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Libertà vo riscoprendo.

La ricerca della libertà interiore nella pratica dell’Aikido e nel Seitai.

di Andrea Quartino

Le limitazioni alla libertà di movimento si stanno allentando, anche se con tempi e modi ancora incerti. Per chi pratica l’Aikido in un dojo della Scuola Itsuo Tsuda sembra non vicino il giorno in cui potrà riprendere a farlo. Al di là delle diverse opinioni sulla causa dell’emergenza, le limitazioni decise dai governi non dovrebbero limitare la capacità di giudizio. Ed è normale mantenere uno sguardo critico verso l’efficacia e le conseguenze di tali misure pur applicandole.
Haruchika Noguchi, il fondatore del Seitai, in un periodo come quello vissuto durante la seconda guerra mondiale dal Giappone, in cui avevano prevalso le tendenze più marcatamente nazionaliste e militariste tanto da mettere al bando la parola “libertà”, non si esimeva dal parlarne. Certo, poteva contare sul fatto di avere tra i suoi clienti diversi rappresentanti della classe dirigente.
La fine della guerra, per l’Italia, il 25 aprile 1945, fu un sollievo per tutti, tanto quanto lo fu la caduta del fascismo, anche per chi condivideva quell’ideologia. Lo stesso sollievo fu sentito da molti giapponesi.1 Non si trattava solo del ritorno della pace e di libertà più o meno formali, ma del venir meno di un clima di tensione continua, che si respirava ovunque e a cui nessuno era immune. Fatte le debite differenze, e al netto delle perplessità suscitate dalle metafore guerresche di molti nel parlare dell’impegno nel contenimento del contagio, chi ha un minimo di sensibilità non può non sentire quanto tutto e tutti siano permeati dalla diffidenza e dalla paura, siano esse provocate dal virus o dalle sanzioni previste se si violano le norme. Un’oppressione molto spessa, anche noi proveremo sollievo, quando e se finirà.

“Quando [il Maestro Noguchi] sentì alla radio la cessazione delle ostilità, si sentì di colpo le spalle come sgravate da un pesante fardello, e avvertì una distensione insospettata in tutto il corpo.
La sua respirazione si approfondì, scoprendo un fondo di calma nel proprio spirito. Questa calma fece sorgere in lui un’energia tutta nuova, e sentì nella pelle che un mondo nuovo stava cominciando.
– Perché ho parlato così tanto della libertà durante la guerra,” si disse, “non erano che parole. Al contrario, ero semplicemente bloccato nel mio atteggiamento. Più mi sforzavo di lottare contro la tendenza, più ero rinchiuso in un ristretto quadro di pensiero, senza poter respirare profondamente.”2

Perché questa libertà non era che una parola per Noguchi? Aveva forse cambiato opinione sulla natura del regime del periodo bellico? È poco probabile, ma la questione è un’altra. Si tratta di capire cosa intendiamo con libertà.

Itsuo Tsuda ritorna più volte nei suoi libri sull’idea di libertà

Per Itsuo Tsuda l’uomo moderno “ha combattuto dure battaglie per acquisire il suo diritto di Uomo. Ha ottenuto delle libertà e continua a lottare per acquisirne altre. Ma un giorno scopre che queste libertà non si riferiscono che a condizioni materiali, a lui esteriori.”3 Quindi spesso gli esseri umani lottano per libertà al plurale, che sono condizionate.

“La fissazione delle idee che ci orienta nell’organizzazione della vita, può anche ritorcersi contro di noi portandoci a dei vincoli imprevedibili. La libertà diventa una fissazione che ci lega. Più libertà si ha, meno ci si sente liberi. La libertà è un mito.
Si lotta contro i vincoli per acquisire la libertà. La libertà acquisita non rimane senza provocare altri vincoli. Non sembrano esserci soluzioni finali. Perché la libertà che cerchiamo è prima di tutto una libertà condizionata. Non si ha l’idea di una libertà assoluta, senza condizioni.”4

Libertà condizionata, quasi un ossimoro, se questa locuzione non fosse usata nel linguaggio giuridico. Si è condizionati dal tempo lineare degli orologi, dall’organizzazione sociale del lavoro e dal mercato che ci sollecita, con tecniche pubblicitarie sempre più sofisticate e invasive, a soddisfare bisogni, per lo più indotti. Tra le infinite offerte, reperibili online o meno, “troviamo tutto, tranne il desiderio. […] Abbiamo la libertà di scegliere, certo, ma si tratta di una libertà negativa: quella di accettare o di rifiutare l’offerta. Quanto alla libertà positiva, quella di creare, non abbiamo né l’intuizione né la continuità per goderne.”5

Itsuo Tsuda e Haruchika Noguchi
Itsuo Tsuda e Haruchika Noguchi

Tsuda ci indica la possibilità di “lasciare la presa” rispetto a tutto ciò che è libertà apparente, scelta impostaci dal mercato, bene consumabile, commercializzabile, per quanto ciò sia difficile per l’uomo civilizzato, che ha paura di perdere tutto se rinuncia alla sua possessività. Lasciando la presa, si può “vedere infine che Tutto ci appartiene; il cielo, la terra, il sole, i monti e i fiumi, senza che ci sia bisogno di metterli tutti in tasca.” Può nascere in noi “la voglia di conoscere la vera libertà. Nessun apporto esterno, soldi, onore, potere, può procurarci la vera Libertà, poiché questa è una sensazione interiore che non dipende da alcuna condizione materiale o oggettiva. Ci si può sentire liberi nella peggiore delle costrizioni, così come prigionieri al colmo della felicità.”6
Il desiderio profondo di un’altra libertà sorge insieme a una convinzione interiore, che in realtà si riscopre, si ritrova perché è in ogni essere umano fin dall’origine, dal concepimento. Ma la sua riscoperta non è possibile finché si resta nella “via dell’acquisizione” che è norma nella nostra società, in cui “tutte queste accumulazioni pesano molto sul nostro destino.
Nella via della spoliazione, ci si dirige nel senso diametralmente opposto. Ci si sbarazza poco a poco di tutto ciò che è inutile alla vita. Ci si sente sempre più liberi, in quanto non ci si impongono più divieti o regole per vivere bene. Si vive, semplicemente, senza essere combattuti a causa di false idee.
Non abbiamo bisogno di essere antisociali o anarchici per sentirci liberi. La liberazione non richiede la distruzione. La libertà non dipende dal condizionamento, dall’ambiente o dalla situazione. La libertà è una cosa del tutto personale. Sorge dalla convinzione profonda dell’individuo.
Questa convinzione è una cosa naturale che esiste in tutti gli uomini all’origine. Non è un prodotto fabbricato di sana pianta a posteriori. Ma resterà velata finché si vive in un clima di dipendenza. «Non vale la pena» dice Noguchi «di aiutare le persone che non vogliono mettersi in piedi da sole. Se le si lascia, cadono di nuovo». ”7

È stata questa consapevolezza che ha portato Noguchi, nel momento in cui ha trovato un’altra libertà, una respirazione e una calma più profonde alla conclusione della seconda guerra mondiale, a rinunciare alla terapeutica, per dedicarsi al risveglio delle persone che permette ad ogni individuo di riscoprire la propria libertà interiore nei tempi e nei modi che si confanno a lui.

In che modo la pratica di arti come l’Aikido e il Katsugen undo possono guidarci nella riscoperta della nostra libertà individuale?

Una risposta si può trovare nelle parole del Maestro di Taichi Gu Meisheng:

“Il ‘vero naturale’ si può acquisire solo al prezzo di una lunga pratica assidua… Sei come un bambino? Perché solo il bambino è spontaneamente nello stesso tempo naturale e libero. In effetti, se non sei ridiventato come un bambino non sei né libero né naturale. […] Abitualmente per un uomo ordinario, il corpo è un ostacolo, non una forza motrice in cui si può attingere uno slancio spirituale. Eppure grazie a un allenamento molto lungo associato a una pratica assidua e rigorosa, si riesce a liberare quest’uomo ordinario per lasciarlo agire secondo una spontaneità meravigliosa e creatrice. Allora né il corpo, né il mondo esterno, né i molteplici legami che l’incatenano al mondo costituiscono un ostacolo per lui. Questa prima sensazione di libertà, l’ho percepita nel 1970 quando ero in prigione, e questa libertà cresceva progressivamente nel corso della mia prigionia.”8
Le parole del Maestro Gu, che fu incarcerato nel corso della rivoluzione culturale cinese, sono valide per il Taichi come per le pratiche dell’Aikido e del Katsugen undo e richiamano quelle di Tsuda quando dice che si può essere liberi nella maggior costrizione possibile. E se la costrizione in cui viviamo oggi non è quella di una prigione, è comunque l’occasione di riscoprire la nostra libertà interiore, anche dandosi la possibilità di praticare in solitudine, quando non c’è un dojo a disposizione. Tale scoperta non è esclusiva di grandi maestri, come il Maestro Gu, il Maestro Noguchi o il Maestro Tsuda, e per quanto sia una ricerca individuale che si fa nella continuità della pratica, possiamo noi qui e ora cominciare a essere liberi come esseri umani, perché “essere liberi, rende gli altri liberi.”9

Andrea Quartino

Notes:
1. Itsuo Tsuda, Coeur de ciel pur (oeuvre posthume à partir d’inédits), Le Courrier du Livre, 2014, pag. 169. Vedi anche Itsuo Tsuda. Calligrafie di primavera, Yume Editions, 2018, pag. 409.
2. Itsuo Tsuda, Un, Le Courrier du Livre, 2014, pag. 69. Nelle pagine successive viene detto “un uomo veramente libero non discute della libertà, un uomo in buona salute non pensa alla salute.” Sembra risuonare qui il verso del poeta cinese Bai Juyi: “Coloro che parlano, non sanno. Coloro che sanno, non parlano” che Tsuda riprese anche in una delle sue calligrafie. Vedi Itsuo Tsuda. Calligrafie di primavera, op. cit., pag. 288, e anche Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Le Courrier du Livre, 2014, pag. 51-52.
3. Itsuo Tsuda, Il Non-fare, Yume Editions, 2014, pag. 17.
4. Itsuo Tsuda, Un, op. cit., pag. 24.
5. Itsuo Tsuda, La Scienza del particolare, Yume Editions, 2019 pag. 80-81.
6. Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, Le Courrier du Livre 1979 p.73
7. Itsuo Tsuda, Un, op. cit., pag. 49.
8. Video : http://simoni.mic.fr/index.php/2016/11/18/la-vision-du-dao-du-professeur-gu-meisheng/
9. Video https://www.deabyday.tv/sport-e-fitness/corpo-e-mente/video/3324/Manon-Soavi-della-Scuola-Itsuo-Tsuda—Essere-liberi-rende-gli-altri-liberi-.html

La forza vitale

di Régis Soavi

Perché parlare della forza vitale quando l’argomento sembra démodé? Oggi è generalmente considerato come una sorta di residuo ideologico degli anni Sessanta.
Oppure resta apparentemente appannaggio privilegiato di un esiguo numero di persone alla ricerca di effetti misteriosi?

Se la forza fisica resta per molte ragioni e in molti casi un tema importante, non è uno stato permanente e inalterabile. Esistono numerosi fattori che dobbiamo prendere in considerazione: l’età dell’individuo, il suo stato di salute, il suo mentale, la sua situazione sociale, la sua concezione del mondo, ecc. La stessa cosa vale per la cosiddetta forza mentale o, più comunemente parlando, la forza di carattere.

Lo spettacolare

Avere un corpo da dio o da dea ha sempre fatto sognare la gioventù, è chiaro che lo stato del corpo dovrebbe essere riflesso dalla sua apparenza. La silhouette di una persona era uno dei mezzi per giudicare lo stato di salute, la sua forza, la sua potenza. Le statue dell’antica Grecia o dell’antica Roma servivano da esempio. L’accento era posto sull’estetica delle forme e delle proporzioni. Accade lo stesso oggi, ma i modelli sono cambiati perché appartengono soprattutto agli ambienti trendy della “people society”: attori, sportivi di alto livello, modelli, ecc. Le immagini che ci vengono proposte, anche quando non vengono ritoccate, ci fanno apparire un mondo completamente irreale di giovani persone innocenti, sprizzanti salute, saltellanti e in grado di realizzare degli “exploits” con la massima facilità. «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» (1) In questo mondo di false apparenze come non passare per un guastafeste quando si tenta di presentare valori diversi da quelli che sono messi in scena dalla pubblicità al servizio dell’Economia e della volontà di potenza di qualcuno, a scapito della maggioranza degli individui?

Tsuda Itsuo montrant les points du ventre pendant une conférence.
Itsuo Tsuda mostra i punti del ventre durante una conferenza

Un problema di società

La società del 2019 non è la società del ventesimo secolo e ancora meno quella del diciannovesimo. A quell’epoca la forza fisica aveva qualcosa di naturale, oserei dire di primitivo, oggi non è più così. Se, per esempio, in Occidente, i progressi della medicina hanno potuto salvare delle persone e permettere un allungamento della durata di vita, d’altro canto hanno ridotto molta gente ad essere dipendente da trattamenti e medicinali, creando in tal modo una società di assistiti la cui forza vitale sembra essersi gravemente indebolita. I laboratori farmaceutici non si fanno scrupoli a produrre a profusione sempre più sostanze, nuove molecole, che dovrebbero rendere la vita più facile. Uno degli esempi che ha fatto scandalo recentemente è quello dei drogati su prescrizione medica. Gli antidolorifici a base di oppiacei, per via dell’assuefazione che generano, hanno già fatto non solo due milioni di persone dipendenti da queste sostanze, ma anche centinaia di migliaia di drogati che non sanno più come procurarsi la propria dose e persino, drammaticamente, più di quarantottomila morti negli Stati Uniti nel 2017. (2) La medicina dello sport in alcuni paesi, e questo ormai da decenni, non esita a drogare gli atleti per permettere al loro paese di vincere una medaglia. In ambito sportivo i record sono costantemente superati, ovunque la competizione infuria, ma sembra difficile vincere e anche solo essere selezionati senza avere degli specialisti del corpo e della medicina all’interno del proprio staff tecnico.
La sola forza fisica naturale non basta più, ci vuole più di questo oggi, molto di più. Si propongono integratori alimentari, cocktail di sostanze sempre più sofisticati per superare i limiti umani naturali, ma anche semplicemente per essere sempre in forma o quantomeno per apparire tali, e quando le conseguenze dei trattamenti, o piuttosto dei cattivi trattamenti del corpo, sopraggiungono, è già troppo tardi per tornare indietro.

L’ecologia umana

Il fatto che una parte della nuova generazione abbia preso coscienza dello stato del pianeta potrebbe essere il punto di partenza di una presa di coscienza più globale. L’assoluta necessità di rivedere non soltanto la produzione di prodotti di consumo, ma anche gli schemi di questa stessa produzione, se spinta un po’ più lontano dovrebbe portare la società alla comprensione di questo bisogno imperativo di cambiare orientamento.
Se la tecnologia ha dei lati pratici, dobbiamo forse rinunciare a pensare da soli per seguire le tracce prestampate dei software, degli algoritmi, o dei motori di ricerca? La medicina occidentale, che è un’arte e non una scienza, ha fatto dei grossi progressi dal punto di vista della comprensione e del trattamento di certe malattie umane, ma dovremmo per questo abbandonare il nostro libero arbitrio e rimetterci nelle sue mani senza cercare di comprendere o di sentire ciò che più ci corrisponde? La società ci ingozza di raccomandazioni che, se non ci fanno più ridere, spesso ci lasciano indifferenti: «Mangiate muovetevi» «Mangiate cinque frutti e verdure al giorno» «Attenzione al tasso di colesterolo, mangiate prodotti light» «Rispettate scrupolosamente il numero di ore di sonno» ecc. L’essere umano moderno finisce per seguire le direttive di persone che pensano per lui in materia di salute, di lavoro, di incontri; tutto è preparato, pre-digerito, in nome del nostro benessere, per realizzare ciò che scrittori come Evgenij Zamjatin, già nel 1920, Aldous Huxley nel 1932, o George Orwell nel 1949, avevano descritto nei loro romanzi di fantascienza sociologica, cioè “un mondo ideale”. Stiamo già vivendo in quel mondo che Huxley predisse in una conferenza nel 1961?
«Ci sarà, in una delle prossime generazioni, un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici ». (3) Lungi da me l’idea di perpetrare ideologie reazionarie o passatiste, che hanno la tendenza di risolvere le questioni a colpi di “basterebbe…” o di propugnare la rinascita di valori patriarcali o razzisti, che fortunatamente sono, o, oso sperare, dovrebbero essere superati. I passi da fare sono di tutt’altra dimensione. Non si tratta d’altro che di trovare dei valori umani ed è forse questa la vera rivoluzione. L’Aikido è portatore di questa speranza, ma non dobbiamo sbagliarci di direzione.

