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Ukemi : lo scorrere del ki

di Régis Soavi

La caduta nella nostra arte è più di una liberazione, semplice conseguenza di un atto. È lo Yin o lo Yang di un insieme, il Tao. Durante la pratica Tori libera, alla fine della sua tecnica, un’energia Yang: se non vuole ferire il suo partner, gli lascia assorbire questa energia e ritrasmetterla nella caduta.

L’Aikido è un’arte senza sconfitti, un’arte dedicata agli esseri umani, all’intuizione degli esseri umani, alla loro capacità di adattarsi, e il superamento, attraverso la caduta, della contraddizione che ha apportato una tecnica, non è altro che la capacità di adattarsi a questa.
Non insegnare al principiante a cadere vorrà dire creargli un handicap sin dalla partenza, rischiare di vederlo scoraggiarsi, dar luogo a uno spirito di rancore o persino di vendetta.
Ci sono differenti attitudini tra i debuttanti, ci sono quelli che si lasciano andare a corpo morto rischiando di farsi male e quelli che, siccome hanno paura, si contraggono al momento di cadere e ovviamente, se vengono forzati, cadono male e ne subiscono le dolorose conseguenze. La mia risposta a questo problema è la dolcezza e il tempo…

La respirazione durante la caduta

Nel momento in cui si viene sorpresi da un rumore, da un gesto, la prima reazione è quella di inspirare e di bloccare la respirazione, è un funzionamento riflesso e vitale che prepara la risposta e dunque l’azione. La sorpresa innesca una serie di processi biomeccanici totalmente involontari, è già troppo tardi per ragionare. È attraverso l’espirazione che arriverà la soluzione al problema. Alla fine, se non ci sono rischi o se la reazione è esagerata, e il rischio minore, si lascia andare il blocco e il respiro si libera in modo naturale (il famoso uff…) Quando ci troviamo davanti al pericolo, che sia grande o piccolo, siamo pronti all’azione, ad agire grazie al respiro, grazie all’espirazione. I problemi sopraggiungono quando, per esempio, non sappiamo come fare, quando la soluzione non sorge in modo immediato e si resta bloccati nell’inspirazione, i polmoni pieni d’aria, e in preda all’incapacità di muoversi. È un disastro! È pressappoco lo stesso scenario che si profila quando si è debuttanti, il nostro partner fa una tecnica e la risposta logica che ci permetterà di liberarci, e dunque di risolvere questo problema conflittuale, è l’Ukemi. Ma se si ha paura della caduta, se non si è tecnicamente preparati grazie alle numerose capriole avanti e indietro eseguite con lentezza e in tutta morbidezza, si resta con i polmoni gonfi come un pallone da calcio, e se la tecnica arriva fino in fondo, ci si ritrova a terra con più o meno danni.
Il minore dei mali è quello di rimbalzare dolorosamente, come il suddetto pallone, sui tatami.
Imparare a lasciare non appena è indispensabile, non cadere in avanti per precauzione, poiché questo compromette la sensazione di Tori, dandogli una falsa idea del valore della tecnica e spesso anche di sé stesso. Comprendere il momento giusto per espirare e arrivare dolcemente sui tatami senza aria nei polmoni. Poi, quando si è più avanzati, nel caso delle chutes claquées* sarà sufficiente espirare più velocemente e lasciarsi andare perché il corpo trovi da sé la buona posizione per atterrare.

Formazione vecchio stile!

La mia formazione attraverso il Judo agli inizi degli anni sessanta nella periferia di Parigi, è stata molto diversa. Per noi, studenti delle medie, il Judo è stato una maniera di spendere la nostra energia e di incanalare ciò che altrimenti sarebbe finito male, vale a dire in litigi e altre risse di strada. L’allenamento due volte a settimana passava attraverso due cose essenziali: il rispetto assoluto nei riguardi del nostro istruttore e l’apprendimento delle cadute. Era ancora un’epoca durante la quale il nostro istruttore ci insegnava il Judo “giapponese” senza le categorie di peso. Anche se Anton Gessing aveva appena vinto le Olimpiadi, egli si riteneva tradizionalista. Le cadute erano una delle basi dei corsi, rotolare in avanti, indietro, sul fianco, passavamo circa venti minuti ad allenarci prima di iniziare le tecniche e a volte, quando trovava che non eravamo abbastanza concentrati, troppo dispersi, ci diceva: “Rovesciate i vostri kimono per non sporcarli” e uscivamo per una serie di cadute in avanti, nel piccolo vicolo lastricato davanti al dojo. Dopodiché non avevamo più paura delle cadute, o almeno, quelli tra noi che volevano ancora continuare!
Il mondo è cambiato, la società si è evoluta, i genitori di oggi probabilmente non accetterebbero di affidare i loro figli ad un tale “barbaro“, e poi ci sono i regolamenti, le norme di sicurezza, le assicurazioni.
Bob, si chiamava così, si sentiva responsabile della nostra formazione e insegnarci a cadere in ogni circostanza e su tutti i tipi di terreno faceva parte dei suoi valori e il suo dovere era di trasmetterceli.
I corpi sono cambiati, attraverso la nutrizione, la mancanza di esercizio fisico, l’intellettualizzazione a oltranza, come si può far passare il messaggio della necessità dell’apprendimento fisico delle cadute allorché il risultato non si vedrà che parecchi anni dopo? Quale sarà il beneficio, quale sarà il profitto? Tutto è contabilizzato oggi, non c’è tempo da perdere.
È la filosofia dell’Aikido ad attirare i nuovi praticanti, è dunque grazie a questa che si potrà far passare il messaggio di questa necessità.

Il dualismo

L’Aikido, per sua stessa natura e soprattutto per l’orientamento che gli ha conferito O Sensei Morihei Ueshiba, ha tutta un’altra visione della caduta rispetto, per esempio, alla Boxe o al Judo, dove cadere è perdere. Chi guarda dall’esterno, ed è ciò che conferisce a torto un certo carattere alla nostra arte, ha l’impressione che Tori vinca quando Uke cade sui tatami. Psicologicamente è difficile ammettere che non è affatto così. La società non ci offre che raramente degli esempi di comportamento diversi dal dualismo manicheo “O vinci o perdi”. Ed è logico che, a prima vista, non si capisca e non si veda che questo. Per comprendere la cosa in modo diverso bisogna praticare, e inoltre bisogna praticare con in mente una concezione differente, che può essere trasmessa solo attraverso l’insegnamento. Itsuo Tsuda sensei ci dà un esempio della sua pedagogia nel suo libro La via della spoliazione:
«Nell’Aikido, quando c’è scorrere del ki dall’esecutore A verso l’oggetto B, l’avversario C che lo tiene per il polso viene proiettato nella stessa direzione. C viene trascinato e raggiunge la corrente principale che va da A verso B. Ho spesso usato questa messa in scena psicologica. È, per esempio, la formula “Sono già lì”. Quando l’avversario vi afferra i polsi e blocca il vostro movimento, come nell’esercizio di kokyu da seduti, si è inclini a pensare che si tratti di un esercizio di spinta. Se si spinge l’avversario, si produce immediatamente una resistenza da parte di quest’ultimo. Spinta contro spinta, si lotta. Diventa una specie di sumo da seduti.
Nella formula “Sono già lì”, non c’è lotta. Molto semplicemente ci si sposta. Si fa perno su un ginocchio per fare un mezzo giro, l’avversario è trasportato dallo scorrere del ki e si rovescia sul fianco.
Basta pochissimo perché questo esercizio diventi una lotta. Appena vi si aggiunge l’idea di vincitore e di vinto, facciamo degli sforzi esagerati per ottenere il risultato, tutto ciò a scapito dell’armonia d’insieme. Uno spinge, l’altro resiste, abbassandosi oltremisura, e stringendo i pugni per impedire la spinta. Una tale pratica non beneficerà né all’uno né all’altro. L’idea è troppo meccanica.
[…] L’idea di proiezione provoca la resistenza. […] Dimenticare l’avversario pur sapendo che è lì, non è per niente facile. Più si cerca di dimenticare, più ci si pensa. É la gioia nello scorrere del ki che mi fa dimenticare tutto.»**

Il disequilibrio è al servizio dell’equilibrio

L’equilibrio non è affatto rigidità, ecco perché cadere, come conseguenza di una tecnica, può perfettamente permetterci di ritrovare l’equilibrio. È necessario imparare a cadere bene, non soltanto per permettere a Tori di non temere per il suo partner, poiché egli lo conosce e sa sin dall’inizio che le sue capacità gli permetteranno di uscire dalla situazione altrettanto bene di quanto farebbe un gatto in condizioni difficili. Ma anche e semplicemente perché grazie alla caduta ci si sbarazza delle paure che a volte i nostri stessi genitori o i nostri nonni ci hanno inculcato con il loro “precauzionismo” del tipo “Fai attenzione che cadi” a cui segue inevitabilmente il “Finirai per farti male”. Questo imprinting pavloviano ci ha spesso portato alla rigidità e in ogni caso ad una certa apprensione rispetto al fatto di cadere.
In francese la parola cadere ha evidentemente una connotazione negativa, mentre in giapponese la traduzione correntemente più ammessa per il termine Ukemi è “atterrare con il corpo”, e qui si capisce che c’è un mare di differenza. Una volta ancora la lingua ci mostra che i concetti, le reazioni, sono profondamente differenti, e sottolinea l’importanza del messaggio da trasmettere alle persone che debuttano nell’Aikido. Senza essere specificatamente linguisti, né traduttori di giapponese, la comprensione della nostra arte passa anche attraverso lo studio delle civiltà orientali, delle loro filosofie, dei loro gusti artistici, dei loro codici. A mio avviso, non è possibile sradicare l’Aikido dal suo contesto, nonostante il suo valore di universalità, si deve andare a cercare in quelle radici e dunque nei testi antichi. Una delle basi dell’Aikido si trova nella Cina antica, più precisamente nel Taoismo. Durante un’intervista con G. Erard, Kono sensei rivela uno dei segreti dell’Aikido, che mi sembra essenziale benché piuttosto dimenticato al giorno d’oggi: egli aveva domandato a O Sensei Morihei Ueshiba «“O Sensei, com’è che noi non facciamo la stessa cosa che fa lei?” O Sensei ha risposto sorridente: “Io comprendo lo Yin e lo Yang, voi no!”».***

