Trascendere lo spazio ed il tempo

Di Régis Soavi.

Tutti gli aikidoka hanno già sentito parlare di Ma-ai perché è una delle basi della nostra pratica. Ma parlarne e viverla sono purtroppo due cose molto diverse. Essendo conosciuta in tutte le arti marziali, si trovano facilmente tanti riferimenti in merito.
Si può concepire intellettualmente questa nozione, si può scriverne e sviluppare tutto un discorso, ma “niente vale quanto il vissuto” come ci ripeteva spesso il mio maestro Itsuo Tsuda.
Proverò quindi a spiegare l’inspiegabile attraverso esempi o situazioni concrete.

Distanza e momento giusto, una questione di percezione

Ma, è questo spazio invisibile tra due persone, che ovviamente non dipende dal numero di metri, o di chilometri, ma dalla relazione che esiste o no tra questi due esseri.
Se due persone non si conoscono, anche se abitano nella stessa via, quando una di loro ha mal di testa, l’altra non lo sa; la distanza è vicina ma la comunicazione non passa, salvo circostanze eccezionali. Invece, se si tratta di due amanti, la connessione può eventualmente crearsi. Quando si tratta di una madre e di suo figlio, anche se è diventato un adulto, anche se si trova a quattromila chilometri di distanza, esiste un legame invisibile che trascende lo spazio e permette una comunicazione. Quest’ultima non è cosciente all’inizio, certo, ma se non manca la sensibilità, allora emergerà e raggiungerà il conscio. La nozione di spazio non dipende quindi dalla distanza, anche se questa entra in gioco, è soltanto uno dei fattori che la compongono.

Nel Ma e quindi nel Ma-ai il tempo, il momento giusto è determinante.

La tecnica, qualsiasi essa sia, dipende da una quantità di fattori, uno di questi fattori per esempio è l’età. Qualsiasi sia il vigore, l’allenamento, la forza, non ci si sposta più allo stesso modo, né con la stessa velocità a sessanta e passa anni rispetto a venti; bisogna ricorrere a qualcos’altro. Ed è qui, credo, che l’Aikido, come pratica, può rivelarsi prezioso. Perché anche se la flessibilità e la velocità sono diminuite, la respirazione (la capacità di sentire e condurre il ki) può essersi approfondita e permetterci di realizzare quello che dipendeva prima dalle nostre capacità fisiche. Parlo qui di fenomeni come l’intuizione, la facoltà di osservazione, la facoltà di VEDERE, di sentire, di “pre-sentire”. Musashi Miyamoto ne parlava in questi termini:

“Vi sono dei segni precursori in ogni cosa, questo è un principio dell’ordine universale. Reagire in relazione a ciò che è apparso è ordinario. Per attraversare la vita umana e per governare la società, è importante percepire prima ancora che i segni precursori appaiano. Questo è ciò che chiamo conoscere quello che non si sente. Levigando dalla mattina alla sera il vostro spirito nella via della mia scuola, potete ottenere la saggezza della strategia che permette di captare così i principi dell’ordine universale.”1

Di fatto tutto questo equivale ad essere in uno stato di percezione totale: per questo è  necessario e sufficiente essere VUOTO. Come scrive K. G. Durckheim, “se lo spirito è libero da ogni occupazione, il mondo, così com’è, è interamente il nostro mondo e forma una cosa sola con noi. Lo si percepisce quindi al di là del bene e del male, della simpatia e dell’antipatia. Nulla più ci disturba, e non siamo legati a niente. Ogni opposizione: guadagno e perdita, bene e male, sofferenze e gioie, proviene da noi.”2

Se la testa è ingombra, se ci si prepara per eseguire una tecnica, o se la paura ci pervade, andiamo in tilt. La distanza tra l’altro e me stesso diminuisce ed è la distanza dell’altro che mi viene imposta. Questa distanza è impalpabile ma gli esperti la notano al primo sguardo, questa distanza, che può essere misurata in termini metrici ma ancor di più in termini di tempo. Direi, in termini di respirazione, e intendo con questo coordinazione totale del fisico e del mentale, in qualche modo un ritorno all’istinto, un’animalità sana e non un ritorno alla bestialità o alla violenza. Il volontario e l’involontario coordinati, e meglio ancora, l’involontario al servizio delle nostre capacità, della nostra umanità.

