Archives par mot-clé : katsugen undo

Seitai e e vita quotidiana #4

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Yuki

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L’état de santé selon le Seitai #2

Suite des entretiens ou Régis Soavi, qui enseigne et initie les personnes au Katsugen Undo (Mouvement régénérateur) depuis quarante ans, revient  à l’essentiel des thématiques autour du Seitai et du Katsugen Undo. Pour cette deuxième vidéo, c’est la notion de santé selon le Seitai qui est abordée.

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Quelques informations complémentaires :

Le Seitai a été mis au point par Haruchika Noguchi (1911-1976) au Japon. Le Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur) est un exercice du système moteur extrapyramidal faisant partie du SeitaiItsuo Tsuda (1914-1984) qui introduisit le Katsugen Undo en Europe dans les années 70 en disait «Le corps humain est doué d’une faculté naturelle qui réajuste sa condition. Cette faculté […] est du ressort du système moteur extra-pyramidal »

Régis Soavi débute la pratique martiale par le Judo à l’âge de douze ans. Il étudie ensuite l’Aïkido, notamment auprès des maîtres Tamura, Nocquet et Noro. Il rencontre Tsuda Itsuo senseï en 1973 et le suivra jusqu’à son décès en 1984. Régis Soavi devient enseignant professionnel avec l’accord de ce dernier, et diffuse son Aïkido et le Katsugen Undo à travers l’Europe.

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Seitai et Katsugen Undo #1

Beaucoup de choses sont dites et circulent sur le web à propos du Seitai et du Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur). Dans cette série d’entretiens, Régis Soavi, qui enseigne et initie les personnes au Katsugen Undo depuis quarante ans, revient  à l’essentiel pour répondre à cette question « Qu’est-ce que le Seitai et le Katsugen Undo ? ».

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Quelques informations complémentaires :

Le Seitai a été mis au point par Haruchika Noguchi (1911-1976) au Japon. Le Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur) est un exercice du système moteur extrapyramidal faisant partie du Seitai.  Itsuo Tsuda (1914-1984) qui introduisit le Katsugen Undo en Europe dans les années 70 en disait «Le corps humain est doué d’une faculté naturelle qui réajuste sa condition. Cette faculté […] est du ressort du système moteur extra-pyramidal »

Régis Soavi débute la pratique martiale par le Judo à l’âge de douze ans. Il étudie ensuite l’Aïkido, notamment auprès des maîtres Tamura, Nocquet et Noro. Il rencontre Tsuda Itsuo senseï en 1973 et le suivra jusqu’à son décès en 1984. Régis Soavi devient enseignant professionnel avec l’accord de ce dernier, et diffuse son Aïkido et le Katsugen Undo à travers l’Europe.

Buongiorno Malattia #2

Seguito dell’Intervista a Régis Soavi sul Katsugen Undo (o Movimento rigeneratore), una pratica elaborata da Haruchika Noguchi e diffusa in Europa da Itsuo Tsuda: articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista « Arti d’Oriente » (num. 4 / maggio 2000).

per leggere la parte 1 –> http://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/bonjour-maladie/

Partita #2

-Come si può definire yuki?

– Far passare il ki.

-Come avviene che yuki aiuti ad attivare il movimento?

– Aiuta nella misura in cui sono stati fatti i tre esercizi, oppure gli esercizi per il movimento mutuale (l’attivazione attraverso i secondi punti della testa); questo è un altro modo di attivare il movimento. Yuki aiuta perché attiva; è molto importante per me dire che il yuki è fondamentalmente diverso da ciò di cui in genere si sente parlare, perché quando si fa yuki si ha la testa vuota, non si guarisce nessuno, non si cerca alcunché; si è solamente concentrati in questo atto. Non ci sono intenzioni e questo è fondamentale. Nello statuto del dojo, d’altra parte, è scritto che pratichiamo « senza scopo ».

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Seitai-do ?

Recentemente siamo stati interpellati a proposito di questa frase: H. Noguchi, creatore del Seitai e del Katsugen undo. Il Katsugen undo sarebbe dunque separato dal Seitai? Si fa del Seitai quando si fa del Katsugen undo?

La nostra Scuola, che s’inscrive nella “discendenza Tsuda”, propone la pratica del Katsugen undo – tradotto con Movimento rigeneratore – come è stato trasmesso da Itsuo Tsuda negli anni settanta. Itsuo Tsuda ha volontariamente escluso il Seitai dal suo insegnamento, in quanto voleva trasmettere SOLO il Katsugen undo?

Se è vero che non ha formalmente insegnato il Seitai soho (tecnica Seitai), tutti i libri che scrisse Itsuo Tsuda parlano di Seitai. Tutti senza eccezione.

Allora, Seitai? Katsugen undo?

Tenteremo qui di precisare la nostra posizione e di apportare elementi di risposta:Lire la suite

Ascoltare i libri di Tsuda # 2

Parte #2 : Katsugen Undo
lecture itsuo tsuda
L’attore, scrittore, Yan Allegret ha letto alcuni estratti dei libri di Tsuda, live Sabato, 8 febbraio 2014, al tè-biblioteca di Blois, le Liberthé.

Il movimento non costituisce un apporto esterno. Traccia il cammino per la scoperta di sé in profondità. Questo cammino non è una linea retta verso il paradiso, ma un percorso tortuoso.

