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Zanshin, lo sprito dell’ordinario

di Manon Soavi

Insegnante di Aikido, ed anche pianista concertista, ho incontrato la nozione di zanshin attraverso diverse esperienze nel mio percorso. Quando ho cominciato lo studio di diversi koryu quindici anni fa (Bushuden Kiraku Ryu, Niten Ichi Ryu, Choku Yushin Ryu, e un po’ di Shinkage Ryu), ho anche approfondito questa nozione nella pratica delle armi, con il maneggiare la spada, il bo, il kusarigama, o anche nella pratica a mani nude con i numerosi kata di jujutsu che queste antiche scuole possiedono.
Benché la mia strada nelle arti marziali sia sicuramente ancora lunga desidero condividere qui qualche riflessione sull’argomento.

Ho notato che una delle contraddizioni umane attuali è la nostra fascinazione per la forza esteriore che va di pari passo al nostro disprezzo per la sensibilità e le sensazioni del nostro corpo che releghiamo al rango di sentimentalismo. Paradossalmente il nostro modo di vivere in Occidente non è mai stato cosi facile, con così pochi sforzi fisici da fare. I nostri avi erano molto probabilmente più resistenti alla marcia, al freddo o anche al dolore, poiché non c’erano così tanti mezzi capaci di farsi carico del più piccolo dei loro malanni, o di supplire al più piccolo dei loro sforzi. Per questo si può dire che mancassero di sensibilità? Non lo credo, perché la capacità di sentire prima di riflettere è sempre stata indispensabile per vivere e zanshin, secondo la mia esperienza, è prima di tutto una questione di sensazione e di presenza nell’istante presente.

Zanshin può essere tradotto con “spirito che permane” ma per le culture orientali il corpo e lo spirito non sono due cose separate. Questo “spirito che permane” corrisponde a una sensazione precisa, ed è essa che ci guida nella sua applicazione qualunque sia la disciplina praticata. Sono delle sensazioni particolari per colui che agisce così come per colui che riceve. Zanshin è una sensazione e allo stesso tempo uno stato che si (ri)scopre.

Storicamente i principi come Zanshin, Mushin, ecc., rimandano meno a delle idee che a delle realtà vissute da generazioni di persone. Ciò riporta a esperienze dirette, reali, che, per essere trasmesse, sono state “concettualizzate”. Si tratta quindi di un atto o di uno stato che possiamo ritrovare, malgrado le nostre differenze d’epoca e di culture. Non sono grandi princìpi scomparsi con i Samurai e la loro epoca, e neanche dei princìpi limitati alle arti marziali. Sono princìpi che irrigano tutta la cultura, in particolare quella giapponese, ma anche e soprattutto quella cinese.

Manon Soavi Zanshin, l'esprit de l'ordinaire

L’immagine come rivelatore

Gli antichi Cinesi insegnavano attraverso delle immagini, delle evocazioni che dovevano far nascere, dovevano rivelare, nel cuore dell’apprendista una sensazione che l’avrebbe guidato verso la comprensione profonda. Una comprensione fisica poiché si trattava di far appello a un’esperienza reale che l’altro potesse condividere. Utilizzavano principalmente la natura come rivelatore di sensazione, dato che l’osservazione della natura era un’esperienza di vita condivisa da tutti all’epoca. Ma si trova questo modo di trasmettere anche nelle arti d’Occidente. Come in musica per esempio, perché al di là di qualche consiglio di base, il gesto del musicista non è trasmissibile ed è impossibile da comprendere intellettualmente.

Cosa fa la differenza tra il principiante che preme un tasto del piano e il maestro che fa suonare la prima nota di una sonata? È obbiettivamente lo stesso tasto e lo stesso meccanismo per colpire la corda. Tuttavia il suono non avrà niente a che vedere. È la sensibilità del maestro che farà la differenza. Così anno dopo anno l’apprendista cercherà come far suonare diversamente il suo strumento, e il maestro cercherà come risvegliare nell’altro la sensazione che ha all’interno di sé. È per questo che alcuni utilizzano delle parole evocatrici, parlano di suonare “a fondo” o d’”impastare” la tastiera, che obbiettivamente non vuol dire niente di niente! Tutte queste immagini fanno appello alle nostre risorse interiori, per ritrascrivere su del legno e delle corde, una sensazione interna e che questa sensazione sia, inoltre, condivisa da chi ascolta. È in questo che tocchiamo con mano la fusione di sensibilità che ci permette di sentire cosa succede nell’altro, è una trasmissione da sensibilità a sensibilità. Come zanshin che sarà riuscito solo se le due persone lo sentono.
Allora al di là di ciò che noi sappiamo oggettivamente su cosa vuol dire “zanshin”, trovo interessante cercare in noi a quali esperienze possiamo collegare questo principio. Come renderlo concreto per noi.