Proiettare per armonizzare

Tori, e questa è una peculiarità della nostra arte, può guidare la caduta del suo partner in modo che questi possa approfittare dell’azione. Itsuo Tsuda ci parla di quello che aveva sentito quando veniva proiettato da O Sensei: “Quello che posso dire in base alla mia esperienza è che, con il Maestro Ueshiba, il mio piacere era così grande che avevo sempre voglia di ricominciare. Non ho mai sentito alcuno sforzo da parte sua. Era talmente naturale che, non solo non sentivo alcuna costrizione, ma cadevo senza saperlo. Conosco l’infrangersi delle grandi onde sulla spiaggia che portano via e fanno rotolare. Certo, si prova un certo piacere, ma con il Maestro Ueshiba si trattava di altro ancora. C’era serenità, grandezza, Amore.”****
C’è una volontà, cosciente o meno, di armonizzare il corpo del partner. In questo caso possiamo parlare di proiezione. È il caso di dire che l’Aikido non è più nella marzialità, ma nell’armonizzazione dell’umanità. Per realizzare quest’ultima è necessario aver abbandonato tutte le idee di superiorità, di potere sull’altro, o ancora tutte le attitudini vendicative, e avere invece il desiderio di dare una mano al partner per permettergli di realizzarsi, senza che egli abbia bisogno di ringraziare chicchessia. Perché questo si realizzi è indispensabile la fusione di sensibilità con il partner: è questa fusione che ci guida, che ci permette di conoscere il livello del nostro partner e di lasciarlo al momento giusto se è un debuttante, o di sostenere il suo corpo se il momento è adatto per un superamento, permettergli di cadere più lontano, più rapido, o più alto. In ogni caso il piacere è garantito.

L’involontario

Non è possibile calcolare la direzione della caduta, la sua velocità, la sua forza, né tanto meno il suo angolo di atterraggio. Tutto questo passa a livello dell’involontario o dell’inconscio, se si preferisce, ma di quale inconscio stiamo parlando? Si tratta di un inconscio liberato di tutto ciò che lo ingombrava, di tutto ciò che gli impediva di essere libero, ecco perché O Sensei ricordava così spesso che l’Aikido è un Misogi, praticare l’Aikido vuol dire realizzare questa pulizia del corpo e dello spirito. Quando si pratica in questa maniera non ci sono incidenti al dojo, è la via adottata da Itsuo Tsuda sensei e le indicazioni che dava ci conducevano in questa direzione. Questo fa della sua Scuola una Scuola particolare. Altre vie non solo sono possibili, ma anche corrispondono certo maggiormente, o meglio, alle aspettative di numerosi praticanti. Leggo molti articoli nelle riviste o nei blog nei quali ci si inorgoglisce per la violenza o per la capacità di risolvere i conflitti attraverso la violenza e l’indurimento, e questo non mi sembra essere il cammino indicato da O Sensei Morihei Ueshiba, né dai Maestri che ho avuto la fortuna di conoscere e, in particolare, Tsuda sensei, Noro sensei, Tamura sensei, Nocquet sensei, o altri ancora attraverso le loro interviste, come Kono sensei.
L’Ukemi ci permette di comprendere meglio fisicamente i principi che governano la nostra arte, che ci guidano verso un superamento del nostro piccolo essere, del nostro piccolo mentale, per intravedere qualcosa di più grande di noi, fare corpo con la natura della quale siamo uno degli elementi.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

NOTE
*. Cadute in avanti fatte senza rialzarsi, cadendo sul fianco assorbendo la caduta battendo la mano al suolo.
**. Itsuo Tsuda La via della spoliazione, 2016 Yume Editions pag. 176-180
***. Guillaume Erard, Entretien avec Henry Kono: Yin et Yang, moteur de l’Aikido du fondateur, 22 aprile 2008, www.guillaumeerard.fr
****. Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, pag. 184

L’Aikido è un’arte marziale?

di Régis Soavi

Sembra che questa domanda sia ricorrente nei dojo e divida i praticanti, gli insegnanti, così come i commentatori più o meno in tutte le scuole. Dato che nessuno può dare una risposta definitiva, si è ricorsi alla storia delle arti marziali, alle necessità sociali, alla storia dell’origine degli esseri umani, alle scienze cognitive, ecc., incaricandole di fornire una risposta, che, se non risolve il problema, avrà almeno il merito di giustificare quanto viene affermato.

L’Aikijutsu, da quando ha abbandonato il suffisso jutsu per diventare un dō, ha riconosciuto sè stesso come un’arte della pace, una via dell’armonia allo stesso titolo dello Shodō (la via della calligrafia) o anche del Kadō (la via dei fiori). Adottando il termine che significa il cammino, la via, è diventato per questo un cammino più facile? O invece ci obbliga a porci delle domande, a riesaminare il nostro percorso, a fare uno sforzo di introspezione? Un’arte della pace è un’arte dell’accomodamento, un’arte debole, un’arte dell’accettazione, un’arte in cui gli imbroglioni possono godere di una reputazione a basso costo?
Sicuramente è un’arte che ha saputo adattarsi alle nuove realtà della nostra epoca. Ma si deve alimentare l’illusione di un’autodifesa facile, alla portata di tutti, adatta a tutte le tasche e senza la necessità di impegnarsi nemmeno un po’? Si può realmente credere o far credere che grazie a un’ora o due alla settimana, per di più escluse le vacanze (i club sono spesso chiusi), si può diventare un fulmine di guerra o acquisire la saggezza ed essere capaci di risolvere tutti i problemi grazie alla propria calma, alla propria serenità o al proprio carisma? La soluzione allora sta nella forza, il lavoro muscolare e le arti violente? Se c’è una direzione, si trova secondo me, e malgrado quanto ho appena detto, nell’Aikido.

Una Scuola senza gradi

Tsuda Itsuo non diede mai dei gradi a nessuno dei suoi allievi e quando qualcuno gli poneva una domanda sull’argomento, aveva l’abitudine di rispondere: “Non ci sono cinture nere di vuoto mentale”. Si può dire che, con ciò, chiudeva ogni discussione. Essendo stato l’interprete, presso O Sensei Ueshiba Morihei, di André Nocquet sensei in occasione del suo apprendistato in Giappone, in seguito ha fatto da tramite quando stranieri francesi o americani si presentavano all’Hombu Dojo per iniziarsi all’Aikido. Questo gli permise, traducendo le domande degli allievi e le risposte del maestro, di avere accesso a quanto sottintendeva la pratica e ne faceva qualcosa di universale. Ne faceva un’arte al di là della pura marzialità. Ci parlava della postura di O Sensei, della sua incredibile spontaneità, della profondità del suo sguardo che sembrava penetrarlo fino al più profondo del suo essere. Tsuda Itsuo non ha mai cercato di imitare il suo maestro che considerava inimitabile. Si è subito interessato a quello che animava quest’uomo incredibile capace della più grande dolcezza come della più grande potenza. È per questo che, arrivato in Francia, cercò di trasmetterci quello che per lui era l’essenziale, il segreto dell’Aikido, la percezione concreta del ki. Quello che aveva scoperto, e che riassumeva in questa frase, la prima del suo primo libro: “Dal giorno in cui ho avuto la rivelazione del ‘ki’, del respiro (avevo allora più di quarant’anni), non ha smesso di crescere in me il desiderio di esprimere l’inesprimibile, di comunicare l’incomunicabile.”1
Per dieci anni percorse l’Europa per farci scoprire, a noi occidentali, molto spesso troppo cartesiani, dualisti, che esiste un’altra dimensione nella vita. Che questa dimensione non è esoterica ma exoterica come amava dire.

Una Scuola particolare

Le motivazioni che portano a cominciare questa pratica sono evidentemente molto diverse. Se penso alle persone che praticano nella nostra Scuola (la Scuola Itsuo Tsuda), a parte qualcuno, ce ne sono pochi che sono venuti per l’aspetto marziale. D’altra parte, molti di loro non vi hanno visto niente di marziale di primo acchito, benché ad ogni seduta io mostri come le tecniche possano essere efficaci se eseguite in modo preciso, e pericolose se vengono usate in modo violento. L’aspetto marziale deriva dalla postura, dalla respirazione, dalla capacità di concentrazione, dalla verità dell’atto che è l’attacco. Per l’apprendimento, è indispensabile rispettare il livello del proprio partner, ed esercitarsi con forme conosciute.
Ma la scoperta che si può fare praticando le forme predefinite va molto al di là. Si tratta di far fruttare qualcos’altro, di rivelare ciò che si trova al fondo degli individui, di liberarsi dall’influenza sottesa esercitata dal passato e a volte anche dal futuro, sui nostri gesti, sull’insieme dei nostri movimenti, tanto fisici quanto mentali. Del resto nel nostro dojo tutti se ne rendono conto.
La seduta comincia alle 6,45. Il fatto di venire a praticare così presto la mattina (in effetti O Sensei e Tsuda sensei cominciavano sempre le loro sedute alle 6,30) non è né un’ascesi e neanche una disciplina. Alcuni praticanti arrivano verso le 6 ogni mattina, per condividere un caffè o un tè, ed approfittare di questo momento prima della seduta (del pre-seduta), a volte così ricco grazie agli scambi che possiamo avere tra noi. È un momento di piacere, di scambio sulla pratica, così come a volte anche sulla vita quotidiana, che si condivide con gli altri in modo estremamente concreto e non in modo virtuale come la società tende a proporci.
Ovviamente tutto ciò può apparire retrogrado o inutile, ma evita l’aspetto divertimento facile e non favorisce il clientelismo, senza per questo dire che ciò non esista, ciò lo riduce e con il tempo evolve. E questo perché gli esseri cambiano, si trasformano, o più precisamente ritrovano se stessi, ritrovano delle capacità latenti, che pensavano a volte di aver perso o spesso, più semplicemente, che avevano dimenticato.