Respiration KA MI : activation de la force vitale
Respirazione Ka Mi: attivazione della forza vitale

La forza vitale

Espressioni popolari come “avoir du cœur au ventre” (4) o “avoir des tripes” (5) esprimono bene l’importanza che la maggioranza delle persone di non molto tempo fa accordavano a questa regione del corpo, il coraggio non si trova nella riflessione ma nell’azione della parte bassa del corpo.
La forza vitale era un argomento ben noto ai maestri di arti marziali, e questi accordavano la più grande attenzione al farne uno dei temi più importanti, se non proprio il centro, dei loro insegnamenti. Tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere i maestri della prima generazione dopo O Sensei sanno che il valore di Noquet Sensei, Tamura Sensei, Yamaguchi Sensei o Noro Sensei, e molti altri ancora, non risiedeva nella qualità, evidentemente irreprensibile, delle loro tecniche, ma nella loro presenza, semplice riflesso della loro personalità, della loro forza vitale.
Anche Itsuo Tsuda Sensei, maestro di Aikido, faceva parte di questa generazione, ma egli è stato anche uno dei maestri della prima generazione dopo Noguchi Haruchika Sensei, nell’arte del Seitai, e ha scritto molto su questo soggetto fin dal suo primo libro Il Non Fare da cui ho tratto qualche estratto.
«Dal punto di vista del Seitai il ventre non è semplicemente un contenitore di diversi organi digestivi, come insegna l’anatomia. Il ventre, già conosciuto in Europa con il nome giapponese di “hara”, è la sorgente e il deposito della forza vitale.» (6)
«La vita agisce come una forza che dà coesione agli elementi assorbiti. […] È questa forza di coesione che noi chiamiamo “ki”. […] Ciò che interessa il Seitai, non sono i dettagli della struttura anatomica, ma il comportamento di ciascun individuo che rivela lo stato di questa forza di coesione. Questa coesione, nella fattispecie, è alla ricerca spontanea di un equilibrio e si manifesta in due modi diametralmente opposti: in eccesso o in deficit. Quando il ki, forza di coesione o energia vitale, è in eccesso, l’organismo rigetta automaticamente tale eccesso per poter ristabilire l’equilibrio. Ciò che disorienta l’osservatore è che il rigetto, lungi dall’essere semplice, si effettua sotto forme diverse e complesse. Nell’individuo, esso si manifesta nel comportamento verbale, nel suo gesto o nel suo atto. Invece, quando il ki è in deficit, l’organismo reagisce per colmare questa insufficienza, attirando verso di sé il ki degli altri, cioè, la loro attenzione.» (7)
Nel Seitai esiste un mezzo per rendersi conto dello stato del koshi e della forza vitale, semplicemente verificando l’elasticità del terzo punto del ventre che si trova approssimativamente due dita al di sotto dell’ombelico. Se il punto è positivo, ovvero se si sente che rimbalza quando ci si preme sopra, allora tutto va bene, ci si rimetterà rapidamente in caso di difficoltà o di malattia, se invece le dita affondano e ritornano solo con lentezza, se il ventre è molle, allora lo stato del corpo è in difficoltà, questa mancanza di tono è rivelatrice dello stato della forza vitale. Preferisco astenermi dal fornire maggiori dettagli al fine di evitare che degli appassionati del fai da te presuntuosi o mal informati comincino a toccare dappertutto. In ogni caso potete provare su voi stessi, ma mai sugli altri, anche se sono d’accordo, il rischio di perturbare il loro ritmo biologico e quindi di conseguenza la loro salute è troppo grande, inutile giocare all’apprendista stregone.
La forza vitale è quella che ci fa risalire la china quando tutto sembra perduto. È quella che ci permette di concretizzare progetti che a volte sembrano impossibili da realizzare.

Représentation du hara ; Basilique Saint-Sernin à Toulouse
Rappresentazione dell’hara, Basilica Saint-Sernin a Tolosa

La tecnica Seitai: un orientamento

Il Seitai ci offre, nel quotidiano, gli strumenti che ci mancano per mantenere la nostra forza vitale. La pratica del Katsugen Undo (Movimento rigeneratore) così come i Taiso, diversi in funzione dei Taiheki (abitudini corporee), o le tecniche di primo soccorso non sono che la parte visibile, l’essenziale si trova nella sua filosofia di vita e nella sua comprensione dell’essere umano. Tutta l’attenzione volta all’educazione dei giovani genitori, la cura del bambino, il modo di far circolare il Ki, di rispettare ogni persona nella sua individualità, e non facendo riferimento al generale, ne fanno una scienza del particolare, come amava definirla Itsuo Tsuda Sensei nel suo libro dallo stesso titolo. (8)
Se, in occasione degli stage, fornisco indicazioni pratiche che permettono alle persone di ritrovare un buono stato di salute, di recuperare la propria forza vitale quando essa è indebolita, è perché conto sempre sulla capacità degli individui di reagire, di comprendere la necessità di orientarsi diversamente rispetto a ciò, piuttosto che dimettersi dal proprio potere a favore di una tecnica, di un idolo o di un guru.
Senza la forza vitale, la forza fisica ha difficoltà a trovare sbocchi, gira in tondo e finisce per perturbare la persona stessa che non sa più come fare per ritrovare il proprio equilibrio.
La forza vitale non ha morale, può essere usata in modo opportuno o no, certo, ma se questa non c’è più, è inutile discutere sul valore degli obiettivi da raggiungere o sulle prospettive che ci propone la società.
Ci si pongono molte domande sulla sua natura, sulla sua origine, e anche sul suo assoggettamento. Ad alcuni piacerebbe poterla misurare con l’ausilio di materiale tecnologico altamente sviluppato, come ad esempio degli elettrodi sofisticati capaci di registrare le risposte sottili emesse dal cervello. Malauguratamente, o piuttosto fortunatamente, perché i rischi di manipolazione sono grandi, questo al momento sembra impossibile. La forza vitale è di tutt’altra natura, lo si comprende quando si ritrova la sensazione del ki nel proprio corpo. Ma che cos’è il ki? Tsuda Sensei ci indica con poche parole una pista per riscoprirlo.
«Il ki è il motore di tutte le manifestazioni istintive e intuitive degli esseri viventi. Gli animali non cercano di giustificare la propria azione ma riescono a mantenere un equilibrio biologico nella natura. Nell’uomo lo sviluppo straordinario dell’intelligenza minaccia di distruggere ogni equilibrio biologico, arrivando fino alla distruzione totale di ogni essere vivente.»(9)

L’Aikido: un’arte per risvegliare la forza vitale

L’Aikido è spesso al centro di numerose polemiche, a causa del suo rifiuto della competizione, del suo ideale di non-violenza, della sua mancanza di modernità e persino della sua pretesa inefficacia. Mi sembra che sia tempo di affermare i valori della nostra arte – e sono numerosi. Nella pratica dell’Aikido non è la forza fisica ad essere determinante, ma piuttosto la capacità di utilizzarla, come per la tecnica è la capacità di adattarla alle situazioni concrete ad essere importante e questo non si può fare senza aver risvegliato la nostra forza vitale. La messa in situazione sui tatami giorno dopo giorno, seduta dopo seduta, se la si fa senza concessioni e allo stesso tempo senza brutalità, ci apre gli occhi e ci permette di sviluppare, di ritrovare ciò che anima l’essere umano, una forza, una vitalità che si è lasciata troppo spesso atrofizzare. La potenza che si può sviluppare, ma anche la tranquillità, la quiete interiore che si può ritrovare, ne sono la manifestazione visibile, il riflesso di quello che si chiama Kokoro in Giappone.
È inutile fare il paragone con altre pratiche, perché, anche se l’Aikido, quali che siano le critiche che gli vengono fatte, non dovesse servire ad altro che a permettere solamente il risveglio, il mantenimento o il miglioramento della forza vitale, non avrebbe forse portato a compimento il suo dovere nei confronti dei praticanti? Non lo si potrebbe considerare come una delle arti marziali maggiori?
La forza vitale è al centro di tutte le discipline e lo è dall’origine dei tempi, se tutte le arti marziali evolvono, essa resta l’elemento indispensabile alla loro pratica.

Régis Soavi

Note:
1) Guy Debord, La Società dello Spettacolo, trad. it. Paolo Salvadori, Baldini&Castoldi 2017 p.63.
2) “Médicaments antidouleurs: overdose sur ordonnance”, Le Monde, éditorial publié le 16 ottobre 2018 à 10h24.
3) Aldous Huxley, discorso tenuto nel 1961 alla California Medical School di San Francisco.
4) “Avoir du cœur au ventre”: lett. avere del cuore nel ventre, quindi avere forza e coraggio.
5) “Avoir des tripes”: lett. avere delle trippe, quindi avere fegato, essere forte e coraggioso.
6) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Ed. 2014 p. 193.
7) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Ed. 2014 p. 203-204.
8) Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Ed. 2019.
9) Itsuo Tsuda, Le Dialogue du silence, Le Courrier du Livre 1979 p. 87.

Mantenere una direzione

Se ovviamente nessuna pratica è una soluzione preconfezionata alla situazione che viviamo, il fatto di continuare una pratica quotidiana ci aiuta spesso a mantenere una direzione interiore, a mantenere un equilibrio in una situazione instabile e piena di incognite.

La filosofia pratica trasmessa da Itsuo Tsuda è anche una strada per ritrovare la nostra “libertà interiore”. L’attualità ci impone una forte limitazione esteriore: non è più possibile trovarci per praticare, e neanche circolare liberamente, alcuni non possono continuare ad esercitare la propria professione, preoccupati per le difficoltà economiche, per i loro parenti, per la loro salute… Insomma, motivi di preoccupazione e restrizioni non mancano. Siamo tutti coinvolti in un modo o in un altro, ma pur riconoscendo questo fatto possiamo cercare in noi stessi ed in ciò che ci circonda degli elementi che ci aiutino ad attraversare questo periodo.

garder un cap - Quietude interieure calligraphie itsuo tsuda
Calligrafia di Itsuo Tsuda: La quiete interiore.

Questo può essere solo personale; alcuni avranno bisogno di un programma, alcuni di praticare, anche da soli, altri di riposo, non c’è una risposta universale. È l’occasione, nonostante tutto, di attingere dal fondo delle nostre capacità ed è possibile vivere come viviamo il momento, qualunque sia.
Per questo, abbiamo degli strumenti a disposizione: la Pratica Respiratoria, il Movimento Rigeneratore, i nove libri di Itsuo Tsuda, gli articoli di Régis Soavi, ma anche quello che abbiamo scoperto attraverso tutto ciò: il risveglio della nostra forza interiore.
Non si tratta di sconfiggere la paura né di fuggire la realtà ma di fare fronte alla situazione, mantenendo una calma interiore, è proprio un senso del budo per i praticanti di arti marziali, attraversare le difficoltà conservando la propria integrità.
Come ricorda Régis Soavi nel suo ultimo articolo, la nostra arte insegna “la libertà dello spirito, l’intuizione, la forza vitale e tutto ciò che l’accompagna – flessibilità, mobilità, resistenza, capacità di ricentrarsi per non sprofondare dopo essere caduti, o di fronte alla difficoltà”. [Régis Soavi Reishiki : une partition de musique Yashima #07 mars 2020].

Concludiamo con le parole del Maestro Tsuda che commenta una frase del proprio Maestro Haruchika Noguchi:

Sono libero e senza barriere. Mi distacco dalla vita e dalla morte. Nello stesso modo che dalla vecchiaia e dalla malattia.[H.N.]
La fissazione delle idee che ci orienta nell’organizzazione della vita, può anche ritorcersi contro di noi portandoci a delle limitazioni imprevedibili. La libertà diventa una fissazione che ci incatena. Più libertà si ha, meno ci si sente liberi. La libertà è un mito.
Si lotta contro le limitazioni per acquisire la libertà. La libertà acquisita non rimane senza provocare altre limitazioni. Non sembrano esserci soluzioni finali. Perché la libertà che cerchiamo è prima di tutto una libertà condizionale. Non si ha l’idea di una libertà assoluta, senza condizioni.
Essere libero e senza barriere, per Noguchi, è incondizionato. In realtà, è stato tutt’altro che libero per tutta la vita: lavorare per cinquant’anni senza un giorno di tregua, con dei programmi estremamente fitti, senza poter andare in vacanza come gli impiegati, costantemente disturbato a delle ore impossibili dai propri clienti che avevano bisogno del suo aiuto, occuparsi dell’educazione dei propri discepoli interni fino alle 4 del mattino, prima di prendere sonno per poco tempo, ecc. È all’opposto dell’idea che ci si fa della libertà in Occidente. È pura e semplice schiavitù.
Per Noguchi era un lavoro di 24 ore su 24, senza discontinuità. Una pesante responsabilità che implicava una disponibilità in ogni momento.
Quando si pensa all’organizzazione della vita moderna che deresponsabilizza sempre di più gli individui, con delle limitazioni, dei congedi e delle vacanze, delle protezioni collettive, dei camuffamenti verbali, ecc., una simile responsabilità continua è impensabile.
Lo stesso vale per il Maestro Ueshiba che diceva ai suoi discepoli: potete attaccarmi in qualsiasi momento, in qualsiasi posto, cosa che includeva anche le ore di sonno. Una disponibilità 24 ore su 24.
Come potevano condurre una vita così intensa, come dei pesci di profondità che sopportano un’alta pressione, e in più sentirsi liberi? Questa domanda deve enunciarsi in una proposizione invertita: è perché si sentivano liberi che potevano godere di una simile intensità di vita.
Erano degli esseri che appartenevano a una dimensione diversa dalla nostra, si dirà. Quanto a noi, siamo assaliti da ogni sorta di paure: la paura di non poterci conservare, la paura di penurie, la paura di soffrire, e per coronare il tutto la paura di morire.
Mi distacco dalla vita e dalla morte, dice Noguchi. Mi distacco dalle vicende umane, dice Ueshiba.
La vita in Europa è dominata dall’Amministrazione. Non si può intraprendere niente senza che corrisponda a una categoria amministrativa qualunque. Tutte queste categorie sono già vecchie di cent’anni. Non sorprende che l’Aikido sia classificato come uno sport di combattimento, a scapito dello spirito del fondatore. Tutto deve essere sistemato nei cassetti di un vecchio armadio, le camice qui, i calzini là. Ora, di cosa si occupa l’Amministrazione? Delle vicende umane. Non ci sono cassetti per cose che non la riguardano. Non c’è posto in Europa per il Seitai né per l’Aikido senza che si travestano da qualcos’altro. Se l’Amministrazione decide che l’Aikido è un fazzoletto, bisogna stirarlo, piegarlo in quattro e metterlo nel cassettino in alto a sinistra. Non ci si può far niente.
Vita, morte, vecchiaia, malattia, tutti temi che permettono di animare il valzer delle strutture e il fox-trot del denaro. Quindi, estremamente importanti.
Ma quando ci si distacca da tutto questo, che sollievo! Si potrà parlare allora della vera libertà senza barriere.”

Itsuo Tsuda, Un, p.20, Édition Le Courrier du livre, [1978] 2006

Misogi

In questo articolo, a partire da un tema tratto da I-Ching (Khann = l’abissale), Régis Soavi Sensei ci parla dell’Aikido come una pratica di Misogi.

Il Misogi 禊 è una pratica molto presente presso gli shintoisti. Consiste in un’abluzione, a volte sotto una cascata, in un corso d’acqua, o anche nel mare, e permette una purificazione allo stesso tempo fisica e psichica della persona. In un senso più ampio, Misogi include tutto un processo di risveglio spirituale. È anche un’azione che mira a dare sollievo all’essere da quello che l’opprime, per permettergli di risvegliarsi alla vita. L’acqua è sempre stata considerata come uno dei suoi elementi essenziali.

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Seitai

I principi Seitai, che si possono perfino assumere la qualifica di “filosofia Seitai” – modo di vedere, di pensare il mondo – furono elaborati da Haruchika Noguchi (1911-1976) nella prima metà del ventesimo secolo. Per riassumere brevemente (!), il Seitai è un “metodo” o una “filosofia” che include il Seitai soho, i Taiso, il Katsugen undo, il Katsugen soho, e il Yukiho. Pratiche che si completano, si interpenetrano, e costituiscono la vastità del pensiero Seitai di Haruchika Noguchi. Si può anche citare lo studio dei Taiheki (tendenze posturali), l’utilizzo del bagno caldo, l’educazione del subconscio, l’importanza della nascita, della malattia e della morte…
Un’arte di vivere dall’inizio alla fine.

Oggi purtroppo il termine “Seitai” è abusato e designa tutto e il contrario di tutto. Alcuni operatori in terapie manuali si richiamano troppo facilmente al Seitai (Tsuda diceva che ci volevano vent’anni per formare un tecnico seitai!). Quanto ai ciarlatani che propongono di trasformarvi in qualche seduta… non ne parliamo neanche! L’ampiezza dell’arte di vivere, la comprensione globale dell’Uomo nel Seitai sembrano molto lontane. Se resta solo una tecnica da applicare ai pazienti, l’essenziale è perso. Se del Katsugen undo resta solo un momento per “ricaricarsi”, l’essenziale è perso.

Haruchika Noguchi e Itsuo Tsuda andarono entrambi ben oltre nella loro comprensione dell’Uomo. E i semi che hanno seminato, gli indizi che hanno lasciato affinché gli esseri umani potessero evolvere, sono importanti. Si può dunque parlare di una via, di Seitai-dō1? Poiché si tratta di un cambiamento di punto di vista radicale, di uno sconvolgimento, di un orizzonte totalmente differente che si apre.

Riprendiamo il filo della storia…

L’incontro con Haruchika Noguchi: l’individuo nella sua totalità

Itsuo Tsuda incontrò Haruchika Noguchi intorno al 1950. È l’approccio all’essere umano come proposto nel Seitai che l’interessò immediatamente. L’acutezza di osservazione degli individui presi nella loro globalità/complessità indivisibile che Itsuo Tsuda scoprì in Noguchi s’inscriveva nella prosecuzione di ciò che aveva attirato l’interesse di Tsuda in occasione dei suoi studi in Francia presso Marcel Mauss (antropologo) e Marcel Granet (sinologo). Itsuo Tsuda cominciò allora a seguire l’insegnamento di Noguchi e lo fece per più di vent’anni. Ricevette il sesto dan di Seitai.

«Il Maestro Noguchi mi ha permesso di osservare le cose in un modo molto concreto. Attraverso queste manifestazioni di ogni individuo è possibile vedere quello che agisce all’interno. È un approccio completamente diverso dall’approccio analitico: la testa, il cuore, gli organi digestivi, ognuno li considera secondo la sua specializzazione e poi, il corpo da una parte, il lato psicologico dall’altra, non è così? Ebbene, egli ha permesso di vedere l’uomo, cioè l’individuo concreto nella sua totalità.»1

La malattia concepita come un fattore di equilibrio

Tanto più che è precisamente negli anni cinquanta che Haruchika Noguchi, il quale aveva scoperto molto presto le sue capacità di guaritore, decise di rinunciare alla terapeutica. Creò allora la nozione di Seitai, cioè di “terreno normalizzato”.

«La parola ‘terreno’ intesa come l’insieme che costituisce l’individuo, il lato psichico e quello fisico insieme, mentre in Occidente si divide sempre in psichico, e poi fisico.»2

Il cambiamento di ottica di fronte alla malattia fu decisivo in questo riorientamento di Noguchi.

«La malattia è una cosa naturale, è uno sforzo dell’organismo che tenta di recuperare l’equilibrio perduto. […] E’ bene che la malattia esista, ma bisogna che gli uomini si liberino dal suo assoggettamento, dalla sua schiavitù. È così che Noguchi è arrivato a concepire la nozione di Seitai, la normalizzazione del terreno, se si vuole. Non ci si occupa delle malattie, è inutile guarire. Se si normalizza il terreno, le malattie spariscono da sole. E inoltre, si diventa più vigorosi di prima. Addio alla terapeutica. Finita la lotta contro le malattie.»3

Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Un cammino verso l’autonomia

L’abbandono della terapeutica va anche di pari passo con il desiderio di uscire dai rapporti di dipendenza che legano il paziente al terapeuta. Noguchi desiderava permettere agli individui la presa di coscienza delle loro capacità ignorate, risvegliarli al pieno sviluppo del loro essere. Durante i vent’anni in cui i due uomini si sono frequentati, passarono lunghi momenti a parlare di filosofia, arte, ecc., e Noguchi trovò di cosa nutrire e allargare le sue osservazioni e riflessioni personali nella vasta cultura dell’intellettuale che era Itsuo Tsuda. Si costruì così tra loro un rapporto di arricchimento reciproco.