 

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Haruchika Noguchi

Nacque a Ueno, quartiere di Tokyo, nel settembre 1911. Tutto cominciò all’età di tre o quattro anni quando si stupì di aver alleviato il mal di denti a qualcuno semplicemente posandovi le mani: era un bambino, le sue mani andavano verso il bersaglio, senza rendersi conto di ciò che faceva. Il suo primo exploit lo compì a dodici anni, quando procurò la guarigione dei suoi vicini che soffrivano di dissenteria, dopo il grande terremoto che colpì la regione di Tokyo nel 1923. A quest’età cominciò a ricevere persone che gli domandavano di esser curate. All’epoca non aveva alcuna conoscenza, nemmeno elementare, di anatomia e di medicina. Adolescente, cominciò a prendere coscienza delle conseguenze dei suoi atti. All’inizio credeva, come accade a quasi tutti i guaritori, di avere un potere eccezionale, che solo lui possedeva. In questo trovò la propria vocazione, ma non si fermò a questo stadio e continuò. Da autodidatta studiò tutti i metodi terapeutici orientali ed occidentali. A quindici anni aprì un dojo a Iriya. A diciassette anni formulò Precetti della vita piena (Zensei Kun), che permettono di comprendere meglio il suo pen­siero. Nel 1930 scrisse Riflessione sulla vita integrale, testo sorprendente per un giovane che aveva allora solo diciannove anni.

haruchi ka noguchi créateur du seitai
Fu negli anni Cinquanta che il Maestro Noguchi cambiò totalmente orientamento. Attraverso la propria esperienza pratica e studi personali arrivò alla conclusione che nessun metodo di guarigione può salvare l’essere umano. Abbandonò la terapeutica, concepì l’idea di Seitai e il Katsugen undo. La salute è una cosa naturale che non richiede nessun intervento artificiale. La terapeutica rafforza i rapporti di di­pen­denza. Le malattie non sono cose da guarire, ma delle occasioni di cui bisogna approfittare per attivare l’organismo e riequilibrarlo. Decise quindi di smettere di guarire le persone e di diffondere il Katsugen undo e yuki, non prerogativa di una minoranza, ma atto umano e istintivo.
Nel 1956 creò l’Associazione Seitai, ancora oggi riconosciuta e appoggiata dal Ministero dell’Educazione Nazionale (non il Ministero della salute) del Giappone.
Insegnò direttamente ai membri dell’associazione, tenne conferenze in tutto il Giappone. Lasciò molti libri.
Ebbe quattro figli con la moglie Akiko (1916~2004).
Nel 1976 morì a sessantaquattro anni nella sua casa di Tokyo, circondato dalla famiglia.

Estratti dall’opera di Itsuo Tsuda e dalla biografia del sito www.seitai.org

Ginevra, Katsugen Kai

Questo articolo racconta la storia del dojo di Ginevra (Katsugen Kai, gruppo di movimento rigeneratore), si trova in filigrana il percorso di Itsuo Tsuda dai suoi primi anni in Europa. E’ stato UNE_ItsuoTsuda_geneve_groupepubblicato in aprile 1987 nel «giornale del dojo». Scritto da un co-responsabile del dojo, Sven Kunz, è qui riportato con la gentile autorizzazione del suo autore. L’articolo è preceduto da un estratto delle lettere di Itsuo Tsuda inviate a Ginevra nel 1975.

Guillemet

Il lavoro è ciò che ci permette di avere i piedi per terra.

Non predico l’evasione, la rinuncia. L’utopia non esiste da nessuna parte, salvo dove si è. Se lo si sa attendere, il cambiamento interiore si farà e non si vedrà più la cosa nello stesso modo.

C’è il fenomeno della fissazione molto forte negli occidentali, ed è inevitabile che ci si sfoghi nella discussione.

Non ho mai impedito alle persone di discutere, è il loro sport preferito. Ora, queste discussioni oziose sono quasi sparite.

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#1 La respiration, philosophie vivante

respiration philosophie vivanteSix Interviews de Itsuo Tsuda « La respiration philosophie vivante » par André Libioulle diffusées sur France Culture dans les années 1980.

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Dal Filosofo del Ki #2

Seguito e conclusione del reportage pubblicato sulla rivista « Question de » nel 1975, realizzata da Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e donna di lettere francese) a Itsuo Tsuda.Itsuo tsuda Katsugen undo

Partita #2
Si possono « fondere » respirazione e visualizzazione?
– Effettivamente, la visualizzazione costituisce uno degli aspetti del Ki. La visualizzazione gioca un ruolo fondamentale, primordiale nell’Aikido. È un atto mentale che produce effetti fisici. La visualizzazione fa parte dell’aspetto « attenzione » del Ki. Quando l’attenzione è localizzata, ferma al polso, per esempio, la respirazione diventa superficiale, perturbata…si dimentica tutto il resto del corpo.

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A la recherche du moment juste

L’écrivain et metteur en scène Yan Allegret s’intéresse depuis vingt ans à l’Aïkido et à la culture japonaise traditionnelle. Il a pratiqué dans différents clubs et dojos en France et au Japon, en s’intéressant à la notion de dojo : ce qui fait qu’un espace devient, à un moment «le lieu où l’on pratique la voie». Après sept années, il découvre un endroit particulier, niché au cœur du vingtième arrondissement parisien. À la découverte d’un dojo traditionnel à Paris : le dojo Tenshin de l’Ecole Itsuo Tsuda.

Cela se passe aux alentours de 6 heures du matin. Des gens sortent de chez eux et se dirigent vers un lieu. À pied. En voiture. En métro. Dehors, les rues de Paris sont encore ensommeillées, quasi-désertes. L’aube est proche. La séance d’Aïkido commence à 6H45. Le rythme de la ville est encore celui de la nuit. Ceux qui sont dehors n’ont pas revêtu les armures nécessaires à la journée de travail qui s’annonce. Quelque chose demeure en suspens. Avec la naissance du jour, on a l’impression de marcher dans un interstice.