Yin il femminile: comprendere

Le donne sono così numerose nella nostra Scuola che la parità non è rispettata, gli uomini sono in minoranza, di poco certo, ma lo sono sempre stati. Non vorrei parlare a nome delle donne eppure come fare? Eppure non formano un mondo a parte, sconosciuto agli uomini.
Ma forse, per molti, sì!… Ciononostante penso sia sufficiente per l’uomo prendere in considerazione il suo lato yin, senza averne paura, per ritrovare e comprendere ciò che ci avvicina e ciò che ci differenzia. Forse è per un’affinità personale, una ricerca dovuta al mio vissuto durante gli eventi del maggio ‘68 e a questo schiudersi del femminismo che si rivelò una volta di più a quell’epoca. O forse è semplicemente perché ho avuto tre figlie, che d’altra parte praticano tutte e tre, il risultato, quale ne sia la ragione, è stato che da sempre faccio attenzione al fatto che nei dojo della nostra Scuola le donne abbiano sempre il loro posto legittimo. Vi hanno le stesse responsabilità e non c’è evidentemente nessuna differenza di livello, sia per lo studio che per l’insegnamento. È veramente un peccato dover precisare questo tipo di cose, ma sfortunatamente non vanno da sé in questo mondo.
Malgrado tutto le donne prendono poco la parola, dovrei dire la penna, nelle riviste di arti marziali. Sarebbe interessante leggere degli articoli scritti da delle donne, oppure dedicare uno spazio in “Dragon magazine spécial Aikido” alla visione delle donne sulle arti marziali e sulla nostra arte in particolare. Non hanno niente da dire o il mondo maschile accaparra tutto lo spazio? O forse questi dibattiti di parrocchia sull’efficacia dell’Aikido le annoiano, loro che cercano e spesso trovano, mi sembra, un’altra dimensione, o in ogni caso qualcos’altro, grazie a quest’arte? Di questo “qualcos’altro”, che forse è più vicino alla ricerca di O Sensei, Tsuda Itsuo sensei ce ne dà un’idea in questo passaggio del suo libro La Via della spoliazione:
“Ci si rappresenta forse il Maestro Ueshiba come un uomo fatto di acciaio? È però l’impressione opposta che ho avuto di lui. Era un uomo sereno, capace di una concentrazione straordinaria, ma d’altra parte estremamente permeabile, da scoppi di fragorose risate, con un senso dell’umorismo inimitabile. Ho avuto l’occasione di toccare il suo bicipite. Ne fui stupefatto, era la tenerezza di un neonato. Tutto ciò che si potesse immaginare contrario alla durezza.
La cosa può sembrare strana, ma il suo Aikido ideale era quello di giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle quanto i ragazzi. Il loro Aikido è, per questo motivo, più fluido e più naturale.”2

Yang il maschile: combattere

art martial

Siamo educati alla competizione a partire dalla più tenera infanzia, la scuola, con il pretesto dell’emulazione, ha la tendenza ad andare nella stessa direzione, e tutto ciò per prepararci al mondo del lavoro. Ci insegnano che il mondo è duro, che bisogna assolutamente guadagnarsi il proprio posto al sole, imparare a difendersi contro gli altri, ma ne si è così sicuri? Il nostro desiderio non avrebbe tendenza a guidarci in una direzione diversa? E cosa facciamo per realizzare quest’obbiettivo? L’Aikido può essere uno degli strumenti di questa rivoluzione dei costumi, delle abitudini, deve e soprattutto noi dobbiamo fare lo sforzo necessario affinché le radici del male che corrode le nostre società moderne si rigenerino e ridiventino sane? Ci sono stati in passato degli esempi di società in cui la competizione non esisteva, o molto meno del modo in cui esiste oggi, delle società in cui anche il sessismo era assente, anche se non si può presentarle come società ideali. Leggendo gli scritti sul matriarcato nelle isole Trobriand di quel grande antropologo che era Bronislaw Malinowsky si potrà scoprire la sua analisi, trovare delle piste, e forse anche dei rimedi a questi problemi di civiltà che vengono denunciati così spesso.

Tao, l’unione: una via per la realizzazione dell’essere umano

La via, per sua essenza, senza essere idealisti, si giustifica e prende tutto il suo valore dal fatto che normalizza il terreno degli individui. Per chi la segue, essa regola le sue tensioni, dà equilibrio, è tranquillizzante permettendo un diverso rapporto con la vita. Non è ciò che tante persone “civilizzate” cercano disperatamente e che si trova in fin dei conti nel profondo dell’essere umano?
La via non è una religione, anzi è quello che la differenzia dalla religione che ne fa uno spazio di libertà, nel quadro delle ideologie dominanti. Il pensiero al quale la si può assimilare mi sembra essere l’agnosticismo, corrente filosofica poco conosciuta, o piuttosto conosciuta in modo superficiale, ma che permette di integrare tutte le diverse scuole. C’è un buon numero di rituali nell’Aikido che si continuano a seguire senza comprenderne la vera origine (quella da cui attinse O Sensei) o a volte altri rituali che diversi maestri trovarono grazie a pratiche antiche come fece Tamura sensei stesso. Sono state spesso associate alla religione mentre, come si potrebbe verificare, sono le religioni che hanno usato tutti questi antichi rituali, se ne sono appropriate per farne degli strumenti al servizio del loro potere, e anche troppo spesso servono alla dominazione e all’asservimento degli individui.

Un mezzo: la pratica respiratoria

La prima parte nell’Aikido di O Sensei Ueshiba Morihei, lungi dall’essere un riscaldamento, consisteva in movimenti di cui è primordiale ritrovare la profondità. Non è per una soddisfazione intellettuale, né per preoccupazioni integraliste e ancor meno per acquisire dei “poteri superiori”, che li continuiamo, ma per ritrovare il cammino che aveva intrapreso O Sensei. Certi esercizi, come Funakogi undo (movimento detto del rematore) o Tama-no-hirebori (vibrazione dell’anima), hanno un valore molto grande, e quando vengono praticati coll’attenzione necessaria, possono permetterci di sentire al di là del corpo fisico, al di là della nostra sensazione così limitata, per scoprire qualcosa di più grande, di molto più grande di noi. Si tratta di una natura illimitata a cui partecipiamo, nella quale ci immergiamo, che è fondamentalmente ed inestricabilmente legata a noi, e che tuttavia ci è molto difficile raggiungere o anche a volte sentire. Questa concezione che ho fatto mia, non è dovuta ad un rapporto mistico con l’universo, ma piuttosto a un’apertura psicofisica a cui si sono avvicinati molti fisici moderni grazie alla teoria e che cercano di verificare. Non è una cosa che si può apprendere guardando dei video su Youtube, né consultando dei libri di antica sapienza, malgrado la loro innegabile importanza. È qualcosa che si scopre in modo puramente corporale, in modo assolutamente e integralmente fisico, anche se è un fisico allargato a una dimensione inusuale. Poco a poco tutti i praticanti che accettano di cercare in questa direzione la scoprono. Non è legata a una condizione fisica né all’età né ovviamente al sesso o alla nazionalità.

L’educazione

Quasi tutti gli psicologi considerano che l’essenziale di quello che ci guiderà all’età adulta succede durante la nostra infanzia e più precisamente nella nostra prima infanzia. Tanto le buone quanto le cattive esperienze. Bisogna dunque curare in modo particolare l’educazione in modo da conservare il più possibile la natura innata del bambino. Non si tratta in alcun caso di lasciar fare al bambino tutto quello che vuole, né di farne un bambino-re, di diventare il suo schiavo, il mondo lo circonda ed egli ha bisogno di punti di riferimento. Ma molto velocemente, spesso poco dopo la nascita, a volte dopo qualche mese, il bambino viene affidato a persone estranee alla famiglia. Dove sono finiti i genitori? Non riconosce più la voce della madre, il suo odore, il suo movimento. È il primo trauma e ci si dice: “Si riprenderà”. Certo, sfortunatamente non è l’ultimo, tutt’altro. Poi viene il nido, cui segue la materna, la scuola primaria, le medie ed infine la Maturità prima forse dell’università per almeno tre, quattro, cinque, sei anni o ancora di più.
Ma cosa ci si può fare? “È la vita.” mi si dice. Ognuno di questi posti nei quali il bambino passerà il tempo in nome dell’educazione e dell’apprendimento è una prigione mentale. Dalle conoscenze di base alla cultura di massa, quando sarà rispettato in quanto individuo pieno di quest’immaginazione che caratterizza l’infanzia? Gli si insegnerà ad obbedire, imparerà a barare. Gli si insegnerà a essere con gli altri, imparerà la competizione. Riceverà dei voti, si chiamerà ciò emulazione, e questo disastro psicologico sarà vissuto dai primi come dagli ultimi allievi.
In nome di quale ideologia totalitarista si formano i bambini e tutti i giovani alla paura della repressione, alla sottomissione, al disimpegno e alla disillusione? La società odierna nei paesi ricchi non ci propone niente di veramente nuovo: lavoro e tempo libero non sono che dei sinonimi dell’ideale romano di pane e giochi circensi, la schiavitù dell’antichità non è che il salariato di oggi. Una schiavitù migliorata? Forse… con una lobotomizzazione spettacolare, garantita senza fattura, grazie alla pubblicità della merce che ci viene propinata, e il suo corollario: l’iperconsumismo di beni tanto inutile quanto nefasto.
La pratica dell’Aikido per i bambini e per gli adolescenti è l’occasione di uscire dagli schemi che propone il mondo che li circonda. È grazie alla concentrazione che la tecnica esige, una respirazione calma e serena, l’aspetto non competitivo, il rispetto per le differenze, che essi possono conservare o, se necessario, ritrovare la loro forza interiore. Una forza tranquilla, non aggressiva, ma piena e ricca dell’immaginazione e del desiderio di rendere il mondo migliore.

Una filosofia pratica, o meglio, una pratica filosofica

La particolarità della Scuola Itsuo Tsuda viene dal fatto che si interessa più all’individualità che alla diffusione di un’arte o di una serie di tecniche. Non si tratta di creare un individuo ideale, né di guidare chiunque verso qualcosa, verso un modello di vita, con una certa quantità di gentilezza, una certa quantità di amabilità o di saggezza, di ponderazione o di esaltazione, ecc. Ma di risvegliare l’essere umano e di permettergli di vivere pienamente nell’accettazione di quello che è nel mondo che lo circonda senza distruggerlo. Questo spirito di apertura non può che svegliare la forza che preesiste in ciascuno di noi. Questa filosofia ci porta all’indipendenza, all’autonomia, ma non all’isolamento, al contrario, tramite la scoperta dell’Altro, ci porta alla comprensione di quello che è, e al di là di quello che è forse diventato. Tutto questo apprendimento, o piuttosto questa riappropriazione di sé, richiede del tempo, della continuità, della sincerità, al fine di realizzare in modo più chiaro la direzione verso la quale si desidera andare.