Manon Soavi Zanshin, l'esprit de l'ordinaire

Lo spirito dell’ordinario

Nel corso degli anni in cui ho svolto la professione di musicista sono stata a volte in uno stato che associo a zanshin. Quando suonavo con altri musicisti e cantanti dovevo essere totalmente disponibile nei confronti di ciò che succedeva all’esterno, l’altro musicista, e allo stesso tempo concentrata sui miei gesti per suonare la mia parte di piano. Gli imprevisti del concerto live facevano sì che non potessi contare sul fatto che tutto sarebbe andato come previsto. Non succede mai, per quanto si sia molto preparati, la scena è un’esperienza unica. La preparazione serve a ridurre al massimo l’imprevisto ma non assolutamente ad eliminarlo. Bisogna allora reagire istantaneamente, essere il più possibile con gli altri perché l’armonia continui. Essere allo stesso tempo iper-vigilante, e nel contempo mantenere una concentrazione vaga, perché appena mi fissavo su una sola cosa, perdevo l’insieme. Secondo me questa frase di Musashi riassume perfettamente questo stato:
“Nella vita quotidiana, come in strategia, bisogna avere lo spirito aperto e mantenerlo ben diritto, non troppo teso ma neppure rilassato”(1).

Musashi diceva anche che lo spirito ordinario deve essere quello del combattimento, lo spirito del combattimento deve essere lo spirito dell’ordinario.(2) Tuttavia non si può essere sempre all’erta, quindi lo spirito del combattimento non significa essere “all’erta”, significa qualcos’altro… Si può anche immaginare che questa attitudine sia ben lontano dall’apatia che si riscontra molto spesso oggi. La traduzione di zanshin con “spirito che permane” ci dà forse una pista, più dell’idea un po’ riduttiva di “vigilanza”.

Anche se oggi rari sono coloro tra noi che incontrano il “combattimento reale”, ci confrontiamo tutti con molteplici piccoli “combattimenti ordinari” nelle nostre esistenze. E a volte anche in questi casi si può vedere sorgere “zanshin”. Per me è stato il caso in occasione di esperienze spiacevoli che ho fatto. Mi ricordo la volta in cui, bloccata in un festival di diversi giorni, in un paesino, tutte le ragazze che vi partecipavano si sentivano a disagio e inquiete perché il responsabile dello stage, professore e violinista affermato, metteva le mani su di loro in modo inopportuno. Avevo allora ventun anni e tra i corsi e le prove, le ragazze, tra loro, parlavano di questi momenti molto spiacevoli e li temevano. In occasione di un pranzo tutti insieme, il professore cominciò a risalire la tavolata. Passando dietro ognuna per dare gli orari di prove della giornata. Lo vedevo avvicinarsi, distribuendo carezze nei capelli o sulle spalle, piccole battute equivoche, ecc. e vedevo con costernazione le teste delle ragazze che si abbassavano e aspettavano l’inevitabile al suo passaggio, o ridevano di un riso nervoso. Era per me inconcepibile non fare niente, quindi l’ho guardato arrivare senza sapere cosa avrei fatto, e prima che passasse dietro di me mi sono girata verso di lui e l’ho guardato dritto negli occhi parlandogli del programma. So che in quel momento il mio sguardo diceva “No”. Si è fermato e non mi ha toccato. Per tutto il festival sono rimasta presente, senza apertura. Non mi ha mai toccata.

Ciò non mi successo solo con uno, diversi insegnanti e altri ragazzi ubriachi hanno capito che non potevano avvicinarsi. In caso contrario cosa avrei fatto? Non lo so. In tutte queste piccole situazioni che mi sono capitate ciò che mi ha sempre colpito è che tutto era molto prevedibile e che era alla fine relativamente semplice tenerli in scacco, “bastava” esserci e ascoltare questa sensazione di pericolo che ci tocca prima di qualsiasi evento. Ovviamente le cose sarebbero state diverse in caso di aggressione più grave, è questione diversa, ma incorriamo anche in molte di queste “piccole” aggressioni che, se le si subiscono, incapaci di reagire, ci segnano nel cuore e nel corpo.