Una visualizzazione della sfera a partire dall’idea dell’atomo

spheres illustration
Un’illustrazione della sfera.

Per tentare di cogliere concretamente come funziona il rapporto del nostro corpo con quello che lo circonda, vorrei riprendere la concezione dell’atomo nell’antichità greca3. Era una concezione filosofica della composizione della materia che implicava degli spazi pieni ed altri vuoti. E, per semplificare, si considerava che gli atomi (atomos) del nostro corpo fossero agganciati tra di loro in modo molto stretto, mentre al di fuori avevano una maggiore libertà, pur mantenendo un rapporto tra di loro.
Partendo da questo e senza voler spiegare il mistero della comunicazione a distanza, che nessuno è ancora riuscito a risolvere, bisogna visualizzare una sfera che avvolge l’essere vivente, come se al di là del corpo formato da atomi strettissimi tra loro, esistesse una sorta di uovo dove gli atomi sono più liberi, come se fosse un liquido. Poi ancora al di là, una seconda sfera la cui consistenza è meno densa, come se fosse un liquido leggero o meglio un gas pesante. Dopo viene una terza sfera, sempre a forma di uovo ma orizzontale, qui gli atomi sono legati tra di loro soltanto come in un gas rarefatto. E così via, ogni nuova sfera avvolge la precedente estendendosi ogni volta, ad infinitum, se così si può dire. Le connessioni tra gli atomi lontani l’uno dall’altro nelle sfere più distanti creano una rete sottile che si attiva solo se il bisogno si fa impellente. Tuttavia la comunicazione rimane tra ognuno di questi atomi, la si può concepire come un legame vibratorio, ed allo stesso tempo queste diverse sfere agiscono come tanti sonar, tanto più potenti quanto la sfera è vicina al nostro corpo.
Non è perché si aderisce a questa concezione che, lo ammetto volentieri, può essere qualificata come mistica, che tutto è risolto. È grazie ad esercizi a volte molto semplici che ritroveremo la flessibilità, la reattività, la sensibilità necessarie a riconnetterci con l’universo che ci circonda.

La sfera, sensibilità del corpo.

Una delle condizioni per scoprire nella pratica quello di cui parlo è ovviamente la distensione. Il mondo attuale, con il pretesto della distensione, ci propone ogni sorta di ginnastica e di arti più o meno orientali per diventare “Cool”.  Ci viene proposto di essere “Zen” – anche le banche e le assicurazioni utilizzano la credulità generata dall’utilizzo fallace di queste tendenze, diventate di moda, e che servono soltanto i propri padroni, con il fine di renderci più dipendenti: “Oggi più di ieri e molto meno di domani”4. La nostra società non smette di prenderci in carico, su ogni aspetto: medico, tecnologico, di sicurezza… Quello che dobbiamo mangiare, quanto tempo dobbiamo dormire, quello che è la norma e quello che non lo è. Tutto questo converge nella direzione di un indebolimento dell’individuo, dell’essere, della sua capacità personale di reagire nell’arco di tutta la sua vita. A seconda della persona questo si traduce con l’indurimento o il rammollimento dell’individuo, e quindi della sfera.
Quando si indurisce, la nostra sfera si rannicchia, si accartoccia, finisce con incollarsi alla pelle, non c’è più spazio libero, i movimenti diventano duri, piccoli, secchi, senza ampiezza, come il resto della nostra vita. Il Ma è ridotto al minimo. Sarà molto difficile muoversi, trovare il timing. La respirazione oppressa non trova il momento giusto, la distanza giusta, per intervenire e per creare il Ma-ai indispensabile nelle situazioni difficili. Se durante l’allenamento al dojo tante cose vengono lasciate passare grazie alla compiacenza dei praticanti, e anche ovviamente perché si tratta di una situazione artificiale, è molto diverso nella vita reale dove, tutto si rivela.