Il superamento, ciò che vi è dietro

Quello che mi interessa oggi, è ciò che vi è dietro o più esattamente ciò che vi è al fondo dell’Aikido. Quando si prende un treno si ha un obbiettivo, una destinazione, con l’Aikido è un po’ come se man mano che si avanza il treno cambiasse obbiettivo, come se la direzione diventasse diversa, e allo stesso tempo più precisa. Quanto all’obbiettivo, si allontana malgrado il fatto che si pensi di essersene avvicinati. Ed è a questo punto che bisogna prendere coscienza che l’oggetto del nostro viaggio è nel viaggio stesso, nei paesaggi che vi scopriamo, che si affinano, e a noi si rivelano.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 21) nel mese di luglio del 2018.

Note

* Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 11.
** Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161.

Dojo Yuki Ho, Toulouse

10, rue Dalmatie – 31500 Toulouse
Métro Marengo
05 61 48 75 80 – Email

Dojo Yuki Ho toulouse aikido katsugen undo mouvement régénérateurYuki Ho est un dojo reconnu de l’École Itsuo Tsuda, réservé à la pratique de l’Aïkido et du Katsugen Undo. Il fonctionne sur une base associative, de façon indépendante et autogérée, préservant ainsi un esprit proche des dojos traditionnels japonnais.

Les séances sont conduites par les pratiquants plus avancés, et sont accessibles à toute personne, quel que soit l’âge ou le “niveau”. Tels qu’abordés dans notre École, l’Aïkido et le Katsugen Undo n’ont pas de finalité sportive ou thérapeutique. Ce sont avant tout des pratiques du Non-faire.

Régis Soavi Senseï, fondateur de ce dojo et conseiller technique de l’École Itsuo Tsuda, anime régulièrement des stages qui sont l’occasion de découvrir ou d’approfondir ces pratiques. Il poursuit ainsi le travail initié par Maître Itsuo Tsuda, dont il a suivi l’enseignement pendant dix ans.

La pratique régulière

 AïkidoKatsugen Undo
Lundi6h45
Mardi6h45
Mercredi18h3020h15
Jeudi6h45
Vendredi6h45 et 18h30
Samedi8h
Dimanche8h10h15

La pratique du Mouvement régénérateur doit commencer par un stage.
Tenue pour l’Aïkido: kimono.

Tenue pour le Mouvement régénérateur: vêtements souples.

Séance d’essai gratuite.
Le 1er mois au tarif découverte vous permettra de découvrir la pratique et notre Ecole.

 AikidoKatsugen Undoles 2 activités
Tarif mensuel55€50€90€
Mois découverte40€30€60€
Etudiants40€30€60€
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Aikido : un’evoluzione dell’essere

Di Régis Soavi

L’Aikido è uno strumento della mia evoluzione, mi ha fatto evolvere, ho dovuto soltanto seguire con tenacia questa strada che si apriva davanti a me, che si apriva dentro di me. Come tanti altri, sono arrivato a questa pratica per la sua marzialità. Ma la sua bellezza, come anche l’estetica dei suoi movimenti, mi hanno rapidamente affascinato, e questo già con il mio primo professore Maroteaux Sensei. Poi, quando ho avuto modo di vedere Masamichi Noro Sensei, e Nobuyoshi Tamura Sensei, ho avuto la conferma di quello che avevo intuito: l’Aikido era una cosa completamente diversa da quello che conoscevo.

Arrivavo dal mondo del Judo, con le immagini che ci erano state trasmesse, come ad esempio quella del ramo di ciliegio che si copre di neve e che tutt’a un tratto la lascia cadere e si raddrizza. Ero già andato oltre le idee che giravano all’inizio del secolo e negli anni cinquanta di un “Jiu Jitsu giapponese che trasforma un uomo piccolo e mingherlino in un mostro di efficacia”.
La realtà della mia periferia e soprattutto gli avvenimenti ai quali avevo preso parte negli anni dal ‘68 al ‘70 avevano già spazzato via tutte queste immagini. Avevo appena vent’anni quando ho incominciato a praticare l’Aikido, e se il mondo non era certo come lo avrei desiderato, poteva essere cambiato. Potevamo passare dalla barbarie mondiale, con le sue guerre, le sue carestie, le sue incomprensioni tra i popoli, ad una società più umana, una società finalmente pacificata. E ovviamente l’Aikido ce lo avrebbe permesso. Il Maestro Ueshiba era appena deceduto, ma ci lasciava un’eredità incredibile, con una quantità di discepoli giovani o meno giovani pronti a guidarci, ad insegnarci. Faccio parte di questa generazione, piena di queste speranze, dopo la delusione dovuta al disastro di quello che avevamo sperato essere una rivoluzione umanista nel Maggio ‘68 in Francia. La filosofia trasmessa dall’Aikido risuonava in noi, ci incitava ad essere forti per combattere l’ingiustizia. Come spiegavano i libri di Tadashi Abe e Jean Zin1, di E. Herrigel2, o anche un po’ più tardi e a modo suo di K.G. Durkheim3, era un’Arte Cavalleresca. Forse saremmo stati i cavalieri dei tempi moderni… Jigoro Kano Sensei aveva, all’alba del ventesimo secolo, trasformato il Jiu Jitsu in “un’arte”, una via, era stato uno degli iniziatori di questo cambiamento storico ed era riuscito a farlo conoscere. Gli ideali di Kano Sensei dovevano essere trasmessi dall’educazione, l’arte del Judo ne era lo strumento.
O Sensei Morihei Ueshiba si era anche lui evoluto. Come ogni uomo, il tempo, l’età, l’esperienza, ma molto più di tutto questo, la sua illuminazione, questo istante di coscienza, che evocava così bene ed in modo così poetico e che aveva aperto in lui una porta verso l’ignoto.
Dell’Aikido che si era già costruito come pratica marziale, arte del combattimento, ha tenuto la forma, il rigore, ma la filosofia che ne costituiva la base non era più la stessa, iniziava a parlare dell’amore con la A maiuscola, dell’“Amore universale”.

Un’altra dimensione

Quando Tsuda Sensei che aveva già quarantacinque anni incontrò il Maestro Ueshiba che ne aveva settantasei, misurò subito la grandezza di O Sensei, l’intensità del suo messaggio. Poteva capirlo grazie alla sua età, alla sua cultura immensa, e forse anche perché non arrivava dalle arti marziali, ma dal Seitai, che studiava con Haruchika Noguchi Sensei4 già da una quindicina di anni. Profondamente pacifista, aveva anche subito in età adulta, la Seconda Guerra mondiale, con il suo corteo di massacri e la sua tragica fine nucleare.
Con Itsuo Tsuda scoprivo qualcosa di diverso da quello che avevo appreso fino ad allora. Non si trattava di esercitarsi o di integrare delle tecniche e di ripeterle all’infinito. Ci presentava qualcosa di diverso, un’altra dimensione. Il suo talento era nella respirazione, il ki, questa nozione così misteriosa, che con lui, diventava estremamente concreta, comune, quasi banale.

A causa, e soprattutto grazie a questo, il mio Aikido evolveva, la mia pratica si trasformava. Avevo sentito parlare dell’aspetto religioso dell’Aikido, del rapporto che il fondatore aveva coltivato con l’Omoto-kyo fino alla fine della sua vita. Questo aspetto è stato rifiutato da alcuni aikidoka. Le religioni non erano più di moda ed in ogni caso non bisognava mescolare le cose, bisognava sbarazzarsene, ritornare indietro, alle origini, al combattimento, alla dura realtà della vita e quindi più o meno alla giungla. Gli avvenimenti recenti non gli danno forse ragione, con la loro violenza, ed i suoi corollari, il suo corteo di protezioni, la tendenza al ripiegamento su se stessi, sui propri interessi?

Il mio maestro ci proponeva una prospettiva tutta diversa. Parlava spesso della sua immensa ammirazione per il Maestro Ueshiba. Ci diceva che lui stesso stava cercando nella direzione che gli aveva dato il suo maestro. Ci guidava verso il sacro, non verso il religioso ma verso il sacro, era la sua maniera di insegnarci l’arte del misogi,5 di trasmettere un messaggio a questo piccolo gruppo di Francesi che ignoravano, all’epoca, tutto o quasi delle tradizioni e della cultura giapponesi.

L’Aikido evolve

Per Régis Soavi, l'Aikido, è l'approfondimento della percezione del ki.
Per Régis Soavi, l’Aikido, è l’approfondimento della percezione del ki.

Se l’Aikido si è evoluto, dobbiamo per questo classificarlo oggi tra le tecniche di benessere, di rilassamento o di gestione dello stress? La filosofia della nostra arte forse non ha finito di sorprenderci, per chi sa scavare, ed andare alla radice dell’essere umano, grazie a questo formidabile strumento.
Se l’Aikido evolve è attraverso il nostro incontro con esso, perché ogni giorno, ogni mattina precisamente, durante ogni seduta ci mettiamo in armonia con l’altro, gli altri, e di conseguenza con l’Universo.
L’Aikido è multiplo ma il suo fondamento è “UNO”, è per me una ricerca, un approfondimento della mia respirazione, della mia percezione del ki. Perché il cambiamento che si produce dentro di noi è la scoperta del mondo del ki.
L’Aikido evolve perché io evolvo. La mia comprensione lo fa evolvere in me.
La nostra arte ha fatto molto più che evolversi, si è radicalmente staccata dalle sue origini, ha cambiato orientamento, ha cambiato il “nostro” orientamento.

La mia domanda è quindi: dobbiamo far evolvere l’Aikido perché non è più adatto alla nostra epoca? Il mondo è cambiato certo, i suoi valori non sono più gli stessi, ma gli individui sono realmente cambiati? Oppure vogliono una volta ancora uscire dall’impasse in cui la società li ha portati?

Soffocare il nostro mondo interiore per sopravvivere o risvegliare il nostro mondo interiore per poter vivere.