Itsuo Tsuda fu redattore della rivista Zensei, pubblicata dall’Istituto Seitai e partecipò attivamente agli studi condotti da Noguchi sui Taiheki, “tendenze posturali”. Come riporta un testo di Haruchika Noguchi pubblicato nella rivista Zensei del gennaio 1978, fu Itsuo Tsuda che avanzò l’ipotesi – validata da Noguchi – che il tipo nove, “bacino chiuso”, fosse l’archetipo dell’essere primitivo.4

La messa a punto del Katsugen undo da parte di Noguchi interessò particolarmente Itsuo Tsuda, che colse immediatamente l’importanza di questo strumento, in particolare per quanto riguarda la possibilità di permettere agli individui di ritrovare la loro autonomia, di non aver più bisogno di dipendere da nessuno specialista. Pur avendo coscienza e ammirando la precisione la portata profonda della tecnica del Seitai soho, Tsuda considerò che la diffusione del Katsugen undo fosse più importante dell’insegnamento della tecnica. Fu così che per sua iniziativa in Giappone si costituirono un po’ dappertutto dei gruppi di Movimento rigeneratore (Katsugen kai).

Conferenza d'Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Conferenza d’Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©

Itsuo Tsuda ha privilegiato la diffusione del Katsugen undo in Europa come porta d’entrata verso il Seitai.

Oggi, anche in Giappone, il Seitai soho ha preso un orientamento che lo avvicina a una terapia. Un problema: una tecnica da applicare. Il Katsugen undo diventa una specie di ginnastica “light” di benessere, di distensione. Si è lontani dal risveglio dell’essere vivente, della capacità autonoma del corpo di reagire a cui si fa riferimento nel Seitai di Haruchika Noguchi.

L’esercizio di yuki, alfa e omega del Seitai, si pratica ad ogni seduta di Katsugen undo. Così, benché Tsuda non abbia insegnato la tecnica del Seitai soho, ne ha trasmesso l’essenza, l’atto più semplice, questa “non tecnica” che è yuki. Quella che ci serve tutti i giorni, quella che sensibilizza progressivamente le mani, il corpo. Questa sensazione fisica, reale, sperimentabile da tutti, è oggi troppo spesso considerata come una tecnica speciale, riservata ad un’élite. Si dimentica che è un atto umano ed istintivo. Anche la pratica del Katsugen undo mutuale (con un partner) si perde, persino nei gruppi che hanno seguito l’insegnamento di Tsuda. Che peccato! Perché attraverso yuki e il Katsugen undo, il corpo riscopre le sensazioni, quelle che non passano per l’analisi mentale. Questo dialogo nel silenzio, che ci fa scoprire l’altro dall’interno e che ci riporta dunque a noi stessi, al nostro essere interiore. Yuki e Katsugen undo sono per noi strumenti indispensabili, raccomandati da Haruchika Noguchi, per avviarci verso un “terreno normale”.

Ma il tempo passa e le cose si deformano, così come le parole di saggezza di alcuni diventano oppressioni religiose… Poco a poco il Katsugen undo non è niente di più che un momento per “ricaricarsi”, distendersi e soprattutto per non cambiare niente della propria vita, della propria stabilità. Il Seitai, un metodo per dimagrire dopo il parto… Mentre si tratta di un orientamento della vita, di un pensiero globale. Il passo immenso che fece Haruchika Noguchi uscendo dall’idea della terapeutica è un grande passo avanti nella storia dell’umanità. La comprensione globale dell’individuo, la sensibilità al ki, ritrovare sufficientemente sensibilità, centro di se stessi, per ascoltare il proprio corpo e agire liberamente.

Non si tratta neanche di opposizione tra metodi, teorie, culture. Si tratta puramente e semplicemente di evoluzione dell’umanità.

Manon Soavi

Note:
1)  Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, il Maestro Tsuda spiega il Movimento rigeneratore, emissione N° 3, primi anni 80.
2) Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, op. cit., puntata N° 4, primi anni 80.
3) Itsuo Tsuda, Il Dialogo del Silenzio
4)  Sui Taiheki, consultare Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, (2014)

Ukemi : lo scorrere del ki

di Régis Soavi

La caduta nella nostra arte è più di una liberazione, semplice conseguenza di un atto. È lo Yin o lo Yang di un insieme, il Tao. Durante la pratica Tori libera, alla fine della sua tecnica, un’energia Yang: se non vuole ferire il suo partner, gli lascia assorbire questa energia e ritrasmetterla nella caduta.

L’Aikido è un’arte senza sconfitti, un’arte dedicata agli esseri umani, all’intuizione degli esseri umani, alla loro capacità di adattarsi, e il superamento, attraverso la caduta, della contraddizione che ha apportato una tecnica, non è altro che la capacità di adattarsi a questa.
Non insegnare al principiante a cadere vorrà dire creargli un handicap sin dalla partenza, rischiare di vederlo scoraggiarsi, dar luogo a uno spirito di rancore o persino di vendetta.
Ci sono differenti attitudini tra i debuttanti, ci sono quelli che si lasciano andare a corpo morto rischiando di farsi male e quelli che, siccome hanno paura, si contraggono al momento di cadere e ovviamente, se vengono forzati, cadono male e ne subiscono le dolorose conseguenze. La mia risposta a questo problema è la dolcezza e il tempo…

La respirazione durante la caduta

Nel momento in cui si viene sorpresi da un rumore, da un gesto, la prima reazione è quella di inspirare e di bloccare la respirazione, è un funzionamento riflesso e vitale che prepara la risposta e dunque l’azione. La sorpresa innesca una serie di processi biomeccanici totalmente involontari, è già troppo tardi per ragionare. È attraverso l’espirazione che arriverà la soluzione al problema. Alla fine, se non ci sono rischi o se la reazione è esagerata, e il rischio minore, si lascia andare il blocco e il respiro si libera in modo naturale (il famoso uff…) Quando ci troviamo davanti al pericolo, che sia grande o piccolo, siamo pronti all’azione, ad agire grazie al respiro, grazie all’espirazione. I problemi sopraggiungono quando, per esempio, non sappiamo come fare, quando la soluzione non sorge in modo immediato e si resta bloccati nell’inspirazione, i polmoni pieni d’aria, e in preda all’incapacità di muoversi. È un disastro! È pressappoco lo stesso scenario che si profila quando si è debuttanti, il nostro partner fa una tecnica e la risposta logica che ci permetterà di liberarci, e dunque di risolvere questo problema conflittuale, è l’Ukemi. Ma se si ha paura della caduta, se non si è tecnicamente preparati grazie alle numerose capriole avanti e indietro eseguite con lentezza e in tutta morbidezza, si resta con i polmoni gonfi come un pallone da calcio, e se la tecnica arriva fino in fondo, ci si ritrova a terra con più o meno danni.
Il minore dei mali è quello di rimbalzare dolorosamente, come il suddetto pallone, sui tatami.
Imparare a lasciare non appena è indispensabile, non cadere in avanti per precauzione, poiché questo compromette la sensazione di Tori, dandogli una falsa idea del valore della tecnica e spesso anche di sé stesso. Comprendere il momento giusto per espirare e arrivare dolcemente sui tatami senza aria nei polmoni. Poi, quando si è più avanzati, nel caso delle chutes claquées* sarà sufficiente espirare più velocemente e lasciarsi andare perché il corpo trovi da sé la buona posizione per atterrare.

Formazione vecchio stile!

La mia formazione attraverso il Judo agli inizi degli anni sessanta nella periferia di Parigi, è stata molto diversa. Per noi, studenti delle medie, il Judo è stato una maniera di spendere la nostra energia e di incanalare ciò che altrimenti sarebbe finito male, vale a dire in litigi e altre risse di strada. L’allenamento due volte a settimana passava attraverso due cose essenziali: il rispetto assoluto nei riguardi del nostro istruttore e l’apprendimento delle cadute. Era ancora un’epoca durante la quale il nostro istruttore ci insegnava il Judo “giapponese” senza le categorie di peso. Anche se Anton Gessing aveva appena vinto le Olimpiadi, egli si riteneva tradizionalista. Le cadute erano una delle basi dei corsi, rotolare in avanti, indietro, sul fianco, passavamo circa venti minuti ad allenarci prima di iniziare le tecniche e a volte, quando trovava che non eravamo abbastanza concentrati, troppo dispersi, ci diceva: “Rovesciate i vostri kimono per non sporcarli” e uscivamo per una serie di cadute in avanti, nel piccolo vicolo lastricato davanti al dojo. Dopodiché non avevamo più paura delle cadute, o almeno, quelli tra noi che volevano ancora continuare!
Il mondo è cambiato, la società si è evoluta, i genitori di oggi probabilmente non accetterebbero di affidare i loro figli ad un tale “barbaro“, e poi ci sono i regolamenti, le norme di sicurezza, le assicurazioni.
Bob, si chiamava così, si sentiva responsabile della nostra formazione e insegnarci a cadere in ogni circostanza e su tutti i tipi di terreno faceva parte dei suoi valori e il suo dovere era di trasmetterceli.
I corpi sono cambiati, attraverso la nutrizione, la mancanza di esercizio fisico, l’intellettualizzazione a oltranza, come si può far passare il messaggio della necessità dell’apprendimento fisico delle cadute allorché il risultato non si vedrà che parecchi anni dopo? Quale sarà il beneficio, quale sarà il profitto? Tutto è contabilizzato oggi, non c’è tempo da perdere.
È la filosofia dell’Aikido ad attirare i nuovi praticanti, è dunque grazie a questa che si potrà far passare il messaggio di questa necessità.

Il dualismo

L’Aikido, per sua stessa natura e soprattutto per l’orientamento che gli ha conferito O Sensei Morihei Ueshiba, ha tutta un’altra visione della caduta rispetto, per esempio, alla Boxe o al Judo, dove cadere è perdere. Chi guarda dall’esterno, ed è ciò che conferisce a torto un certo carattere alla nostra arte, ha l’impressione che Tori vinca quando Uke cade sui tatami. Psicologicamente è difficile ammettere che non è affatto così. La società non ci offre che raramente degli esempi di comportamento diversi dal dualismo manicheo “O vinci o perdi”. Ed è logico che, a prima vista, non si capisca e non si veda che questo. Per comprendere la cosa in modo diverso bisogna praticare, e inoltre bisogna praticare con in mente una concezione differente, che può essere trasmessa solo attraverso l’insegnamento. Itsuo Tsuda sensei ci dà un esempio della sua pedagogia nel suo libro La via della spoliazione:
«Nell’Aikido, quando c’è scorrere del ki dall’esecutore A verso l’oggetto B, l’avversario C che lo tiene per il polso viene proiettato nella stessa direzione. C viene trascinato e raggiunge la corrente principale che va da A verso B. Ho spesso usato questa messa in scena psicologica. È, per esempio, la formula “Sono già lì”. Quando l’avversario vi afferra i polsi e blocca il vostro movimento, come nell’esercizio di kokyu da seduti, si è inclini a pensare che si tratti di un esercizio di spinta. Se si spinge l’avversario, si produce immediatamente una resistenza da parte di quest’ultimo. Spinta contro spinta, si lotta. Diventa una specie di sumo da seduti.
Nella formula “Sono già lì”, non c’è lotta. Molto semplicemente ci si sposta. Si fa perno su un ginocchio per fare un mezzo giro, l’avversario è trasportato dallo scorrere del ki e si rovescia sul fianco.
Basta pochissimo perché questo esercizio diventi una lotta. Appena vi si aggiunge l’idea di vincitore e di vinto, facciamo degli sforzi esagerati per ottenere il risultato, tutto ciò a scapito dell’armonia d’insieme. Uno spinge, l’altro resiste, abbassandosi oltremisura, e stringendo i pugni per impedire la spinta. Una tale pratica non beneficerà né all’uno né all’altro. L’idea è troppo meccanica.
[…] L’idea di proiezione provoca la resistenza. […] Dimenticare l’avversario pur sapendo che è lì, non è per niente facile. Più si cerca di dimenticare, più ci si pensa. É la gioia nello scorrere del ki che mi fa dimenticare tutto.»**

Il disequilibrio è al servizio dell’equilibrio

L’equilibrio non è affatto rigidità, ecco perché cadere, come conseguenza di una tecnica, può perfettamente permetterci di ritrovare l’equilibrio. È necessario imparare a cadere bene, non soltanto per permettere a Tori di non temere per il suo partner, poiché egli lo conosce e sa sin dall’inizio che le sue capacità gli permetteranno di uscire dalla situazione altrettanto bene di quanto farebbe un gatto in condizioni difficili. Ma anche e semplicemente perché grazie alla caduta ci si sbarazza delle paure che a volte i nostri stessi genitori o i nostri nonni ci hanno inculcato con il loro “precauzionismo” del tipo “Fai attenzione che cadi” a cui segue inevitabilmente il “Finirai per farti male”. Questo imprinting pavloviano ci ha spesso portato alla rigidità e in ogni caso ad una certa apprensione rispetto al fatto di cadere.
In francese la parola cadere ha evidentemente una connotazione negativa, mentre in giapponese la traduzione correntemente più ammessa per il termine Ukemi è “atterrare con il corpo”, e qui si capisce che c’è un mare di differenza. Una volta ancora la lingua ci mostra che i concetti, le reazioni, sono profondamente differenti, e sottolinea l’importanza del messaggio da trasmettere alle persone che debuttano nell’Aikido. Senza essere specificatamente linguisti, né traduttori di giapponese, la comprensione della nostra arte passa anche attraverso lo studio delle civiltà orientali, delle loro filosofie, dei loro gusti artistici, dei loro codici. A mio avviso, non è possibile sradicare l’Aikido dal suo contesto, nonostante il suo valore di universalità, si deve andare a cercare in quelle radici e dunque nei testi antichi. Una delle basi dell’Aikido si trova nella Cina antica, più precisamente nel Taoismo. Durante un’intervista con G. Erard, Kono sensei rivela uno dei segreti dell’Aikido, che mi sembra essenziale benché piuttosto dimenticato al giorno d’oggi: egli aveva domandato a O Sensei Morihei Ueshiba «“O Sensei, com’è che noi non facciamo la stessa cosa che fa lei?” O Sensei ha risposto sorridente: “Io comprendo lo Yin e lo Yang, voi no!”».***

Proiettare per armonizzare

Tori, e questa è una peculiarità della nostra arte, può guidare la caduta del suo partner in modo che questi possa approfittare dell’azione. Itsuo Tsuda ci parla di quello che aveva sentito quando veniva proiettato da O Sensei: “Quello che posso dire in base alla mia esperienza è che, con il Maestro Ueshiba, il mio piacere era così grande che avevo sempre voglia di ricominciare. Non ho mai sentito alcuno sforzo da parte sua. Era talmente naturale che, non solo non sentivo alcuna costrizione, ma cadevo senza saperlo. Conosco l’infrangersi delle grandi onde sulla spiaggia che portano via e fanno rotolare. Certo, si prova un certo piacere, ma con il Maestro Ueshiba si trattava di altro ancora. C’era serenità, grandezza, Amore.”****
C’è una volontà, cosciente o meno, di armonizzare il corpo del partner. In questo caso possiamo parlare di proiezione. È il caso di dire che l’Aikido non è più nella marzialità, ma nell’armonizzazione dell’umanità. Per realizzare quest’ultima è necessario aver abbandonato tutte le idee di superiorità, di potere sull’altro, o ancora tutte le attitudini vendicative, e avere invece il desiderio di dare una mano al partner per permettergli di realizzarsi, senza che egli abbia bisogno di ringraziare chicchessia. Perché questo si realizzi è indispensabile la fusione di sensibilità con il partner: è questa fusione che ci guida, che ci permette di conoscere il livello del nostro partner e di lasciarlo al momento giusto se è un debuttante, o di sostenere il suo corpo se il momento è adatto per un superamento, permettergli di cadere più lontano, più rapido, o più alto. In ogni caso il piacere è garantito.

L’involontario

Non è possibile calcolare la direzione della caduta, la sua velocità, la sua forza, né tanto meno il suo angolo di atterraggio. Tutto questo passa a livello dell’involontario o dell’inconscio, se si preferisce, ma di quale inconscio stiamo parlando? Si tratta di un inconscio liberato di tutto ciò che lo ingombrava, di tutto ciò che gli impediva di essere libero, ecco perché O Sensei ricordava così spesso che l’Aikido è un Misogi, praticare l’Aikido vuol dire realizzare questa pulizia del corpo e dello spirito. Quando si pratica in questa maniera non ci sono incidenti al dojo, è la via adottata da Itsuo Tsuda sensei e le indicazioni che dava ci conducevano in questa direzione. Questo fa della sua Scuola una Scuola particolare. Altre vie non solo sono possibili, ma anche corrispondono certo maggiormente, o meglio, alle aspettative di numerosi praticanti. Leggo molti articoli nelle riviste o nei blog nei quali ci si inorgoglisce per la violenza o per la capacità di risolvere i conflitti attraverso la violenza e l’indurimento, e questo non mi sembra essere il cammino indicato da O Sensei Morihei Ueshiba, né dai Maestri che ho avuto la fortuna di conoscere e, in particolare, Tsuda sensei, Noro sensei, Tamura sensei, Nocquet sensei, o altri ancora attraverso le loro interviste, come Kono sensei.
L’Ukemi ci permette di comprendere meglio fisicamente i principi che governano la nostra arte, che ci guidano verso un superamento del nostro piccolo essere, del nostro piccolo mentale, per intravedere qualcosa di più grande di noi, fare corpo con la natura della quale siamo uno degli elementi.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

NOTE
*. Cadute in avanti fatte senza rialzarsi, cadendo sul fianco assorbendo la caduta battendo la mano al suolo.
**. Itsuo Tsuda La via della spoliazione, 2016 Yume Editions pag. 176-180
***. Guillaume Erard, Entretien avec Henry Kono: Yin et Yang, moteur de l’Aikido du fondateur, 22 aprile 2008, www.guillaumeerard.fr
****. Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, pag. 184

L’Aikido è un’arte marziale?

di Régis Soavi

Sembra che questa domanda sia ricorrente nei dojo e divida i praticanti, gli insegnanti, così come i commentatori più o meno in tutte le scuole. Dato che nessuno può dare una risposta definitiva, si è ricorsi alla storia delle arti marziali, alle necessità sociali, alla storia dell’origine degli esseri umani, alle scienze cognitive, ecc., incaricandole di fornire una risposta, che, se non risolve il problema, avrà almeno il merito di giustificare quanto viene affermato.

