggressori per qualche minuto ci impressiona. Questo vincolo è estremamente fastidioso e addirittura a volte quasi impossibile da superare per alcune persone. Il mio lavoro consiste ad aiutarli, per uscire da questo immobilismo, da questo blocco nel loro corpo, ad andare fino in fondo a questa paura, a rivelarla, a mostrare che è questa ad impedirci di vivere pienamente. Il tanto è un rivelatore di quello che avviene dentro di noi. E qui, due grandi orientamenti sono possibili: la via del rafforzamento o la via della spoliazione. Nel primo caso, la lotta contro la paura ed il suo corollario, la lotta contro se stesso che è un’illusione, perché in fin dei conti chi è quello che perde? È una via di desensibilizzazione, d’irrigidimento del corpo, d’indurimento muscolare e la sua conseguenza: il rischio di un’atrofia della nostra umanità.
Oppure il superamento per l’accettazione di questa paura per quello che è e per il fatto di favorire lo scorrere del ki che la rendeva paralizzante. La paura, che in partenza è una sensazione naturale, deriva dal nostro istinto. Non è altro che il blocco della nostra energia vitale quando quest’ultima non trova una via di uscita. Si trasforma in stimolo, in attenzione, in realizzazione e perfino in creazione quando trova la giusta via.
È per questo che la nostra Scuola propone il Movimento rigeneratore (una delle pratiche del Seitai insegnato da Haruchika Noguchi sensei) come possibilità di normalizzare il terreno tramite un’attivazione del sistema motore extrapiramidale. Questa normalizzazione del corpo passa attraverso lo sviluppo del nostro sistema involontario che, invece di un funzionamento per riflesso ottenuto con ore ed ore di allenamento, ritrova le sue capacità originali, la sua vivacità ed il suo intuito. È allora che poco a poco scopriremo che un gran numero delle nostre paure, della nostra incapacità a vivere pienamente, a reagire con flessibilità e rapidità di fronte alle difficoltà, e ancor più di fronte all’aggressione fisica o verbale, che le nostre lentezze, sono dovute alla mancanza di reazione del nostro corpo. Ai blocchi della nostra energia in un fisico troppo pesante o a una “mentalizzazione” troppo rapida ed inoperante. L’immaginario, quando è girato verso il negativo e che si sviluppa in maniera eccessiva, è spesso all’origine di un gran numero di difficoltà nella vita quotidiana e si rivela drammaticamente bloccante in circostanze eccezionali.

Flessibilità esteriore e fermezza interiore

Itsuo Tsuda ci da un esempio che colpisce, preso dalla vita del samurai Kamiizumi Ise-no-kamicome riportata nel famoso film I sette samurai di Akira Kurosawa : “Un assassino si è rifugiato nel granaio di una casa privata, prendendo un bambino in ostaggio. Allertato dagli abitanti, Kamiizumi, di passaggio nel villaggio, chiede ad un monaco buddista di prestargli la sua veste nera e si traveste da monaco, radendosi la testa. Porta due polpette di riso, ne dà una al bambino e l’altra all’assassino per calmarlo. Nell’istante in cui quest’ultimo tende la mano verso la polpetta, lo afferra e lo fa prigioniero.
Se avesse agito da guerriero, il bandito avrebbe ucciso il bambino. Se fosse stato semplicemente un monaco, non avrebbe avuto altro modo che supplicare il bandito che si sarebbe rifiutato di ascoltarlo.
Kamiizumi era famoso per essere un uomo molto riservato ed umile e non aveva per niente l’arroganza frequente tra i guerrieri. È stata conservata una sua calligrafia datata 1565, probabilmente quando aveva l’età di 58 anni, che, si dice, denota una maturità, una elasticità ed una serenità straordinarie. È questa flessibilità che gli ha permesso di compiere questa trasformazione istantanea guerriero-bonzo-guerriero.
Quando penso a questa personalità dalla flessibilità esteriore e dalla fermezza interiore, paragonata a quello che siamo, noi civilizzati di oggi, con la rigidità esteriore e la fragilità interiore, credo di sognare.”*
tanto regis soavi

La via del Seitai

Se io insisto sulla via del Seitai, che è purtroppo così misconosciuta in Europa, o a volte viene talmente deviata, è che mi sembra essere realmente la via che può accompagnare la ricerca di un gran numero di praticanti di arti marziali.
È una via individuale che si può seguire senza mai praticare niente altro, perché è una via in sé e per sé. Ma quando si pratica l’Aikido io penso che sarebbe sano praticare il Movimento rigeneratore qualsiasi sia il livello raggiunto e anche, o sopratutto, fin dall’inizio. Perché ad esempio, potrebbe evitare un buon numero di inconvenienti, di piccoli incidenti, preparare il momento in cui essendo meno giovani, per continuare a praticare, si dovrà contare su risorse diverse dalla forza, la velocità di esecuzione o la fama, ecc.

Il Movimento rigeneratore è appunto quello che Germain Chamot chiama “una pratica di salute personale e regolare”, nel suo ultimo articolo**. È una via che non necessita alcun finanziamento o qualità fisica, ma semplicemente continuità ed apertura mentale. Non posso che essere d’accordo con le sue riflessioni sulle difficoltà, nella nostra società, a proporre una pratica regolare, sul lungo termine, come sul costo che rappresenterebbe una pratica settimanale con uno Shiatsuki, ecc. Il terapeuta prende in carico il paziente in maniera individuale, ha anche un obbligo di risultato, e il fatto di essere consultato puntualmente per dei problemi che deve risolvere il più velocemente possibile gli rende il lavoro difficile.
Il Seitai non è una terapia ma un orientamento filosofico riconosciuto dal ministero dell’Educazione giapponese.
Noguchi Sensei desiderava che si sviluppasse la pratica del Movimento rigeneratore (Katsugen undo in giapponese). La sua azione mirava a “seitaizzare” (normalizzare) cento milioni di Giapponesi ed è per questa ragione che ha sostenuto Itsuo Tsuda sensei nel suo desiderio di creare dei gruppi di Movimento rigeneratore (Katsugen kaï) prima in Giappone, poi in Europa. È questo e l’immenso lavoro di quest’ultimo, moltiplicando gli stage e le conferenze in Francia, in Svizzera, in Spagna, ecc., che ha fatto conoscere il Movimento rigeneratore e permesso lo sviluppo di questo approccio alla salute così prezioso.
Oggi il suo lavoro si continua.

Articolo di Régis Soavi sul tema del tanto nel Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 14) nel mese di ottobre del 2016.

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Note
*Itsuo TSUDA “La Via degli Dei”
** “Aïkijo : une histoire de contexte” (ultimo paragrafo, sullo Shiatsu), Dragon Magazine Spécial Aïkido n°13, p.12-14.

L’Aikijo esiste ?

Di Régis Soavi

Certo il jo, il bastone, è sempre stato utilizzato nell’Aikido. Ma fa realmente parte della nostra Arte? Il suo insegnamento è sempre stato particolare e persino spesso separato dai corsi regolari. Molti di noi hanno cercato, attraverso altre scuole di Jujitsu, di ritrovare delle forme, dei kata, dei “colpi segreti”. Alcuni si sono interessati al Kobudo. Tuttavia l’arte del jo nell’Aikido ha le sue specificità, le sue regole.
Per quanto mi riguarda, quello che mi ha sempre affascinato è piuttosto l’estrema precisione che si può acquisire se si segue un certo tipo di allenamento. Invece di cominciare lavorando la potenza, io trovo che sia meglio favorire il movimento, gli spostamenti e soprattutto la precisione.

Allenarsi alla precisione

regis-soaviEro un giovane insegnante quando ho cominciato ad allenarmi più regolarmente con il bastone. All’epoca fissavo un tappo di bibita all’estremità di una cordicella che appendevo al soffitto. Il mio allenamento consisteva nel fare tsuki sul tappo e ogni volta che si muoveva a immobilizzarlo di nuovo. Poi ho variato le altezze. In seguito ho lavorato gli yokomen e i colpi da sotto, sempre cercando di essere preciso e senza aumentare la velocità. Ho lavorato lentamente cercando l’angolo giusto, utilizzando gli spostamenti e poco a poco ho aumentato la velocità di esecuzione e infine ho cominciato a colpire utilizzando il movimento del tappo che volteggiava a sinistra, a destra, con dei soprassalti a volte curiosi, o addirittura inquietanti se fosse stato il bastone o il Bokken di un avversario. Potevo girare attorno a quell’asse che appendevo al centro del piccolo dojo che si trovava nel cortile di rue de la Montagne Sainte Geneviève 34 a Parigi. Me ne ricordo ancora con emozione perché è stato grazie al Maestro Henry Plée che ho potuto fare questo tipo di lavoro. Di fatto mi aveva autorizzato e anche sostenuto in questa direzione (Budoka completo, amava che ci allenassimo al massimo delle nostre capacità). Dopo vari mesi di questo tipo di allenamento, sono passato al lavoro sui makiwara ma, devo ammetterlo, senza troppo insistere perché lo trovavo noioso. Invece ho adorato i colpi in tutte le direzioni, stile “shadow boxing”.
In questo esercizio ritrovavo le difficoltà del lavoro con il tappo, con in più la potenza che dovevo controllare, i movimenti rotatori, la rapidità e soprattutto la visualizzazione. Quel lavoro di visualizzazione che già intravedevo nell’insegnamento del mio maestro Tsuda Itsuo. È anche grazie a questo che ho scoperto l’importanza di avere un proprio bastone, voglio dire uno strumento di lavoro personale. Faccio parte degli insegnanti che ritengono che il jo non debba essere un manufatto, di tale lunghezza, tale spessore, tale peso. Il jo deve essere in rapporto, senza esagerazione, altrimenti saremo di fronte a un bo, con la persona che lo possiede, la sua altezza, la sua muscolatura: ci sono delle differenze enormi, non tenerne conto mi sembra un errore, ma in ogni caso è l’uso che se ne fa che resta determinante.