Al contrario, quando la nostra sfera diventa molle, il corpo si sgretola, le sensazioni diventano imprecise ed il peggio è che spesso è l’immaginazione ad avere la meglio. Possiamo allora vedere delle persone che, con il pretesto delle arti marziali, assumono posture come le hanno viste nei film prodotti a Hong Kong. Ma il corpo non segue, anzi, e lo spazio diventa totalmente irreale, troppo grande o troppo piccolo. Il timing risulta distorto. L’immagine che danno è quella di una sfera a forma di pera troppo cotta, come messa nel microonde, come se una parte si fosse spalmata per terra. Quando la sfera è molle le mancano questa densità, questa pienezza, che permettono di captare e ritrasmettere le informazioni. Di far rimbalzare, in un certo senso, gli atomi della sfera dell’altro. Ma anche di percepire i segni, a volte invisibili o nascosti, ma reali, di cui abbiamo assolutamente bisogno per agire.
È difficile spiegare la sensazione utilizzando delle immagini, e capire quello di cui sto parlando quando ancora non lo si sente, o non lo si sente più, direttamente nel proprio corpo, come può sentirlo un bambino molto piccolo che non ha perso la propria vitalità.

Vuoto

Mu mu mu! È quello che gridano i monaci Zen per svuotarsi la testa. Senza pensiero, il vuoto mentale: facile da dirsi! Non così facile da farsi. Eppure è lo stato necessario, anzi direi indispensabile, per trascendere lo spazio ed il tempo. È grazie a questo che tutto diventa, in modo molto reale, molto più facile. All’inizio, è difficile mantenere questo stato più di qualche secondo o qualche minuto. Ma se il bisogno è grande, se la vita o l’integrità fisica sono in gioco, e se la nostra pratica è stata sincera e profonda, ci si può benissimo trovare ad agire secondo il Ki (機) Do (度) Ma (間), ovvero esattamente in linea con quello che il mio maestro, Itsuo Tsuda, spiegava in uno dei suoi libri a proposito della tecnica Seitai, nel passaggio qui di seguito:

“Per applicare la tecnica, occorre tener conto dei tre fattori seguenti: ki, do, ma.

1) KI, il momento propizio. (Non bisogna confonderlo con il ki, sensazione di cui ho parlato spesso nei miei libri. Omonimo, con un senso differente). Una stessa persona non reagisce sempre allo stesso modo ad un medesimo stimolo, come accade con gli oggetti meccanici. Ci sono dei momenti in cui si ride allo scherzo, ce ne sono altri in cui si è profondamente irritati. Secondo i momenti, si è allegri, si è tristi, anche senza ragione, si brontola, ci si diverte in compagnia o ci piacerebbe restare soli senza essere disturbati. L’organismo è animato, d’altra parte, da molteplici strati di ritmi biologici. Non si tratta soltanto di sapere ciò che si sta per fare, ma in quale momento lo si fa.

2) DO, l’intensità. La reazione di una persona viva non aumenta necessariamente in proporzione all’intensità degli stimoli.
Una persona che riesce a dormire in un treno pieno di rumori, può non trovar sonno a causa dell’impercettibile tic tac della sua sveglia.
Quando l’attenzione è concentrata, un piccolo stimolo può provocare una grande reazione.
Ciò che rende l’apprendimento molto difficile, è che bisogna trovare l’intensità giusta secondo gli individui, secondo le circostanze. Ciò che un maestro esegue con tanta semplicità, come se niente fosse, nasconde tutto un background di esperienza e di messa a punto.