Se tante persone cercano oggi in direzioni diverse da quelle che ci propone la società, non è per farla continuare così com’è, ma proprio perché desiderano cambiarla. Cambiarla per andare avanti e non per tornare indietro. Ma andare avanti non vuol dire fare tabula rasa del passato, al contrario. Bisogna saper approfittare dell’esperienza di questo passato, perché ci sono radici sane, non tutto è da buttare alle ortiche. In una società in cui gli individui sono diventati intercambiabili, ci sono dei valori eterni che possiamo conservare o ritrovare, ovvero riappropriarcene. Uno di questi valori è l’individualità, la differenza e la ricchezza delle persone che non chiede di meglio che di sbocciare. L’Aikido è qui per permettere loro questo sbocciare. Per questo sarà necessario lavorare sulla sensibilità, bisognerà ritrovarla nei meandri del nostro inconscio, del nostro involontario, di quello che fa di noi degli esseri umani, e non dei robot.

Il mondo dell’Aikido è per la maggior parte un mondo maschile, la sua evoluzione si farà anche attraverso il riconoscimento reale del femminile, come un mondo con valori propri, così vicino e allo stesso tempo così lontano.
Questo riconoscimento di un mondo che ha mantenuto un contatto con la vita nella sua semplicità, nel suo lato primitivo e propriamente istintivo può aiutarci a ritrovare noi stessi. Finiremo forse con l’apprezzare quello che sarà un vero equilibrio, basato su un’uguaglianza reale e non dettato da convenzioni antiquate. Un’uguaglianza dove la comprensione della differenza permette di apprezzarla.

Parlo della nostra evoluzione, quella che ci è indispensabile per andare avanti. I più grandi maestri non sono né aggressivi né violenti, al contrario. Anche se si parla della loro potenza, viene fatto l’elogio della dolcezza di Tamura Sensei, di Noro Sensei, di O Sensei Morihei Ueshiba, di Itsuo Tsuda Sensei. Senza che questo li sminuisca in alcun modo, senza che questo pregiudichi la loro forza, la loro personalità, al contrario. Se dovessimo trovare una via che ci porti alla pace, non sarebbe forse in questa direzione che dovremmo guardare?

L’amore di cui parla il fondatore non è qualcosa che si impara, questo Amore universale emerge dall’essere umano sincero quando si è sbarazzato da tutto quello che ne impediva l’emergere. Le sue debolezze, la sua condiscendenza, le sue paure, le sue rigidità, e tante altre cose. Ognuno di noi può fare la propria lista. Emerge dal più profondo di noi, a volte all’improvviso, sempre perché abbiamo abbandonato le nostre prerogative. Questo amore è ben lontano dall’essere un punto d’arrivo in sé, non si può misurare, la sua dimensione non è calcolabile, così può crescere mano a mano che il nostro respiro si approfondisce, che penetriamo un po’ di più in quella che chiamerò una dimensione supplementare: la sensazione concreta del ki. Al di là delle tre dimensioni a cui siamo abituati, e senza entrare nella quarta dimensione dei romanzi di fantascienza. Questa dimensione che è la sensazione fisica del ki in ogni sua forma, ci apre le porte verso una percezione più fine, più precisa del mondo. Un mondo in qualche modo allargato, un mondo che intuiamo e di cui abbiamo la chiave. Un mondo di libertà per noi e che si estende intorno a noi, che libera tutti quelli che vogliono cercare e lasciarsi guidare dalla loro intuizione, dal loro kokoro6, e dalla loro intelligenza in profondità.
La percezione di questa dimensione mi sembra essere un’evoluzione logica che deve derivare dalla natura stessa della nostra pratica e per questo dobbiamo dirigere tutta la nostra energia in questa direzione. Dobbiamo operare senza sosta perché i nostri allievi, e per estensione le persone che li circondano, possano beneficiare di questa scoperta.

L’Aikido: sport olimpico, arte di combattimento o tecnica di rilassamento?

Qual è il futuro di questa pratica? Se ha un passato glorioso sembra che oggi attiri sempre meno persone. Forse le rigidità amministrative dello Stato francese hanno bloccato l’entusiasmo delle generazioni passate. La scolarizzazione della società, già denunciata da un filosofo come Ivan Illich7 negli anni ‘70, fu applicata nell’insegnamento dell’Aikido, con i suoi programmi, i suoi esami, le sue ricompense. Questa idea di progressione basata sulla performance ha spesso, passato l’entusiasmo dell’inizio, stancato i giovani praticanti. Quelli che praticano da tanto tempo e ripetono sempre la stessa cosa non vedono più verso cosa stanno andando e a volte sono delusi da quest’arte che non ha portato loro quello che avevano creduto d’intravedere all’inizio. I nostri maestri e i nostri predecessori che avevano conosciuto O Sensei avevano visto qualcos’altro in questo uomo fuori dal comune. Sapevano che l’Aikido non si riduceva ad un’efficacia miracolosa dovuta a concatenazioni di tecniche eseguite sempre più velocemente.

Come arte di combattimento, senza gli anni di allenamento quotidiano, è molto spesso un’illusione, e anche con gli allenamenti intensivi, rimane comunque un’illusione. Anche i meglio preparati non possono garantire niente, perché tanti fattori entrano in gioco in un incontro violento. Si può allora lasciarsi andare a paragonare le differenti arti: Boxe Inglese, Cinese, Tailandese, Jiu Jitsu Brasiliano, Vale tudo, ecc., ognuno può tirare a sé la coperta argomentando. È la polemica verbale, e a volte finisce sul ring in un confronto ben lontano dagli ideali dei nostri poveri maestri, il cui unico desiderio mentre ci insegnavano quest’arte era di farci diventare esseri umani a tutti gli effetti, donne e uomini di valore. L’Aikido, con i suoi valori umanisti, era portatore di speranza nel ventesimo secolo, trovava un’eco nella nuova generazione che usciva dall’oscurantismo antiquato del conformismo. L’epoca lo ha trasformato, non ha saputo, potuto, resistere alle sirene della modernizzazione, dell’ognuno per sé, del cocooning o del ritorno al passato verso i valori-rifugio del tipo autorità, condizionamento, spirito di competizione.

L’autonomia

L’autonomia non si può insegnare, si scopre allo stesso modo delle capacità individuali, ma ci vuole tempo. Bisogna essere guidati, ma non forzati. Serve libertà, non lassismo. Forza senza rigidità. Infine, se sappiamo proporre questo in dojo che siano indipendenti dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni, dalle organizzazioni varie, allora vedremo persone riunirsi, per evolvere insieme grazie alla nostra pratica. Se non si dimentica che l’asse principale della nostra ricerca è il ki, le sue manifestazioni, la comprensione della sua importanza, il suo utilizzo attraverso la sensazione della vita che ci anima.

L’essenziale è nella scoperta della direzione da seguire, quella che ci porta all’autonomia, alla realizzazione dell’Essere nella semplicità.
Posso così fare mie le parole dell’Internazionale di Eugène Pottier8, come quelle della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges9 o quelle di Gesù di Nazareth o anche quelle di Buddha. Basta che io ne faccia una lettura non di parte ed aperta. Se l’Occidente ha una mente manichea, è completamente diverso in Oriente. Senza idealizzare l’uno o l’altro, la nostra ricerca deve portarci ad afferrare il meglio di ogni cultura. Il nostro mondo non è dei più allegri, ci mostra ogni giorno, attraverso i media, il suo volto spesso così deformato, con il suo carico di incomprensioni, di difficoltà e anche di orrori. Se è difficile agire efficacemente sulla società a livello mondiale, invece, possiamo agire a livello regionale, intendo dire vicino a noi, nel nostro entourage.
L’Aikido, se si sviluppa nello spirito di cui ho provato a dare un’idea, può essere uno strumento formidabile per rendere la nostra società più umana, più tollerante, ed anche più accogliente. È un’arte eccezionale che non chiede altro che svilupparsi. Siamo noi insegnanti di oggi che dobbiamo dare risposte, dare una direzione sana alla nostra pratica, con franchezza, senza nasconderci dietro ideologie o idee preconcette, per poter essere all’altezza di quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di luglio del 2017.

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Note

1  Jean Zin et Tadashi Abe, La vittoria attraverso la pace.
2  E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco.
3  K. G. Durkeim, Hara, centro vitale dell’uomo.
4  Noguchi Haruchika (1911-1976) è il fondatore del Seitai.
5  Per Ueshiba Morihei l’Aikido è un Misogi, una pratica di purificazione del corpo e della mente.
6  Il termine kokoro esprime un concetto, ha quindi un significato più esteso rispetto ai suoi equivalenti “cuore” “anima” o “spirito” spesso utilizzati per tradurlo.
7  I. Illich, Una società senza scuola (titolo originale: Deschooling Society).
8  Eugène Pottier (1816-1887) autore di L’Internazionale, canto rivoluzionario le cui parole furono scritte nel 1871 durante la repressione della Comune di Parigi, sotto forma di un poema alla gloria dell’Internazionale operaia.
9  Olympe de Gouges (1748-1793) ha lasciato numerosi scritti a favore dei diritti civili e politici delle donne e dell’abolizione della schiavitù.

Trascendere lo spazio ed il tempo

Di Régis Soavi.

Tutti gli aikidoka hanno già sentito parlare di Ma-ai perché è una delle basi della nostra pratica. Ma parlarne e viverla sono purtroppo due cose molto diverse. Essendo conosciuta in tutte le arti marziali, si trovano facilmente tanti riferimenti in merito.
Si può concepire intellettualmente questa nozione, si può scriverne e sviluppare tutto un discorso, ma “niente vale quanto il vissuto” come ci ripeteva spesso il mio maestro Itsuo Tsuda.
Proverò quindi a spiegare l’inspiegabile attraverso esempi o situazioni concrete.Lire la suite

Kokyu rivelazione dell’unità dell’essere

Di Régis Soavi

In uno dei suoi libri Itsuo Tsuda ci dà il suo punto di vista su Kokyu :

Cover_ItsuoTsuda_LaViaDellaSpoliazione_WEB«Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di ”kokyu”, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha “kokyu”, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di ”kokyu” per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il “kokyu” non si spiega, si acquisisce.
Quand’ero giovane, ho visto un operaio lavorare con il suo cacciavite su macchinari molto arrugginiti. Ho provato a svitare, ma invano, tanta era la ruggine. Per lui, la cosa non poneva alcun problema, svitava con facilità, non perché fosse più forte, ma perché aveva il “kokyu”.
Quando si acquisisce il “kokyu”, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora «indomabili», divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.
Il ki , il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.
Un maestro di arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro, si dice. I Francesi sanno farli tacere infilando loro uno zuccherino in gola. È astuzia, è un trucco, ma non è kokyu, respirazione, che è tutt’altra cosa.»