La pedagogia

Per quanto mi riguarda, adesso lo utilizzo più come strumento pedagogico. Come sempre si tratta di ritrovare, comprendere le forme antiche, certo, ma soprattutto di canalizzare l’energia sprigionata, sentirla circolare, scorrere lungo questo pezzo di legno.
Il Maestro Tsuda ci diceva: “Il jo ha tre parti, le due estremità e un centro, a differenza del Bo che conta quattro parti a causa della maniera di afferrarlo, le due mani a uguale distanza dalle estremità”. Gli aspetti tecnici dei colpi variano negli tsuki, a seconda che lo si utilizzi nella forma antica che corrispondeva alla lancia, oppure come un jo, quindi molto più corto, con le due mani nello stesso senso o una opposta all’altra. Tutto questo non aveva importanza per lui: quello che contava era la trasmissione del ki e l’atto di non resistenza.
Il jo doveva soltanto permetterci di scoprire il Non-fare, di approfondire la respirazione.
Utilizzare il bastone (propongo di chiamarlo così) come se fosse un tubo vuoto che si riempie di ki, che ha una certa autonomia, che torna vivente.
Il bastone esacerba le distanze. Ci obbliga ad avere un altro rapporto con la distanza, a sentire gli assi così come i cambiamenti di direzione, di orientamento.
Certe persone hanno una particolare affinità con il jo, altri preferiscono il bokken. Benché faccia parte del mio insegnamento, lascio loro il tempo di scoprire se per loro ha un senso, se possono approfondire la loro pratica grazie a questo.
È uno dei mezzi che utilizzo a volte per far comprendere come circolano le forze che entrano in gioco nella nostra pratica: è proprio con il bastone che posso farle vedere.
Chiedo a uke di afferrare il bastone molto forte e tori deve trovare l’asse, la direzione attraverso il semplice movimento del suo corpo, del suo koshi e non dei suoi muscoli o delle sue braccia, per fare scivolare la forza esercitata, in modo che quando tori si sposta, ne segue un tale disequilibrio per uke, che accetta di cadere e cade come un frutto maturo che si stacca dall’albero.exterieur

Praticare all’aperto

C’è un momento in cui è particolarmente piacevole praticare il bastone, ed è quando si è fuori, all’aria aperta.
Ne abbiamo occasione durante gli stage d’estate che organizziamo da quasi trent’anni al Mas d’Azil, in Ariège, poiché abbiamo la fortuna di poter trasformare una vecchia palestra praticamente in disuso, in un magnifico dojo, dopo numerosi ma piacevoli giorni di lavoro. Poiché si trova accanto ad un campo da calcio, possiamo uscire per praticarvi le armi.
So che allora i praticanti hanno molto piacere di praticare fuori dai tatami.
Lo spazio è talmente più vasto che possiamo ritrovare le dimensioni che esigevano le arti antiche.
Dopo essere stati confinati in uno spazio chiuso, tutto l’interesse di queste sedute all’aria aperta è di estendersi fisicamente: niente più soffitto, niente più muri, niente più limiti. È il momento in cui ciascuno può sperimentare delle dimensioni diverse, il momento ideale per tentare, in questo spazio, di sentire più lontano. Il fatto di praticare fuori mentre siamo abituati all’uniformità dei tatami è una costrizione per tutto il corpo: il terreno non è più così piatto, ci sono delle buche, dei dossi, tutti gli spostamenti, i taisabaki, ed evidentemente le cadute o le immobilizzazioni diventano più difficili. La velocità di esecuzione dell’attacco si trova spesso diminuita per questa mancanza di abitudine ma di conseguenza, quando di nuovo si pratica sui tatami tutto diventa più facile: si è acquisita una destrezza, una rapidità, una solidità nelle gambe, un equilibrio che non si aveva prima.
Ne approfittiamo dunque per praticare con più persone, tre, quattro, sei o anche otto attaccanti (un tori e sette uke) i quali, nel rispetto della nostra Arte e senza cercare la competizione, cercano di raggiungere, di mettere in pericolo quello che è al centro. Inutile farsi un film: non siamo né samurai né agenti segreti a cui niente resiste. Si tratta di muoversi di più e meglio del solito, di sentire il movimento della nostra sfera, i suoi buchi e il rischio di avere un impatto in quei punti.
L’importanza non è data a una tecnica perfetta, sia essa in difesa o all’attacco, ma molto più alla sensazione del movimento degli altri, alla distanza, all’energia che si può lanciare.
Lo spazio così vasto permette delle circonferenze di circa otto o dieci metri a volte. Lo sguardo di tori, attraverso la sua intensità e la sua direzione precisa, libera, durante i movimenti circolari, la potenza e la velocità del bastone. Esso solo a volte, crea le condizioni favorevoli a una risposta, a uno spostamento corretto.
Non so se mi faccio ben comprendere: si tratta di un gioco in cui ciascuno dei partecipanti ha il proprio ruolo, dal più principiante al più anziano, in funzione del proprio livello.
I sei o otto attaccanti modereranno la potenza e la velocità degli attacchi (tsuki, shomen, yokomen) in funzione di questo.
Ciascuno di loro cerca la posizione giusta in modo da trovare il punto debole, la velocità di avvicinamento, l’angolo corretto. Gli attacchi si fanno il più possibile a fondo, ma sempre senza violenza e anche se possibile non troppo veloci e in ogni modo senza precipitazione. È  importante quando si lavora in questo modo essere attenti a non bloccare, a non mettere alle strette quello che è al centro, a non trascinarlo in una spirale di paura che lo porterebbe all’aggressività, ma al contrario aiutarlo ad uscire dal suo imprigionamento, tanto fisico che mentale, e permettergli di sviluppare il suo potenziale. Lo stage d’estate dura quindici giorni ed è molto concentrato: due sedute di Aikido, due sedute di Katsugen undo e una seduta di armi al giorno. Vuol dire sette o otto ore di lavoro al giorno, una cinquantina di ore la settimana.  È per questo che abbiamo bisogno di questo tipo di lavoro con il jo, grazie al quale i corpi si slegano, fioriscono e trovano un’altra dimensione. I bastoni ruotano, gli spazi si muovono, i corpi a volte stanchi si stirano. L’atmosfera resta serena, a volte anche allegra, ma vi è sempre il rigore.
Uomini, donne, bambini di ogni età nel rispetto delle loro particolarità.plusieurs-attaquants

La sensibilità del feto

Tuttavia, una precisazione: le donne incinte praticano a volte fino all’ultimo momento nella nostra Scuola. Ma fin dall’inizio della gravidanza abbiamo un’attenzione particolare al fatto che essendo in questo stato così speciale, anche se naturalmente non tocchiamo mai il corpo con il bastone, è vietato fare tsuki nella direzione del ventre. Indipendentemente dal rischio di incidente, rispetto al quale siamo sempre molto attenti. Si tratta di non dirigere il ki, altrimenti detto “l’intenzione del colpo”. Un simile ki diretto, guidato, sarebbe istintivamente registrato come pericoloso, e percepito dalla madre, e soprattutto dal bambino, il quale non è altro che sensibilità, come un’aggressione, al punto da rischiare di provocare per lo meno una paura, o una contrazione che nuocerebbe al suo buon sviluppo. Nel caso in cui si lavorino i colpi tsuki, esse si mettono da parte e guardano, ma non partecipano.

Una forza centripeta può diventare una forza centrifuga

A volte lavoriamo jo contro bokken. Qui si tratta, proprio perché le armi sono diverse, di comprendere da una parte il loro utilizzo e d’altra parte i loro limiti e capacità, senza dimenticare che dietro c’è l’essere umano. Altre volte, solo uke ha un’arma. Un bastone, un bokken, questo può fare paura se si è disarmati. Non si sa in quale direzione partirà, men, yokomen, tsuki, non si può parare il colpo con un semplice gesto della mano. Solo la schivata, il taisabaki, può evitare lo choc. La presa del bastone, del bokken, è allora una delle possibilità per fermare l’attacco, trasformarlo e renderlo inoffensivo, in modo che si possa utilizzare la sua energia nella direzione opposta o deviarla verso un’altra direzione.  È  una magnifica occasione di vedere, di sentire come una forza centripeta, per esempio, possa trasformarsi, quando entra in contatto con un centro, in una forza centrifuga e ritrovarsi proiettata verso l’esterno. Se si tratta di “fermare la lancia”1, di che cosa parliamo? Non si tratta di essere vincitore o vinto ma piuttosto di cambiare sistema, di permettere che sorga qualcos’altro, e per questo, la conoscenza dell’altro, la comprensione dell’uno verso l’altro è indispensabile. In ogni persona ci sono dei lati buoni e cattivi e delle buone e cattive abitudini: si tratta di guidare il tutto verso l’armonia. L’armonia è all’origine della nostra vita, si tratta di ritrovare il naturale che è sempre presente nel fondo di ogni individuo. Ecco, per me, la via dell’Aikido.
Il nostro orizzonte può illuminarsi se comprendiamo meglio le parole di O Sensei Ueshiba, trasmesse dal mio Maestro Tsuda Itsuo nel suo insegnamento e attraverso i suoi nove libri. Queste parole non sono rimaste lettera morta; al contrario hanno preso vita, una volta di più, e continuano attraverso quelli che, con buona volontà, seguono questa via.

Articolo di Régis Soavi sul tema del bastone nel Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 13) nel mese di luglio del 2016.

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1Budō può essere inteso originariamente come «la via per fermare la lancia».

Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra

Di Régis Soavi

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Nella pratica dell’Aikido ho sempre amato il ken. La spada, come il Kyudo nel modo in cui ne parla Herrigel nel suo libro sull’arte del tiro con l’arco, è un’estensione del corpo umano, una via per la realizzazione dell’essere. Nella nostra Scuola, il primo atto all’inizio della seduta è un saluto con il bokken davanti alla calligrafia. Ogni mattina, dopo aver indossato il kimono ed essermi preso qualche minuto di meditazione nell’angolo del dojo, comincio la pratica respiratoria con questo saluto verso la calligrafia. È per me indispensabile armonizzarmi con ciò che mi circonda, con l’universo.
Il semplice fatto di respirare profondamente alzando il bokken davanti al tokonoma, con una calligrafia, un ikebana, cambia la natura della seduta.
Si tratta, per me, di realizzare Ame no Ukihashi1, il ponte fluttuante celeste, che lega l’umano e ciò che lo circonda, il conscio e l’inconscio, il visibile e l’invisibile.
Per tutta la pratica respiratoria, la prima parte della seduta, il mio bokken è al mio fianco, lo stesso bokken da quarant’anni. È come un amico, una vecchia conoscenza. Un regalo di una donna semplice e generosa che si occupava della vendita in negozio quando ero un giovane insegnante di Aikido al dojo del Maestro Plée in rue de la Montagne Sainte-Geneviève.

Il mio studio della spada

Itsuo Tsuda non mi ha mai insegnato il ken. Ovviamente anch’egli lo usava per il saluto davanti al tokonoma all’inizio della seduta e in seguito quando facevamo la corsa in cerchio attorno a lui sui tatami prima di mettersi in linea per guardare la dimostrazione. Se no, l’utilizzava soprattutto per le dimostrazioni della spinta del bokken con due partner, come aveva visto fare da O Senseï Morihei Ueshiba.
Di fatto, non faccio differenze tra l’Aikido a mani nude, col bokken o con il jo. Ciò che conta di più secondo me è la fusione con la respirazione del partner. Questo altro così diverso e tuttavia così vicino, ed anche, alle volte, così pericoloso.
Le mie radici principali per ciò che riguarda le armi vengono da ciò che ho imparato con Tatsuzawa Sensei. È colui che mi ha influenzato di più. Negli anni settanta avevo cominciato a praticare l’Hakko Ryu jujutsu con il maestro Maroteaux. Poi ho studiato le armi all’istituto Noro dove si tenevano dei corsi specifici e durante gli stage con Tamura Sensei e Sugano Sensei, questo lavoro faceva parte dell’Aikido. Ciò che Tatzusawa mi ha mostrato è un Koryu (scuola antica), è un’altra cosa. A Parigi per i suoi studi, questo giovane giapponese (avevamo tutti e due una ventina di anni) si è presentato una sera all’improvviso nel dojo in cui insegnavo Aikido. Allora abbiamo iniziato uno scambio: lui praticava Aikido con me e mi mostrava delle tecniche della scuola della sua famiglia che studiavamo un certo numero di ore per settimana, forse quattro o cinque, per circa due anni.