C’est dans cet interstice qu’on trouve le dojo Tenshin de l’école Itsuo Tsuda. Dans ce lieu dédié à l’Aïkido et au Katsugen Undo, les séances sont quotidiennes. Tous les matins, la séance a lieu, quels que soient le temps, les week-end ou vacances, à l’exception du premier janvier, jour de la cérémonie de purification du dojo. L’aube influence la pratique. Cette porosité a été de tous temps prise en compte dans la tradition japonaise. Il suffit de relire le «Fushi Kaden» de Zeami*, créateur du théâtre Nô, pour comprendre à quel point les arts traditionnels ont été à l’affût du «moment juste» (prenant en compte l’heure, le temps, la température, la qualité du silence, etc.) pour parfaire leur art. En marchant vers le dojo à 6H30, on s’en rend compte. Pratiquer le matin crée un relief. L’esprit n’est pas encore assailli par les préoccupations de la vie sociale, familiale. Le mental n’a pas encore pris les commandes. On arrive comme une feuille blanche au 120 rue des Grands Champs.

L’association Tenshin existe depuis 1985 et s’est implantée ici depuis 1992. Elle fut fondée par un groupe de personnes désireuses de suivre l’enseignement d’Itsuo Tsuda, transmis par Régis Soavi. Itsuo Tsuda fut élève de Morihei Ueshiba et de Haruchika Noguchi (fondateurs de l’Aïkido et du Kastugen Undo). Le sensei actuel, Régis Soavi, fut quant à lui l’élève direct de Maître Tsuda. Le dojo n’est affilié à aucune fédération. Il suit son chemin associatif, indépendant et autonome, avec continuité et patience.

Lorsqu’on passe le pas de la porte, on sent qu’on entre «quelque part». Une forme de densité et de simplicité mêlées se dégage de l’endroit. En japonais, on dirait que le «ki » du lieu est palpable. L’espace est silencieux. Les gens sont réunis autour d’un café, dans une pièce vaste aux grandes fenêtres. À côté, l’espace des tatamis sommeille encore. Les gens arrivent, entre 6H20 et 6H45 : des hommes et des femmes de tous âges, de tous horizons et de tous niveaux. Le sensei, Régis Soavi, est là aussi, à prendre le café avec les autres. Lorsqu’il s’absente pour aller donner des stages dans les autres dojos de l’école, les séances sont assurées par d’autres. La constance de la pratique est protégée.

Tenshin Paris

Le dojo est vaste. L’espace des tatamis est recouvert d’une grande bâche beige. Tous les murs sont blancs. Le tokonoma central comporte une calligraphie de Maître Tsuda. Les portraits des fondateurs (Ueshiba pour l’Aïkido, Noguchi pour le Katsugen Undo et Tsuda pour le dojo) sont situés sur le mur opposé. Il est 6H45 environ. Les pratiquants se dirigent vers les vestiaires. La séance va commencer. Les tatamis ont été laissés au repos depuis la veille. En dehors des séances, l’endroit n’est pas loué, rentabilisé, utilisé pour d’autres cours. On commence alors à comprendre d’où vient ce «quelque chose» qu’on a senti en entrant. Un vide est au travail. Autre élément capital dans la tradition japonaise : l’importance d’un vide qui relie.

Entre les séances, on laisse l’espace se recharger, se reposer, à l’instar d’un corps humain. Il faut avoir vu l’endroit nu et silencieux, comme une bête au repos, pour comprendre la réalité de ce fait. Les pratiquants s’assoient en seiza, le silence se fait et la séance commence. Celui qui conduit fait face à la calligraphie, un bokken à la main, puis s’assoit. On salue une première fois. Ensuite vient la récitation du norito, une invocation shintoïste, par celui qui conduit. Maître Ueshiba commençait chaque séance ainsi. Maître Tsuda, coutumier de la mentalité occidentale, n’avait pas jugé nécessaire de traduire cette invocation. Il avait insisté seulement sur la vibration qui s’en dégage, le travail de la respiration. Bien sûr, la dimension sacrée est présente. Mais pour autant, pas de religiosité, pas de mystique «japonisante» dont les Occidentaux sont parfois friands. Non. Ici, c’est beaucoup plus simple. En entendant le norito, on sent résonner quelque chose dans l’espace qui favorise la concentration, le retour en soi. Comme on peut être touché par un chant sans avoir besoin d’en comprendre les paroles.

S’ensuit la «pratique respiratoire», une série de mouvements que l’on fait seul. Maître Tsuda a gardé cette partie du travail que faisait Maître Ueshiba et qui a pu être abusivement considérée comme un échauffement. Le terme d’échauffement est restrictif. Il n’engage que le corps et suppose que la pratique, la vraie, commencera après. Dans les deux cas, c’est faux. Un seul mouvement peut être approfondi à l’infini et implique, si on travaille dans ce sens, la totalité de notre être.

Vient ensuite le travail à deux. On choisit un partenaire. Aucune forme de hiérarchie ne prédomine. On pourra un jour pratiquer avec un débutant, le lendemain avec une ceinture noire. On travaille quatre à cinq techniques d’Aïkido par séance. Le Sensei fait la démonstration d’une technique, puis chacun s’y essaye à tour de rôle avec son partenaire. Ce qui se dégage de la pratique, c’est l’importance de la respiration et l’attention à ce qui circule entre le partenaire et soi. Une circulation qui, en prenant le postulat du combat comme point de départ, aboutit au-delà. Un au-delà du combat.