Manon Soavi Zanshin, l'esprit de l'ordinaire

Essere influenzati

Lo studio dell’Aikido a partire dalla mia infanzia, come via d’armonizzazione con l’altro mi ha aiutato, ne sono sicura, ad attraversare questi momenti difficili, come mi ha aiutato a lavorare in simbiosi con altri musicisti. Poiché il nostro modo di interagire con gli altri, che sia in negativo o in positivo, è determinato dal nostro atteggiamento interiore. Il fatto di non lottare contro l’influenza dell’altro, che sia musicista o attaccante è determinante. Di comprendere per due.
Chinen Kenyū Sensei l’esprime con queste parole: “La tecnica è uke [ricevere], lo spirito è attacco. […] Quando si padroneggia il principio di uke, non c’è più attacco o difesa. Uke è al di là di questa dualità, e ciò ha un impatto profondo sul nostro essere. […] Quando si è a proprio l’agio nel far fronte a un qualsiasi attacco, si sviluppa una sicurezza che ci permette di accogliere tutto, di affrontare tutto.”(3)

Nella nostra vita molto spesso per difenderci rifiutiamo di essere influenzati dall’altro, ma allora chiudiamo di fatto il solo canale che ci permette di sentire e di agire in funzione di quello che fa l’altro: la nostra sensibilità. È essa che ci permette di sentire l’altro. Non rifiutare l’altro, accettare la sua influenza non vuol dire esservi sottomessi. Assolutamente no. Abolire la differenza tra sé e l’altro e così permettere la fusione, se si muove, io mi muovo, perché noi non facciamo più che uno. Non c’è più azione/risposta. C’è Uno. In fondo è la stessa cosa che sia per sentire ciò di cui ha bisogno un neonato che non può ancora esprimersi, per sentire le cattive intenzioni di una persona o per sentire quando il cantante comincerà.
Tsuda Senseï scrive: «Anche se si comprende e si accetta l’Aikido come la via della comunione con l’Universo, sarà sul piano puramente spirituale. Appena alle prese con delle difficoltà reali, lo spirito cede il passo all’aggressività meschina.»(4)

Pur essendo forse molto lontani dalle capacità di questi maestri, possiamo praticare in questa direzione e ciò può essere utile nelle nostre vite. Per lavorare nello spirito di comunione il primo passo è un lasciare la presa. Se si ha la testa piena di paure, di credenze, se siamo confusi allora non si riesce più a lasciare sorgere dal fondo di noi stessi l’azione giusta, questa azione giusta che i cinesi chiamano Wuwei – Non-Agire. Si cerca la via d’uscita in tutte le direzioni, si cerca di difendersi, si rifiuta l’altro per sfuggirgli ma si sbatte contro il muro. Fukuoka Sensei diceva a proposito della ricerca teorica di una nutrizione corretta: “Se sperate di trovare un mondo luminoso dall’altra parte del tunnel, l’oscurità del tunnel durerà ancora più a lungo. Se non si cerca più di mangiare quello che è piacevole al gusto, si può gustare il vero sapore di tutto ciò che si mangia”(5).

Zanshin, spirito che permane, è anche una percezione fine della realtà che raggiunge il principio di yomi. Pensiamo di vedere la realtà, ma in effetti molto spesso ciò che vediamo è la nostra interpretazione di quello che ci circonda. O troppo ingenui manchiamo di vigilanza, oppure troppo rovinati, traumatizzati, finiamo per essere iper-diffidenti. Diventiamo allora aggressivi. Ma che le punte difensive della nostra armatura personale siano rivolte verso noi stessi o verso gli altri, il risultato saranno la ferita e la sofferenza. E ciò ci impedisce di vivere. Un’arte come l’Aikido, o i koryu antichi, mettendoci in situazione, permettendoci di superare le nostre paure, può aiutarci a riscoprire che non siamo così deboli.