Praticavamo molto il Iaïjutsu ed anche il Bojutsu2. Le tecniche che mi aveva mostrato mi hanno segnato per la loro estrema precisione. Era il giovane maestro della scuola della sua famiglia, Jigo Ryu. All’epoca non conoscevo neanche il nome di questa scuola. Oggi è diventato un sensei importante, è anche il 19° maestro del  Bushuden Kiraku Ryu, una scuola che ha più di quattro secoli di esistenza.
C’è una realtà nelle armi che può mancare alla pratica dell’Aikido come è talvolta insegnato oggi e rischia di diventare una specie di danza. Oppure si cerca di testare chi è di fronte mettendoci troppa resistenza e il tutto si trasforma in una lotta.
Con Tatsuzawa Sensei, c’era una respirazione. Una respirazione che non era la stessa che trovavo con Tsuda Sensei, ma c’era qualcosa e mi piaceva ciò che insegnava. Era qualcosa di talmente fine,  talmente preciso, talmente bello che ho desiderato che i miei allievi ne approfittassero. E per  anni, quando facevo degli stage, dicevo: «Ciò che vi ho mostrato è una tecnica della scuola di Tatsuzawa Sensei». Progressivamente questi due cieli, l’insegnamento di Tatzuzawa Sensei, ed il lavoro sulla respirazione con Tsuda Sensei, mi hanno portato a dare questo nome a ciò che io stesso scoprivo,  Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra, il cosciente e l’inconscio, il volontario e l’involontario.
Non ho più rivisto Tatsuzawa Sensei per trent’anni, ed è in occasione di un viaggio in Giappone che ci siamo ritrovati! È così che da dieci anni i miei allievi studiano l’arte del Bushuden Kiraku Ryu con lui ed uno dei suoi allievi, Sai Sensei. È un modo per noi di capire meglio le origini delle tecniche che utilizziamo, è una ricerca storica che ci permette di scoprire il cammino percorso da O Sensei Ueshiba.

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Un principio di realtà

Per Tatsuzawa Sensei l’allenamento doveva essere reale. Durante i nostri allenamenti negli anni settanta utilizzava uno iaito e colpiva come un dannato! «Men, men, kote, tsuki, men, tsuki». Evidentemente ad un certo punto, per la stanchezza, la spada mi ha colpito alla spalla, me ne ricordo ancora. Siccome era una spada in metallo, è entrata qualche centimetro nella spalla, tre forse quattro centimetri. Questo mi ha risvegliato. Non ho mai più lasciato calare l’attenzione nelle schivate.Finito. Era un risveglio, perché evidentemente egli non voleva farmi male. Il suo intento era di risvegliarmi, di spingermi in una direzione, affinché non fossi una specie di imbranato addormentato. Bene, mi è servito. In questo senso, la spada ci può risvegliare. Un bel calcio nel sedere certe volte è meglio di mille carezze. Io sono ancora molto riconoscente al mio maestro di aver fatto entrare la realtà nel mio corpo.
Oggi quando l’Aikido sembra diventare un passatempo per alcuni, ricordo loro la realtà con dolcezza ma con fermezza.
Ho spesso visto delle parodie di estrazione di katana con un bokken, in cui ci si accontenta di aprire la mano invece di estrarre la spada (chi pratica il iai lo capirà).
Non dobbiamo confondere la nobile arte della spada con l’utilizzo che ne facciamo nell’Aikido.
A mia figlia che pratica fin da piccola l’Aikido ed adora la spada, ho sempre consigliato di andare a vedere una vera scuola di spada. Ha scelto di studiare, oltre all’Aikido, anche lei il Bushuden Kiraku Ryu con Tatsuzawa Senseï ed il Iaïjutsu con Matsuura Senseï, che le insegnano ciò che non avrei mai potuto insegnarle.

L’Aikiken non è il Kendo

L’Aikiken non è il Kendo, né lo Iaido. La poesia non è il romanzo e viceversa, ogni arte ha le sue specificità, ma quando utilizziamo un bokken non dobbiamo dimenticare che è una katana che ha anche una tsuba ed un fodero, anche se sono invisibili. Noi dobbiamo usarli con lo stesso rispetto, lo stesso rigore, la stessa attenzione.
Ogni bokken è unico, nonostante la sua fabbricazione spesso piuttosto industriale, sta a noi farne un oggetto rispettabile, unico, grazie alla nostra attenzione, al modo in cui lo maneggiamo, in cui lo muoviamo. Per esempio se visualizziamo l’uscita della spada usando un bokken, occorre anche visualizzarne il rinfodero. Poco a poco si carica, si può avere l’impressione che diventi più pesante.
Del resto gli allievi che hanno l’occasione di toccare il mio bokken, di prenderlo, o alle volte di usarlo, lo trovano speciale, più facile da maneggiare ed allo stesso tempo più esigente, dicono. Non è più la stessa cosa, non è più un bokken ordinario. È per questo che io consiglio ai miei allievi di avere il loro bokken, il loro bastone. Le armi si caricano. Se voi avete un bokken o un bastone che avete ben scelto, che caricate di ki, e che usate per anni, avrà una natura diversa, vi assomiglierà in qualche modo. Per prima cosa potrete conoscere esattamente la sua dimensione, la dimensione del bastone, la dimensione del bokken, quasi al millimetro. Questo vi eviterà gli incidenti.
Avrà una consistenza differente se si agisce in questo modo, allora sarà il riflesso di ciò che siamo. La circolazione del ki cambia il bokken e si può cominciare a capire perché la spada era l’anima del samurai.
Ci si ricorda di queste spade leggendarie che riflettevano tanto l’anima del samurai che potevano essere toccate solo dal loro proprietario. Ho avuto modo di scoprire questo in un periodo in cui, per continuare a praticare e provvedere ai miei bisogni, lavoravo nell’ambito dell’antiquariato. Mi sono specializzato, tra le altre cose, nella rivendita di spade giapponesi, katana, wakizashi, tanto. Il fatto di toccarle, perché non avevo nessuna possibilità di comprarle mi ha permesso, più ancora di ammirarle, di scoprire qualcosa di indicibile.
Alcune avevano una tale carica di ki, era estremamente impressionante! Solo estraendo la lama di dieci quindici centimetri si poteva sentire se la lama aveva un’anima aggressiva o generosa, oppure se emanava una grande nobiltà ecc. All’inizio questo mi sembrava assurdo, ma i commercianti con cui lavoravo mi hanno confermato la realtà di queste sensazioni ed in seguito le discussioni con Tsuda Sensei hanno dato loro la realtà di cui avevano bisogno.
Un’arma senza respirazione, senza fusione, cos’è? Niente, un pezzo di legno, un pezzo di metallo.
Chuang-tzu, ci parla bene di fusione, di estensione dell’essere con uno strumento, l’arma, quando parla del macellaio:

“ Quando ho iniziato a praticare il mio mestiere, vedevo tutto il bue davanti a me. Tre anni più tardi, non ne vedevo che delle parti. Oggi, lo trovo con lo spirito senza vederlo più con gli occhi. I miei sensi non intervengono più, il mio spirito agisce come sente e segue da solo i lineamenti del bue. Quando la mia lama taglia e divide, segue le faglie e le fenditure che le si offrono. Non tocca né le vene, né i tendini, né il rivestimento delle ossa, neppure ovviamente le ossa. […] Quando incontro un’articolazione, individuo il punto difficile, lo fisso con lo sguardo e, agendo con una prudenza estrema, lentamente taglio. Sotto l’azione delicata della lama, le parti si separano con un uoh leggero come quello di un po’ di terra che si posa sul pavimento. Col coltello in mano, mi raddrizzo, guardo intorno a me, divertito e soddisfatto e dopo aver pulito la lama, la rimetto nel fodero.[…]”3

La fusione con il partner

Se non c’è fusione col partner, non si può lavorare con un arma, altrimenti non è che brutalità, lotta. È proprio perché la si utilizza fondendo la respirazione con il partner che si può scoprire ciò che prima di noi hanno scoperto dei grandi maestri. Tutti i loro sforzi per indicarci la via, il cammino da percorrere saranno perduti se noi stessi non facciamo lo sforzo di lavorare come ci hanno suggerito. Con un arma in mano si può scoprire la nostra sfera, renderla visibile. E grazie a questo si può estendere la nostra respirazione a qualcosa di più grande che non si limiterà alla nostra piccola sfera personale, ma che andrà oltre.
Se si utilizzano le armi così, trovo che abbia un senso, ma se le si utilizza cercando di tagliare la testa agli altri, di ferirli o di mostrare che si è più forti si deve cercare altrove piuttosto che nella nostra Scuola.
Le armi sono il prolungamento delle nostre braccia, che sono il prolungamento del nostro centro.
Ci sono delle linee di ki che partono dal nostro centro, dall’hara. Agiscono attraverso le mani. Se si mette un’arma all’estremità, un bokken, un wakizashi, un bastone, queste linee del ki possono convergere. Hanno un prolungamento. Può darsi sia più facile quando si lavora a mani nude,  comincia ad essere più difficile con un arma. Ma diventa molto interessante: non si è più limitati, si diventa “illimitati”. È proprio questo che è importante, è una conseguenza logica del mio insegnamento. All’inizio, si lavora un po’ limitati, costretti in qualche modo, poi si cerca di estendere, d’andare al di là partendo dal nostro centro. Alle volte ci sono delle interruzioni, il ki non passa attraverso la spalla, il gomito, il polso, le dita. A volte il bokken diventa come il bastone di un burattino che picchia il gendarme, allora non ha più senso. È per questo che mostro queste linee che tutti possono vedere. È qualcosa di noto nell’agopuntura. Lo si può vedere anche nello shiatsu ed in molte arti diverse. E là si va oltre. Se si potessero materializzare con delle linee luminose sarebbero sbalorditive da vedere. È ciò che ci lega agli altri. Ciò che ci permette di capire gli altri. Sono delle linee legate ai corpi, non unicamente al corpo materiale, ma al corpo nel suo insieme tanto fisico che kokoro. È ciò che c’è di sottile, d’immateriale, che è legato, non c’è differenza.