Ce n’est sans doute pas par hasard que Régis Soavi utilise le terme de «fusion de sensibilité» pour parler de l’Aïkido. «La voie de fusion de ki». Sur les tatamis, pas de confrontation brutale. Mais pas de condescendance molle non plus. L’Aïkido pratiqué ici est souple, clair, fluide. On voit les hakamas décrire des arabesques dans l’air, on entend des rires, des bruits de chutes, on voit des mouvements très lents puis, soudain, sans un mot, les partenaires accélèrent et paraissent entrainés dans une danse, jusqu’à ce que la chute les libère.

On repense à la phrase de Morihei Ueshiba : «L’Aïkido est l’art de s’unir et de se séparer».

Il n’y a pas de passage de grade. Pas d’examen. Pas de dan ni de kyu. À la place, le port du hakama et la ceinture noire. Les débutants quant à eux sont en kimonos blancs et ceinture blanche. Le moment juste pour porter le hakama est décidé par le pratiquant lui-même, après en avoir parlé avec des anciens ou le sensei. Choisir de porter le hakama implique d’assumer une liberté, mais aussi une responsabilité. Car l’on sait que les débutants prendront plus facilement pour modèles ceux qui portent la jupe noire traditionnelle. La question du grade est retournée comme un gant. La clé n’est pas à l’extérieur. C’est sa propre sensation que l’on doit affûter, pour reconnaître le moment juste. Bien sûr, on peut se tromper, on met le hakama trop tôt, ou trop tard. Mais le travail est enclenché. C’est en soi que l’on doit chercher. Quant à la ceinture noire, le sensei un jour la remet au pratiquant qu’il estime apte à la porter, ce dernier n’étant d’ailleurs jamais au courant de cette décision. Et c’est tout. La personne portera la ceinture noire. Pas de blabla. Le symbole est pris pour ce qu’il est: un symbole et rien de plus. Le chemin n’a pas de fin.

En voyant le sensei faire la démonstration du mouvement libre, dans lequel les techniques s’enchaînent spontanément, on repense au terme qui revient souvent dans les ouvrages et l’enseignement d’Itsuo Tsuda : « Le non-faire ». Et c’est probablement cela qui donne cette atmosphère si particulière au dojo, avec l’aube, l’odeur des fleurs devant le tokonoma et le vide. Une voie du non-faire. La séance s’achève. Le silence revient. On salue la calligraphie, le sensei. Ce dernier sort. Ensuite, les pratiquants quittent l’espace ou plient leur hakamas sur les tatamis.

Plus tard, après s’être changé, on se retrouve autour d’un petit déjeuner, vers 8H30, dans la salle qui jouxte les tatamis. On cherche à en savoir plus sur le fonctionnement du dojo. Pour que cet endroit vive, qu’il soit à la fois vivant et autonome financièrement, une énergie considérable est investie par les pratiquants. Certains ont fait le choix d’y consacrer une grande partie de leur vie. Ils sont un peu comme des uchi deshi japonais, des élèves internes. En plus de la pratique, ils gèrent la colonne vertébrale du dojo, relayés ensuite par les autres pratiquants qu’on pourrait associer à des élèves externes. Tout le monde participe, est encouragé à prendre des initiatives et à se responsabiliser. Un ancien résume l’enseignement reçu : « L’Aïkido. Le Katsugen Undo. Et le dojo. » La vie d’un dojo est ici un travail à part entière, une occasion unique de mettre en pratique en dehors des tatamis ce que l’on apprend sur les tatamis. Plutôt qu’un refuge, une serre, l’image serait plutôt celle d’un terrain à ciel ouvert au milieu de la ville, dans lequel on se met en jachère à l’aube, où l’on défriche ses mauvaises herbes pour laisser place, peu à peu, à d’autres floraisons. On regarde l’espace vide des tatamis une dernière fois avant de partir. Il paraît respirer. Le jour s’est levé et la ville à présent est dans un rythme rapide et bruyant. Elle nous attend. On quitte le dojo et l’on marche au dehors, avec un très léger sourire.

Dans un monde d’accumulation et de remplissage effrénés, il existe des endroits où l’on peut travailler par le moins. Celui-là en fait partie.»

Article de Yan Allegret paru dans Karaté Bushido de février 2014.

* Zeami. La tradition secrète du Nô. Traduction René Sieffert. Gallimard/Unesco.

Verso il movimento del Non-Fare

Bruno Vienne è regista, realizzatore di documentari sugli animali e sull’avventura umana, membro della bruno_viennespedizione Tara Arctic al Polo Nord, ed ex allievo di Itsuo Tsuda.

Dopo 30 anni di pratica, sente che è il momento di condividere ciò che ha capito e sentito nell’approccio al Movimento Rigeneratore e alla pratica respiratoria del Maestro Ueshiba (fondatore dell’Aikido). Ci invita a un’immersione nel nostro infinito potenziale interiore.

« Saremo in grado di passare la china per una nuova umanità?

È tutto lì, è la sfida dei prossimi anni…

Gli allarmi rossi lampeggianti sono accesi già da molto tempo per quanto riguarda il modo in cui utilizziamo l’energia e l’acqua sulla Terra.

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Per una ecologia del corpo umano

Dicembre 2013 « Il Manifesto ». Intervista a Régis Soavi Sensei, maestro di Aikido che da oltre trent’anni fa conoscere il «Katsugen undo», pratica giapponese che ci fa ritrovare le capacità naturali.

regis soavi aikidoOggi molte per­sone con idee poli­ti­che diverse o anche prive di una idea poli­tica defi­nita, si pre­oc­cu­pano di come i loro com­por­ta­menti indi­vi­duali pos­sono influire sull’ambiente: acqui­stare pro­dotti bio­lo­gici e a”km-zero”, rici­clare meglio i rifiuti, sce­gliere for­ni­tori di ser­vizi più rispet­tosi dell’ambiente, ridurre il con­sumo ener­ge­tico, ecc.