Itsuo Tsuda, La Via della Spoliazione – Yume Editions

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Incontro con la respirazione

itsuo tsuda respirationNato nel 1914 Itsuo Tsuda avrebbe avuto cent’anni.  Questo personaggio atipico, tenacemente indipendente, si considerava  prima di tutto un filosofo ed è una figura fondamentale dell’Aikido in Francia. È lui che introdusse il Katsugen Undo* in Europa all’inizio degli anni ’70.
Allievo diretto di O’Sensei Morihei Ueshiba per gli ultimi dieci anni della vita di quest’ultimo, Itsuo Tsuda non riteneva importante dell’Aikido né l’aspetto sportivo né quello di arte marziale, ma piuttosto la possibilità di fare attraverso quest’arte una ricerca interiore, personale. Qualificò questa dimensione come «pratica solitaria» e si dedicò a trasmetterla nei suoi libri e nel suo insegnamento.
Iniziando l’Aikido a quarantacinque anni sono le nozioni di ki e di Non Fare che l’attirano principalmente. Questi aspetti sono particolarmente tangibili in una serie di esercizi che precedeva, presso  O’Sensei Ueshiba, la tecnica e per la quale Itsuo Tsuda ha inventato l’espressione «Pratica respiratoria». Lire la suite

#1 La respiration, philosophie vivante

respiration philosophie vivanteSix Interviews de Itsuo Tsuda « La respiration philosophie vivante » par André Libioulle diffusées sur France Culture dans les années 1980.

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Dal Filosofo del Ki #2

Seguito e conclusione del reportage pubblicato sulla rivista « Question de » nel 1975, realizzata da Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e donna di lettere francese) a Itsuo Tsuda.Itsuo tsuda Katsugen undo

Partita #2
Si possono « fondere » respirazione e visualizzazione?
– Effettivamente, la visualizzazione costituisce uno degli aspetti del Ki. La visualizzazione gioca un ruolo fondamentale, primordiale nell’Aikido. È un atto mentale che produce effetti fisici. La visualizzazione fa parte dell’aspetto « attenzione » del Ki. Quando l’attenzione è localizzata, ferma al polso, per esempio, la respirazione diventa superficiale, perturbata…si dimentica tutto il resto del corpo.

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Dal Filosofo del Ki #1

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista « Question de » nel 1975.
Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e letterata francese), che ha realizzato questo articolo e questa intervista, è stata uno dei primi allievi di Tsuda.

Prima parte
Sul limitare del bois de Vincennes, in fondo ad un giardino della periferia parigina, esiste un dojo molto particolare. itsuo tsudaUn dojo, cioè un luogo in cui si praticano l’Arte della respirazione e le Arti marziali. Non è una palestra. È piuttosto un luogo consacrato dove lo « spazio-tempo » è diverso da quello di un luogo profano. Entrando si saluta per sacralizzarsi ed uscendo per desacralizzarsi. Lire la suite

Semplice come respirare

itsuo tsuda aikidoIncontro con l’Aikido di Régis Soavi.

L’appuntamento è alle sette meno un quarto di mattina.  La zona è quella della Chinatown milanese.  Il luogo è un ex garage trasformato in un dojo tradizionale e spartano in cui, appena entrati, gentilmente ma con fermezza, ti indicano di toglierti le scarpe. I praticanti arrivano alla spicciolata, le facce assonnate, si danno il buongiorno sussurrando, quasi a non voler spezzare l’atmosfera livida di una Milano che sta per scuotersi di dosso il torpore dell’alba.

Ero stata invitata a una sessione di Aikido da Régis Soavi, francese, a Milano per uno degli stages che periodicamente conduce in Italia. Soavi porta avanti la scuola e il messaggio di Itsuo Tsuda (1914 – 1984), che fu allievo diretto di Morihei Ueshiba.
Avevo letto un paio di libri di Tsuda, giapponese trapiantato in Francia.  Strani libri i suoi, che non appartengono né al genere « arti marziali », né al genere « saggi » o « narrativa ». Nella scuola di Tsuda convergono due esperienze fondamentali, l’Aikido e il « movimento rigeneratore ». Ho cercato di approfondire l’argomento insieme a Régis Soavi.

Chi era Itsuo Tsuda.
Lei è stato allievo diretto del Maestro Tsuda.
Mi parli un pò di lui.

– Era un uomo semplice. Noi lo chiamavamo semplicemente signor Tsuda. Io stesso ho cominciato a chiamarlo maestro solo negli ultimi anni. Teneva molto a essere considerato soprattutto un filosofo e uno scrittore. La sua era una ricerca personale. Quando lo si incontrava, ci si rendeva conto immediatamente della sua forte personalità, ma allo stesso tempo era un asiatico comune. Incrociandolo per strada, non ci si rendeva conto che fosse un esperto di arti marziali, sembrava un giapponese come tanti altri. Comunque, sui tatami era una scoperta. Tsuda si rivolgeva a ogni persona direttamente, non parlava mai in generale. Al mattino dopo l’Aikido prendevamo il caffè insieme e lì raccontava delle storie rivolgendosi a tutti, ma ogni volta capivamo che c’erano delle persone in particolare che voleva raggiungere. Ciò che lo caratterizzava era soprattutto la semplicità.

Leggo dalla biografia di Tsuda: « a sedici anni si rivoltò contro la volontà del padre che lo destinava a diventare erede dei suoi beni; lasciò quindi la sua famiglia e si mise a vagare alla ricerca della libertà di pensiero. Dopo essersi riconcigliato con il padre, si recò in Francia nel 1934, dove studiò sotto la guida di Marcel Granet e Marcel Mauss fino al 1940, anno del suo ritorno in Giappone. Dopo il 1950 si interessò agli aspetti culturali del Giappone: studiò la recitazione No con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Haruchika Noguchi e l’Aikido con il Maestro Ueshiba. Tsuda tornò in Europa nel 1970 per diffondere il movimento rigeneratore e le proprie idee sul ki ».
Cosa ha fatto Tsuda durante la seconda guerra mondiale?

– Nel 1940 venne mobilitato e dovette rientrare in Giappone, con l’ultimo battello che attraversava il canale di Suez. Poi il canale fu chiuso. Fu arruolato e ricoprì una funzione amministrativa nell’esercito. Non ha mai combattuto.
In seguito, subito dopo la guerra, ha lavorato per la compagnia Air France come interpredte. Ed è stato così che ha incontrato il Maestro Ueshiba. André Nocquet, un praticante di Judo francese, era venuto in Giappone per imparare l’Aikido e poiché non parlava giapponese, ha cercato un interprete; quell’interprede era Tsuda, che dell’Aikido fino a quel momento non sapeva niente; ma vi si appassionò subito.

– Tsuda ha conosciuto prima Ueshiba o Noguchi?

– Noguchi. Aveva circa 30 anni quando lo ha conosciuto, mentre ne aveva 45 quando ha incontrato Ueshiba.

– Cosa significa che non voleva accettare l’eredità della famiglia?

– Suo padre faceva parte di una famiglia di samurai, che con la modernizzazione Meiji si erano trasformati in industriali e capi d’impresa. E Tsuda non voleva lavorare nell’azienda di famiglia. Voleva portare avanti la propria vita; all’inizio con difficoltà: ha lavorato anche in una fabbrica chimica. Poi si è riconciliato con il padre ed è stato lì che ha deciso di proseguire gli studi in Francia. Tsuda amava molto la Francia.

L’Aikido

Nella Pratica Respiratoria il battito delle mani (1)  precede e segue la recitazione del norito.(2)  Il norito è un testo di origini shintoiste recitato in giapponese. Il senso di questa recitazione è di creare una risonanza nei praticanti.- Un altro momento della Pratica Respiratoria: Régis Soavi durante l’espirazione (3 -4)  e il saluto alla calligrafia.(5)

-Secondo lei l’Aikido è un’arte marziale?

– No, conosce già la risposta. L’Aikido è una non-arte marziale: la pratica del non-fare. Il Maestro Ueshiba, in un’altra epoca avrebbe potuto rispondere che l’Aikido è un’arte marziale. Se però dico che non lo è, mi si obbietta: « ma allora è una danza ». Quindi io definisco l’Aikido una « non-arte marziale ». E poi è comunque qualcosa di diverso, infatti il Maestro Ueshiba l’ha chiamato ai-ki-do. Viene spesso tradotto come « via dell’armonia », ma la definizione più appropriata è « via della fusione del ki ». Due persone si possono fondere. Fanno molto di più, che armonizzarsi: da due diventano uno, poi tornano ad essere due. In un’arte marziale di solito ci sono due antagonisti che si scontrano e ne resta solo uno; invece nell’Aikido c’è, la fusione delle sensibilità. Nella nostra scuola colui che attacca, attacca; l’altro si fonde: prende, assorbe e da due ne fa uno. Fà in modo che l’altro entri a fare un pò parte di lui. E in questo modo disarma. L’attacco non funziona più.

– Si impara quindi a prendersi la responsabilità anche per l’altro? Ovvero in una relazione fra due persone, basta la volontà di uno dei due per cambiare la qualità della stessa?

– Si impara a prendersi la propria responsabilità. Nella nostra scuola l’attaccante aiuta l’altro che ancora non riesce a « creare la fusione », e la favorisce. Se attaccasse brutalmente, il principiante non riuscirebbe a realizzare la fusione, ma guidandolo gli fà riscoprire la sua capacità di movimento. Questa capacità la si possiede già. Se attraversando la strada arriva una macchina all’improvviso, si fa un salto indietro. E’ l’arte della schivata. Queste capacità emergono spontaneamente in condizioni eccezionali. Qui le si reintroducono, in modo che diventino più naturali, che partecipino a ogni istante della nostra vita.

– Voi praticate tutti i giorni al mattino presto. Come mai?