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Seitai-dō

Nella nostra Scuola pratichiamo quest’arte che è il Seitai-do, la via del Seitai. Quest’arte che comprende tra l’altro il Katsugen undo (Movimento rigeneratore seguendo la terminologia di Itsuo Tsuda), ci permette di ritrovare tanto a livello dell’involontario che dell’intuizione una qualità di risposta poco abituale.
Risveglia l’istinto ”animale” nel buon senso della parola, un po’ come quando eravamo dei bambini, giocosi ed anche turbolenti a volte ma senza reale aggressività, che prendono la vita come un gioco con tutta la serietà che ciò impone.
È grazie a quest’arte che ho scoperto l’intermissione respiratoria, questo spazio tempo tra l’inspirazione e l’espirazione, e tra l’espirazione e l’inspirazione. Questo momento infinitesimale quasi irrivelabile durante il quale il corpo non può reagire. È durante uno di questi momenti che si applica la tecnica seitai. All’inizio è difficile percepirlo e ancor di più agire esattamente in quel momento molto preciso. Tuttavia poco a poco si sente questo spazio in modo molto chiaro, si ha l’impressione che si allarghi, ed infatti si ha l’impressione che il tempo scorra in maniera differente come talvolta succede quando c’è una caduta o un incidente. Ci si può chiedere quale rapporto ci sia con il lavoro con le armi nell’Aikido. È proprio la nostra ricerca in questa direzione e l’aneddoto seguente raccontato da Tsuda Sensei è rivelatore.

Un livello troppo alto

Haruchika Noguchi Sensei il creatore del Seitai quando era ancora giovane volle praticare il Kendo, s’iscrisse in un dojo per imparare quest’arte. Dopo i preparativi di rito si trovò davanti a sé un kendoka. Appena l’altro alzò il suo shinai sopra la sua testa, Noguchi Sensei lo toccò alla gola, benché non conoscesse nessuna tecnica. L’insegnante gli mandò un praticante più avanzato, stesso risultato, gli mise di fronte un sesto dan: non andò meglio. Il maestro gli domandò se avesse già fatto Kendo: «Per niente» rispose «io tocco al momento dell’intermissione respiratoria, è tutto» «Lei ha già raggiunto un livello troppo alto Sensei» disse. È così che Noguchi Sensei non poté mai imparare il Kendo.
Praticare l’Aikido a mani nude, praticare l’Aikiken, usare il jo, il bo, praticare il koryu o qualunque altra arte come Itsuo Tsuda stesso che faceva la recitazione del No, l’essenziale non è nella tecnica, ma nell’arte stessa e nel suo insegnamento che deve permettere la realizzazione dell’individuo. Tsuda Sensei citando le diverse arti che aveva praticato ci diceva: «Il Maestro Ueshiba, il Maestro Noguchi, il Maestro Hosada4 hanno scavato dei pozzi di una profondità eccezionale. […] Hanno raggiunto le vene d’acqua, la sorgente della vita. Tuttavia, questi pozzi non comunicano tra loro, anche se è la stessa acqua che ci si trova.»5

Articolo di Régis Soavi sul tema la spada del Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 12) nel mese di april del 2016.

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Notes

1. Vedere il Kojiki (古事記) raccolta di miti sull’origine delle isole che formano il Giappone e i kami.
2. Il bō è un bastone lungo 180 cm maneggiato con entrambe le mani.
3. Trad. it. dall’opera francese: J.F. Billeter, Leçons sur Tchouang-Tseu, p. 16 Ed. Allia, Paris 2002.
4.Teatro Nô : Scuola Kanze Kasetsu.
5. Itsuo Tsuda, il Non-fare, Prefazione p. 14, Yume Editions, 2014.

Uscire dal dualismo

Di Régis Soavi

Soulevez le ciel puis repoussez la terre_TSUDA_WEBAffrontare il tema omote-ura nell’Aikido mi evoca immediatamente yang-yin ( in giapponese yo/in).
Ciononostante in occidente la tendenza generale è di percepirlo in maniera manichea; si oppongono l’uno all’altro, si dividono tra il luminoso e l’oscuro, si categorizza, si dice positivo e negativo, oltre a tutti i riferimenti che questo ci fa tornare in mente, scolastici o anche sessisti. È molto facile, abbiamo delle abitudini, non ci pensiamo neanche.

Si rappresenta il Tao disegnato a due dimensioni, o meglio sotto forma di sfera dove lo yin e lo yang si compenetrano, ma in realtà ognuno resta al suo posto: tu, io, lui, l’altro.
Si disserta filosoficamente dell’uno o dell’altro, si dimenticano i grandi pensatori cinesi: Lao Tsu, Chouang Tseu, Li Tseu, o Sun Tse, per citare i più conosciuti.
Il nero o il bianco, lo yin o lo yang. Ed il grigio cos’è?
Se si resta in un pensiero dualista, è un miscuglio dei due.
Il mio Maestro Itsuo Tsuda non citava praticamente mai omote o ura, del resto dava raramente un nome giapponese a ciò che faceva o mostrava. Perfettamente bilingue, ha sempre preferito il francese per le sue spiegazioni, particolarmente nei suoi libri che scriveva di getto, senza quasi alcuna correzione.
Sapeva guidare la nostra sensibilità e farci sentire grazie alla pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore), dello yuki, e soprattutto attraverso il suo tocco o anche la sua presenza silenziosa, questo mondo non dualista che era venuto a farci scoprire.

Scoprire con il corpo

Aikido, è scoprire con il proprio corpo, voglio dire fisicamente, concretamente, sentire scorrere i fluidi seguendo i circuiti a tendenza yin o yang.

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Quando durante una seduta si cita omote o ura, si cita generalmente solo l’insieme del movimento, la sua tendenza, eventualmente il suo finale.
E’ la respirazione che può aiutarci a comprendere meglio, sentire, di cosa si tratta. È meglio cominciare lavorando con un ritmo piuttosto lento, se si va troppo veloce all’inizio è grande il rischio di non riuscirci. Ci si concentra sulla respirazione, si segue l’inspirazione, l’espirazione, ci si muove concentrandosi sulla sensazione interiore, si può lavorare su esercizi di questo tipo con un partner chiudendo gli occhi e rimanendo concentrati sul centro. Le braccia per esempio si aprono o si chiudono indipendentemente dalla nostra volontà, obbediscono ad una necessità che nasce dallo yin o dallo yang.Soulevez le ciel puis repoussez la terre_en action_ Regis Soavi_HORIZ-1_WEB

Se si vuole praticare l’Aikido come pratica del Non-Fare, tutto il lavoro si fa al livello del sentire, si scava, si approfondisce e poco a poco qualcosa si muove in noi; ed un giorno ci si rende conto che si è superato qualcosa. Questo muro che ci bloccava, che rendeva la nostra tecnica dura o incerta, e quindi artificiale, completamente fuori dalla realtà, è caduto. È in quel momento che ci si sente liberi, così liberi. La ricerca allora prende tutt’altra piega. La percezione dello yin, dello yang diventa un’evidenza. È qualcosa che ho difficoltà a spiegare a parole, perché tutto diventa semplice: i gesti, gli spostamenti, non c’è più mentalizzazione. E’ diretta a partire dal centro, e inoltre, una grande dolcezza si instaura in noi, una dolcezza che può essere yin o yang, ma che in ogni caso è molto forte, una dolcezza di una grande potenza che agisce e sa agire in armonia con il partner o l’avversario, se eventualmente le circostanze ci hanno portato in una situazione tale che colui che si trova di fronte a noi si comporti così. La tendenza durante l’inspirazione è piuttosto verso l’apertura e dunque yin; l’espirazione chiude il corpo e la sua tendenza è yang. Con la sola respirazione già si possono sentire, se si è attenti, lo yin e lo yang, ma non sono che l’espressione e la direzione di una energia che si è materializzata.
La parte visibile, quella che il corpo fisico potrà eventualmente utilizzare, è pronta.
Nel corpo la parte anteriore, il davanti, è yin e la schiena è yang, anche se le gambe sono yang davanti e yin dietro: questo è ammesso in tutte le scuole, ma il passaggio del ki dall’uno all’altro è raramente esplicitato nelle arti marziali, se ne parla spesso solo in generale.
Il mio incontro con il Itsuo Tsuda, la pratica del Katsugen undo, la scoperta del Seitai del Maestro Haruchika Noguchi sono state determinanti nella mia ricerca e mi hanno permesso una comprensione del corpo, del suo movimento che mi era mancata fino ad allora. Certe zone che erano rimaste vaghe nell’insegnamento dell’Aikido, come l’hara, sono diventate estremamente precise nel Seitai. Si può per esempio verificare lo stato dei «tre punti del ventre». Il primo che deve essere yin, il secondo che deve essere neutro, ed il terzo yang, bello positivo e reattivo.
«Lo scopo del Movimento rigeneratore è di regolarizzare il nostro organismo, di seitaizzarlo.
Regolarizzare il nostro organismo non è necessario solo per essere in salute. Qualunque sia il genere di attività che si eserciti, che si tratti di fare calligrafia, di disegnare o di praticare le arti marziali, bisogna prima di tutto cominciare col regolarizzare il nostro organismo, altrimenti si rischia di mancare il bersaglio»1

Non-fare e non dualismo

Nell’Aikido lasciamo il ki sorgere dal seika tanden, dall’hara (3° punto del ventre nel Seitai), e la sua tendenza è yang perché risulta dalla forza che viene dalla schiena, forza che non si esprimerà nelle spalle, come si vede troppo spesso, ma naturalmente grazie al koshi.
Il punto di passaggio di questa forza, di questo ki diventato yang, è la 3° vertebra lombare che è appunto in posizione yin nella colonna vertebrale. Se si visualizza la respirazione addominale si constata che l’inspirazione yin gonfia l’addome e prepara l’atto che sarà yang, nello stesso tempo, il ki discende lungo la colonna vertebrale ed irriga l’insieme del corpo.2
Quando il ki esce direttamente al livello del centro la sua tendenza quindi è yang, ma in funzione del circuito che prende si esprimerà sotto forma yin o yang. Se segue i circuiti interni del ventre, delle braccia, la parte anteriore del corpo, allora diventa yin, altrimenti la sua espressione è yang. La forza che ne risulta sarà yin o yang anche in funzione del momento in cui viene utilizzata.
Perché ovviamente, in un mondo non separato, anche il tempo fa parte di questa unità. Anche se si può rallentare o accelerare il momento di un impatto per esempio, così da trovarsi in modo molto preciso nel posto giusto, al momento giusto, con la respirazione giusta ed il ki giusto, tutto ciò non accadrà se non grazie alla coordinazione che riuscirà a fare il nostro «sistema involontario». È precisamente qui che l’insegnamento di Itsuo Tsuda ha apportato degli elementi decisivi. Perché, facendoci entrare nel mondo della sensazione, insistendo sul Non Fare, e permettendoci di scoprire il non dualismo, ci ha dato delle chiavi che possiamo utilizzare ancora oggi, perché sono alla portata di tutti, come i suoi libri testimoniano.

Yin e yang

Se si scompone un movimento come ryo te dori ten chi nage nella forma omote, uke arriva con una forza yang. È nel pieno dell’espirazione, tori lo riceve alla fine del suo yang, lo yin è già cresciuto in lui, è diventato incomprimibile, crescerà ancora e andrà a sommergere uke. Poi è la volta dello yang di crescere, lo si constata per il fatto che le braccia si girano, questa volta è la linea di demarcazione tra yang e yin che passa dal basso verso l’alto. Ma per uke il movimento è cominciato all’inizio dell’ispirazione, non potendo resistere si stacca e cade come quando un frutto è maturo e cade nella mano. Nella forma ura, tori deve aspettare perché lo yang è ancora troppo potente, gira per deviare questa forza ma appena ricostituisce la sua forza yin, può utilizzare allora lo yang per ripartire in omote o lasciare che lo yin continui il suo lavoro fino all’avvolgimento totale dell’uke.

