Atemis

Di Régis Soavi

Praticare l’Aikido senza usare gli atemi è un po’ come voler suonare uno strumento a
corda a cui mancano delle corde o le cui corde sono allentate.
Gli atemi fanno parte delle arti marziali e, naturalmente, in Aikido è indispensabile
insegnarli bene e comprenderne l’importanza. Da Ikkyo a Ushiro katate dori kubishime ogni
volta che faccio la dimostrazione di una tecnica, faccio vedere che tutto è pronto per piazzare un atemi: la congiuntura, il posizionamento, la postura. Se pratichiamo avendo in ogni momento la sensazione del centro della sfera, e dei punti di contatto tra le sfere dei partner, possiamo vedere che ci sono degli spazi vuoti che consentono di piazzare uno o più atemi. È necessario formare gli allievi dall’inizio altrimenti non capiranno il senso profondo dei movimenti, nonché la loro realtà, la loro concretezza. Fin dall’inizio è importante far scoprire, far sentire le linee di penetrazione che possono raggiungere il nostro corpo e metterlo in pericolo, Uke deve essere educato allo spirito dell’atemi, anche se fosse solo per questo motivo.

Durante l’anno, abbiamo uno stage un po’ particolare per i praticanti più anziani, così
come per quelli che conducono sedute nel proprio dojo. L’allenamento è più approfondito, più intenso, sotto tutti i punti di vista e per far sentire l’impatto dei colpi, come Tsuki, Shomen Uchi o Yokomen Uchi, utilizziamo dei Makiwara portatili. Penso che il modo migliore per capire di cosa si tratti sia che gli atemi siano sferrati sul serio, sia per Tori che per Uke, ovviamente senza forza reale e non tutte le volte, ma il solo fatto di essere toccati porta alla consapevolezza del rischio.

Si tratta di sviluppare un istinto che risveglia il vero essere che è assonnato dietro
un’apparenza di sicurezza data dalla comodità e dall’assistenza che forniscono le società
sviluppate, è anche questione di uscire dal ruolo sociale che ognuno assume, semplicemente per ritrovarci.

Atemi
Atemis secrets par Saiko Fujita, Budo Magazine Europe, ‘judo Kodokan’, vol. XVI – n°3, automne 1966, p. 55.

Quando ho iniziato l’Aikido nei primi anni settanta, si parlava molto dei punti vitali, Henry
Plée sensei o Roland Maroteaux sensei ci mostravano come sbarazzarci di un avversario
colpendo o toccando con precisione uno di questi punti. C’erano delle mappe, si potrebbe dire, del corpo umano che li elencavano. Ho l’impressione che spesso questo sia stato perso in molti dojo a favore di tecniche forse più semplici, certamente più dirette, di sicuro più violente, più vicine ai combattimenti di strada, ma che si allontanano dalla pratica di un Budo. O, in nome di un’estetica, di un’idea di pace che è capita male, interpretata male, gesti che avevano un senso profondo sono stati edulcorati e resi inoffensivi.
La Scuola Itsuo Tsuda intende conservare uno spirito tradizionale, attraverso un
insegnamento dell’Aikido, certo, ma anche del Seitai, senza trascurare nulla delle conoscenze antiche, al contrario, usando tutto ciò che ho potuto imparare dai maestri che ho avuto la fortuna di incontrare sia in Aikido sia in ju-jitsu, o nell’imparare a maneggiare armi in questa epoca ancora ricca di rispetto per le tradizioni.

Rimane un punto essenziale: il SAPER-FARE. Possiamo dissertare per ore
sull’argomento, se non insegniamo correttamente e concretamente come immobilizzare un
aggressore o renderlo innocuo almeno per un momento, ad esempio in occasione di una presa di un indumento al collo o alle spalle con una o due mani, approccio comune come presa di contatto alla sprovvista, tutto ciò sarà inutile. È grazie al lavoro sulla respirazione,
nell’allenamento quotidiano, e alla capacità di fondersi con un partner, che si scopre
l’intermissione respiratoria, lo spazio che esiste tra espirazione e inspirazione, in cui l’individuo è nell’impossibilità di reagire. In seguito è la capacità di utilizzarla in caso di necessità che consente di neutralizzarlo tramite un colpo abbastanza leggero, ma particolare e in profondità, al plesso solare, in questo momento preciso della respirazione. Neutralizzarlo almeno i pochi microsecondi necessari per eseguire una tecnica, un’immobilizzazione o talvolta semplicemente quando è necessario per fuggire.

Articolo pubblicato sul n. 74 di AikidoJournal, giugno 2020 Tema: Lei insegna gli atemi?