– Il maestro Ueshiba praticava al mattino, il maestro Tsuda anche, io ho continuato a praticare al mattino. Questa è una prima ragione. La seconda ragione è che vengono solo le persone decise e motivate, perché per venire a quell’ora bisogna alzarsi intorno alle cinque e mezzo. Al mattino si è più freschi che non a fine giornata ed è più facile praticare il non fare, per lo meno per i principianti; si è più « involontari », ancora mezzo addormentati, non si è ancora perfettamente dentro il proprio « essere sociale » che serve durante la giornata per incontrare le persone e svolgere il proprio lavoro: sorridere quando si deve, non sorridere quando non si deve, ringraziare, eccetera. Il mattino, quando si arriva al dojo si è ancora puliti, poco strutturati e quindi c’è una maggior verità.

– In cosa il vostro Aikido si differenzia dalle altre scuole?

– Non ci sono differenze, è Aikido. Non so cosa si faccia nelle altre organizzazioni oggi, per esempio nell’Aikikai che ho lasciato vent’anni fa. Credo però che siano state dimenticate alcune cose. Per esempio, la prima parte della « pratica respiratoria », che il maestro Ueshiba faceva tutte le mattine e che noi abbiamo conservato. Di essa, altrove, sono state conservate alcune forme, ma gran parte è andata perduta. Penso che ciò si adatti di più agli occidentali e alla nostra epoca, ma io preferisco rimanere più tradizionale.
In una nostra sessione di Aikido c’è una prima parte in cui si pratica da soli per circa venti minuti, e una seconda in cui si pratica a coppie: uno dei due partner attacca e l’altro esegue la tecnica; qui troviamo le stesse tecniche praticate nell’Aikikai o dal maestro Kobayashi, o da qualsiasi altro maestro. La differenza sta nel modo di farle, un modo che dà molta più importanza al partner; si tiene completamente conto di lui e, in questo, credo che abbia svolto un ruolo fondamentale la nostra pratica del katsugen undo.

Il movimento rigeneratore (Katsugen undo)

– Cos’è il katsugen-undo?

– Nella nostra scuola ci sono due pratiche unite da uno spirito comune: l’Aikido, di cui abbiamo

itsuo tsuda

appena parlato e il movimento rigeneratore, che Tsuda aveva appreso dal maestro Noguchi: un « movimento che permette il ritorno alla sorgente ».
E’ stato questo che ha permesso di comprendere meglio la parte non-fare dell’Aikido.
Spesso quando arrivano delle persone da altri dojo vedo che  « hanno »  una tecnica: rispondono agli attacchi in un certo modo,
ma non c’è più niente di spontaneo, tutto è calcolato, registrato, appreso, ordinato.

– E il movimento rigeneratore dovrebbe ricondurre l’individuo alla spontaneità?

– Sì, è l’arte della spontaneità per eccellenza.

– E deriva dal Seitai di Noguchi, se ho ben capito.

– Sì.

– Che cosa vuol dire  « Seitai » ?

– Vuol dire  « terreno normale » . Il  Seitai soho  , per esempio, è una tecnica per « Seitaizzare » le persone, ovvero dar loro la possibilità di ritrovare il terreno normale; il katsugen undo, invece, è il movimento del sistema motorio extrapiramidale, il movimento involontario, che scatta da solo e  « seitaizza »  l’individuo. Non si tratta di un sistema di acquisizione, al contrario è un sistema di spoliazione, non si acquista una maggiore flessibilità, piuttosto ci si libera dall rigidità. Non si acquista niente, si perdono delle cose, ci si libera di ciò che ci disturba. Anche nell’Aikido questo è importante. L’Aikido non è una via per  acquisire  delle tecniche, o per  avere  dei risultati bensì per ritrovare delle cose molto semplici. Per questo il maestro Tsuda usava dire  « ridivenire bambini senza essere puerili » .

– Ueshiba conosceva il Seitai? E come si sposano il Seitai e l’Aikido?

– È stato Tsuda a operare questa unione. Non credo che Ueshiba conoscesse il Seitai. Al contrario, il maestro Noguchi, era andato a vedere una dimostrazione di Ueshiba, dopo la quale aveva detto:  « Va bene » . E questo in Giappone è sufficiente.

Il ki

– Noguchi ha fondato il Seitai o esisteva già una tradizione del Seitai che lui ha perpetuato?

– No, lo ha creato lui. Inizialmente Noguchi era un guaritore, fino a quando ha « scoperto » il movimento involontario. Un giorno si è reso conto che le persone si ammalavano, andavano da lui, lui faceva passare il ki, esse guarivano e se ne andavano; poi si riammalavano e ritornavano. . . Questo avrebbe fatto felice un qualsiasi pranoterapeuta che si sarebbe fatto un parco clienti fisso. Ma Noguchi partiva da un punto di vista diverso: « A cosa serve che io li guarisca visto che si riammalano? E ogni volta che si ammalano dipendono da me ». Per lui era assurdo. Ha scoperto che con il « katsugen undo » non si ha bisogno di qualcuno che ci guarisca, il corpo non ha bisogno di nessuno, fa tutto da solo.

– Si può dire che il nostro ki ci guarisce?

– No, il ki non guarisce. Il ki attiva la capacità vitale dell’individuo, ma siamo già pieni di ki ! Se il nostro corpo lavora normalmente, non abbiamo bisogno di altro. Se ho dei microbi nel corpo, questo fa scattare la febbre e la produzione degli antibiotici « home made », degli anticorpi, eccetera. Noguchi non faceva altro che attivare la vita quando gli individui erano troppo deboli. Ancora più interessante è che gli individui stessi possono attivare la vita da soli, senza avere bisogno di nessuno, senza dover domandare che qualcuno lo faccia per loro.

– E funziona questo metodo per curarsi?

– Non ci si cura . Se ci si rompe un braccio, una volta rimesso a posto l’osso, che cosa fa sì che esso si rinsaldi? Non sono le medicine, non sono i medici, e nemmeno il ki. Anche se non si fa niente, le ossa si rinsaldano, semplicemente perché si è vivi! Se si riscopre questa capacità, tutto il corpo funzionerà in questo modo.

– E per quanto riguarda il cancro, come funziona? E’ più difficile far funzionare delle cellule che sono impazzite.

– Nel caso del cancro si tratta di pigrizia del corpo; il corpo è talmente danneggiato, che sta per morire. Ma ci sono persone che sopravvivono al cancro. Come succede? Non mi riguarda, perché non mi occupo di terapia, non mi occupo di guarire le persone. Ma ciò che è sicuro è che ci sono persone che non hanno lasciato lavorare il loro corpo; a ogni piccolo problema hanno preso delle medicine. Le cose, oggi, vanno in questo modo anche con la nascita, la gravidanza; già dall’inizio della vita si è medicalizzati, ospedalizzati, quando invece si tratta di eventi naturali, in cui la vita lavora.

– Si potrebbe allora dire che sono i pensieri a essere malati?

– Non solo. È un insieme. Tuttavia, ciò che Noguchi ha apportato di nuovo è la possibilità, a chi lo vuole, di risvegliarsi. Non si tratta di risvegliare gli individui ad ogni costo; e nemmeno di proporre un metodo geniale che guarirà tutti. Può servire solo alle persone che hanno il desiderio di andare in una certa direzione. Gli altri, i pigri, non hanno niente da fare, qui. In questa società c’è già un infinito numero di specialisti che si occupano di loro: i medici, i sacerdoti, gli psicoanalisti, i guru, eccetera. Quanto a me, preferisco vivere la mia vita totalmente, preferisco che non ci sia bisogno di occuparsi di me.

– Sul nostro giornale avevamo iniziato una discussione sul ki, su come ogni disciplina orientale lo interpreta e lo usa. Sarebbe interessante sentire anche la vostra opinione.

– Il ki è una parola intraducibile, oggi.  Ki,  Ch’i,  Spiritus. . . Che cos’è? Il ki ha mille forme: il buon ki, il cattivo ki…. si tratta di qualcosa di indefinibile. Quando si entra in un posto, in un ambiente, si può dire che si sente un certo ki. Ma quello che a qualcuno pare un ki gradevole, a un altro può sembrare completamente sgradevole. Ilki non è qualcosa di definito. Nell’Aikido, c’è senza dubbio un ki nell’attacco che arriva. Talvolta, camminando per la strada, improvvisamente si sente qualcosa sulla nuca. Ci si gira e non si vede nessuno, poi ci si accorge che da un tetto c’è un gatto che ci guarda. Si è sentito il ki dello sguardo del gatto. Come spiegarlo? Si constata, ma poter spiegare cos’è… Essere in armonia con il ki. Ma quale ki? Non è semplice.

– Ricordo una sua conferenza nella quale diceva che quando si ha male è naturale appoggiare la mano sulla parte dolorante. Per esempio, quando abbiamo il mal di testa, è un gesto naturale portare la mano alla testa e che questo è già un modo di utilizzare il ki.

– Sì, posare la mano è yuki. Quando fa male la testa, si mette la mano sulla testa e il ki passa. In questo caso si concentra il ki. Il ki c’è già, circola, ma lo si concentra. Quando si ha male da qualche parte, si posano le mani su quel punto: in questo caso è talmente semplice, non ci si pensa nemmeno, lo si fa spontaneamente. Invece, quando si fa yuki a qualcuno c’è in più la concentrazione, la direzione.

– Quindi nella vostra scuola voi praticate yuki gli uni agli altri?

– Quando pratichiamo il movimento rigeneratore facciamo anche l’esercizio di yuki. Tuttavia, più che « fare » yuki, lo si riscopre. Si riscopre qualcosa che tutti già conoscono, una conoscenza che risale a quando si era bambini.

– La traduzione di yuki?

– « Ki gioioso ».

La percezione del sacro

– Il seitai si rifà a una tradizione religiosa di qualche tipo, come l’aikido?

– Né l’uno né l’altro seguono un credo religioso.

regis soavi aikido

Però Ueshiba era talmente influenzato dall’Omoto-kyo (una setta shintoista) che nel suo pensiero l’aikido e la religiosità non sono sempre ben distinguibili.

-Ma l’aikido in sé non è affatto religioso. Si iscrive in una tradizione sacra, questo sì. Sicuramente Ueshiba aveva un rapporto molto forte con il sacro. E anche il maestro Tsuda considerava il  dojo   come uno spazio sacro. Del resto cos’ è il dojo ? E’ uno spazio dove pratichiamo la Via. E la Via è resa in giapponese con l’ideogramma di « Tao ». Non si pratica la Via dappertutto.
C’ è bisogno di uno spazio consacrato a questo scopo.

– Ma cos’ è il sacro per lei?