L’Aikijutsu, da quando ha abbandonato il suffisso jutsu per diventare un dō, ha riconosciuto sè stesso come un’arte della pace, una via dell’armonia allo stesso titolo dello Shodō (la via della calligrafia) o anche del Kadō (la via dei fiori). Adottando il termine che significa il cammino, la via, è diventato per questo un cammino più facile? O invece ci obbliga a porci delle domande, a riesaminare il nostro percorso, a fare uno sforzo di introspezione? Un’arte della pace è un’arte dell’accomodamento, un’arte debole, un’arte dell’accettazione, un’arte in cui gli imbroglioni possono godere di una reputazione a basso costo?
Sicuramente è un’arte che ha saputo adattarsi alle nuove realtà della nostra epoca. Ma si deve alimentare l’illusione di un’autodifesa facile, alla portata di tutti, adatta a tutte le tasche e senza la necessità di impegnarsi nemmeno un po’? Si può realmente credere o far credere che grazie a un’ora o due alla settimana, per di più escluse le vacanze (i club sono spesso chiusi), si può diventare un fulmine di guerra o acquisire la saggezza ed essere capaci di risolvere tutti i problemi grazie alla propria calma, alla propria serenità o al proprio carisma? La soluzione allora sta nella forza, il lavoro muscolare e le arti violente? Se c’è una direzione, si trova secondo me, e malgrado quanto ho appena detto, nell’Aikido.

Una Scuola senza gradi

Tsuda Itsuo non diede mai dei gradi a nessuno dei suoi allievi e quando qualcuno gli poneva una domanda sull’argomento, aveva l’abitudine di rispondere: “Non ci sono cinture nere di vuoto mentale”. Si può dire che, con ciò, chiudeva ogni discussione. Essendo stato l’interprete, presso O Sensei Ueshiba Morihei, di André Nocquet sensei in occasione del suo apprendistato in Giappone, in seguito ha fatto da tramite quando stranieri francesi o americani si presentavano all’Hombu Dojo per iniziarsi all’Aikido. Questo gli permise, traducendo le domande degli allievi e le risposte del maestro, di avere accesso a quanto sottintendeva la pratica e ne faceva qualcosa di universale. Ne faceva un’arte al di là della pura marzialità. Ci parlava della postura di O Sensei, della sua incredibile spontaneità, della profondità del suo sguardo che sembrava penetrarlo fino al più profondo del suo essere. Tsuda Itsuo non ha mai cercato di imitare il suo maestro che considerava inimitabile. Si è subito interessato a quello che animava quest’uomo incredibile capace della più grande dolcezza come della più grande potenza. È per questo che, arrivato in Francia, cercò di trasmetterci quello che per lui era l’essenziale, il segreto dell’Aikido, la percezione concreta del ki. Quello che aveva scoperto, e che riassumeva in questa frase, la prima del suo primo libro: “Dal giorno in cui ho avuto la rivelazione del ‘ki’, del respiro (avevo allora più di quarant’anni), non ha smesso di crescere in me il desiderio di esprimere l’inesprimibile, di comunicare l’incomunicabile.”1
Per dieci anni percorse l’Europa per farci scoprire, a noi occidentali, molto spesso troppo cartesiani, dualisti, che esiste un’altra dimensione nella vita. Che questa dimensione non è esoterica ma exoterica come amava dire.

Una Scuola particolare

Le motivazioni che portano a cominciare questa pratica sono evidentemente molto diverse. Se penso alle persone che praticano nella nostra Scuola (la Scuola Itsuo Tsuda), a parte qualcuno, ce ne sono pochi che sono venuti per l’aspetto marziale. D’altra parte, molti di loro non vi hanno visto niente di marziale di primo acchito, benché ad ogni seduta io mostri come le tecniche possano essere efficaci se eseguite in modo preciso, e pericolose se vengono usate in modo violento. L’aspetto marziale deriva dalla postura, dalla respirazione, dalla capacità di concentrazione, dalla verità dell’atto che è l’attacco. Per l’apprendimento, è indispensabile rispettare il livello del proprio partner, ed esercitarsi con forme conosciute.
Ma la scoperta che si può fare praticando le forme predefinite va molto al di là. Si tratta di far fruttare qualcos’altro, di rivelare ciò che si trova al fondo degli individui, di liberarsi dall’influenza sottesa esercitata dal passato e a volte anche dal futuro, sui nostri gesti, sull’insieme dei nostri movimenti, tanto fisici quanto mentali. Del resto nel nostro dojo tutti se ne rendono conto.
La seduta comincia alle 6,45. Il fatto di venire a praticare così presto la mattina (in effetti O Sensei e Tsuda sensei cominciavano sempre le loro sedute alle 6,30) non è né un’ascesi e neanche una disciplina. Alcuni praticanti arrivano verso le 6 ogni mattina, per condividere un caffè o un tè, ed approfittare di questo momento prima della seduta (del pre-seduta), a volte così ricco grazie agli scambi che possiamo avere tra noi. È un momento di piacere, di scambio sulla pratica, così come a volte anche sulla vita quotidiana, che si condivide con gli altri in modo estremamente concreto e non in modo virtuale come la società tende a proporci.
Ovviamente tutto ciò può apparire retrogrado o inutile, ma evita l’aspetto divertimento facile e non favorisce il clientelismo, senza per questo dire che ciò non esista, ciò lo riduce e con il tempo evolve. E questo perché gli esseri cambiano, si trasformano, o più precisamente ritrovano se stessi, ritrovano delle capacità latenti, che pensavano a volte di aver perso o spesso, più semplicemente, che avevano dimenticato.

Yin il femminile: comprendere

Le donne sono così numerose nella nostra Scuola che la parità non è rispettata, gli uomini sono in minoranza, di poco certo, ma lo sono sempre stati. Non vorrei parlare a nome delle donne eppure come fare? Eppure non formano un mondo a parte, sconosciuto agli uomini.
Ma forse, per molti, sì!… Ciononostante penso sia sufficiente per l’uomo prendere in considerazione il suo lato yin, senza averne paura, per ritrovare e comprendere ciò che ci avvicina e ciò che ci differenzia. Forse è per un’affinità personale, una ricerca dovuta al mio vissuto durante gli eventi del maggio ‘68 e a questo schiudersi del femminismo che si rivelò una volta di più a quell’epoca. O forse è semplicemente perché ho avuto tre figlie, che d’altra parte praticano tutte e tre, il risultato, quale ne sia la ragione, è stato che da sempre faccio attenzione al fatto che nei dojo della nostra Scuola le donne abbiano sempre il loro posto legittimo. Vi hanno le stesse responsabilità e non c’è evidentemente nessuna differenza di livello, sia per lo studio che per l’insegnamento. È veramente un peccato dover precisare questo tipo di cose, ma sfortunatamente non vanno da sé in questo mondo.
Malgrado tutto le donne prendono poco la parola, dovrei dire la penna, nelle riviste di arti marziali. Sarebbe interessante leggere degli articoli scritti da delle donne, oppure dedicare uno spazio in “Dragon magazine spécial Aikido” alla visione delle donne sulle arti marziali e sulla nostra arte in particolare. Non hanno niente da dire o il mondo maschile accaparra tutto lo spazio? O forse questi dibattiti di parrocchia sull’efficacia dell’Aikido le annoiano, loro che cercano e spesso trovano, mi sembra, un’altra dimensione, o in ogni caso qualcos’altro, grazie a quest’arte? Di questo “qualcos’altro”, che forse è più vicino alla ricerca di O Sensei, Tsuda Itsuo sensei ce ne dà un’idea in questo passaggio del suo libro La Via della spoliazione:
“Ci si rappresenta forse il Maestro Ueshiba come un uomo fatto di acciaio? È però l’impressione opposta che ho avuto di lui. Era un uomo sereno, capace di una concentrazione straordinaria, ma d’altra parte estremamente permeabile, da scoppi di fragorose risate, con un senso dell’umorismo inimitabile. Ho avuto l’occasione di toccare il suo bicipite. Ne fui stupefatto, era la tenerezza di un neonato. Tutto ciò che si potesse immaginare contrario alla durezza.
La cosa può sembrare strana, ma il suo Aikido ideale era quello di giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle quanto i ragazzi. Il loro Aikido è, per questo motivo, più fluido e più naturale.”2

Yang il maschile: combattere

art martial

Siamo educati alla competizione a partire dalla più tenera infanzia, la scuola, con il pretesto dell’emulazione, ha la tendenza ad andare nella stessa direzione, e tutto ciò per prepararci al mondo del lavoro. Ci insegnano che il mondo è duro, che bisogna assolutamente guadagnarsi il proprio posto al sole, imparare a difendersi contro gli altri, ma ne si è così sicuri? Il nostro desiderio non avrebbe tendenza a guidarci in una direzione diversa? E cosa facciamo per realizzare quest’obbiettivo? L’Aikido può essere uno degli strumenti di questa rivoluzione dei costumi, delle abitudini, deve e soprattutto noi dobbiamo fare lo sforzo necessario affinché le radici del male che corrode le nostre società moderne si rigenerino e ridiventino sane? Ci sono stati in passato degli esempi di società in cui la competizione non esisteva, o molto meno del modo in cui esiste oggi, delle società in cui anche il sessismo era assente, anche se non si può presentarle come società ideali. Leggendo gli scritti sul matriarcato nelle isole Trobriand di quel grande antropologo che era Bronislaw Malinowsky si potrà scoprire la sua analisi, trovare delle piste, e forse anche dei rimedi a questi problemi di civiltà che vengono denunciati così spesso.

Tao, l’unione: una via per la realizzazione dell’essere umano

La via, per sua essenza, senza essere idealisti, si giustifica e prende tutto il suo valore dal fatto che normalizza il terreno degli individui. Per chi la segue, essa regola le sue tensioni, dà equilibrio, è tranquillizzante permettendo un diverso rapporto con la vita. Non è ciò che tante persone “civilizzate” cercano disperatamente e che si trova in fin dei conti nel profondo dell’essere umano?
La via non è una religione, anzi è quello che la differenzia dalla religione che ne fa uno spazio di libertà, nel quadro delle ideologie dominanti. Il pensiero al quale la si può assimilare mi sembra essere l’agnosticismo, corrente filosofica poco conosciuta, o piuttosto conosciuta in modo superficiale, ma che permette di integrare tutte le diverse scuole. C’è un buon numero di rituali nell’Aikido che si continuano a seguire senza comprenderne la vera origine (quella da cui attinse O Sensei) o a volte altri rituali che diversi maestri trovarono grazie a pratiche antiche come fece Tamura sensei stesso. Sono state spesso associate alla religione mentre, come si potrebbe verificare, sono le religioni che hanno usato tutti questi antichi rituali, se ne sono appropriate per farne degli strumenti al servizio del loro potere, e anche troppo spesso servono alla dominazione e all’asservimento degli individui.

Un mezzo: la pratica respiratoria

La prima parte nell’Aikido di O Sensei Ueshiba Morihei, lungi dall’essere un riscaldamento, consisteva in movimenti di cui è primordiale ritrovare la profondità. Non è per una soddisfazione intellettuale, né per preoccupazioni integraliste e ancor meno per acquisire dei “poteri superiori”, che li continuiamo, ma per ritrovare il cammino che aveva intrapreso O Sensei. Certi esercizi, come Funakogi undo (movimento detto del rematore) o Tama-no-hirebori (vibrazione dell’anima), hanno un valore molto grande, e quando vengono praticati coll’attenzione necessaria, possono permetterci di sentire al di là del corpo fisico, al di là della nostra sensazione così limitata, per scoprire qualcosa di più grande, di molto più grande di noi. Si tratta di una natura illimitata a cui partecipiamo, nella quale ci immergiamo, che è fondamentalmente ed inestricabilmente legata a noi, e che tuttavia ci è molto difficile raggiungere o anche a volte sentire. Questa concezione che ho fatto mia, non è dovuta ad un rapporto mistico con l’universo, ma piuttosto a un’apertura psicofisica a cui si sono avvicinati molti fisici moderni grazie alla teoria e che cercano di verificare. Non è una cosa che si può apprendere guardando dei video su Youtube, né consultando dei libri di antica sapienza, malgrado la loro innegabile importanza. È qualcosa che si scopre in modo puramente corporale, in modo assolutamente e integralmente fisico, anche se è un fisico allargato a una dimensione inusuale. Poco a poco tutti i praticanti che accettano di cercare in questa direzione la scoprono. Non è legata a una condizione fisica né all’età né ovviamente al sesso o alla nazionalità.

L’educazione

Quasi tutti gli psicologi considerano che l’essenziale di quello che ci guiderà all’età adulta succede durante la nostra infanzia e più precisamente nella nostra prima infanzia. Tanto le buone quanto le cattive esperienze. Bisogna dunque curare in modo particolare l’educazione in modo da conservare il più possibile la natura innata del bambino. Non si tratta in alcun caso di lasciar fare al bambino tutto quello che vuole, né di farne un bambino-re, di diventare il suo schiavo, il mondo lo circonda ed egli ha bisogno di punti di riferimento. Ma molto velocemente, spesso poco dopo la nascita, a volte dopo qualche mese, il bambino viene affidato a persone estranee alla famiglia. Dove sono finiti i genitori? Non riconosce più la voce della madre, il suo odore, il suo movimento. È il primo trauma e ci si dice: “Si riprenderà”. Certo, sfortunatamente non è l’ultimo, tutt’altro. Poi viene il nido, cui segue la materna, la scuola primaria, le medie ed infine la Maturità prima forse dell’università per almeno tre, quattro, cinque, sei anni o ancora di più.
Ma cosa ci si può fare? “È la vita.” mi si dice. Ognuno di questi posti nei quali il bambino passerà il tempo in nome dell’educazione e dell’apprendimento è una prigione mentale. Dalle conoscenze di base alla cultura di massa, quando sarà rispettato in quanto individuo pieno di quest’immaginazione che caratterizza l’infanzia? Gli si insegnerà ad obbedire, imparerà a barare. Gli si insegnerà a essere con gli altri, imparerà la competizione. Riceverà dei voti, si chiamerà ciò emulazione, e questo disastro psicologico sarà vissuto dai primi come dagli ultimi allievi.
In nome di quale ideologia totalitarista si formano i bambini e tutti i giovani alla paura della repressione, alla sottomissione, al disimpegno e alla disillusione? La società odierna nei paesi ricchi non ci propone niente di veramente nuovo: lavoro e tempo libero non sono che dei sinonimi dell’ideale romano di pane e giochi circensi, la schiavitù dell’antichità non è che il salariato di oggi. Una schiavitù migliorata? Forse… con una lobotomizzazione spettacolare, garantita senza fattura, grazie alla pubblicità della merce che ci viene propinata, e il suo corollario: l’iperconsumismo di beni tanto inutile quanto nefasto.
La pratica dell’Aikido per i bambini e per gli adolescenti è l’occasione di uscire dagli schemi che propone il mondo che li circonda. È grazie alla concentrazione che la tecnica esige, una respirazione calma e serena, l’aspetto non competitivo, il rispetto per le differenze, che essi possono conservare o, se necessario, ritrovare la loro forza interiore. Una forza tranquilla, non aggressiva, ma piena e ricca dell’immaginazione e del desiderio di rendere il mondo migliore.

Una filosofia pratica, o meglio, una pratica filosofica

La particolarità della Scuola Itsuo Tsuda viene dal fatto che si interessa più all’individualità che alla diffusione di un’arte o di una serie di tecniche. Non si tratta di creare un individuo ideale, né di guidare chiunque verso qualcosa, verso un modello di vita, con una certa quantità di gentilezza, una certa quantità di amabilità o di saggezza, di ponderazione o di esaltazione, ecc. Ma di risvegliare l’essere umano e di permettergli di vivere pienamente nell’accettazione di quello che è nel mondo che lo circonda senza distruggerlo. Questo spirito di apertura non può che svegliare la forza che preesiste in ciascuno di noi. Questa filosofia ci porta all’indipendenza, all’autonomia, ma non all’isolamento, al contrario, tramite la scoperta dell’Altro, ci porta alla comprensione di quello che è, e al di là di quello che è forse diventato. Tutto questo apprendimento, o piuttosto questa riappropriazione di sé, richiede del tempo, della continuità, della sincerità, al fine di realizzare in modo più chiaro la direzione verso la quale si desidera andare.

Il superamento, ciò che vi è dietro

Quello che mi interessa oggi, è ciò che vi è dietro o più esattamente ciò che vi è al fondo dell’Aikido. Quando si prende un treno si ha un obbiettivo, una destinazione, con l’Aikido è un po’ come se man mano che si avanza il treno cambiasse obbiettivo, come se la direzione diventasse diversa, e allo stesso tempo più precisa. Quanto all’obbiettivo, si allontana malgrado il fatto che si pensi di essersene avvicinati. Ed è a questo punto che bisogna prendere coscienza che l’oggetto del nostro viaggio è nel viaggio stesso, nei paesaggi che vi scopriamo, che si affinano, e a noi si rivelano.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 21) nel mese di luglio del 2018.

Note

* Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 11.
** Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161.

Evento calligrafie a Roma

Il 12 e il 13 ottobre 2018, il dojo Bodai di Roma recentemente rinnovato, funge da cornice per l’evento “Un libro – un’esposizione” con una buona affluenza di pubblico, interesse e apprezzamenti favorevoli.
La sera del 12 ottobre, di fronte a un nutrito gruppo di visitatori, nell’atmosfera avvolgente dell’esposizione di 87 calligrafie in riproduzione fotografica, ha avuto luogo la presentazione del libro “Itsuo Tsuda, Calligrafie di Primavera” (ed. Yume 2017). Per l’occasione é stata esposta anche la calligrafia originale  » La Tigre « .