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Lo stesso nel kokyu ho, ci sono differenti modi di fare: o si proietta subito la forza yang, oppure si lascia crescere la forza yin per utilizzare alla fine lo yang. Anche lì tutto dipende dalle condizioni, dal momento, dal partner.
La forza yang è più diretta, più dirigista rispetto allo yin, ma è facile che ci indurisca. I padri troppo autoritari conoscono questo problema con i loro figli e la rottura è spesso consumata al momento dell’adolescenza.
La forza yin è avvolgente, dolce ma alle volte mal utilizzata, come fanno certe madri. Rischiano di imprigionare il bambino e faticherà ad uscire dall’impronta e dal nido famigliare.
Idealmente lo yin quando finisce permette lo spiccare il volo del luminoso, dopo il lavoro interiore, « oscuro », della preparazione che è l’infanzia, un vero distacco senza rottura, come il frutto maturo che si stacca dall’albero al momento giusto. Lo spiccare il volo del luminoso è la libertà senza pensiero. La possibilità di essere il proprio TAO. Semplicemente la realizzazione dell’essere.

Le sfere del corpo

SPHERES_Irimi_WEBIl nostro corpo si presenta tra l’altro con una superficie esterna: la pelle, è in qualche modo la sfera materiale. Ma noi non siamo limitati dalla pelle, la pelle delimita solamente le yin interno dallo yang esterno, ura e omote. Questa superficie è una sfera che ha preso la forma di essere umano.
Al di là di questo esiste un’altra sfera che ognuno può sentire istintivamente. Si presenta piuttosto sotto la forma di un uovo deformabile in funzione dei bisogni. Questa sfera è spesso rappresentata dalle religioni, viene chiamata Mandorla o Aura. È la rappresentazione visuale di una realtà avvertita da popoli interi, e mantenuta viva nelle arti marziali. Anch’essa è yin all’interno e yang all’esterno con un limite estremamente preciso, si può così constatare che ciò che è yang rispetto alla pelle è yin rispetto alla sfera energetica.

Irimi e tenkan

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Quando si fa irimi per esempio, si fa entrare uke nella nostra sfera yin, gli si dà sollievo del suo ki yang in eccesso diventato duro, rigido, si normalizza il suo terreno, gli si permette di ritrovare un equilibrio interno. Poi in irimi nage si finisce con un movimento yang, che provocherà in lui il desiderio di cadere per evitare il peggio. D’altra parte in tenkan le due sfere si sfiorano e si compenetrano solo al livello della mano. Le superfici yang spinte, sostenute dallo yin interno, diventate forti, si affiancano, si respingono e scivolano l’una contro l’altra.
Se tori fa scivolare il gomito entrando nella sfera di uke, allora il suo movimento yin crescerà fino a sommergere uke che, anche in questo caso, cadrà per evitare gli inconvenienti di questo rovesciamento di situazione.
Nella nostra scuola, la prima parte della seduta di Aikido è una pratica solitaria. Uno degli esercizi consiste nel sollevare le braccia con le palme rivolte verso il cielo, poi nell’abbassarle. Itsuo Tsuda ci diceva: «Sollevate il cielo poi respingete la terra.» Ci sono diversi modi di fare questo esercizio. Se si cerca di sollevare con lo yang le spalle si contrarranno, se si cerca di respingere la terra con lo yin si resterà incastrati al centro del movimento. Alzare le braccia facendo corpo (yin) con il cielo e scendere in armonia con la terra (yang), era questo tipo di lavoro, di visualizzazione, che ho iniziato con il mio Maestro e che continuo da più di quarant’anni.
Rendere cosciente la circolazione del ki, migliorare la nostra percezione di questo movimento, di questa sfera di energia, di cui molti parlano ma che pochi percepiscono chiaramente, è così che concepisco il mio lavoro attualmente.
Permettere la normalizzazione del terreno delle persone che vengono al dojo, dare loro gli strumenti visibili o invisibili, consci o inconsci per permettergli di giungere all’indipendenza, all’autonomia, alla libertà interiore.
Per questo la presa di coscienza di omote-ura, in quanto espressione dello yang-yin, è a mio avviso indispensabile.

Articolo di Régis Soavi sul tema Omote-Ura, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 11) nel mese di gennaio del 2016.

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  1.  Estratto della conferenza Regolarizzare l’organismo di Noguchi Haruchika sensei, tradotta in francese da Tsuda Itsuo (trad. it. Il triangolo instabile, capitolo XIX).
  2.  Il Maestro Noguchi Haruchika preconizzava d’altra parte l’esercizio Sekitsui Gyōki – 脊椎行気法 o Respirazione attraverso la colonna che si fa a partire dai « secondi punti della testa » e che permette la normalizzazione del terreno (dell’insieme del nostro corpo, beninteso in modo unitario, fisico, mentale, ecc).
  3. Foto di Régis Sirvent e Jérémie Logeay

Hanami à Paris

Nous avons eu le plaisir de participer à Hanami au jardin d’acclimatation de Paris les 23 et 24 avril. Le Hanami est une coutume japonaise qui consiste à contempler les fleurs, en particulier celles des cerisiers, dans la période où elles entrent en pleine floraison. Cet événement Parisien où plus de dix mille personnes ont parcouru ce jardin, était organisé en collaboration avec la Japan Expo.

Film de la démonstrations d’Aïkido, Pratique respiratoire

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Kokyu rivelazione dell’unità dell’essere

Di Régis Soavi

In uno dei suoi libri Itsuo Tsuda ci dà il suo punto di vista su Kokyu :

Cover_ItsuoTsuda_LaViaDellaSpoliazione_WEB«Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di ”kokyu”, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha “kokyu”, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di ”kokyu” per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il “kokyu” non si spiega, si acquisisce.
Quand’ero giovane, ho visto un operaio lavorare con il suo cacciavite su macchinari molto arrugginiti. Ho provato a svitare, ma invano, tanta era la ruggine. Per lui, la cosa non poneva alcun problema, svitava con facilità, non perché fosse più forte, ma perché aveva il “kokyu”.
Quando si acquisisce il “kokyu”, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora «indomabili», divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.
Il ki , il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.
Un maestro di arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro, si dice. I Francesi sanno farli tacere infilando loro uno zuccherino in gola. È astuzia, è un trucco, ma non è kokyu, respirazione, che è tutt’altra cosa.»

Itsuo Tsuda, La Via della Spoliazione – Yume Editions

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Vidéo : aïkido #1

Lors du Centenaire d’Itsuo Tsuda au dojo Tenshin se sont tenues des séances matinales d’Aïkido conduites par Régis Soavi qui ont permis la rencontre de plusieurs groupes créés par d’anciens élèves d’Itsuo Tsuda. L’espace tatamis pourtant conséquent avait rarement accueilli autant de pratiquants venus spécialement de plusieurs pays d’Europe. Cette vidéo aïkido nous permet de pour retrouver ce moment

Filmé le samedi 15 novembre 2014 au Dojo Tenshin.

vidéo aïkido

Le Centenaire d’Itsuo Tsuda

centenaire itsuo tsudaDimanche 16 novembre 2014  s’est achevé ce qui restera un moment exceptionnel, à la fois hommage à un écrivain et fruit du travail de toute une école.

L’événement autour d’Itsuo Tsuda aura réuni durant un week-end plusieurs centaines de personnes dans un lieu spécialement préparé pour l’occasion. Le dojo Tenshin qui fêtera prochainement ses trente années d’existence s’est transformé durant ces derniers mois pour accueillir le centenaire de la naissance d’un homme dont l’œuvre résonne plus que jamais.

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Un’arte di unirsi e di separarsi

Di Régis Soavi

Il mio maestro Itsuo Tsuda, citando O Sensei Ueshiba, ha scritto nel suo secondo libro: “L’Aikido è un’arte di (musunde hanatsu) unirsi e separarsi”* . Eregis_soavi_Aikido 1ra un aspetto molto presente nel suo insegnamento, però non ha mai utilizzato i termini Awase e Musubi*. Ci parlava in francese, ci parlava di qualcosa di più grande di noi. Ci invitava a realizzare in noi il vuoto mentale per poter percepire qualcosa. Diceva a volte: “Dio (nel senso di kami) parla senza sosta, ma noi esseri umani non riusciamo a sintonizzarci, quindi non sentiamo niente. O allora sentiamo appena dei suoni come una radio disturbata. Ma dio parla chiaramente”.  Quindi per lui sta a noi metterci in uno stato che ci permetta di “ricevere”. L’Aikido della Scuola Itsuo Tsuda è basato su quello che lui, invece, chiamava la fusione di sensibilità, quindi sulla fusione con il partner: di fronte a un attacco, c’è una risposta, ma perché la risposta sia adeguata, dobbiamo fondere con il partner. In occasione delle sedute parlo per esempio di fondersi e armonizzarsi con il partner, di sentire il suo centro. E in quel momento si è legati da qualcosa, più niente ci è estraneo. Oggi comincio ad andare un po’ più lontano nella pratica dell’Aikido e sento molto di più quello che Tsuda sensei voleva dire a proposito del legame che ci unisce all’Universo. Si sente veramente come un legame tra questo Universo e il partner, e si constata che ciò circola, che tutto torna all’Universo.

La Pratica respiratoria : una pratica di Musubi

La Pratica respiratoria* che facciamo a inizio seduta ci mette in una “condizione di spirito” che ci permette di ricevere, di creare un legame tra l’Universo e noi. Non si sa esattamente cos’è l’Universo. Non sono le stelle, non è un buco nero, ecc. è qualcos’altro. Per la Pratica respiratoria restiamo il più vicino possibile agli insegnamenti di O Sensei Ueshiba, Tsuda sensei era preciso su questo. Per esempio facciamo tre volte la vibrazione dell’anima, Tama-no-hireburi, ogni volta con un ritmo diverso (lento, medio, rapido) e unicamente all’inspirazione. La prima volta si evoca Ame-no-minaka-nushi, Centro dell’Universo. Dico a volte che è un’ “invocazione-evocazione”.Tama-no-hireburi_Vibration ameO Sensei Ueshiba diceva di evocarlo tre volte durante la vibrazione dell’anima: chi conduce la seduta lo dice a voce alta poi lo si evoca altre due volte interiormente. Sono informazioni che ho sentito (solo) da Tsuda sensei, e da nessun’altra parte. Dunque quando si evoca Ame-no-minaka-nushi, come O Sensei Ueshiba diceva, ci si mette al Centro dell’Universo. Centro dell’Universo non è “Centro del Mondo”, né “io e gli altri”, né qualcosa di religioso. In qualche modo è inafferrabile, ma allo stesso tempo è estremamente concreto. In ogni caso non ci ingombra (la mente), è Centro dell’Universo e possiamo esserci. Poi la seconda volta si evoca Kuni-toko-tachi, l’Eterna Terra, per me è l’umano, è la materia. Il primo è immateriale, il secondo diventa concreto, è materia. Poi il terzo kami evocato-invocato è Amaterasu, la dea sole, la vita, ciò che ci anima. Racconto a volte la storia della grotta in cui Amaterasu si è rifugiata e della porta di roccia4. O Sensei Ueshiba ne parlava spesso e anche Tsuda sensei la citava. È la vita che si era rinchiusa in una grotta oscura e che risorge. È importante aprire la porta di roccia in noi. Ci siamo rinchiusi, ci siamo rigidificati, non sentiamo più niente, e poi un giorno comunque apriamo uno spiraglio. L’Aikido ci porta un soffio d’aria, qualcosa che ci permette di respirare un po’ meglio. Allora, a partire da questo soffio, possiamo aprire di più e forse sentire meglio quello che i Kami hanno da dirci, quello che l’Universo ha da dirci. Non sono per niente religioso, ma ogni mattina recito il Norito, come lo faceva Tsuda sensei, come lo faceva O Sensei Ueshiba. Ogni mattina, all’inizio di ogni seduta, alle sette meno un quarto, recito il Norito, poi faccio la vibrazione dell’anima e questo da più di quarant’anni. E poco a poco scopro qualcosa, vado un po’ più lontano, sono più permeabile.