A livello di dibat­tito poli­tico comun­que, la reto­rica eco­lo­gi­sta fun­ziona sem­pre, anche in tempo di crisi.

In ogni caso, l’attenzione col­let­tiva verso le con­di­zioni e la qua­lità della terra, dell’aria e dell’acqua, per diverse ragioni, che sia per senso di respon­sa­bi­lità o a volte, sem­pli­ce­mente per busi­ness, è alta. Ci si pre­oc­cupa delle sostanze con cui tutti gli esseri viventi entrano in con­tatto: piante, ani­mali ed esseri umani, siano que­ste nutri­tive, medi­ci­nali o tos­si­che.

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Amateur ?

Itsuo Tsuda se considérait comme un écrivain, un philosophe. Et comme un amateur en Aïkido, pour le Nô et la calligraphie…

Et voici un extrait de Maître Tsuda qui nous éclaire à ce propos :

« Un mot sur l’enseignement ésotérique qui avait été pratiqué à l’époque féodale et conservé jusqu’avant la Deuxième Guerre itsuo tsuda seizaMondiale au Japon.
L’enseignement, qu’il s’agisse d’un art martial ou d’un métier traditionnel, était de deux sortes : l’une s’adressait aux amateurs, et l’autre à ceux qui voulaient en faire leur carrière.
Chose vraiment curieuse qui choquerait bien notre conception basée sur les principes de l’éducation moderne, c’est que l’enseignement complet n’était réservé qu’aux amateurs.
Que faisaient-ils, les vrais apprentis professionnels alors ? Ceux-ci vaquaient, du matin au soir, sans une minute de répit, aux travaux de ménage, au nettoyage de la maison et du jardin, aux soins à porter aux vêtements du maître, à la préparation de sa nourriture et de son bain, enfin à tout, et tous en parfaits esclaves. S’il y avait le moindre défaut dans ces travaux, le maître les réprimandait sévèrement. Et avec tout cela, ils n’avaient pas accès aux leçons dont jouissaient les amateurs.
Combien n’était-ce pas irrationnel ? C’était diamétralement opposé à l’enseignement moderne.
Irrationnelle, certes, dans un sens, cette méthode ne l’était pas dans un autre.
C’est que ces esclaves-apprentis brûlaient du désir de connaître l’enseignement du maître, d’autant plus qu’ils en étaient privés. Tout ce qu’ils pouvaient en obtenir était quelques paroles entendues au hasard du vent, des réprimandes, des gestes et des manières du maître, des bribes de démonstrations accordées aux amateurs, entrevues par la fissure d’une porte, etc.
Le désir étant intensifié par la privation, ils devenaient des espions, des voleurs de l’enseignement. Assoiffés, ils ne laissaient échapper aucun des détails qui leur parvenaient.
Le diamant est précieux parce qu’il est rare. S’il y en avait en abondance, on en aurait brûlé dans le poêle pour se chauffer.
Entre maître et amateurs, il y avait communication. Entre maître et apprentis, il y avait transmission inconsciente, d’âme à âme. Il y avait un travail intense de visualisation qui façonnait les derniers. Tout était axé sur la préparation du terrain chez les aspirants dont le succès ou l’insuccès dans leur carrière était une question de vie ou de mort, ce qui n’existait pas chez les amateurs.
Dans certains métiers, le maître choisissait un apprenti le moment venu, organisait une réception en son honneur, s’inclinait devant ce dernier, en s’excusant de sa dureté des années passées et déclarait qu’à partir de ce moment il n’était plus apprenti mais maître au même titre que lui. L’apprenti pouvait très bien en rester stupéfait, car durant ces années il n’avait peut-être rien appris de substantiel du tout.
Aujourd’hui, tout a changé. Partout dans le monde, l’éducation est standardisée. L’amateur viendra prendre des leçons pour son plaisir. L’apprenti professionnel aura un entraînement plus intense. Mais le problème du terrain reste.
L’homme est devenu, aujourd’hui, une sorte d’encyclopédie. Il connaît un peu de tout. Il est bien informé, non pour faire quelque chose, mais pour communiquer et pour faire un rapport. Il pourra étudier la natation, discuter sur son utilité, relater son histoire, sans bouger de son fauteuil, sans jamais se mettre dans l’eau. »

Alla scoperta dell’Aïkido e del Katsugen Undo, l’Arte del Non-Fare

Cosa sono l’Aikido e il Movimento Rigeneratore? Come fare di essi mezzi per vivere la quotidianità? Ce ne parla Régis Soavi, discepolo diretto di Itsuo Tsuda, a sua volta allievo del Maestro Ueshiba e del Maestro Noguchi. Articolo di Francesca Giomo

Dell’Aikido conoscevo solo il nome, prima di essere invitata a partecipare a quattro lezioni per praticare questa “non arte marziale” presso la Scuola della Respirazione di via Fioravanti a Milano.
Le lezioni per gli “assaggiatori” si tenevano il lunedì sera alle sette, nessuna parte teorica, ma solo pratica. Prima si osservava la dimostrazione della tecnica da parte degli allievi più anziani, quindi, si “eseguiva” direttamente.