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Durante la giornata di sabato abbiamo ricevuto diverse visite: fra gli amici, conoscitori ed esperti di cultura giapponese, ci è gradito segnalare la visita di Paolo Bottoni, aikidoka, giornalista e blogger, che ha scritto un articolo sul suo blog www.musubi.it a proposito delle calligrafie del Maestro Tsuda.
L’evento ha registrato complessivamente il passaggio al Dojo Bodai di un’ottantina di persone.
Per tutti, compresi noi organizzatori, è stata l’occasione di entrare in contatto in modo diretto e contemporaneamente con la quasi totalità delle calligrafie del Maestro Tsuda : un momento indimenticabile e ricco di sensazioni !
Per chi non ha avuto la possibilità di scoprire questo libro e tutta l’opera del Maestro Tsuda, potete trovarli a Roma al dojo Bodai, e anche sul sito di Yume Editions

Al centro dello spostamento, l’involontario

Di Régis Soavi

«Se devo dare uno scopo al mio Aikido, è quello di imparare a sedersi, ad alzarsi, ad  avanzare e ad indietreggiare.»
Tsuda Itsuo

Spostamenti: la coordinazione, la postura

Per spostarsi correttamente è necessario essere stabili, e non si risolvono dei problemi di stabilità con l’apprendimento. La stabilità deve nascere dall’equilibrio, che a sua volta nasce dal sistema involontario. Una delle caratteristiche dell’essere umano è quella di stare in piedi su una piccola superficie, i suoi unici punti di appoggio sono i due piedi. E se si trattasse solo di stare immobile, passi ancora, ma ci spostiamo, e per di più, siamo capaci contemporaneamente di parlare, riflettere e di muovere le braccia in ogni modo, così come la testa e le dita, il tutto essendo perfettamente stabili. La coordinazione muscolare involontaria si occupa di tutto. Se perdiamo l’equilibrio senza poterci aggrappare da qualche parte, il nostro corpo tenta con ogni mezzo di recuperare l’equilibrio perduto, e spesso vi riesce grazie al movimento di ripartizione del peso da una gamba all’altra, trovando dei punti di appoggio estremamente precisi, che ci sarebbe difficile trovare con l’aiuto del solo sistema volontario. Tsuda Itsuo, nel suo libro La Scienza del particolare, racconta un aneddoto personale sul suo apprendimento dell’Aikido che mi sembra edificante.


«Quando ho cominciato l’Aikido intorno al 1960, ho imparato, sotto la direzione di insegnanti, allievi del Maestro Ueshiba, a fare degli esercizi di ginnastica prima di cominciare la parte tecnica.
Uno di questi esercizi consisteva nel ruotare alternativamente su ciascun piede, descrivendo dei cerchi con lo spostamento. L’utilità di questo esercizio, secondo la spiegazione che ne veniva data, era di permetterci di abbassare il centro di gravità del nostro corpo in modo da essere in equilibrio in qualsiasi circostanza. La spiegazione mi sembrava molto logica. Tutte le perturbazioni che risentiamo nella vita quotidiana, derivano dal fatto che il nostro centro di gravità è situato troppo in alto. Il sangue sale alla testa e perdiamo la lucidità. Trascinati dall’impulso del momento, commettiamo degli errori. Accettata la spiegazione, mi allenavo nell’esecuzione di questo esercizio. Facevo un giro su un piede, poi sull’altro. Uno, due, tre, quattro, facevo dei cerchi senza perdere l’equilibrio, pur muovendomi.
Un giorno, mentre stavo compiendo questo esercizio, udii una voce che, sebbene molto gentile, non lasciava dubbi sul significato del suo contenuto.
«Lei finirà per avere le vertigini in questo modo».
Mi voltai e vidi il Maestro Ueshiba che mi guardava. Rimasi lì inchiodato senza sapere cosa dire. Queste parole del Maestro ebbero su di me un terribile impatto.
Avevo creduto, fino ad allora, all’uniformità dell’insegnamento. Che si trattasse del Maestro o di un semplice insegnante, doveva esserci una dottrina immutabile, una pratica determinata una volta per tutte. Il fatto che il maestro-fondatore disapprovasse quello che avevo imparato dai suoi allievi diretti, costituiva un grave caso di coscienza. Bisognava rimettere tutto in discussione.»2

L’equilibrio dei bambini

Si tende a preoccuparsi dell’equilibrio dei bambini nel momento in cui cominciano a camminare cioè, spesso, tra i dieci e i quindici mesi. Quando dei genitori mi informano tutti fieri che il loro figlio ha camminato molto presto, a volte a nove o dieci mesi, questo mi fa pensare alla posizione di Noguchi Haruchika Sensei, il fondatore del Seitai, che è molto diversa da quella che si è soliti sentire. Nella via del Seitai così come il mio maestro Tsuda Itsuo l’ha trasmessa in Francia negli anni settanta fino al suo decesso nel 1984, si raccomanda ai genitori di aspettare che le gambe del bambino siano sufficientemente pronte e forti, di non aver fretta di vedere il loro caro bambino camminare. Se, ovviamente, Noguchi Sensei sconsigliava, allo stesso modo di molti pediatri di oggi, i girelli che dovrebbero far camminare prima i bambini, sconsigliava anche di aiutare il bambino a mettersi in piedi, o di tenerlo, per esempio sotto le ascelle, o appeso per le braccia, quando fa i suoi primi passi. Si può al limite dargli un dito da tenere con una mano nei primi giorni, ma è la natura che deve fare il suo lavoro di equilibramento. Se il bambino si mette in piedi da solo, se comincia a camminare da solo, allora sarà più forte, più stabile, per la sua stessa natura il suo sistema d’equilibrio involontario sarà rinforzato. Andrà verso l’indipendenza con maggior facilità, determinazione, saprà contare sulle proprie forze. Per di più i bambini sono fieri di mostrare che sono riusciti a trovare il loro equilibrio da soli senza aiuto. Per Noguchi Sensei il momento ideale per cominciare a camminare è dopo i tredici mesi compiuti, o durante il tredicesimo mese. Diceva ciò sulla base delle sue osservazioni su migliaia di bebé che aveva seguito per diverse generazioni al Seitai Kyokai. Noguchi Sensei dava molte altre raccomandazioni ai genitori attenti che seguivano il suo insegnamento, in particolare sul modo di occuparsi dei bebé o dei bambini, che si può scoprire nelle opere di Tsuda Sensei.

Tutto inizia all’età di circa tre mesi

Avere una buona postura, una bella postura non è una cosa che si ottiene a suon di esercizi, altrimenti si rischia di farlo a scapito della salute. Ovviamente si può migliorare una cattiva postura acquisita nel corso degli anni, grazie a degli esercizi effettuati sotto la direzione di un buon insegnante, uno specialista o anche un terapeuta. Ma mi sembra più importante partire «col piede giusto» piuttosto che rettificare, raddrizzare, o rimediare ai danni.
Fino all’età di tre mesi il bebé resta in posizione sdraiata, oppure in braccio, la colonna vertebrale viene sostenuta dalle mani premurose di uno dei genitori. E c’è proprio un dettaglio di estrema importanza che tutti i genitori dei neonati possono verificare per poco che lo desiderino, se sono sensibili e attenti, è il posizionamento della terza lombare del bebé. Questo posizionamento dipende esclusivamente dal sistema involontario e più precisamente dal sistema motorio extra-piramidale che ha il ruolo più importante nella posizione eretta. Fino a circa due mesi e mezzo, tre mesi, quella lombare è indietro, cioè segue la curva della schiena e non sostiene realmente la colonna vertebrale. Un giorno, quando si prende il bambino in braccio, e lo si tiene con la mano dietro la schiena in modo da sostenere le lombari come al solito, ci si accorge che la sua colonna è cambiata. La terza lombare si è posizionata, la curvatura lombare si è, si potrebbe dire, invertita. A partire da questo momento il bambino ha la capacità di mantenersi eretto da solo nelle braccia dei genitori mentre prima ne era incapace e ogni tentativo di fargli tenere su la schiena senza sostenerlo rischiava di provocare gravi problemi, che a volte si manifestano solo molto più tardi. Quando si conosce il ruolo della terza lombare nella postura in generale e nella fermezza dell’hara in particolare, si capiscono tutte le precauzioni che dei genitori preparati prendono affinché questo passaggio avvenga correttamente.
Senza la buona posizione della terza lombare, il terzo punto del ventre che è in relazione diretta con essa, non sarà positivo, cioè non sarà “rimbalzante”, l’hara sarà debole. Si rischia di essere sballottati dalle idee degli uni e degli altri, di essere influenzati da ogni sorta di teoria, si farà fatica a prendere decisioni. Sarà difficile agire rapidamente e soprattutto in modo spontaneo. Se la seconda lombare permette d’inclinarsi lateralmente, la prima lombare serve a inclinarsi in avanti, in armonia con la quinta che è la cerniera lombo-sacrale, asse antero-posteriore per eccellenza. Ma è la terza lombare che si rivela essere la più importante nello spostamento. Poiché è posizionata in un certo senso al centro dell’asse cranio-caudale del corpo, cioè del suo asse verticale, e allo stesso tempo, è soprattutto quella che, per la sua funzione fisiologica, permette la rotazione del corpo. Se si irrigidisce, se la flessibilità diminuisce, resta bloccata. Non può più assicurare il proprio ruolo di perno.
Non può esserci taisabaki corretto senza questo perno ed, ovviamente, ciò si verifica ancor più quando si fanno dei movimenti ura così come dei movimenti tenkan. Se il corpo si inclina, se la rotazione non si compie a livello della terza lombare succede come quando una trottola non è in equilibrio: perde la velocità, è incapace di raddrizzarsi o di continuare con altri spostamenti, comincia a rotolare da sola in tutte le direzioni, non avendo altro scopo che sopravvivere, ritrovare il proprio equilibrio perduto, ma senza mai recuperare la propria vera stabilità naturale.
Ovviamente la totalità della colonna vertebrale entra in gioco nei taisabaki, ma questo punto centrale che è la terza lombare è determinante per praticare l’Aikido in modo morbido e senza rischi per sé come per i propri partner. La mobilità delle anche dipende da quella della terza lombare. Persa questa mobilità, ci si trova sempre più obbligati a praticare con la forza delle braccia, e dunque semplicemente, «di forza». Ciò rende quasi impossibile una reale utilizzazione dei disequilibri del partner, dei suoi gesti, dei suoi attacchi, dei movimenti della sua sfera, e allora si è in una pratica del FARE e assolutamente non più nel NON-FARE.

Degli spostamenti imprevedibili

Al di fuori di quella che si potrebbe chiamare una coreografia che ci serve per l’apprendimento delle tecniche in Aikido, e che dura molti anni, arriva un momento in cui il nostro corpo comincia a reagire in modo differente. A partire da questo momento, quando si rivela necessario, i nostri spostamenti sono imprevedibili, perché non sono mai previsti dalla nostra volontà. Sono la risposta giusta, la risposta esatta del nostro corpo quando è liberato dalle paure irrazionali create dal movimento di chi ci sta davanti. C’è quindi un adeguamento dello spostamento davanti o prima dello spostamento dell’altro.
Prima che egli si sposti o agisca, riceviamo un gran numero di indicazioni da parte del corpo di colui che abbiamo di fronte. Queste indicazioni non sono tutte percepite dal cervello cosciente, quello che dirige il nostro sistema volontario, ma al contrario, la maggior parte è percepita a livello del nostro sistema involontario ed è una buona cosa. Per quanto sia alta l’opinione che abbiamo di noi stessi, malgrado le nostre certezze, basta un piccolo dubbio e il nostro volontario può spaventarsi a causa delle conseguenze che intravede. Oppure ci mettiamo a riflettere a diverse soluzioni, ma è spesso troppo tardi e perdiamo le nostre capacità di reazione. Non è meglio se ci fidiamo dei nostri riflessi. Il nostro sistema nervoso riflesso rischia di dirigerci in combinazioni pericolose, anche se abbiamo avuto un apprendimento di qualità e a volte proprio per questo. Un judoka giapponese di alto grado si è ritrovato colpito dal coltello del suo aggressore in occasione di una rissa. Aveva applicato la tecnica ippon-seoi-nage, che in sé sarebbe stata invece eccellente sui tatami, ma si rivelò drammatica in questo caso. Si piantò da solo il coltello in petto a causa della qualità della tecnica che aveva eseguito perfettamente, e sfortunatamente non è sopravvissuto.

Il Kung-fu dell’ubriaco

Verso la metà degli anni settanta ho avuto occasione di vedere una dimostrazione di Kung-fu fatta da Georges Charles Sensei che mi ha impressionato molto, all’epoca in cui, entrambi giovani insegnanti al dojo della Montagne Sainte Geneviève a Parigi, ci confrontavamo sulle virtù reciproche delle nostre arti.
Parlavamo di spostamenti, taisabaki, equilibrio e a quel punto, per farmi capire ciò che cercava di spiegarmi a voce, mi mostrò diversi «kata» nella sua arte che conoscevo molto poco (allora non esisteva né Youtube e neanche internet e gli esperti erano molto rari). Fu per me un’immensa sorpresa e una grande gioia vederlo eseguire prima lo stile della scimmia, poi lo stile dell’ubriaco. Vedere questo gioco con il disequilibrio, vederlo spingere i limiti della stabilità con agevolezza e sincerità. Questa scoperta mi rinforzò nella ricerca che stavo già facendo: trovare la semplicità, la respirazione e un equilibrio privo di rigidità negli spostamenti, come ce lo mostrava Tsuda Sensei.

Un’esperienza personale

Nel 2002 ero appena tornato da uno stage a Gerusalemme. Questo stage era stato difficile perché era l’inizio dell’Intifada e ci tenevo che fosse uno stage aperto a tutti, malgrado le tensioni più che percepibili che ciò aveva provocato durante lo stage stesso. Di ritorno dunque, ero con le mie due figlie (entrambe ancora adolescenti), facevamo una passeggiata ed eravamo entrati in un monumento parigino che conoscevo poco. All’improvviso ho avuto un lieve alterco con una persona riguardo il suo comportamento inopportuno. Dopo aver fatto qualche passo, si è precipitato su di me e ha sferrato un magnifico uppercut. Non so dire cosa sia successo, ho sentito semplicemente come un vento, che era in effetti, il movimento d’aria provocato dallo spostamento del suo pugno, mi ero mosso, e si era disequilibrato da solo a causa del mio spostamento. Non avevo effettuato nessuna tecnica, e neanche pensato di farne una, è caduto poi se n’è andato rapidamente infuriato. Quel giorno ho capito fisicamente cos’era il Non-Fare di cui il mio maestro Tsuda Sensei ci aveva parlato tante volte. Ero molto calmo, senza nessuna animosità, senza nessun bisogno, lo spostamento necessario si era prodotto da solo, senza nessun controllo volontario e ciononostante con un’estrema precisione. Sarei capace di rifare la stessa cosa un’altra volta? Non lo so assolutamente. A volte basta un piccolo disturbo che qualcosa vada storto. In ogni modo non si tratta di diventare invincibili ma piuttosto di vivere pienamente e semplicemente. È questo il cammino che mi è stato insegnato, questo cammino così come l’aveva compreso Tsuda Sensei, che comporta ovviamente delle difficoltà come lui stesso racconta.
«Ho cominciato l’Aikido all’età di quarantacinque anni, all’età in cui generalmente si rinuncia ad ogni movimento che rischi di essere violento. Per più di dieci anni, tutte le mattine, sono andato alla seduta che cominciava alle 6.30 alzandomi alle 4, senza pause, anche se mi capitava di mettermi a letto alle 2 del mattino o anche se avevo la febbre a quaranta, e ciò solo per il piacere di vedere questo maestro ottantenne camminare sui tatami.
Alcuni compagni del dojo mi dicevano: “Lei ha una volontà di ferro”. Al che io rispondevo: “No. Ho una volontà così debole che non riesco a “smettere di continuare”». Questo provocava gioiose risate, ma ero sincero.» 3

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 20) nel mese di april del 2018.

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Note:

1 Tsuda Itsuo, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 178
2 Tsuda Itsuo, La Science du particulier, Le Courrier du Livre, 1976, p. 125-126
3 Tsuda Itsuo, Cœur de ciel pur (œuvre posthume réalisée à partir d’inédits), Le Courrier du Livre, 2014, p. 109-110

Referenza fotografica/Proprietà foto: Itsuo Tsuda devant le tableau foto di Eva Rotgold, 1975

Calligrafie di Primavera a Roma

L’esposizione “Calligrafie di Primavera” approda a Roma in ottobre !
In programma presso il Dojo Bodai di Roma, nelle giornate di venerdì 12 e sabato 13 ottobre 2018, l’evento Un libro – Un’esposizione.
Sulla scia delle precedenti anteprime di Parigi e Milano, l’evento ripropone, per il pubblico romano, la presentazione del libro “Calligrafie di Primavera” (ed. Yume 2018) e la ricca mostra fotografica dedicata alle calligrafie di Itsuo Tsuda, che al libro hanno dato origine.

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Memorie di un aikidoka

di Régis Soavi

Parlare ai miei allievi dei maestri che ho conosciuto fa ovviamente parte del mio insegnamento. Alcuni ebbero una tale importanza che non me ne posso sbarazzare come niente fosse e pretendere di essermi fatto da solo. I maestri che ho conosciuto hanno lasciato delle tracce che mi hanno formato e soprattutto aperto a dei campi che ignoravo, o che a volte presentivo senza poterli raggiungere.

I maestri del passato: dei maestri di vita?

Taiji Kase, Itsuo Tsuda, 1971

Mi è sempre sembrato importante di non fare di questi maestri dei superuomini, dei geni, degli dei. Ho sempre considerato che questi maestri valessero molto di più di questo. Gli idoli creano un’illusione, ci addormentano ed impoveriscono gli idolatri, impediscono loro di progredire, di prendere il volo con le proprie ali. A questo proposito Tsuda Sensei, lui che adesso è un maestro del passato, scriveva nel suo ottavo libro La Via degli dei:

«Il Maestro Ueshiba ha piantato dei segnali indicatori  »è da questa parte », e gliene sono molto riconoscente. Ha lasciato delle eccellenti carote da mangiare che cerco di assimilare, di digerire. Una volta digerite, queste carote diventano Tsuda che è ben lontano dall’essere eccellente. Questo è inevitabile. Ma è necessario che le carote non restino carote, se no marciscono da sole, senza utilità.
Non si tratta, per me, di adorare, di deificare o d’idolatrare il Maestro Ueshiba. Come tutti, aveva delle qualità e dei difetti. Aveva delle capacità straordinarie ma anche delle debolezze, in particolare nei confronti dei suoi allievi. Si faceva ingannare da loro a causa di considerazioni un po’ troppo umane.»