Awase: praticare con lo stesso partner può permettere l’armonizzazione con l’altro

A partire dalla prima parte della seduta, che è una pratica individuale, è importante mettersi in una certa condizione. Il lavoro di armonizzazione prosegue nella seconda parte durante la quale si pratica con un partner. Per favorire ciò, nella nostra Scuola si lavora con lo stesso partner per tutta la seduta. Potremmo cambiare a ogni tecnica, ma se vogliamo armonizzarci è difficile riuscirci nei cinque o dieci minuti passati con ogni persona. Per chi ha venti o trent’anni di pratica va bene… Ma se siete all’inizio, diciamo per i primi dieci anni, è anche in qualche modo rassicurante restare con lo stesso partner, si ha il tempo di armonizzarsi, di impregnarsi dell’altro. Così lo si sentirà, i primi contatti sono un po’ difficili a volte.  Ma su una stessa tecnica, una seconda, poi una terza si può andare un po’ più lontano, avvicinarsi al suo centro, respirare meglio il “profumo” del partner. Tsuda sensei parlava di scoprire il paesaggio interiore di qualcuno, ma scoprire il paesaggio interiore di sette o otto persone nella stessa seduta è più difficile. A volte, soprattutto alla fine della seduta, mi capita di far cambiare partner in particolare in occasione di Movimento libero. Ma ovviamente ad ogni seduta cambiamo, non è un partner a vita!

Il Non-Fare

Uke deve giocare un ruolo, senza essere violento, deve essere sincero nel suo attacco perché senza quest’energia, Tori sarà nel “Fare” e non nel “Non-Fare”. Vedo spesso nell’Aikido degli Uke molto gentili e Tori che massacra con gioia il suo Uke. Non è per niente il mio principio. Se parlo di attacco è che effettivamente quando Uke fa uno Shomen, uno Yokomen, uno Tsuki o una presa, è importante che un’energia venga sprigionata, lui “Fa”. Tori, invece, la devia, lascia passare quest’energia che si esprime nel fatto di stringere il polso o di colpire, passa a lato e la trasforma, allora è il “Non-Fare”. Non risponde all’attacco, lascia scorrere quest’energia, questo ki, va oltre l’attacco. Certo, non aspetta stupidamente di farsi colpire! Il Non-Fare non è non fare niente. Parto anche dal principio che se qualcuno attacca un’altra persona non sta bene con se stesso… Quando si sta bene con se stessi, quando si è ben vivi, non si ha alcuna voglia di andare ad attaccare gli altri. Non ci verrebbe nemmeno in mente. È perché non stiamo bene con noi stessi che ciò accade. Viviamo in un mondo violento, siamo educati a reagire in funzione di questa violenza, bisogna difendersi contro questo, contro quello… Ce ne siamo ammalati. Facendo l’Aikido, quando si è Tori, si sta “guarendo” questa violenza. Questa violenza che è nell’altro, che si esprime nel ruolo e nella fermezza di Uke, la si guida per trasformarla in qualcosa di positivo e liberatorio.

Il lavoro con le armi: Ame-no-uki-hashi ken

Ame no uki ashi ken_2Quasi trent’anni fa, ho deciso di parlare di Ame-no-uki-hashi ken per indicare il lavoro con le armi che facciamo in occasione degli stage e a volte nella pratica regolare. Il ken, la spada è una rappresentazione del ponte fluttuante celeste: Ame-no-uki-hashi. Si parla di Ponte fluttuante celeste quando si vede la Katana con la lama verso l’alto e si parla anche di Barca fluttuante celeste quando la lama è nell’altro senso, verso il basso. È abbastanza curioso perché è allo stesso tempo il ponte e la barca… è ciò che unisce il cielo e la terra, il conscio e l’inconscio, l’Universo e noi. Quando lavoriamo con le armi, queste sono un’estensione di noi stessi, oltre la nostra pelle, qualcosa che ci permette di andare un po’ più lontano, di scoprire anche la nostra sfera. Ame-no-uki-hashi: essere sul Ponte fluttuante celeste, era un’immagine che utilizzava O Sensei Ueshiba e che ci trasmetteva Tsuda sensei. Essere sulla lama della spada è essere in uno stato di attenzione che si potrebbe anche qualificare come “divino”, in cui una percezione diversa si può produrre. Non ho voglia di entrare nella discussione di sapere se bisogna usare o no le armi nell’Aikido, ciò non ha importanza. Faccio lavorare con le armi perché questo ci obbliga a essere in uno stato di estrema concentrazione pur mantenendo la distensione.  Le armi mi servono anche per rendere visibili le linee di ki, sia quelle del partner che quelle che partono da me stesso, in maniera più evidente. Per esempio, quando in una dimostrazione appoggio due bokken sul mio centro mostro anche che la forza viene dall’hara e non esclusivamente dalla muscolatura.

demostration_2 bokkenKokyu Ho: respirare

Tradizionalmente da Tsuda sensei la seduta cominciava sempre con la Pratica respiratoria, poi si faceva l’esercizio che si chiama Solfeggio, dopo si lavoravano le tecniche e alla fine c’era sempre Kokyu Ho in suwari waza*. Per Tsuda sensei, Kokyu Ho era l’occasione Kokyu Ho verticaldi fare solo una cosa: respirare. Dava, tra l’altro, la visualizzazione di aprire le braccia come si apre il fiore di loto. Non c’è più tecnica, c’è solo una persona che ci prende, e poi respiriamo attraverso, facciamo circolare il ki, attraverso le nostre braccia, attraverso il partner. Qualunque sia la resistenza del partner, ci apriamo a ciò e realizziamo la fusione di sensibilità. Per me ogni Kokyu Ho è diverso, con ogni persona. Non c’è tecnica particolare, ci sono, invece, delle linee che si propagano a partire dall’hara, c’è come una specie di sole che irradia e si può seguire ogni raggio di sole per trovare questo hara, qualcosa s’incendia e la persona cade a sinistra, a destra e si fa l’immobilizzazione. È per me un istante privilegiato di respirazione profonda. Quando parlo di respirazione profonda, parlo ovviamente di ki, cioè quando si respira profondamente il ki si mette a circolare in modo diverso.

Awase al di là dei tatami: occuparsi del bebé, il vertice delle arti marziali

“Saper trattare bene un bambino piccolo è per me il vertice delle arti marziali”6. Quando Tsuda sensei scrive questa frase mette in relazione l’Aikido e il modo di occuparsi del bebé nel Seitai di Noguchi Haruchika sensei. Diceva anche che occuparsi del bebé è come avere una spada sopra la  testa, appena si fa un errore “sciack”, la spada cade. Se si fa un parallelo con l’Aikido, il bebé è allo stesso tempo molto più esigente del maestro e molto più gentile; nel Seitai, occuparsi del bebé è avere un’attenzione permanente, costante, è abbandonarsi. I più grandi maestri parlano dell’importanza di abbandonarsi, è centrale nelle arti marziali. Awase, questa fusione di cui si parla, è anche accettare di abbandonarsi. Con il bebé tutto è questione di sensazione, si è nella fusione di sensibilità costante, come per esempio quando la mamma sa se il suo bebé piange perché ha bisogno di fare pipì, o ha fame o è stanco. Allo stesso modo, ma inversamente, per il samurai che si trovava di fronte al suo avversario, l’arte consisteva nello scoprire nell’altro il momento in cui la respirazione sarebbe stata irregolare, il momento in cui avrebbe potuto colpire. È fare appello a tutte le nostre capacità. Occuparsi del bebé è scoprire un mondo di sensibilità, per esempio attraverso l’arte di fare il bagno caldo nel Seitai. Sapere come far entrare un bebé nell’acqua, al momento della sua espirazione e farlo uscire dall’acqua all’inspirazione, quando si è capaci di occuparsi di un bebé in questo modo si è anche nel campo delle arti marziali. Toccare un bebé, cambiare un bebé nel ritmo della sua respirazione, farlo addormentare e posarlo addormentato senza svegliarlo… Certo, è molto più appariscente tirar fuori la propria katana e far finta di tagliare una testa! Ma per me, è talmente più difficile e importante mettere a letto un bebé che si è addormentato in braccio, essere capace di ritirare le mani da sotto il bebé senza che si svegli, questo è arte! Con un partner all’Aikido si può “barare”, un spintarella con le spalle, si forza un po’… con il bebé, non si può barare. C’è o non c’è fusione. Ho imparato molto con i miei bebé, penso che ho appreso con loro quanto con Tsuda sensei, anche se in modo diverso.

Musubi e Awase: l’inizio

Si considera generalmente che bisogna iniziare con l’imparare le tecniche e che dopo molti anni di lavoro si possono imparare Awase e Musubi. Nella nostra Scuola la Pratica respiratoria e la fusione di sensibilità sono all’inizio e inseparabili dal resto. Tutta la nostra ricerca si fa attraverso la respirazione, il « ki ». Questa direzione ci permette di approfondire la ricerca nella semplicità, piuttosto che nell’acquisizione e in questo senso ritroviamo la definizione di O Sensei Ueshiba: “Aikido è misogi”.

Articolo di Régis Soavi pubblicato sulla rivista Dragon Magazine, ottobre 2014. Tradotto dal francese.
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*Itsuo Tsuda (1914-1984), La via della spoliazione, p.173-174
*Armonizzarsi (awase), unirsi (musubi).
*Una serie di esercizi individuali che precedono le tecniche a coppie.
*Un mito descritto nel Kojiki.
*Esercizio (ho) che ha per scopo l’approfondimento della respirazione (kokyu) che si pratica in ginocchio (suwari waza).
*Itsuo Tsuda, Di fronte alla scienza, p. 25
*Termine shintoista traducibile come “purificazione del corpo e della mente”.