L’Aikido di cui parleremo e che ho cominciato a conoscere è quello del Maestro Itsuo Tsuda, allievo del fondatore della pratica Morihei Ueshiba. Ora è Régis Soavi a portare avanti la ricerca iniziata da Tsuda attraverso la pratica del suo insegnamento presso differenti dojo in Europa, tra cui anche la Scuola della Respirazione di Milano. Tsudo in vita si era occupato anche del Katsugen Undo, il Movimento Rigeneratore, appreso da Haruchika Noguchi, che viene praticato, oltre all’Aikido, anche presso il dojo di Milano. Di entrambi ce ne parla direttamente Régis Soavi nell’intervista che segue.

D – Che cosa è l’Aikido? Può essere definito un’arte marziale?
RS – L’Aikido è una non-arte marziale. Infatti l’origine dell’Aikido è un’arte marziale che si chiama Ju Jitsu. La visione del Maestro Ueshiba ha trasformato questa arte marziale in un insieme di armonia e fusione tra le persone. Per questo non si tratta più di un’arte marziale come alle origini, ma di una non-arte marziale.

D – Fu, allora, il Maestro Ueshiba ad inventare l’Aikido?
RS – Si, fu Ueshiba, morto nel 1969. Ma il fatto che alla base dell’Aikido vi sia il Ju Jitsu è importante, in quanto da qui si capisce come Ueshiba con l’Aikido ne cambiò lo spirito. Ai-Ki-Do significa via (do) dell’armonia (ai) del ki, vi di fusione del ki. La sua linea di orientamento ha di fatto trasformato un’arte marziale in qualcosa d’altro. Nell’Aikido non si può, ad esempio, parlare di difendersi, bensì di fondersi.

D – Se Ueshiba fu il fondatore dell’Aikido, l’insegnamento della Scuola della Respirazione si rifà, però, al Maestro Itsuo Tsuda
RS – Sì, Tsuda è morto nel 1984. Attraverso i suoi libri ha fatto passare il messaggio di Ueshiba, di cui fu allievo per dieci anni, come me di Tsuda. Dopo la morte di Ueshiba si formarono diverse scuole di Aikido. Qualcuna tra queste ha preferito tornare a un’arte marziale tipo Ju Jitsu, altre hanno fatto dell’Aikido uno sport. Noi cerchiamo di capire cosa in realtà il Maestro Ueshiba ha detto.

D – Il M. Tsuda ha conosciuto tardi il Maestro Ueshiba? Prima praticava arti marziali?
RS – No, Tsuda era un intellettuale. Non aveva mai praticato arti marziali. Studiò in Francia con Marcel Granet e Marcel Mauss, lui fu interessato dal Ki. Ha cominciato le sue ricerche verso questa direzione e prima ha scoperto il Katsugen Undo, poi l’Aikido. Tsuda, grazie a Ueshiba, ha visto come si poteva usare il Ki nell’arte marziale. Aveva 45 anni quando ha cominciato, senza mai praticare prima né karatè, né judo, né altro.

D – Non è facile per un occidentale comprendere cosa sia il Ki
RS – Tutti ne parlano ormai. Basta pensare al Tai Chi Chuan, al Qi Qong…Tutti lo conoscono dal punto di vista mentale, ma è dal punto di vista del fisico che pochi lo sperimentano. Ma questo non si può spiegare. Ognuno deve sentirlo, non esiste spiegazione. A noi non interessa la spiegazione di cosa sia il ki a noi interessa solo come possiamo utilizzarlo. E’ un po’ come spiegare cosa sia l’amore. Oggi si possono fare analisi sull’odore delle donne, su quello degli uomini ecc…ma non basta, se no siamo solo animali…Non si spiega l’amore, l’amore è un incontro tra due essere e non avviene perché quello ha la barba ecc ecc… Così avviene anche per il Ki.

D – Parlando della pratica dell’Aikido, come si articola una seduta?
RS – Una seduta di Aikido è un momento speciale della giornata. Io pratico ogni giorno, vi si può ritrovare un certo aspetto sacro. All’inizio della pratica vi sono dei gesti rituali, di cui non è importante conoscere il senso, ma fondamentale è che quando li fai, questo procura qualcosa. C’è anche la recitazione del norito (un testo di origini shintoiste recitato in giapponese), che è una recitazione di purificazione Nessuno sa cosa vogliono dire le parole intonate, ma quando la loro recitazione è buona c’è una vibrazione interna, che agisce. A noi può sembrare molto mistico, ma se uno ascolta dei lieder di Schubert, ad esempio, eseguiti da un buon cantante, se non sa il tedesco non capisce nulla, ma quando ascolta il canto accade qualcosa o di triste o di gioioso, viene generato un effetto. Come quando si guarda la rappresentazione del teatro Noh, non si capisce niente, è in giapponese, ma i gesti e i movimenti creano effetti. E questo non è mistico, bensì reale.

D – Quando abbiamo assistito a una delle ultime parti della seduta, la parte del movimento libero, grazie al susseguirsi di attacchi e “fusioni”, sembrava di assistere a un’improvvisazione…
RS – Sì, infatti, si tratta di un’improvvisazione

D – Ci vuole una tecnica speciale per fare il movimento libero?
RS – Anche se si tratta di un’improvvisazione, ci sono dei gesti che sono un pò ritualizzati. Uno non può attaccare a caso,ma in un certo modo dipende dalla postura di chi è attaccato, diciamo così. Il gesto dell’”attaccante” corrisponde alla postura di colui che viene “attaccato”. Ma nel caso di un’improvvisazione, come quando dei musicisti improvvisano insieme, c’è sempre armonia altrimenti si crea il caos. Dunque si sorpassa la tecnica e si crea armonia.
Tutti possono farlo. Ognuno lo fa al suo livello. All’inizio lo si fa più lentamente, con la tecnica che si conosce. Non si inventa qualcosa di veramente nuovo.