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Un desiderio divenuto realtà

Per la versione italiana di questo articolo, consultare questa pagina :

http://www.scuoladellarespirazione.org/itsuo-tsuda-calligrafie-di-primavera-un-desiderio-divenuto-realta/

L’événement au Dojo Scuola della Respirazione Présentation du livre à la RAI

Itsuo Tsuda en anglais

Deux très bonnes nouvelles à vous annoncer aujourd’hui :

Nous tenons vivement à féliciter Alison Strayer, la traductrice des livres de Itsuo Tsuda en anglais pour le prix de traduction qui vient de lui être décerné par la French-American Foundation. Auteure de romans, histoires et essais, et traductrice, Alison a déjà vu à plusieurs reprises son œuvre sélectionnée pour des prix littéraires.
La 31ème édition de l’Annual Translation Prize Awards, qui s’est tenue à New York en mai 2018, l’a récompensée dans la catégorie « non-fiction », pour sa traduction de Les Années de Annie Ernaux (The Years, Seven Stories Press). Ce prestigieux prix, qui depuis 1986 est dirigé par la French American Foundation, promeut les échanges entre la France et les États-Unis. Il met en avant, chaque année, les meilleures traductions de livres français en langue anglaise, dans les catégories fiction et non-fiction.

Nous avons l’honneur de travailler avec cette excellente traductrice pour porter l’œuvre d’Itsuo Tsuda vers le monde anglophone et nous en sommes très heureux.

D’autre part les livres de Itsuo Tsuda en anglais sont maintenant disponibles en plein cœur  de Londres, dans la plus ancienne librairie ésotérique de Londres, chez Watkins au 19-21 Cecil Court. Là aussi nous remercions vivement la librairie Watkins d’offrir au public londonien l’opportunité de découvrir cette philosophie pratique.

Buongiorno Malattia #1

Intervista a Régis Soavi sul Katsugen Undo (o Movimento rigeneratore), una pratica elaborata da Haruchika Noguchi e diffusa in Europa da Itsuo Tsuda: articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista « Arti d’Oriente » (num. 4 / maggio 2000).

 » Dopo aver letto i libri di Itsuo Tsuda (1914-1984), affascinata dalle sue argomentazioni che spaziano liberamente tra l’Aikido, i bambini e il modo in cui nascono, le malattie e i ricordi di Ueshiba Morihei e di Haruchika Noguchi, volevo saperne di più: mi era rimasta la sensazione che qualcosa mi sfuggisse.

Ho cominciato la mia investigazione su cosa consistesse effettivamente questo Movimento rigeneratore (katsugen undo) di cui parla Tsuda, un movimento spontaneo del corpo che sembra poterlo rimettere in equilibrio senza aver bisogno di intossicarlo con le medicine. Concetto antico, ma tuttora rivoluzionario, soprattutto nella nostra società. Non sono riuscita a ottenere risposte soddisfacenti alle mie domande: chi aveva praticato il Movimento rigeneratore non riusciva a descrivermi che cosa fosse; la risposta era sempre: « devi provare per capire; e la prima volta rimarrai sicuramente un po’ scossa ». Così mi sono decisa. La scuola che fa riferimento agli insegnamenti di Itsuo Tsuda è a Milano la Scuola della Respirazione. Lì si praticano Aikido e Movimento rigeneratore (in sedute separate). Per poter frequentare le sedute di movimento, però, bisogna prima frequentare uno stage condotto da Régis Soavi, che ha portato avanti il lavoro di Tsuda in Europa, durante un week-end.Regis Soavi en conférence

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Lo spirito dell’Aikido è nella pratica

Di Régis Soavi

La pratica dell'Aikido ci conduce verso la riunificazione dell'essere umano.
La pratica dell’Aikido ci conduce verso la riunificazione dell’essere umano.

Si ha spesso tendenza a considerare lo spirito di un’arte come un processo mentale, una direzione da prendere in modo cosciente o anche come delle regole da rispettare. Tutto questo perché in occidente viviamo in un mondo di separazione, di divisione. Da una parte c’è lo spirito, dall’altra il corpo, da una parte il conscio, dall’altra l’inconscio, è questo che dovrebbe fare di noi degli esseri civilizzati mentre invece questa separazione genera in noi dei conflitti. Conflitti che sono rinforzati dai sistemi di divieti istituiti per proteggere la società, per proteggere noi stessi contro noi stessi. Verso la riunificazione dell’essere umano, ecco la Via nella quale ci dirigiamo con la pratica dell’Aikido. Questa riunificazione è necessaria in un mondo in cui l’essere umano è reso un oggetto, in cui diventa allo stesso tempo un consumatore e una merce. Senza rendersi conto della strada che intraprende, il civilizzato esegue la vita invece di viverla. Questa società che ci spinge al consumismo lascia poco spazio al lavoro interiore, ci spinge a cercare al di fuori ciò che si trova all’interno. Ad acquisire ciò che possediamo già, a cercare soluzioni a tutti i nostri problemi all’esterno di noi stessi, come se altri avessero soluzioni migliori. Questo porta a una presa in carico dell’individuo da parte dei diversi sistemi di protezione nello stesso tempo sociali, ideologici o sanitari, moltiplicando così l’offerta e creando un mercato ideale per venditori di sogni di tutti i tipi, ciarlatani, guru e compagnia.
Ho sentito oggi che è stata appena creata una nuova pratica: la « Respirologia », e come al solito arriverà a frotte la clientela che avrà subito l’abuso del potere delle parole. In nome della normalizzazione del corpo e dello spirito, della rimessa in forma delle persone, dovremmo cambiare il nome della nostra arte in: « Aikido Terapia »?

Lo spirito dell’Aikido non si può insegnare

Non penso che si possa dire che ci sia uno spirito specifico dell’Aikido, ma piuttosto che l’Aikido debba essere il riflesso di qualcosa di molto più grande che noi piccoli esseri umani facciamo fatica a realizzare nel corso della nostra vita.
Lo spirito di un’arte non si può insegnare, si tratta piuttosto di una trasmissione, ma cosa sarebbe un Aikido senza spirito: una lotta, un combattimento, una specie di zuffa senza capo né coda. È assolutamente possibile insegnare la tecnica senza trasmettere niente dello spirito, ma così, si tratta di tutta un’altra cosa. Forse self-defense oppure una tecnica di benessere.
Come in tutte le arti marziali abbiamo il Rei, il saluto, che ovviamente ne è l’espressione più immediatamente visibile, ma è attraverso la postura dell’insegnante che si trasmetterà ciò che è più importante. Per postura intendo un insieme estremamente complesso di segni che saranno reperibili dagli allievi: di sicuro l’aspetto fisico, la dinamica, la precisione, ecc., ma anche la maniera di far passare un messaggio, l’attenzione dedicata a ognuno dei praticanti in funzione di migliaia di fattori che l’insegnante deve percepire. È sviluppando la propria intuizione che si può avere la più grande e la più fine delle pedagogie, e così apportare gli elementi dei quali il praticante ha bisogno per approfondire la propria arte, per meglio comprenderne le radici.

Lo spirito dell’Aikido non si impara

Lo spirito dell’Aikido non si impara, lo si scopre, non ci cambia, ci permette di ritrovare le nostre radici umane, di raggiungere ciò che c’è di migliore nell’essere umano.
«L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.»*
Il desiderio del fondatore dell’Aikido era di avvicinare gli esseri umani, per lui il mondo era come una grande famiglia: «Nell’Aikido, l’allenamento non è fatto per diventare più forti o vincere l’avversario. No. Aiuta ad avere lo spirito di mettersi al centro dell’Universo e di contribuire alla pace mondiale, di far sì che tutti gli esseri umani formino una grande famiglia».*

Un inno alla gioia

O Sensei diceva: «Praticare sempre l’Aikido in modo vibrante e gioioso.»*
Non si parla molto spesso della gioia, il nostro mondo ci incita alla tristezza, a reagire con violenza agli eventi, a criticare le carenze del sistema, a vedere i difetti degli altri, a essere competitivi. Ma tutto questo finisce per renderci scorbutici, irritabili e rovina il nostro piacere di vivere semplicemente.
La gioia è una sensazione che considero sacra. La gioia di vivere, di sentirsi pienamente vivi in tutto ciò che si fa, o ciò che non si fa. La gioia ci permette di vivere quello che molti considerano come delle limitazioni in modo completamente diverso, di considerarle come delle opportunità che ci permettono di andare più lontano, di approfondire ciò che il mio maestro chiamava la respirazione.
La gioia ci porta poco a poco verso la libertà interiore, che è la sola libertà che valga veramente la pena di scoprire come racconta così bene il maestro di Tai-chi-chuan Gu Meisheng (1926-2003) che la scoprì nelle prigioni cinesi all’epoca di Mao.
Essa ci permette di uscire dalle convenzioni che i diversi sistemi ci impongono.

Lo spirito dell’Aikido, lo si trova nella natura, non una natura esterna all’essere umano ma l’umano che fa parte della natura, essendo egli stesso natura.
«La pratica dell’Aikido è un atto di fede, una credenza nel potere della non violenza. Non è un tipo di disciplina rigida o di vuoto ascetismo. È una via che segue i principi della natura, dei principi che devono essere applicati nella vita quotidiana. L’Aikido deve essere praticato dal momento in cui vi alzate per accogliere il giorno fino al momento in cui vi ritirate per la notte.»*
Ogni mattina cominciare nella calma del dojo con una meditazione di due o tre minuti circa per ricentrarsi, concentrarsi. Poi passare alla Pratica respiratoria, come l’ha chiamata Tsuda Sensei, e che O Sensei Morihei Ueshiba faceva ad ogni seduta. Si può allora abbordare la seconda parte, la pratica con un partner, il piacere della comunicazione attraverso la tecnica, la respirazione Ka Mi e tutto ciò molto di buon’ora mentre molte persone al di fuori sono appena emerse dal sonno.
Quando non c’è niente di programmato, quando si è vuoti da ogni pensiero, in questi momenti sublimi in cui la fusione si realizza con il partner, allora si è nello spirito dell’Aiki.
Come nello Zen, ci viene proposto di vivere qui e ora, di non essere diversi da ciò che siamo, ma di guardare con lucidità ciò che siamo diventati.

L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.

La trasmissione dello spirito

Per comprendere lo spirito dell’Aikido bisogna, secondo me, immergersi nel passato, non solo del Giappone ma anche e forse soprattutto, della Cina antica. Andare a cercare i pensatori, i filosofi, i poeti che alimentarono la riflessione e diedero peso al pensiero orientale. È grazie al mio maestro Tsuda Itsuo che ho scavato in questa direzione: non perché egli abbia fatto dei corsi di filosofia o tenuto dei seminari sull’argomento, lui che non parlava se non con parsimonia, ma al contrario ci ha lasciato con i suoi libri una riflessione sull’Oriente e l’Occidente, creando un ponte tra questi due mondi che sembravano antinomici.
L’immensa cultura di questo maestro, che ho avuto la fortuna di conoscere, mi aveva all’epoca lasciato sbalordito, ma poco a poco ho potuto accedere alla comprensione del suo messaggio, della sua opera filosofica che mi avevano nutrito. Ma quest’uomo, che avevo ammirato, aveva lasciato anche delle tracce che vedevo senza comprendere, altri segni, come i maestri Zen: ha lasciato delle calligrafie. Come in quest’arte, che si chiama oggi lo Zenga ci ha trasmesso un insegnamento attraverso gli ideogrammi, le sentenze di Chuang-tzu, Lao-tzu, Lin-tsi, Bai Juyi o dei proverbi popolari. Ognuna di queste calligrafie ci fa scoprire una storia, un testo, un’arte, che ci permette appunto di andare più lontano nella comprensione di questo spirito che sottende la nostra pratica.

Senza la sensazione concreta del ki, passiamo a lato dell’essenziale.

Risvegliare la forza interiore

«Ci sono delle forze in noi, ma restano latenti, dormienti. Bisogna svegliarle, attivarle.», scriveva Nocquet Sensei in un articolo apparso nel 1987. Questa frase fa eco per me alla calligrafia di Tsuda Sensei «Il dragone esce dallo stagno ove giaceva addormentato, il talento traspare». Nei due casi questi maestri parlano del ki e ci incitano a cercare in questa direzione.
Senza la sensazione concreta del ki ci perdiamo l’essenziale. Come parlare dello spirito dell’Aikido senza farne una sequela di regole da rispettare se non seguendo, ritrovando i fondamenti dell’essere umano. La nostra società industriale moderna ci facilita talmente la vita che non ci muoviamo più, ci spostiamo troppo facilmente, nelle città dobbiamo fare solo qualche metro per nutrirci invece di correre, cacciare o coltivare. L’Aikido permette di spendere quest’energia in eccesso che altrimenti ci fa ammalare. Ma non si tratta solo dell’aspetto fisico, motorio, è tutto il nostro corpo che ha bisogno di ritrovarsi, di normalizzarsi. Il nostro spirito sovraccarico di informazioni inutili ha anch’esso bisogno di riposarsi, di ritrovare la pace in mezzo all’agitazione che ci circonda.

Lo spirito dell’Aikido è l’Aikido

Lo spirito dell’Aikido si trova nella pratica stessa e poco a poco lo si scopre. Ed è un reale godimento questa scoperta. Le persone che iniziano, quando prendono coscienza della sua importanza, entrano pienamente in quest’arte che è la nostra. Spesso è a questo punto che cominciano le difficoltà nello spiegare quello che facciamo. Si desidera parlarne, invitare degli amici a venire a partecipare ad almeno una seduta.
Si prova a far capire che cosa si risente. Gli altri constatano il nostro entusiasmo ma non riescono a capire di cosa si tratti. E le risposte che si ricevono alle nostre spiegazioni, a ciò che cerchiamo di far passare sono spesso piuttosto deludenti. Possono andare da «Ah, sì anch’io ho fatto dello Yoga l’anno scorso durante le vacanze al club Med. Ma non ho tempo di fare una cosa così, capisci, non ho veramente il tempo.» Fino a «Sì,  la tua cosa è veramente simpatica ma è troppo complicata, sai io faccio del self-defense, californio-australiana, ed è veramente efficace…». Passare da un mondo ad un altro richiede di essere pronti, essere pronti a scoprire molto semplicemente ciò che non si conosce ancora, ma che si intuisce. Si comincia a praticare perché si è letto un libro, un articolo, e si è rimasti scioccati, ci si è detti: «Strano questo tipo, ma mi piace quello che racconta, mi piace questo spirito, lo sento vicino, vicino a ciò che penso io».

Un’arte per la normalizzazione dell’individuo

Molto spesso è lo spirito della pratica che ci fa continuare per molti anni, raramente sono le prodezze fisiche o tecniche, che in ogni modo sarebbero limitate dall’età. La sola cosa che non ha età è il ki, l’attenzione, la respirazione come lo chiamava Tsuda Sensei. Essa può approfondirsi senza alcun limite, ed è per questo che ci sono stati dei grandi maestri.
Se si risveglia la propria sensibilità, se c’è la continuità, e se si è ben guidati; se l’insegnamento non si limita alla superficie ma ci permette di scavare, di aprire da soli delle porte di cui non sospettavamo l’esistenza, allora tutto è possibile. Quando dico tutto è possibile, voglio dire che ognuno diviene responsabile di se stesso, della propria vita, della qualità della propria vita.
Come dice Yamaoka Tesshū: «L’unità del corpo con lo spirito può fare tutto. Se una lumaca vuole fare l’ascensione del monte Fuji, allora ci riuscirà.»
Non cercare la notorietà, non cercare di diventare ma piuttosto di essere grazie alla realizzazione personale. Placare le tensioni interne, unificare il corpo e lo spirito, che molto spesso lavorano in direzione contraria, quando non lavorano l’uno contro l’altro, ecco il senso profondo della ricerca che possiamo fare nella pratica delle arti marziali.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 18) nel mese di ottobre del 2017.

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Note

* Citazioni tratte dal libro L’art de la paix : Enseignements du fondateur de l’Aïkido Interviste e scritti di Morihei Ueshiba raccolti da John Stevens, Guy Trédaniel Éditeur, 2000, traduzione italiana della Scuola Itsuo Tsuda.

Aikido : un’evoluzione dell’essere

Di Régis Soavi

L’Aikido è uno strumento della mia evoluzione, mi ha fatto evolvere, ho dovuto soltanto seguire con tenacia questa strada che si apriva davanti a me, che si apriva dentro di me. Come tanti altri, sono arrivato a questa pratica per la sua marzialità. Ma la sua bellezza, come anche l’estetica dei suoi movimenti, mi hanno rapidamente affascinato, e questo già con il mio primo professore Maroteaux Sensei. Poi, quando ho avuto modo di vedere Masamichi Noro Sensei, e Nobuyoshi Tamura Sensei, ho avuto la conferma di quello che avevo intuito: l’Aikido era una cosa completamente diversa da quello che conoscevo.

Arrivavo dal mondo del Judo, con le immagini che ci erano state trasmesse, come ad esempio quella del ramo di ciliegio che si copre di neve e che tutt’a un tratto la lascia cadere e si raddrizza. Ero già andato oltre le idee che giravano all’inizio del secolo e negli anni cinquanta di un “Jiu Jitsu giapponese che trasforma un uomo piccolo e mingherlino in un mostro di efficacia”.
La realtà della mia periferia e soprattutto gli avvenimenti ai quali avevo preso parte negli anni dal ‘68 al ‘70 avevano già spazzato via tutte queste immagini. Avevo appena vent’anni quando ho incominciato a praticare l’Aikido, e se il mondo non era certo come lo avrei desiderato, poteva essere cambiato. Potevamo passare dalla barbarie mondiale, con le sue guerre, le sue carestie, le sue incomprensioni tra i popoli, ad una società più umana, una società finalmente pacificata. E ovviamente l’Aikido ce lo avrebbe permesso. Il Maestro Ueshiba era appena deceduto, ma ci lasciava un’eredità incredibile, con una quantità di discepoli giovani o meno giovani pronti a guidarci, ad insegnarci. Faccio parte di questa generazione, piena di queste speranze, dopo la delusione dovuta al disastro di quello che avevamo sperato essere una rivoluzione umanista nel Maggio ‘68 in Francia. La filosofia trasmessa dall’Aikido risuonava in noi, ci incitava ad essere forti per combattere l’ingiustizia. Come spiegavano i libri di Tadashi Abe e Jean Zin1, di E. Herrigel2, o anche un po’ più tardi e a modo suo di K.G. Durkheim3, era un’Arte Cavalleresca. Forse saremmo stati i cavalieri dei tempi moderni… Jigoro Kano Sensei aveva, all’alba del ventesimo secolo, trasformato il Jiu Jitsu in “un’arte”, una via, era stato uno degli iniziatori di questo cambiamento storico ed era riuscito a farlo conoscere. Gli ideali di Kano Sensei dovevano essere trasmessi dall’educazione, l’arte del Judo ne era lo strumento.
O Sensei Morihei Ueshiba si era anche lui evoluto. Come ogni uomo, il tempo, l’età, l’esperienza, ma molto più di tutto questo, la sua illuminazione, questo istante di coscienza, che evocava così bene ed in modo così poetico e che aveva aperto in lui una porta verso l’ignoto.
Dell’Aikido che si era già costruito come pratica marziale, arte del combattimento, ha tenuto la forma, il rigore, ma la filosofia che ne costituiva la base non era più la stessa, iniziava a parlare dell’amore con la A maiuscola, dell’“Amore universale”.