Incontro con la respirazione

itsuo tsuda respirationNato nel 1914 Itsuo Tsuda avrebbe avuto cent’anni.  Questo personaggio atipico, tenacemente indipendente, si considerava  prima di tutto un filosofo ed è una figura fondamentale dell’Aikido in Francia. È lui che introdusse il Katsugen Undo* in Europa all’inizio degli anni ’70.
Allievo diretto di O’Sensei Morihei Ueshiba per gli ultimi dieci anni della vita di quest’ultimo, Itsuo Tsuda non riteneva importante dell’Aikido né l’aspetto sportivo né quello di arte marziale, ma piuttosto la possibilità di fare attraverso quest’arte una ricerca interiore, personale. Qualificò questa dimensione come «pratica solitaria» e si dedicò a trasmetterla nei suoi libri e nel suo insegnamento.
Iniziando l’Aikido a quarantacinque anni sono le nozioni di ki e di Non Fare che l’attirano principalmente. Questi aspetti sono particolarmente tangibili in una serie di esercizi che precedeva, presso  O’Sensei Ueshiba, la tecnica e per la quale Itsuo Tsuda ha inventato l’espressione «Pratica respiratoria». Lire la suite

Norito, risonanza

Morihei Ueshiba O Senseï recitava durante il itsuo tsuda noritosuo corso il norito, invocazione di origine Shinto. Itsuo Tsuda negli ultimi anni lo recitava quotidianamente e la tradizione è proseguita all’interno della Scuola Itsuo Tsuda.

“Il norito non appartiene al mondo della religione ma certamente al mondo del sacro nel senso Animista. Le vibrazioni e la risonanza portata dalla pronuncia di questo testo ci apportano a ogni seduta una sensazione di calma, di pienezza e a volte qualcosa che va al di là e resta inesprimibile. Il norito è un Misogi.* Per sua essenza, non è mai perfetto, cambia ed evolve. È il riflesso di un momento del nostro essere. »(Régis Soavi)

Questo norito è molto conosciuto in Giappone, si chiama  Misogi no harae. La versione che recitava il Maestro Tsuda è in qualche modo una versione corta.

norito

Itsuo Tsuda ricevette questo norito dalle mani di Nakanishi sensei che incontrò in occasione di un viaggio in Giappone. Lei gli trasmise anche la posizione delle mani che, senza essere rigida, è di una grande precisione. È un nodo di ki; tutte le dita devono toccarsi e anche la posizione dei gomiti ha la sua importanza. Nakanishi sensei fu la maestra di Kotodama di Morihei Ueshiba”
da un colloquio con Régis Soavi

Itsuo Tsuda stesso scriverà: “Ad un dato momento della sua vita, il Maestro Ueshiba si è sentito bloccato nella prosecuzione della via, si è trovato di fronte ad un vicolo cieco. Era molto forte fisicamente, ma sentiva che gli mancava qualcosa. Fu allora che conobbe i Nakanishi. Aveva 56 o 57 anni mentre la signora Nakanishi ne aveva 20 e poco più. (…)”
Itsuo Tsuda, La via degli Dei

Nel suo libro La via degli Dei (ed. originale La voie des Dieux, Le Courrier du Livre – 1982), Itsuo Tsuda tenta di chiarire alcuni soggetti di diffecile accesso come lo Shinto e il Kotodama. Noi ne pubblichiamo qualche estratto per accompagnare l’ascolto della recitazione del Norito da parte di Itsuo Tsuda.

Guillemet« E’ veramente difficile definire quello che viene chiamato « shintoismo », letteralmente, la  Via degli Dei. La denominazione è stata inventata per la necessità di paragonarla con le altre forme di « credenza » che sono state introdotte in Giappone nel corso dei secoli.(…) »

« Se devo dire in poche parole che cosa sia lo shintô , citerò un proverbio francese del XV secolo: «Acqua che scorre non porta con sé alcuna immondizia». Ciò che è importante, non è il dogma, ma la sensazione immediata di serenità. E’ possibile mantenere costantemente una sensazione di serenità, in qualsiasi circostanza? Se ci riuscite, non ho nulla da aggiungere. Sono piuttosto dell’avviso che la maggior parte delle volte, proviamo una serenità  precaria in certe particolari condizioni. Ci sforziamo di conservare questa serenità irrigidendoci. Significa salvare le apparenze.  È  essere ciechi non ammettere che abbiamo debolezze e difetti. Questo proverbio è oggi quasi sconosciuto. .(…) »

Kotodama (vibrazioni)

« Tutto l’Universo è concepito come pieno di sensazioni vibratorie. Queste vibrazioni esistono prima di essere percettibili.  Così, il Maestro Ueshiba parlava spesso, per esempio, del kotodama  della vocale «u», vibrazione che nasce dal ventre. Spiegava le funzioni di tutto il vocalismo che erano, in fondo, molto semplici, ma mi era difficile capirle perché si trattava di cose che non rientravano nelle mie abitudini.(…) »

« Secondo la signora Nakanishi, la particolarità del budô, delle arti marziali, risiede nell’attitudine a rispondere alle risonanze. E’ in questo che le arti marziali si incontrano col kototama . E’ anche in questo che differiscono dagli sport. In effetti, le arti marziali sono nate in tempi in cui si era esposti continuamente alla fatalità, senza preavviso. Non si trattava di esibire una tecnica fisica, davanti a degli spettatori in ammirazione, come al circo. Bisognava sentire l’avvicinarsi di un pericolo prima che i dati percettivi lo confermassero. Il momento della conferma è già troppo tardi perché determina non dei punteggi, ma la vita o la morte.(…) »

« L’aikido  concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per lasciare il posto all’aikidô  atletico, sport di combattimento, più conforme alle esigenze dei civilizzati.
«Il vero budô  deve essere come una specie di mai » ha detto la signora Nakanishi. «Sono gli altri che vi girano intorno, ma il vero maestro non si muove».
Nello shintô , non c’è opposizione tra Dio e uomo come nel cristianesimo. Si tratta di ritrovare Dio in voi stessi. Questo viene chiamato chinkon kishin , placare l’anima e fare ritorno a Dio. Di fatto, non si può né calmare né agitare l’anima. Si purifica il ki  che si attacca alla nostra persona per mantenerci in vita, ma che allo stesso tempo ci espone a costanti agitazioni. (…)
« Ha detto anche: «Di miracoli non abbiamo bisogno. La cosa più difficile è essere naturali, essere normali». Il mare calmo riflette la luna nella sua forma rotonda. Il mare agitato non dà che riflessi frammentati.(…) »

« L’insegnamento della signora Nakanishi mi ha svelato una nuova dimensione dell’universo. L’universo dello shintô  non corrisponde in niente alla concezione geocentrica pre Copernicana né alla concezione eliocentrica, consolidata da Newton. L’universo di cui lei parla non è situato da nessuna parte. Si crea dal Vuoto originale, nel momento e nel luogo in cui vi è necessità, e scompare appena il caso è chiuso.
A partire dal Vuoto, si crea il Niente ed il Niente crea l’Esistenza. E L’Esistenza culmina nel Niente che ritorna al Vuoto. Non c’è quindi una creazione all’inizio del mondo, una volta per tutte. Ogni istante può essere il momento della creazione. Chiunque ci provi può creare l’Universo là dove si trova.
Non dobbiamo dunque discutere con un Gagarin per negare o affermare l’esistenza di Dio nello spazio. Lo shintô  è troppo fluido per irrigidirsi nella sclerosi.

Ogni giorno è il primo giorno della creazione. Ogni giorno è forse l’ultimo giorno del ritorno al Vuoto.(…) » Itsuo Tsuda La Via degli Dei

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Incontro con la respirazione.

itsuo tsuda respirationNato nel 1914 Itsuo Tsuda avrebbe avuto cent’anni.  Questo personaggio atipico, tenacemente indipendente, si considerava  prima di tutto un filosofo ed è una figura fondamentale dell’Aikido in Francia. È lui che introdusse il Katsugen Undo* in Europa all’inizio degli anni ’70.
Allievo diretto di O’Sensei Morihei Ueshiba per gli ultimi dieci anni della vita di quest’ultimo, Itsuo Tsuda non riteneva importante dell’Aikido né l’aspetto sportivo né quello di arte marziale, ma piuttosto la possibilità di fare attraverso quest’arte una ricerca interiore, personale. Qualificò questa dimensione come «pratica solitaria» e si dedicò a trasmetterla nei suoi libri e nel suo insegnamento.
Iniziando l’Aikido a quarantacinque anni sono le nozioni di ki e di Non Fare che l’attirano principalmente. Questi aspetti sono particolarmente tangibili in una serie di esercizi che precedeva, presso  O’Sensei Ueshiba, la tecnica e per la quale Itsuo Tsuda ha inventato l’espressione «Pratica respiratoria». Lire la suite

Ecoutez les livres de Itsuo Tsuda #1

livres d'Itsuo TsudaLe comédien, écrivain,  Yan Allegret lit ici des extraits  des livres d‘Itsuo Tsuda, captés en direct le samedi 8 février 2014,  dans un salon de thé-librairie de Blois, le Liberthé.

Partie #1 : Aïkido

« Lorsque vous êtes saisi par derrière à bras le corps par une personne plus forte que vous qui vous empêche de vous asseoir…
que faire ?
Le projeter pour se dégager ?
Devenir un enfant. Je vois un coquillage merveilleux sur la plage et je me baisse
pour le prendre. J’oublie celui qui continue à me serrer par derrière. Il y a l’écoulement du ki qui part de moi vers le coquillage alors qu’avant le ki était figé à la pensée de celui qui me serre avec tant de force. Il devient alors léger et chute par dessus mes épaules » Itsuo Tsuda

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Dal Filosofo del Ki #1

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista « Question de » nel 1975.
Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e letterata francese), che ha realizzato questo articolo e questa intervista, è stata uno dei primi allievi di Tsuda.

Prima parte
Sul limitare del bois de Vincennes, in fondo ad un giardino della periferia parigina, esiste un dojo molto particolare. itsuo tsudaUn dojo, cioè un luogo in cui si praticano l’Arte della respirazione e le Arti marziali. Non è una palestra. È piuttosto un luogo consacrato dove lo « spazio-tempo » è diverso da quello di un luogo profano. Entrando si saluta per sacralizzarsi ed uscendo per desacralizzarsi. Lire la suite

A la recherche du moment juste

L’écrivain et metteur en scène Yan Allegret s’intéresse depuis vingt ans à l’Aïkido et à la culture japonaise traditionnelle. Il a pratiqué dans différents clubs et dojos en France et au Japon, en s’intéressant à la notion de dojo : ce qui fait qu’un espace devient, à un moment «le lieu où l’on pratique la voie». Après sept années, il découvre un endroit particulier, niché au cœur du vingtième arrondissement parisien. À la découverte d’un dojo traditionnel à Paris : le dojo Tenshin de l’Ecole Itsuo Tsuda.