– Non posso darne una definizione precisa. Resta il fatto che le persone dicono  « Il sacro sì, la religione no ! »  Devo tenere conto degli individui che leggeranno il giornale . Una particolarità della nostra scuola è che non si pratica davanti a una foto di Ueshiba o di Tsuda, ma davanti a una calligrafia; la calligrafia appesa in questo dojo , per esempio, è  « Mu » , il vuoto.

– E usate la stessa calligrafia in ogni dojo?

– No. A Tolosa hanno una calligrafia che significa « Il drago esce dallo stagno dove giaceva addormentato ».  Ad Avezzano hanno una calligrafia che significa  « Bodai » , ovvero lo   « stato del risveglio, dell’illuminazione » .

– Che significato ha questa abitudine?

– Praticare davanti a una calligrafia crea un ambiente diverso che praticare davanti a una foto. Mettermi davanti a una calligrafia che significa   « vuoto »  personalmente mi riempie. Praticare davanti alla foto di un personaggio, fosse anche il fondatore della scuola, mi sembra un atteggiamento religioso, devozionale. Ueshiba non praticava davanti a una foto. Una calligrafia è « vuota ». E poi tengo molto a che le persone che vengono in un dojo comprendano il senso del sacro ma anche che non ci sono dèi da venerare qui. Non ci occupiamo delle credenze religiose o politiche delle persone. Allo stesso tempo, questo luogo, non è soltanto fisico. Non è una palestra, dove ci si allena, si suda e si fa la doccia.È un dojo permanente, dove non si praticano che l’Aikido e il movimento rigeneratore.

– Penso che le persone siano interessate anche a conoscere l’origine, che sia culturale, filosofica o religiosa delle discipline che praticano. Nella tradizione cinese, per esempio, le arti marziali classiche hanno avuto se non inizio, per lo meno un grande sviluppo all’interno di monasteri , buddhisti e taoisti.

– Tutto ha avuto inizio con la religione. Anche l’arte in Europa ha avuto inizio con la religione. Adesso è la pubblicità che dà impulso all’arte. La pubblicità è la nuova religione. Lo stesso Ueshiba diceva che l’Aikido non è una religione ma che, semmai, esso illumina le religioni, permettendo una migliore comprensione. Del resto, lui stesso recitava il   « norito »  davanti a piccoli altari buddhisti o shintoisti, o persino davanti a immagini di Gesù.

– Perché recitate il   norito  , quest’invocazione shintoista prima della pratica?

– Non è shintoista. Non so cosa sia. Dico che non è shintoista perché è qualcosa di più antico, qualcosa che è stato poi adottato dallo  shinto  . Il Maestro Ueshiba in questo caso parlava di   « kotodama » . Che cos’è il  kotodama ? E’ la risonanza.

– Come un mantra?

– Se si vuole. Lo shinto ha attinto a origini più antiche; così come il cattolicesimo che ha integrato le tradizioni più antiche della Pasqua  ( che era in origine una ricorrenza ebraica)  e del Natale (i   « Saturnalia »  romani; lo   « Yule »  celtico e nordico).

– In cosa consiste?

– E’ un piccolo testo. Ci vogliono pochi minuti per recitarlo.

– E insegnate ai praticanti il significato di queste parole ?

– No. Quello che conta di più è la vibrazione, la risonanza.

– Quindi le persone accettano di partecipare a qualcosa che non comprendono?

– Sì.

– Ma lei comprende il senso di questo testo?

– No. E’ la sensazione interiore che mi importa di più. Si fanno tante cose che non si capiscono, ma che si sentono.

Ognuno sa già tutto ciò che gli serve

– A una persona che si avvicina a un’ arte marziale, è sempre richiesto un grande atto di fiducia nel maestro. Il praticante suppone che un giorno arriverà a capire, che otterrà dei risultati. Spera di ottenere degli effetti visibili, la prova che ciò che sta facendo funziona, anche se forse non a breve termine.

– Ci si comporta sempre in funzione del ragionamento.
Si fa qualcosa, poi si comprende, poi si diventa, eccetera.
Invece con il Maestro Tsuda si scopriva qualcos’ altro.
Ho praticato l’Aikido con altri maestri prima di lui, ho conosciuto diverse scuole e forme, ma con Tsuda ho scoperto la  non-forma : di fatto la forma esiste, ma è molto vaga.

Con Tsuda si cambia orientamento. Nella pratica, come lui l’insegnava, ci si ritrovava. Questa sensazione di ritrovarmi è ciò che mi ha portato a lasciare tutto quello che facevo d’altro: l’Aikido delle federazioni, il Ju-jitsu, eccetera. Non si ha più bisogno di spiegazioni. Credo che le persone che vengono qui sentano questo. Riscoprono la sensazione. Non hanno bisogno che si spieghi loro che fanno questo per una ragione, quest’altro per un’altra… Sentono, vedono, comprendono interiormente, scoprono; è questo ciò che conta di più per loro.
In ogni modo, le conseguenze della conoscenza oggi sono cattive. Più si scoprono delle cose, più si pongono dei problemi. Non voglio dire che non si debba conoscere nulla o imparare nulla, però bisogna avere fiducia in ciò che vi è di istintivo negli esseri umani; nell’intuizione delle donne quando si occupano dei loro figli appena nati, per esempio. Quando una donna prende in braccio un neonato, non si domanda:  « Chissà se ha fame, se ha fatto pipì, se ha sonno, se ha sete? ».  Lei sa già di cosa ha bisogno il bambino, intuitivamente. Lo ha sempre saputo. Quando era bambina non aveva bisogno di utilizzare questa conoscenza ma quando diventa madre, l’utilizza e basta.
Le persone sentono , ma normalmente questo tipo di percezione si arresta all’inconscio, non emerge. E quindi, ufficialmente, si dice « Non lo so », ma in fondo, sappiamo già tutto.

La responsabilità individuale

– Che cosa propone, in definitiva, la scuola del Maestro Tsuda?

– Semplicemente dare alle persone un luogo dove si possono scoprire autonome , responsabili. Per esempio qui a Milano, il dojo si chiama  « Scuola della Respirazione »  e sono i membri stessi della scuola che lo gestiscono e condividono ogni tipo di responsabilità. Ci sono naturalmente delle persone che vengono agli  stages  per avere delle soluzioni ai loro problemi, ma non è quello che proponiamo noi; non proponiamo nemmeno un modello ideale che basta copiare per sistemarsi la vita. Ed è per questo che l’Aikido che noi pratichiamo è diretto a individui molto diversi tra loro: non è assolutamente  « uno stile, una scuola ».  Siamo individui diversi che praticano insieme, per ritrovare quello che di più profondo abbiamo; chi viene qui non viene per essere  « preso a carico »  dagli altri. Viene per scoprire qualcosa che gli deve servire nella vita quotidiana e che, altrimenti, non ha valore.

regis soavi stage été

– Degli esempi concreti su come la vostra pratica possa servire nella vita quotidiana?

– Gli individui sono meno stressati, si prendono più tempo per sé, sono più concentrati. Attenzione, non è un metodo « miracoloso » che rende tutte le persone belle, intelligenti, ricche e generose. Può servire nel lavoro, nel rapporto con gli altri, nel rapporto con i propri figli, ma non è una panacea.

– Ci sono delle persone che cominciano a praticare le arti marziali per essere più forti, ma poi vi scoprono altre cose, altri valori. Si può , per esempio, imparare a cedere invece che aggredire, come insegna il Taiji, si  « fa entrare »  l’avversario, invece che opporgli un blocco e poi si va nella stessa sua direzione, si sfrutta il suo movimento. E’ un atteggiamento trasferibile anche ai rapporti umani al di fuori della palestra.

-Infatti, invece di avere delle relazioni aggressive con gli altri esseri umani si può entrare in armonia e trovare qualcosa di più vero. Oggi le relazioni tra esseri umani sono troppo superficiali. Non ci si occupa più dei bambini: vengono messi al nido, poi a scuola, poi fanno il servizio militare… Ritrovare il contatto è importante. O ritrovare il piacere di lavorare e di fare un lavoro perché ci interessa. Questo non vuol dire che dobbiamo comportarci tutti allo stesso modo. Per ognuno di noi sono importanti cose diverse. Si rispetta il ritmo di ognuno. Alcuni ci mettono cent’anni a scoprire le cose più semplici e altri le scoprono subito, ma non per questo le utilizzano; scoprono in fretta un sacco di cose e poi spariscono.

– L’importante è che sia servito loro.

– L’importante è che esistano luoghi come questo, dove le persone che cercano possano venire a trovare.

– Ma forse, ancora più importante è che una volta che si è trovato, si cominci a dare . Che il fatto di aver trovato, possa servire a qualcuno.

– Sono d’accordo, ma ci sono molte persone che esistono solo in funzione del dare: e danno, danno. Alla fine gli altri non ne possono più di ricevere. È come quando si dà da mangiare al proprio bimbo: « Un cucchiaio per la mamma un cucchiaio per il papà un cucchiaio per la sorellina »; il bambino alla fine scoppia, non ne può più. I genitori fanno questo « per il nostro bene ». Ma anche i dittatori fanno delle cose « per il bene della nazione » Cosa si può fare per il bene degli altri? Un sacco di cose.

– Questa è un’espressione di egocentrismo .

– Certo. Ci sono anche delle persone che danno agli altri per non fare loro stessi o per se stessi. Sono piuttosto diffidente al riguardo. Ma è vero che se si dà in modo giusto, equilibrato, lo si sente, è qualcosa di vero.

– E’ per questo che in certe forme di arti marziali influenzate dallo zen, si cerca di eliminare l’ego…

– Ma non è possibile eliminare l’ego. Si può dire che non si deve essere egoisti o egocentrici. Il piccolo sé rappresenta l’unità della nostra personalità: l’importante è che non diventi il « padrone ».

Finita la sessione, i praticanti della Scuola della Respirazione, tirano fuori un lungo e basso tavolo attorno al quale fanno colazione tutti insieme, seduti per terra sui tatami.
Nonostante siano ormai le otto passate e tutti siano completamente svegli, il tono delle voci resta smorzato, quasi a voler rimandare il più possibile l’entrata nel ritmo quotidiano e vociferante della città, e a trattenere il più possibile quest’altro ritmo, più interiore e pacifico, per sé.

Articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista « Arti d’Oriente » (num.2 / febbraio 1999)