Un’altra dimensione

Quando Tsuda Sensei che aveva già quarantacinque anni incontrò il Maestro Ueshiba che ne aveva settantasei, misurò subito la grandezza di O Sensei, l’intensità del suo messaggio. Poteva capirlo grazie alla sua età, alla sua cultura immensa, e forse anche perché non arrivava dalle arti marziali, ma dal Seitai, che studiava con Haruchika Noguchi Sensei4 già da una quindicina di anni. Profondamente pacifista, aveva anche subito in età adulta, la Seconda Guerra mondiale, con il suo corteo di massacri e la sua tragica fine nucleare.
Con Itsuo Tsuda scoprivo qualcosa di diverso da quello che avevo appreso fino ad allora. Non si trattava di esercitarsi o di integrare delle tecniche e di ripeterle all’infinito. Ci presentava qualcosa di diverso, un’altra dimensione. Il suo talento era nella respirazione, il ki, questa nozione così misteriosa, che con lui, diventava estremamente concreta, comune, quasi banale.

A causa, e soprattutto grazie a questo, il mio Aikido evolveva, la mia pratica si trasformava. Avevo sentito parlare dell’aspetto religioso dell’Aikido, del rapporto che il fondatore aveva coltivato con l’Omoto-kyo fino alla fine della sua vita. Questo aspetto è stato rifiutato da alcuni aikidoka. Le religioni non erano più di moda ed in ogni caso non bisognava mescolare le cose, bisognava sbarazzarsene, ritornare indietro, alle origini, al combattimento, alla dura realtà della vita e quindi più o meno alla giungla. Gli avvenimenti recenti non gli danno forse ragione, con la loro violenza, ed i suoi corollari, il suo corteo di protezioni, la tendenza al ripiegamento su se stessi, sui propri interessi?

Il mio maestro ci proponeva una prospettiva tutta diversa. Parlava spesso della sua immensa ammirazione per il Maestro Ueshiba. Ci diceva che lui stesso stava cercando nella direzione che gli aveva dato il suo maestro. Ci guidava verso il sacro, non verso il religioso ma verso il sacro, era la sua maniera di insegnarci l’arte del misogi,5 di trasmettere un messaggio a questo piccolo gruppo di Francesi che ignoravano, all’epoca, tutto o quasi delle tradizioni e della cultura giapponesi.

L’Aikido evolve

Per Régis Soavi, l'Aikido, è l'approfondimento della percezione del ki.
Per Régis Soavi, l’Aikido, è l’approfondimento della percezione del ki.

Se l’Aikido si è evoluto, dobbiamo per questo classificarlo oggi tra le tecniche di benessere, di rilassamento o di gestione dello stress? La filosofia della nostra arte forse non ha finito di sorprenderci, per chi sa scavare, ed andare alla radice dell’essere umano, grazie a questo formidabile strumento.
Se l’Aikido evolve è attraverso il nostro incontro con esso, perché ogni giorno, ogni mattina precisamente, durante ogni seduta ci mettiamo in armonia con l’altro, gli altri, e di conseguenza con l’Universo.
L’Aikido è multiplo ma il suo fondamento è “UNO”, è per me una ricerca, un approfondimento della mia respirazione, della mia percezione del ki. Perché il cambiamento che si produce dentro di noi è la scoperta del mondo del ki.
L’Aikido evolve perché io evolvo. La mia comprensione lo fa evolvere in me.
La nostra arte ha fatto molto più che evolversi, si è radicalmente staccata dalle sue origini, ha cambiato orientamento, ha cambiato il “nostro” orientamento.

La mia domanda è quindi: dobbiamo far evolvere l’Aikido perché non è più adatto alla nostra epoca? Il mondo è cambiato certo, i suoi valori non sono più gli stessi, ma gli individui sono realmente cambiati? Oppure vogliono una volta ancora uscire dall’impasse in cui la società li ha portati?

Soffocare il nostro mondo interiore per sopravvivere o risvegliare il nostro mondo interiore per poter vivere.

Se tante persone cercano oggi in direzioni diverse da quelle che ci propone la società, non è per farla continuare così com’è, ma proprio perché desiderano cambiarla. Cambiarla per andare avanti e non per tornare indietro. Ma andare avanti non vuol dire fare tabula rasa del passato, al contrario. Bisogna saper approfittare dell’esperienza di questo passato, perché ci sono radici sane, non tutto è da buttare alle ortiche. In una società in cui gli individui sono diventati intercambiabili, ci sono dei valori eterni che possiamo conservare o ritrovare, ovvero riappropriarcene. Uno di questi valori è l’individualità, la differenza e la ricchezza delle persone che non chiede di meglio che di sbocciare. L’Aikido è qui per permettere loro questo sbocciare. Per questo sarà necessario lavorare sulla sensibilità, bisognerà ritrovarla nei meandri del nostro inconscio, del nostro involontario, di quello che fa di noi degli esseri umani, e non dei robot.

Il mondo dell’Aikido è per la maggior parte un mondo maschile, la sua evoluzione si farà anche attraverso il riconoscimento reale del femminile, come un mondo con valori propri, così vicino e allo stesso tempo così lontano.
Questo riconoscimento di un mondo che ha mantenuto un contatto con la vita nella sua semplicità, nel suo lato primitivo e propriamente istintivo può aiutarci a ritrovare noi stessi. Finiremo forse con l’apprezzare quello che sarà un vero equilibrio, basato su un’uguaglianza reale e non dettato da convenzioni antiquate. Un’uguaglianza dove la comprensione della differenza permette di apprezzarla.

Parlo della nostra evoluzione, quella che ci è indispensabile per andare avanti. I più grandi maestri non sono né aggressivi né violenti, al contrario. Anche se si parla della loro potenza, viene fatto l’elogio della dolcezza di Tamura Sensei, di Noro Sensei, di O Sensei Morihei Ueshiba, di Itsuo Tsuda Sensei. Senza che questo li sminuisca in alcun modo, senza che questo pregiudichi la loro forza, la loro personalità, al contrario. Se dovessimo trovare una via che ci porti alla pace, non sarebbe forse in questa direzione che dovremmo guardare?

L’amore di cui parla il fondatore non è qualcosa che si impara, questo Amore universale emerge dall’essere umano sincero quando si è sbarazzato da tutto quello che ne impediva l’emergere. Le sue debolezze, la sua condiscendenza, le sue paure, le sue rigidità, e tante altre cose. Ognuno di noi può fare la propria lista. Emerge dal più profondo di noi, a volte all’improvviso, sempre perché abbiamo abbandonato le nostre prerogative. Questo amore è ben lontano dall’essere un punto d’arrivo in sé, non si può misurare, la sua dimensione non è calcolabile, così può crescere mano a mano che il nostro respiro si approfondisce, che penetriamo un po’ di più in quella che chiamerò una dimensione supplementare: la sensazione concreta del ki. Al di là delle tre dimensioni a cui siamo abituati, e senza entrare nella quarta dimensione dei romanzi di fantascienza. Questa dimensione che è la sensazione fisica del ki in ogni sua forma, ci apre le porte verso una percezione più fine, più precisa del mondo. Un mondo in qualche modo allargato, un mondo che intuiamo e di cui abbiamo la chiave. Un mondo di libertà per noi e che si estende intorno a noi, che libera tutti quelli che vogliono cercare e lasciarsi guidare dalla loro intuizione, dal loro kokoro6, e dalla loro intelligenza in profondità.
La percezione di questa dimensione mi sembra essere un’evoluzione logica che deve derivare dalla natura stessa della nostra pratica e per questo dobbiamo dirigere tutta la nostra energia in questa direzione. Dobbiamo operare senza sosta perché i nostri allievi, e per estensione le persone che li circondano, possano beneficiare di questa scoperta.

L’Aikido: sport olimpico, arte di combattimento o tecnica di rilassamento?

Qual è il futuro di questa pratica? Se ha un passato glorioso sembra che oggi attiri sempre meno persone. Forse le rigidità amministrative dello Stato francese hanno bloccato l’entusiasmo delle generazioni passate. La scolarizzazione della società, già denunciata da un filosofo come Ivan Illich7 negli anni ‘70, fu applicata nell’insegnamento dell’Aikido, con i suoi programmi, i suoi esami, le sue ricompense. Questa idea di progressione basata sulla performance ha spesso, passato l’entusiasmo dell’inizio, stancato i giovani praticanti. Quelli che praticano da tanto tempo e ripetono sempre la stessa cosa non vedono più verso cosa stanno andando e a volte sono delusi da quest’arte che non ha portato loro quello che avevano creduto d’intravedere all’inizio. I nostri maestri e i nostri predecessori che avevano conosciuto O Sensei avevano visto qualcos’altro in questo uomo fuori dal comune. Sapevano che l’Aikido non si riduceva ad un’efficacia miracolosa dovuta a concatenazioni di tecniche eseguite sempre più velocemente.

Come arte di combattimento, senza gli anni di allenamento quotidiano, è molto spesso un’illusione, e anche con gli allenamenti intensivi, rimane comunque un’illusione. Anche i meglio preparati non possono garantire niente, perché tanti fattori entrano in gioco in un incontro violento. Si può allora lasciarsi andare a paragonare le differenti arti: Boxe Inglese, Cinese, Tailandese, Jiu Jitsu Brasiliano, Vale tudo, ecc., ognuno può tirare a sé la coperta argomentando. È la polemica verbale, e a volte finisce sul ring in un confronto ben lontano dagli ideali dei nostri poveri maestri, il cui unico desiderio mentre ci insegnavano quest’arte era di farci diventare esseri umani a tutti gli effetti, donne e uomini di valore. L’Aikido, con i suoi valori umanisti, era portatore di speranza nel ventesimo secolo, trovava un’eco nella nuova generazione che usciva dall’oscurantismo antiquato del conformismo. L’epoca lo ha trasformato, non ha saputo, potuto, resistere alle sirene della modernizzazione, dell’ognuno per sé, del cocooning o del ritorno al passato verso i valori-rifugio del tipo autorità, condizionamento, spirito di competizione.

L’autonomia

L’autonomia non si può insegnare, si scopre allo stesso modo delle capacità individuali, ma ci vuole tempo. Bisogna essere guidati, ma non forzati. Serve libertà, non lassismo. Forza senza rigidità. Infine, se sappiamo proporre questo in dojo che siano indipendenti dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni, dalle organizzazioni varie, allora vedremo persone riunirsi, per evolvere insieme grazie alla nostra pratica. Se non si dimentica che l’asse principale della nostra ricerca è il ki, le sue manifestazioni, la comprensione della sua importanza, il suo utilizzo attraverso la sensazione della vita che ci anima.

L’essenziale è nella scoperta della direzione da seguire, quella che ci porta all’autonomia, alla realizzazione dell’Essere nella semplicità.
Posso così fare mie le parole dell’Internazionale di Eugène Pottier8, come quelle della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges9 o quelle di Gesù di Nazareth o anche quelle di Buddha. Basta che io ne faccia una lettura non di parte ed aperta. Se l’Occidente ha una mente manichea, è completamente diverso in Oriente. Senza idealizzare l’uno o l’altro, la nostra ricerca deve portarci ad afferrare il meglio di ogni cultura. Il nostro mondo non è dei più allegri, ci mostra ogni giorno, attraverso i media, il suo volto spesso così deformato, con il suo carico di incomprensioni, di difficoltà e anche di orrori. Se è difficile agire efficacemente sulla società a livello mondiale, invece, possiamo agire a livello regionale, intendo dire vicino a noi, nel nostro entourage.
L’Aikido, se si sviluppa nello spirito di cui ho provato a dare un’idea, può essere uno strumento formidabile per rendere la nostra società più umana, più tollerante, ed anche più accogliente. È un’arte eccezionale che non chiede altro che svilupparsi. Siamo noi insegnanti di oggi che dobbiamo dare risposte, dare una direzione sana alla nostra pratica, con franchezza, senza nasconderci dietro ideologie o idee preconcette, per poter essere all’altezza di quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di luglio del 2017.

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Note

1  Jean Zin et Tadashi Abe, La vittoria attraverso la pace.
2  E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco.
3  K. G. Durkeim, Hara, centro vitale dell’uomo.
4  Noguchi Haruchika (1911-1976) è il fondatore del Seitai.
5  Per Ueshiba Morihei l’Aikido è un Misogi, una pratica di purificazione del corpo e della mente.
6  Il termine kokoro esprime un concetto, ha quindi un significato più esteso rispetto ai suoi equivalenti “cuore” “anima” o “spirito” spesso utilizzati per tradurlo.
7  I. Illich, Una società senza scuola (titolo originale: Deschooling Society).
8  Eugène Pottier (1816-1887) autore di L’Internazionale, canto rivoluzionario le cui parole furono scritte nel 1871 durante la repressione della Comune di Parigi, sotto forma di un poema alla gloria dell’Internazionale operaia.
9  Olympe de Gouges (1748-1793) ha lasciato numerosi scritti a favore dei diritti civili e politici delle donne e dell’abolizione della schiavitù.

Le Fonds Itsuo Tsuda

fonds_itsuo_tsuda.pngNotre but : soutenir et conduire, sans but lucratif, toute activité d’intérêt général à caractère culturel destinée à conserver et diffuser l’œuvre philosophique d’Itsuo Tsuda.  Ce but s’articule autour de trois axes :

  • l’acquisition, la conservation et la diffusion de l’œuvre calligraphique ;
  • la diffusion de l’œuvre littéraire ;
  • la conservation et la diffusion des archives photographiques et vidéos.

Le fonds de dotation est un outil de financement du mécénat, une sorte de fondation qui répond à la quasi-totalité des droits et devoirs des fondations reconnues d’utilité publique.

Les donateurs peuvent bénéficier d’une réduction d’impôt sur le revenu égale à 66% du montant de leurs don.  Par exemple un don de 300€ ne coûtera que 100€ après déduction d’impôt. reduction_dimpot_don_mecenat Plus d’information sur la structure des fonds de dotation ici

L’œuvre calligraphique :

L’œuvre calligraphique d’Itsuo Tsuda étant dispersée aux quatre coins du monde, nous avons souhaité la réunir et la rendre accessible à toutes les personnes intéressées. C’est chose faite en 2017, avec la publication du livre « Itsuo Tsuda, Calligraphies de Printemps ».  Ce  formidable ouvrage n’aurait pas vu le jour sans un immense travail bénévole : le prix de vente ne servant qu’à couvrir les frais d’impression et d’expédition.

La diffusion de l’œuvre littéraire :

Yume Editions, est la marque éditoriale du fonds de dotation Itsuo Tsuda, avec laquelle l’œuvre d’Itsuo Tsuda est diffusée en anglais et italien.

CouvTsuda_PathOfLess_MiniGrâce aux dons des particuliers et au travail bénévole, nous pouvons proposer aujourd’hui des traductions de qualité professionnelle.  Sont déjà disponibles :

  • The Non Doing
  • The Path of Less
  • The Science of the Particular
  • One
  • The Dialogue of Silence, sera très bientôt disponible et The Unsteady Triangle est déjà en cours de traduction

En vente ici : http://yumeshop.fonds-itsuo-tsuda.org/fr/

C’est aussi ainsi que nous avons pu publier en 2014 le livre Cœur de ciel pur, œuvre posthume réalisée à partir d’inédits d’Itsuo Tsuda, éditée au Courrier du Livre – éditions Trédaniel (disponible en librairie)

La conservation et la diffusion des archives photographiques et vidéos :

La numérisation des documents pour un archivage qui puisse traverser le temps est aussi un des objectifs du fonds Itsuo Tsuda. Il nous tient à cœur de regrouper ces documents en un fonds d’archives accessible au public comme aux pratiquants et aux dojos. Ce sont des archives que nous considérons comme un patrimoine de l’humanité qui doivent donc être conservées et appartenir à tous.

Nous renouvelons ici nos remerciements à ceux qui nous soutiennent et nous rappelons que tout le travail est fait par des bénévoles. Alors si vous souhaitez soutenir l’action du fonds de dotation, contactez-nous  :  contact@fonds-itsuo-tsuda.org

Fonds Itsuo Tsuda,
50 rue du Volga 75020 Paris
Siret 538 200 254 00018

Itsuo Tsuda Calligraphies de Printemps

L’événement autour de la publication du livre Itsuo Tsuda, Calligraphie de Printemps s’est tenu les 18 et 19 novembre 2017 au Dojo Tenshin à Paris. Le public présent a pu apprécier près de 100 reproductions de calligraphies  d’Itsuo Tsuda et découvrir un livre de 468 pages.

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Présentation par Régis Soavi

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Il ki, una dimensione a pieno titolo

Di Régis Soavi

«Il ki appartiene alla sfera del sentire e non a quella del sapere». Itsuo Tsuda

Appena si parla del ki si passa per un mistico, una specie di strampalato: «Non è scientifico, nessuno strumento, nessuna macchina è capace di provare, di dimostrare che il ki esista». Sono perfettamente d’accordo. Effettivamente se si considera il ki come un’energia super potente, una specie di magia capace di proiettare le persone a distanza o di uccidere solamente grazie a un grido, come si credeva con il kiai, si rischia di attendersi dei miracoli ed essere molto velocemente delusi.

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Sottoscrizione libro calligrafie

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SOTTOSCRIZIONE per la pubblicazione di

Itsuo Tsuda, Calligrafie di Primavera

Un’immersione nell’opera calligrafica di Itsuo Tsuda

Tiratura limitata.