D – Che importanza ha il respiro nella nell’Aikido?
RS – Quando si parla di respiro in tale contesto, si parla della condizione del Ki. Uno non deve pensare a respirazione a livello dei polmoni. E’ un respiro del corpo che permette di essere più in armonia. Quando uno agisce è espirazione, quando uno riceve è inspirazione.
La respirazione polmonare, quando si inizia a praticare, diventa più ampia. Tutto il corpo respira e questo diviene più sciolto e morbido, il ki scorre meglio. In tal senso la respirazione serve ad ammorbidire le persone, a trovare un ritmo nella pratica, perché se uno non respira correttamente dopo cinque minuti non ha più forze. Per questo motivo, all’inizio delle sedute si pratica lentamente, perché armonizziamo attraverso il respiro i gesti. I gesti, quindi, vengono armonizzati dal respiro.

D – All’inizio della pratica c’è il maestro che fa un respiro molto particolare, molto forte, ma in funzione di cosa esattamente?
RS – Questo respiro serve per espirare a fondo, per vuotare. C’è un’abitudine deformante comune a molte persone riguardo alla respirazione. Oggi, infatti, le persone tendono a trattenere sempre un po’d’aria, non respirano a fondo. Trattengono il respiro perché sono sempre pronti a difendersi, a dare riposte. Alla fine il respiro, non essendo mai realmente vuoti, non può essere profondo e manca il fiato. Quindi, la seduta si inizia facendo uscire tutta l’aria, così, insieme a lei escono anche i pensieri. E diventiamo vuoti, nuovi.

D – Dove agisce a livello fisico l’Aikido?Che tipo di riposte muscolari esige dal fisico?
RS – E’ come nella vita quotidiana, normalmente si usano tutti i muscoli, così nell’Aikido. E’ vero, però, che alcune scuole di Aikido hanno cercato di fare diventare il corpo più forte. La nostra scuola non vuole questo. Non vogliamo essere più forti, solo meno deboli. I muscoli non devono essere più forti per fare qualcosa di speciale. Con l’Aikido uno si muove normalmente e fa dei gesti quotidiani…come correre, girare, gesti normali, che però facciamo con un’attenzione speciale.

D – E’ possibile riportare questa “attenzione speciale” nella propria vita quotidiana?
RS – Certo, altrimenti non serve a niente l’Aikido. Alcuni vengono qui per poter diventare più forti, per difendersi, invece no. L’Aikido serve a sensibilizzare, a diventare più sensibile e dunque serve nella vita quotidiana. Si ritrova una certa morbidezza. Se prima il respiro era troppo corto e alto, a poco a poco, diventa più calmo. Questo serve per interagire con i bambini, nelle relazioni di lavoro…questa è la vera utilità dell’Aikido, servire nella vita quotidiana.

D – Voi praticate sempre la mattina molto presto?Perché?
RS – Io sì, nella scuola Itsuo Tsuda pratico così, ma non tutti quelli che fanno Aikido praticano la mattina presto. Io preferisco la mattina perché siamo più nella dimensione dell’involontario, è una condizione che permette al corpo di svegliarsi e prepararsi alla giornata.

D – Presso la “Scuola della Respirazione” si pratica anche il Katsugen Undo, ovvero il Movimento Rigeneratore. Quali le sue origini?
RS – E’ una scoperta del Maestro Noguchi. All’inizio Noguchi era un guaritore. Faceva passare ki alle persone per farle stare meglio. Ma a un certo punto, ha scoperto che la capacità umana di guarirsi da solo era innata, ma non funzionava più o funzionava di meno. E’ lui che ha scoperto che facendo yuki, ovvero fare passare il i con le mani, i corpi si muovono da soli e che questo comporta un riequilibrio del corpo. Sempre Noguchi, quindi, ha trovato alcuni movimenti che permettono al corpo di risvegliare la sua capacità di autoguarirsi. Per questo è nato il Movimento Rigeneratore o Katsugen Undo, esercizi che permettono al corpo di risvegliare capacità che non sa di avere.
Tsuda ha portato il movimento rigeneratore in Francia e ione sono stato interessato perché ho trovato il legame che c’era tra l’Aikido e il Movimento Rigeneratore. Ho realizzato la presenza di tale legame per il fatto che quando un corpo è sano e ritrova le sue capacità, l’Aikido non può più andare verso il senso della lotta contro gli altri, bensì sparisce la volontà di farlo. Dunque il Movimento Rigeneratore è molto importante, a mio avviso è difficile praticare l’aikido nella nosra scuola senza conoscerlo.

D – Il Katsugen Undo si può apprendere solo frequentando gli stages che Lei tiene ogni due mesi?
RS – Durante lo stage faccio delle conferenze, spiego e mostro le “tecniche” che permettono di entrare nello stato che genera il movimento. Io torno ogni due mesi per permettere alle persone che praticano quotidianamente di continuare nel “buon cammino”. Molti possono sviare, forse proprio perché nel Movimento Rigeneratore non c’è niente da fare, in realtà, solo essere presenti, chiudere gli occhi, svuotare la testa. Alcuni però pensano che sia meglio fare delle sedute accompagnate da musica ecc ecc…Ma il cammino è quello più semplice.