3) MA, intervallo, distanza, sospensione degli stimoli che li rende più efficaci.
La nozione di “ma” è una delle cose più difficili da spiegare. Non ho trovato l’equivalente in Occidente.
Non è che il “ma” sia inesistente di fatto. La disposizione del margine in una pagina stampata rende la lettura più attraente. In una coppia, se il coniuge si considera la vostra ombra e non si stacca da voi tutto il giorno, la vita diventa asfissiante. Di fatto si organizza una mutua assenza quotidiana che rende la vita più piacevole.
Tuttavia, il “ma” è portato al suo più alto livello di espressione nelle arti giapponesi. Il “ma” non è semplicemente uno spazio vuoto, è una potenza che agisce che crea l’assenza stessa di ogni elemento percepibile. Senza il “ma”, non c’è teatro Nō, calligrafia, arti marziali, composizione dei fiori, cerimonia del tè.”5

regis soavi distance 2
Il « Ma » non è semplicemente uno spazio vuoto, è una potenza che agisce.

È grazie all’insegnamento dell’Aikido visto come un lavoro sulla respirazione, sul ki, e al lavoro sull’involontario che ho fatto con il mio maestro per più di dieci anni che ho potuto scoprire e capire l’importanza di Ma-ai. Continuando la mia ricerca personale, approfondendo la respirazione, calmando la mente, realizzando la fusione di sensibilità con i miei partner durante la pratica del Movimento rigeneratore6, sono riuscito a sentire ed utilizzare questo spazio, questo Ma che esiste, tra l’inspirazione e l’espirazione, così come tra l’espirazione e l’inspirazione, che il Maestro Tsuda chiamava “intermissione respiratoria”. Questo spazio tra i respiri, questo tempo, questo momento, per quanto impercettibile, fa parte delle porte d’ingresso nella respirazione dell’altro e ci permette di essere esattamente nel tempo, nello spazio, nel Ma-ai.
L’intermissione respiratoria, quando la sentiamo nel partner, possiamo ingrandirla, intensificarla, accorciarla, questo spazio agisce anche a distanza. Si può  usare anche per telefono! Basta svuotarsi la testa e accordarsi con il ritmo dell’altro. Si può grazie a questo aiutare le persone ad uscire da una situazione difficile, rimettere a posto senza dolore ossa fratturate o semplicemente cambiare l’ambiente di una riunione, di un gruppo.
Il Ma-ai non ha morale, può permettere il peggio, come il meglio. Il suo utilizzo nella giusta direzione dipende dalla qualità della persona che lo utilizza, dello stato del suo terreno, dello stato della sua mente. È evidente che la scoperta dell’Aikido passa attraverso la comprensione e la sensazione fisica del Ma-ai.
La sua trascendenza può permettere di andare oltre le conoscenze acquisite con la pratica, l’educazione, o la vita sociale, per sfociare in un mondo migliore, più tollerante, più comprensivo.

Articolo di Régis Soavi sul tema di Ma Ai, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di appril del 2017.

Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Notes

1Musashi Miyamoto, dans Miyamoto Musashi, maître de sabre japonais du XVIIe siècle, traduction de Tokitsu Kenji, p. 265 trad.it. Della Scuola Itsuo Tsuda
2 K.G. Durckheim, HARA centre vital de l’homme, 1974, pag. 251. trad.it. Della Scuola Itsuo Tsuda
3Concetto enunciato da Leucippo di Mileto (500 a.C.) e successivamente da Democrito, Epicuro e Lucrezio.
4Frase pubblicitaria famosa di un gioielliere. Inizialmente tratta da un Poema di Rosemonde Gérard.
5Itsuo Tsuda, Le triangle instable Edizioni Le courrier du livre 1980, pag. 48, trad. it. della Scuola Itsuo Tsuda
6Katsugen undō in giapponese: metodo messo a punto da Noguchi Haruchika Sensei e trasmesso da Itsuo Tsuda in Europa negli anni ’70 e ’80.