Libro disponibile a partire dal 18 maggio 2018, a Milano, presso il Dojo Scuola della Respirazione durante l’esposizione organizzata per  l’occasione, o su appuntamento, oppure il libro potrà essere spedito (a carico dell’acquirente).

Il prezzo è di 75€ e corrisponde alle spese di produzione. Nessun beneficio sarà realizzato su queste vendite. Per ordinare andate a questa pagina : http://yumeshop.fonds-itsuo-tsuda.org/it/calligraphies/37-libro-calligrafie.html

Presentazione generale

Monografia dedicata all’opera calligrafica del filosofo-scrittore Itsuo Tsuda (1914-1984). Libro d’arte, copertina rigida, rilegatura a filo, formato 30x24cm, 476 pagine di cui 99 con foto a colori a tutta pagina.
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Presentazione de La Via della Spoliazione

Presentazione de La Via della Spoliazione

[VIDEO] La splendida Sala del Grechetto di Palazzo Sormani, a Milano, ha ospitato, Venerdì 12 Febbraio alle ore 18, la presentazione del libro La via della Spoliazione di Itsuo Tsuda, edito dalla Yume Editions.
L’evento, organizzato dalla Scuola della Respirazione in Cover_ItsuoTsuda_LaViaDellaSpoliazione_WEBcollaborazione con la Biblioteca Comunale Centrale di Milano, si è svolto davanti a un pubblico attento e numeroso. Dopo un breve video di presentazione sulla filosofia e il pensiero del Maestro Tsuda, alcuni praticanti della Scuola della Respirazione hanno letto una selezione di brani tratti da La via della Spoliazione.
In seguito, Régis Soavi, ospite della serata, rispondendo alle domande interessate del pubblico, ha rilasciato una testimonianza sull’importanza che la filosofia pratica e i libri di Itsuo Tsuda possono avere nella vita quotidiana.
L’organizzazione della serata ha coinvolto molti di noi ed è stato interessante anche lo scambio con il personale della biblioteca, che ha contribuito allo svolgersi della serata con attenzione e sensibilità.

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Hanami à Paris

Nous avons eu le plaisir de participer à Hanami au jardin d’acclimatation de Paris les 23 et 24 avril. Le Hanami est une coutume japonaise qui consiste à contempler les fleurs, en particulier celles des cerisiers, dans la période où elles entrent en pleine floraison. Cet événement Parisien où plus de dix mille personnes ont parcouru ce jardin, était organisé en collaboration avec la Japan Expo.

Film de la démonstrations d’Aïkido, Pratique respiratoire

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Kokyu rivelazione dell’unità dell’essere

Di Régis Soavi

In uno dei suoi libri Itsuo Tsuda ci dà il suo punto di vista su Kokyu :

Cover_ItsuoTsuda_LaViaDellaSpoliazione_WEB«Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di ”kokyu”, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha “kokyu”, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di ”kokyu” per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il “kokyu” non si spiega, si acquisisce.
Quand’ero giovane, ho visto un operaio lavorare con il suo cacciavite su macchinari molto arrugginiti. Ho provato a svitare, ma invano, tanta era la ruggine. Per lui, la cosa non poneva alcun problema, svitava con facilità, non perché fosse più forte, ma perché aveva il “kokyu”.
Quando si acquisisce il “kokyu”, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora «indomabili», divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.
Il ki , il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.
Un maestro di arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro, si dice. I Francesi sanno farli tacere infilando loro uno zuccherino in gola. È astuzia, è un trucco, ma non è kokyu, respirazione, che è tutt’altra cosa.»

Itsuo Tsuda, La Via della Spoliazione – Yume Editions

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Misogi del primo gennaio

Le note che seguono hanno la funzione di ritracciare le origini e i momenti importanti della preparazione e dello svolgimento del Misogi del primo gennaio così come si pratica nei dojo della Scuola Itsuo Tsuda. Non sostituiscono in nessun modo la trasmissione orale e il vissuto della cerimonia, sono delle indicazioni non un procedura imposta da seguire. Per aiutare a entrare meglio nell’ambiente di questi momenti, sembra utile presentare questo testo basandosi sui tre ritmi della tradizione giapponese: jo -ha -kyu.
Ecco sull’argomento, qualche estratto del libro di Itsuo Tsuda, La scienza del particolare: « Studiando il teatro Nō, ho conosciuto i tre ritmi: jo -lento, ha -normale, e kyu -rapido […]. Jo significa introduzione, ha rottura, cambiamento, e kyu rapido […]. I frutti crescono gradualmente (jo), maturano a vista d’occhio (ha), e di colpo si staccano dai rami (kyu). »

Origine e preparativi (jo)

La vita dei dojo della nostra Scuola è ritmata da diversi cicli temporali. Tra quello che inizia con la creazione del dojo e quello, quotidiano, delle sedute di invitation misogiAikido, si trovano il ciclo plurisettimanale delle sedute di Katsugen undo, il ciclo stagionale degli stage e quello annuale del Misogi del primo gennaio.

 

Misogi è una pratica che viene dallo Shinto pre-buddista. Lo Shinto o Kami-no-michi, via degli Spiriti della Natura o via degli Antenati non è una religione come si intende in Occidente. Una religione nel senso occidentale comprende una dottrina, dei rituali e una morale. Nello Shinto, non ci sono né una dottrina ben definita né una morale, restano dei rituali tra cui si trova Misogi. È nel Kojiki (Cronache dei Fatti Antichi) che si trova la prima traccia scritta di questo termine, e più precisamente nel passaggio in cui Izanagi, volendo sbarazzarsi dello sporco preso quando era passato dal regno dei morti, andò a fare delle abbluzioni –misogi– in un corso d’acqua.

Noh-okina

Questo rito, in Giappone, si svolge in molti luoghi, in particolare nei dojo di arti marziali ma anche nei teatri Nō. Nel caso dei dojo di arti marziali, prende generalmente la forma di una seduta intensiva che si tiene dopo l’inizio dell’anno solare. Nei teatri Nō, la cerimonia porta il nome del brano che viene rappresentato: Okina. Esso ha luogo unicamente il primo giorno dell’anno o nelle grandi occasioni. Le porte del teatro sono chiuse durante il suo svolgimento, cosicché le persone in sala prendano parte al Misogi con gli attori. La loro entrata in scena è preceduta da diversi rituali che possono variare da una scuola all’altra, tra questi, si trova  kiribi: un assistente batte delle pietre focaie davanti ad ogni attore e poi sulla scena. Il momento centrale del Misogi è  Okina. Composto da tre danze, è il brano più antico del repertorio, non ha una trama narrativa. Quando è soltanto recitato, porta il nome di  Kami Uta che il Maestro Tsuda ha tradotto con Nō divino.
Nel suo dojo a Parigi, egli aveva scelto per il Misogi una forma che deriva da quella praticata nei teatri Nō. Nei giorni precedenti l’inizio dell’anno, così come lo shite -attore principale- dell’Okina, rallentava le sue attività. Il giorno della cerimonia, recitava il Nō divino dopo che uno dei praticanti aveva battuto le pietre focaie. Un anno in cui condusse il Misogi a Ginevra, aveva detto ai suoi allievi che potevano, in sua assenza, fare la prima parte della pratica respiratoria al posto della recitazione del Nō divino. Dopo la morte del Maestro Tsuda, Régis Soavi, che fu suo allievo per dieci anni, propose, nei dojo dove insegnava, di associare un elemento live -la prima parte della pratica respiratoria e in particolare la recitazione del Norito– a una registrazione del Nō divino recitato dal Maestro Tsuda e realizzata negli ultimi anni della sua vita.

Misogi è generalmente tradotto con purificazione, ma bisogna evitare di cercarvi una connotazione morale. Misogi non significa diventare buoni, gentili o smettere di essere cattivi… Bisogna intendere questo termine ‘purificazione’ come sinonimo di spoliazione. Per estensione di questa traduzione, se si considera che quando si purifica una sostanza essa si addensa, si concentra, si può considerare questo rito come un processo di ricerca e di scoperta della concentrazione. Il Misogi del primo gennaio è una festa, è una cerimonia laica con origini rituali giapponesi.

De droite à gauche : Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda lors du 1er janvier 1971
Da destra a sinistra: Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda al 1 ° gennaio 1971. Collezione privata di Madame Noro Tavel

I preparativi per la cerimonia iniziano in generale verso la metà dell’autunno. Ciò che attira in primo luogo l’attenzione è la creazione dell’invito che sarà mandato alle persone che i membri del dojo desiderano invitare al Misogi. È un momento privilegiato per far scoprire il dojo a persone a noi vicine, che siano più sensibili alla concentrazione della cerimonia o al lato più conviviale che segue con il brindisi con il sake. Verso la fine di novembre, un gruppo di persone, in generale i membri del consiglio direttivo, predispone il planning e la lista dei compiti da svolgere, in particolare per quanto riguarda le pulizie del dojo. La parola “pulizie”, intesa nel senso di abluzione, è quindi la traduzione prima di Misogi. Così come Izanagi si bagnava nel fiume, il dojo si lava abbondantemente. Quello che potrebbe essere visto come un compito noioso è spesso un momento gioioso, scaglionato su uno o due week end in mezzo al mese di dicembre. È il momento di pulire 202493_124932644336910_2084791010_oposti un po’ dimenticati nel resto dell’anno e di alleggerire gli armadi da certi oggetti non utilizzati, che a volte continueranno la loro vita a casa di qualcuno, in ogni caso lontano dal dojo. I pranzi in comune durante le giornate di pulizie sono l’occasione di spiegare ai nuovi lo svolgimento della cerimonia e di cominciare a vedere chi sarà presente e chi vuole partecipare.

 

560830_124933077670200_1026697845_nTra i  ruoli importanti, possiamo citare: la persona che conduce la seduta, quella che batte le pietre focaie, le persone che vogliono praticare, quelle che si occupano dell’accoglienza e di far prendere posto alle persone che assistono, la persona che fa partire la registrazione del Nō divino. E anche quella che va a comprare il saké, quelli che lo servono, quelli che coordinano la lista dei piatti e dolci portati per accompagnare il saké. Torneremo più avanti su alcuni punti specifici. Si può comunque già dire che è difficile pensare che la persona che conduce la seduta o quella che batte le pietre focaie debbano anche gestire, per esempio, il servizio del saké. Tutto questo implica quindi l’impegno di un numero notevole di persone nell’ottica di uno svolgimento piacevole per tutti del Misogi.
Nelle settimane che precedono la cerimonia, viene presa una decisione riguardo alla persona che condurrà la seduta e quella che batterà le pietre focaie. Questa scelta è sempre una convergenza tra un desiderio individuale e un desiderio collettivo. Non è raro che dei nomi emergano rapidamente durante le discussioni, è in ogni caso incongruo pensare che una persona o l’altra dovrebbe condurre perché non l’ha mai fatto! È apprezzabile anche che una certa intesa ci sia o si crei tra queste due persone. Succede a volte che un dojo inviti un membro della Scuola che pratica in un altro dojo, per condurre il Misogi, è comunque poco frequente. È preferibile che queste due persone  si immergano nell’ambiente dei preparativi della cerimonia. La loro presenza è quindi benvenuta durante le giornate di pulizie ed è indispensabile durante le prove (in generale una o due) dello svolgimento della cerimonia. Queste prove non hanno lo scopo di arrivare a una perfetta esecuzione ma piuttosto permettere ai partecipanti di sentire la concentrazione necessaria. Misogi potrebbe essere visto come uno spettacolo, per quanto il suo svolgimento è regolato minuziosamente, ma non si tratta di questo.

Prima della cerimonia (ha)

È fondamentale che I praticanti si organizzino in modo che l’essenziale per non dire la totalità delle questioni che si pongono e dei compiti da svolgere siano risolti il più in anticipo possibile rispetto al 31 dicembre. Questo ultimo giorno dell’anno -a parte la seduta mattutina di Aikido- non vedrà che un’ultima pulizia dei tatami e la creazione di un ikebana o di un mazzo di fiori. Il dojo sarà allora lasciato a riposo fino all’indomani mattina. Questo spazio temporale senza attività, che permette al luogo di vuotarsi, si chiama Ma in giapponese. È un preambolo essenziale al buon svolgimento del Misogi.

dojo

Il mattino del primo gennaio, la persona che conduce la cerimonia è probabilmente tra i primi a entrare al dojo. Se per caso, la incrociamo, non dobbiamo parlarle o preoccuparcene. Le sue prime parole quel giorno saranno per la recitazione del Norito.
Intorno alle dieci, i partecipanti cominciano ad arrivare. Sono accolti, idealmente, da due persone, una che praticherà e l’altra no. La seconda si incaricherà di fargli prendere posto mentre la prima, all’ora stabilita, chiuderà la porta del dojo.
Il tempo, relativamente breve, tra l’apertura del dojo e l’inizio della cerimonia è un momento particolare. Usciti dalle strade addormentate, a volte un po’ annebbiati dalle feste della vigilia, tutti scoprono allora il dojo bello e pulito come non mai. Siamo qui, il nuovo anno comincia!
Verso le dieci e venti, le persone che assistono sono sistemate sui tatami, davanti al tokonoma; un passaggio viene lasciato dietro di loro. La persona che conduce e quella che batte le pietre focaie hanno preso posto una di fronte all’altra. I praticanti si coordinano per uscire dagli spogliatoi e posizionarsi.

La cerimonia (kyu)
Régis Soavi lors du misogi 2012 au Dojo Tenshin
Régis Soavi al Dojo Tenshin il 1 ° gennaio 2012

Tra le dieci e venticinque e le dieci e trenta, il praticante incaricato dell’accoglienza chiude la porta così come la tenda, creando così uno spazio doppiamente chiuso.
Posizionandosi alla vista di colui che batte le pietre focaie, segnala che la cerimonia può cominciare. La persona che conduce avanza dall’angolo in cui era, per lasciare un passaggio dietro di sé.Les silex
Al momento opportuno, la persona incaricata delle pietre focaie le prende dalla scatola. Poi si alza e con un passo semplice e concentrato, fa il giro del dojo, fermandosi in ogni angolo per battere per due volte e ben alte le pietre focaie, che producono delle scintille che forse sarà la sola a vedere. Tramite quest’atto e questo percorso, materializza lo spazio sacro nel quale si trovano tutti i partecipanti.Capture1
Una volta finito ciò, sistema le pietre focaie nella loro scatola e raggiunge gli altri praticanti. La persona che conduce si alza per il saluto alla calligrafia. Contrariamente alle sedute quotidiane, non saluta con un’arma ma utilizza un ventaglio bianco che non verrà aperto.Come detto sopra, il Norito saranno le sue prime parole. Momento particolare, che nel quotidiano aiuta a fare il vuoto e permette il passaggio dalla vita corrente alla seduta, la recitazione prende quel giorno un’intensità più forte del solito.  La pratica respiratoria che segue è più breve, come nelle sedute di Ame no ukihashi ken.
Per concludere la cerimonia, si ascolta la registrazione del Nō divino recitato dal Maestro Tsuda. Questo documento sonoro ci permette di continuare a celebrare, in una forma che ci appartiene ma con uno spirito intatto, il Misogi come lui l’aveva fatto scoprire ai suoi allievi.

Le porte del dojo vengono riaperte verso le undici e un quarto, la sistemazione delle tazze da saké e delle cose da mangiare che l’accompagnano lascerà a tutti il tempo di ritrovarsi per festeggiare il nuovo anno.

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1. Sources : Armen GODEL, joyaux et fleurs du Nô. Édition Albin Michel 2010 et http://www.the-noh.com/en/plays/data/program_067.html

Portes ouvertes au Dojo Yuki Ho

Une philosophie pratique à découvrir

Le dojo Yuki Ho, présent à Toulouse depuis plus de trente ans et dédié à la pratique de l’Aïkido et du Katsugen Undo,  vous invite du 7 au 10 janvier 2016 pour un événement qui réunira lecture-rencontre, exposition de calligraphies, démonstrations et séances page1d’Aïkido, diffusion de films et interviews sur le Katsugen Undo.

« J’écris dans une langue qui n’est pas ma langue maternelle, mais celle d’un peuple qui passe pour être l’un des plus exigeants en matière littéraire. (…) Je m’aventure dans le domaine de l’inconnaissable, où la connaissance la plus parfaite de la langue, des mots dans leur coloration, leur saveur, et leur maniement n’arrivera pas à remplacer l’expérience. (…) Rien, en effet, n’est évident en ce qui concerne les aspects du ki. Lorsqu’ils deviennent évidents, ils cessent d’être le ki et entrent dans les catégories. L’intellectualisation commence. On peut toutefois faire le chemin inverse. On peut remonter, à partir des formes connue, à cette source insondable qui détermine le comportement chez l’individu. » Itsuo TsudaLire la suite

Una forma d’insegnamento misconosciuto : le calligrafie d’Itsuo Tsuda:

Il Maestro Tsuda ha insegnato attraverso diverse vie ed una di queste, forse la meno conosciuta, è la calligrafia. Non era un maestro di calligrafia, ma ha saputo utilizzarla per lasciare un messaggio che oggi fa parte dell’eredità dei suoi allievi.
Il progetto di riunire l’intera opera calligrafica del Maestro Tsuda era nato quand’egli era ancora in vita e già all’epoca alcuni allievi, con la sua approvazione, hanno cercato di raggruppare le calligrafie in un’unica raccolta ed anche dopo la sua scomparsa altri hanno continuato in questa direzione. Sono passati più di trent’anni ed oggi ancora stiamo perseguendo questo intento, ma non senza difficoltà, perché per noi si tratta di ridare giusto valore a questa forma d’insegnamento e farla conoscere. Ci siamo dati l’obiettivo di creare un libro che prima di tutto rispetti l’autore e la sua opera sia dal punto di vista del messaggio che voleva trasmettere sia dal punto di vista artistico.
Impresa impossibile? Quasi…Lire la suite

seitai tour {suite}

Le caractère du voyage

Après avoir évoqué le tourisme moderne qui s’est développé aux États-Unis et ensuite propagé dans le monde entier, Itsuo Tsuda insiste pour les voyages qu’il organisa entre 1977 et 1982 sur l’importance de la sensibilité :
«  Ce qui importe avant tout c’est la sensibilité des touristes vis-à-vis de l’expérience au contact d’un monde nouveau. Si la sensibilité est mal préparée, on ne voit rien d’autre que le reflet du passé dont on est chargé. »
Nous poursuivons donc ici la publication du bulletin dans lequel Itsuo Tsuda présenta le caractère des « Seitai Tours », seitai tour139publication illustrée par des photos prises par Bruno Vienne.

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