Cela se passe aux alentours de 6 heures du matin. Des gens sortent de chez eux et se dirigent vers un lieu. À pied. En voiture. En métro. Dehors, les rues de Paris sont encore ensommeillées, quasi-désertes. L’aube est proche. La séance d’Aïkido commence à 6H45. Le rythme de la ville est encore celui de la nuit. Ceux qui sont dehors n’ont pas revêtu les armures nécessaires à la journée de travail qui s’annonce. Quelque chose demeure en suspens. Avec la naissance du jour, on a l’impression de marcher dans un interstice.

C’est dans cet interstice qu’on trouve le dojo Tenshin de l’école Itsuo Tsuda. Dans ce lieu dédié à l’Aïkido et au Katsugen Undo, les séances sont quotidiennes. Tous les matins, la séance a lieu, quels que soient le temps, les week-end ou vacances, à l’exception du premier janvier, jour de la cérémonie de purification du dojo. L’aube influence la pratique. Cette porosité a été de tous temps prise en compte dans la tradition japonaise. Il suffit de relire le «Fushi Kaden» de Zeami*, créateur du théâtre Nô, pour comprendre à quel point les arts traditionnels ont été à l’affût du «moment juste» (prenant en compte l’heure, le temps, la température, la qualité du silence, etc.) pour parfaire leur art. En marchant vers le dojo à 6H30, on s’en rend compte. Pratiquer le matin crée un relief. L’esprit n’est pas encore assailli par les préoccupations de la vie sociale, familiale. Le mental n’a pas encore pris les commandes. On arrive comme une feuille blanche au 120 rue des Grands Champs.

L’association Tenshin existe depuis 1985 et s’est implantée ici depuis 1992. Elle fut fondée par un groupe de personnes désireuses de suivre l’enseignement d’Itsuo Tsuda, transmis par Régis Soavi. Itsuo Tsuda fut élève de Morihei Ueshiba et de Haruchika Noguchi (fondateurs de l’Aïkido et du Kastugen Undo). Le sensei actuel, Régis Soavi, fut quant à lui l’élève direct de Maître Tsuda. Le dojo n’est affilié à aucune fédération. Il suit son chemin associatif, indépendant et autonome, avec continuité et patience.

Lorsqu’on passe le pas de la porte, on sent qu’on entre «quelque part». Une forme de densité et de simplicité mêlées se dégage de l’endroit. En japonais, on dirait que le «ki » du lieu est palpable. L’espace est silencieux. Les gens sont réunis autour d’un café, dans une pièce vaste aux grandes fenêtres. À côté, l’espace des tatamis sommeille encore. Les gens arrivent, entre 6H20 et 6H45 : des hommes et des femmes de tous âges, de tous horizons et de tous niveaux. Le sensei, Régis Soavi, est là aussi, à prendre le café avec les autres. Lorsqu’il s’absente pour aller donner des stages dans les autres dojos de l’école, les séances sont assurées par d’autres. La constance de la pratique est protégée.

Tenshin Paris

Le dojo est vaste. L’espace des tatamis est recouvert d’une grande bâche beige. Tous les murs sont blancs. Le tokonoma central comporte une calligraphie de Maître Tsuda. Les portraits des fondateurs (Ueshiba pour l’Aïkido, Noguchi pour le Katsugen Undo et Tsuda pour le dojo) sont situés sur le mur opposé. Il est 6H45 environ. Les pratiquants se dirigent vers les vestiaires. La séance va commencer. Les tatamis ont été laissés au repos depuis la veille. En dehors des séances, l’endroit n’est pas loué, rentabilisé, utilisé pour d’autres cours. On commence alors à comprendre d’où vient ce «quelque chose» qu’on a senti en entrant. Un vide est au travail. Autre élément capital dans la tradition japonaise : l’importance d’un vide qui relie.

Entre les séances, on laisse l’espace se recharger, se reposer, à l’instar d’un corps humain. Il faut avoir vu l’endroit nu et silencieux, comme une bête au repos, pour comprendre la réalité de ce fait. Les pratiquants s’assoient en seiza, le silence se fait et la séance commence. Celui qui conduit fait face à la calligraphie, un bokken à la main, puis s’assoit. On salue une première fois. Ensuite vient la récitation du norito, une invocation shintoïste, par celui qui conduit. Maître Ueshiba commençait chaque séance ainsi. Maître Tsuda, coutumier de la mentalité occidentale, n’avait pas jugé nécessaire de traduire cette invocation. Il avait insisté seulement sur la vibration qui s’en dégage, le travail de la respiration. Bien sûr, la dimension sacrée est présente. Mais pour autant, pas de religiosité, pas de mystique «japonisante» dont les Occidentaux sont parfois friands. Non. Ici, c’est beaucoup plus simple. En entendant le norito, on sent résonner quelque chose dans l’espace qui favorise la concentration, le retour en soi. Comme on peut être touché par un chant sans avoir besoin d’en comprendre les paroles.

S’ensuit la «pratique respiratoire», une série de mouvements que l’on fait seul. Maître Tsuda a gardé cette partie du travail que faisait Maître Ueshiba et qui a pu être abusivement considérée comme un échauffement. Le terme d’échauffement est restrictif. Il n’engage que le corps et suppose que la pratique, la vraie, commencera après. Dans les deux cas, c’est faux. Un seul mouvement peut être approfondi à l’infini et implique, si on travaille dans ce sens, la totalité de notre être.

Vient ensuite le travail à deux. On choisit un partenaire. Aucune forme de hiérarchie ne prédomine. On pourra un jour pratiquer avec un débutant, le lendemain avec une ceinture noire. On travaille quatre à cinq techniques d’Aïkido par séance. Le Sensei fait la démonstration d’une technique, puis chacun s’y essaye à tour de rôle avec son partenaire. Ce qui se dégage de la pratique, c’est l’importance de la respiration et l’attention à ce qui circule entre le partenaire et soi. Une circulation qui, en prenant le postulat du combat comme point de départ, aboutit au-delà. Un au-delà du combat.

Ce n’est sans doute pas par hasard que Régis Soavi utilise le terme de «fusion de sensibilité» pour parler de l’Aïkido. «La voie de fusion de ki». Sur les tatamis, pas de confrontation brutale. Mais pas de condescendance molle non plus. L’Aïkido pratiqué ici est souple, clair, fluide. On voit les hakamas décrire des arabesques dans l’air, on entend des rires, des bruits de chutes, on voit des mouvements très lents puis, soudain, sans un mot, les partenaires accélèrent et paraissent entrainés dans une danse, jusqu’à ce que la chute les libère.

On repense à la phrase de Morihei Ueshiba : «L’Aïkido est l’art de s’unir et de se séparer».

Il n’y a pas de passage de grade. Pas d’examen. Pas de dan ni de kyu. À la place, le port du hakama et la ceinture noire. Les débutants quant à eux sont en kimonos blancs et ceinture blanche. Le moment juste pour porter le hakama est décidé par le pratiquant lui-même, après en avoir parlé avec des anciens ou le sensei. Choisir de porter le hakama implique d’assumer une liberté, mais aussi une responsabilité. Car l’on sait que les débutants prendront plus facilement pour modèles ceux qui portent la jupe noire traditionnelle. La question du grade est retournée comme un gant. La clé n’est pas à l’extérieur. C’est sa propre sensation que l’on doit affûter, pour reconnaître le moment juste. Bien sûr, on peut se tromper, on met le hakama trop tôt, ou trop tard. Mais le travail est enclenché. C’est en soi que l’on doit chercher. Quant à la ceinture noire, le sensei un jour la remet au pratiquant qu’il estime apte à la porter, ce dernier n’étant d’ailleurs jamais au courant de cette décision. Et c’est tout. La personne portera la ceinture noire. Pas de blabla. Le symbole est pris pour ce qu’il est: un symbole et rien de plus. Le chemin n’a pas de fin.

En voyant le sensei faire la démonstration du mouvement libre, dans lequel les techniques s’enchaînent spontanément, on repense au terme qui revient souvent dans les ouvrages et l’enseignement d’Itsuo Tsuda : « Le non-faire ». Et c’est probablement cela qui donne cette atmosphère si particulière au dojo, avec l’aube, l’odeur des fleurs devant le tokonoma et le vide. Une voie du non-faire. La séance s’achève. Le silence revient. On salue la calligraphie, le sensei. Ce dernier sort. Ensuite, les pratiquants quittent l’espace ou plient leur hakamas sur les tatamis.

Plus tard, après s’être changé, on se retrouve autour d’un petit déjeuner, vers 8H30, dans la salle qui jouxte les tatamis. On cherche à en savoir plus sur le fonctionnement du dojo. Pour que cet endroit vive, qu’il soit à la fois vivant et autonome financièrement, une énergie considérable est investie par les pratiquants. Certains ont fait le choix d’y consacrer une grande partie de leur vie. Ils sont un peu comme des uchi deshi japonais, des élèves internes. En plus de la pratique, ils gèrent la colonne vertébrale du dojo, relayés ensuite par les autres pratiquants qu’on pourrait associer à des élèves externes. Tout le monde participe, est encouragé à prendre des initiatives et à se responsabiliser. Un ancien résume l’enseignement reçu : « L’Aïkido. Le Katsugen Undo. Et le dojo. » La vie d’un dojo est ici un travail à part entière, une occasion unique de mettre en pratique en dehors des tatamis ce que l’on apprend sur les tatamis. Plutôt qu’un refuge, une serre, l’image serait plutôt celle d’un terrain à ciel ouvert au milieu de la ville, dans lequel on se met en jachère à l’aube, où l’on défriche ses mauvaises herbes pour laisser place, peu à peu, à d’autres floraisons. On regarde l’espace vide des tatamis une dernière fois avant de partir. Il paraît respirer. Le jour s’est levé et la ville à présent est dans un rythme rapide et bruyant. Elle nous attend. On quitte le dojo et l’on marche au dehors, avec un très léger sourire.

Dans un monde d’accumulation et de remplissage effrénés, il existe des endroits où l’on peut travailler par le moins. Celui-là en fait partie.»

Article de Yan Allegret paru dans Karaté Bushido de février 2014.

* Zeami. La tradition secrète du Nô. Traduction René Sieffert. Gallimard/Unesco.

Verso il movimento del Non-Fare

Bruno Vienne è regista, realizzatore di documentari sugli animali e sull’avventura umana, membro della bruno_viennespedizione Tara Arctic al Polo Nord, ed ex allievo di Itsuo Tsuda.

Dopo 30 anni di pratica, sente che è il momento di condividere ciò che ha capito e sentito nell’approccio al Movimento Rigeneratore e alla pratica respiratoria del Maestro Ueshiba (fondatore dell’Aikido). Ci invita a un’immersione nel nostro infinito potenziale interiore.

« Saremo in grado di passare la china per una nuova umanità?

È tutto lì, è la sfida dei prossimi anni…

Gli allarmi rossi lampeggianti sono accesi già da molto tempo per quanto riguarda il modo in cui utilizziamo l’energia e l’acqua sulla Terra.

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