D – Il Movimento Rigeneratore è una cosa che noi abbiamo già, ma abbiamo dimenticato?
RS – Non Proprio. Il Movimento Rigeneratore è un’attività umana normale, quello che abbiamo dimenticato è di lasciare il nostro corpo vivere da solo. Abbiamo dimenticato la fede nel nostro corpo, nelle nostre capacità, è come se fossimo traumatizzati. Il Movimento Rigeneratore permette di ritrovare questo, se prima non potevo fare qualcosa, dopo posso farlo. Ho solo allenato la mia capacità di fare, non ho fatto niente altro. Questa capacità si trova nel sistema motorio exrapiramidale, il sistema involontario. Quando questo viene allenato, si ritrova la capacità di riequilibrarsi da soli. E’ questa la capacità che abbiamo già. Anche le persone che non fanno Movimento Rigeneratore sanno riequilibrarsi da sole: quando uno è stanco va a letto, dorme e durante il sonno il corpo si muove, questa è la capacità del corpo di riequilibrarsi. Il Movimento Rigeneratore è una cosa che tutti hanno ancora un po’, ma la capacità di fare scattare il movimento diventa minore, attraverso l’allenamento dell’extrapiramidale la si ritrova.

D – Cosa è il sistema motorio extrapiramidale?
RS – E’ il sistema involontario, che permette che il corpo si riequilibri. Ma non è l’unico, infatti, il Movimento Rigeneratore agisce anche sul sistema immunitario, che non dipende dal sistema extrapiramidale, ma è una capacità involontaria.
Il movimento del nostro copro non è qualcosa che possiamo imparare, ma solo scoprire ed accettare. Il Movimento Rigeneratore agisce su tante cose, ad esempio sulla capacità di riscaldarsi, ma per ogni persona è diverso, non c’è né movimento uguale né reazione uguale perché ogni persona è diversa.

D – Il maestro davanti a persone che non conosce deve avere una sensibilità particolare per capire di che movimento ognuno dei partecipanti ha bisogno?
RS – No perché il maestro non può fare il movimento per l’”allievo”, in quanto il movimento è spontaneo involontario, per cui ogni persona deve trovare il suo. Un allenamento del sistema involontario deve iniziare dal fatto di “lasciarlo involontario”. Dunque durante gli stages io spiego, faccio fare esercizi e dopo faccio solo “yuki”. Qualche volta posso aiutare la persona a svuotarsi la testa, con qualche tecnica, ma dopo il movimento scatta da solo. E’ come quando una persona si gratta sa dove e come farlo, senza che nessuno gli dica nulla.

D – Cosa significa Yuki e fare Yuki?
RS – Yuki significa ki gioioso e fare Yuki « fare passare il ki gioioso », ma è un’interpretazione…Si fa appoggiando le mani sul corpo dell’altro.

D – Si parla di riequilibrio del corpo, ma il Movimento Rigeneratore non è una terapia, bensì esercizi che permettono il risveglio di qualcosa…
RS – Sì perché la terapia vuol dire che tu ti occupi del sintomo della malattia, ti prendi una responsabilità. Qui no. Qui lasciamo solo che il corpo faccia il suo lavoro. Se le persone hanno dei problemi e bisogno di qualcosa, si può fare il Ki e così si attiva la capacità del resto del corpo. Per cui non è terapia. Ci sono delle conseguenze terapeutiche, questo si può dire.

D – Tutti possono praticare il Movimento Rigeneratore?
RS – No. Alle persone che hanno subito dei trapianti è sconsigliato, perché se una persona ha subito un trapianto possiede una parte di un’altra persona. Il suo corpo con il Movimento Rigeneratore tende a espellere la parte estranea al suo corpo. Infatti, colui che subisce un trapianto deve prendere medicine che gli permettano di fare accettare al suo corpo l’elemento estraneo. Il Movimento Rigeneratore attiva le capacità del corpo di riequilibrarsi, dunque agisce nell’espulsione di quel qualcosa di estraneo a sé. Può andare bene,invece, se il trapianto è con materiale del suo corpo, parti di pelle che prese da un punto vengono messe in un altro. Non accettiamo nemmeno persone che prendono medicine forti, come il cortisone ecc… in quanto queste medicine vanno nel senso della “desensibilizzazione” delle persone, mentre il Movimento Rigeneratore ne rende più acuta la sensibilità.

D – Quanti anni bisogna praticare per potere condurre una seduta di Movimento Rigeneratore?
RS – Non ha senso parlare di anni. Sono i praticanti stessi che tengono le sedute. Basta anche solo un anno di pratica. Certo per condurre una seduta la persona deve avere un respiro abbastanza calmo e un ‘attitudine giusta, cordiale, semplice, non disturbare gli altri. Infatti, agisce solo l’involontario dell’altra persona.

D – Non può succedere qualcosa durante la seduta dal punto di vista emotivo da parte di persone più fragili?
RS – Non accade nulla di questo, perché si scopre che il Movimento Rigeneratore è veramente naturale. E’ come se dicessi che grattandosi uno si fa uscire sangue. Le persone hanno delle tensioni al loro interno ma il Movimento Rigeneratore non le fa uscire, le scioglie. Se c’è qualcosa che non ha più ragione di essere, si scioglie.

D – Per permettere al Movimento Rigeneratore di generarsi bisogna prima liberare la mente dai pensieri, fare “vuoto mentale”, ma come avviene questo?
RS – Per fare vuoto mentale, bisogna cominciare a lasciare cadere i pensieri che arrivano. Il vuoto significa che se ci sono pensieri passano. La mente ha comunque bisogno di agire, ma i pensieri non hanno importanza. All’inizio è un po’ difficile, ma poi non ci si preoccupa più e poco a poco tutto viene da sé…

Articolo di Francesca Giomo pubblicato sulla rivista on-line « Terranauta », 04/01/2006.

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