Allora scopriremo un altro modo di adattarsi alla realtà che non vuole più dire essere schiacciati da essa. È qualcosa che si ritrova in altre arti, io trovo qualcosa di zanshin in questa frase di Rikyû, maestro di chanoyu(6) del XVI secolo, che rispose un giorno al suo discepolo:
«Fa una deliziosa tazza di tè; disponi il carbone di legno in modo da scaldare l’acqua; sistema i fiori come se fossero nei campi; in estate, evoca il fresco, in inverno, il caldo; anticipa in ogni cosa il tempo; preparati alla pioggia.»(7)

« Zanshin, l’esprit de l’ordinaire  » un article de Manon Soavi publié dans Dragon Magazine (Spécial Aïkido n°27) en janvier 2020.

Note:

1. Miyamoto Musashi, Il Libro dei Cinque Elementi (traduzione e commento di Kenji Tokitsu), Rotolo dell’acqua, p.23, Oriental Press s.r.l. , 2004.
2. Miyamoto Musashi, Il Libro dei Cinque Elementi (traduzione e commento di Kenji Tokitsu), Rotolo dell’acqua, p.23, Oriental Press s.r.l., 2004.
3. Magazine Yashima numéro 4 mai 2019 Chinen Kenyū, au cœur des traditions d’Okinawa, p.26.
4. Itsuo Tsuda La Scienza del particolare, p.147, Yume Editions 2019.
5. Masanobu Fukuoka La révolution d’un grain de paille, p.150, Trédaniel Éditeur 1978.
6. Chanoyu impropriamente tradotto con cerimonia del tè, letteralmente “Acqua calda del tè”
7. Soshitsu Sen, Vie du Thé, esprit du Thé, p.41, Édition Seuil 2013

 

 

Mobilità e consapevolezza del corpo

di Régis Soavi

Uno dei punti di forza dell’Aikido risiede nella sua grande mobilità e nei suoi movimenti di rotazione. Le spirali che ne derivano formano una combinazione di forze centripete con la loro correlata, la forza detta centrifuga, creando una forma invisibile, che si dispiega costantemente: la sfera.

Le tecniche che utilizzano un attacco da dietro ci offrono la migliore visualizzazione di questa sfera. La rotazione dei pianeti che girano su se stessi e nello stesso tempo attorno a una stella ci fornisce anch’essa un buon esempio di cosa vuol dire muoversi attorno a un centro. Per quanto riguarda i meteoriti che gravitano non lontano, rimbalzano sull’atmosfera, o aspirati dal centro del pianeta, vi si schiantano mentre la maggior parte delle comete si allontana.

Entrare nella sfera

Quando c’è rotazione attorno a diversi assi a volte mischiati, diventa difficile sapere dove sono i centri, dove sono le periferie, il davanti e il dietro. L’uno e l’altro possono presentarsi a turno, possono anche invertirsi. Diventano intercambiabili, sia nel caso di Tori come di Uke, ecco perché l’Aikido presenta dei grandi vantaggi sul terreno degli attacchi da dietro. Qualunque sia la misura o la dimensione del centro, è la sua densità che fa la differenza.
O Sensei Morihei Ueshiba benché di piccola taglia era capace di proiettare un assalitore a grande distanza grazie al dispiegamento di questa forza centripeta che si trasformava in forza centrifuga poi in spirale e anche in sfera che rotolava lontano sui tatami. Come creare questa sfera con un centro così denso che renda possibile realizzare delle proiezioni di questa natura? Le prese da dietro ce ne danno l’opportunità. Tecnicamente cominciano sovente da un attacco di tipo Shomen uchi o Yokomen uchi che si trasforma in presa di uno o di due polsi da dietro. È lo spostamento di Tori che provoca la messa in pericolo di Uke e quindi questo quasi-obbligo, o in ogni caso questa opportunità, d’immobilizzare Tori. Benché per le esigenze d’insegnamento, all’inizio sia pedagogicamente necessario consentire che il compagno afferri la mano tesa da Tori, ciò diventerebbe incomprensibile dopo qualche anno di pratica. Penso che si possa anche dire che questo sarebbe contro-producente se si è veramente interessati alla nostra arte. Le prese dirette da dietro dei due polsi insieme sono difficili per Uke che preferirà in molti casi prendere le maniche del keikogi. Se il corpo è ben centrato è piuttosto facile uscire da questa difficoltà solamente restando concentrato sull’Hara e muovendo il Koshi. Le tecniche pertinenti scaturiranno del tutto naturalmente dalla postura dei due praticanti, dalle loro rispettive respirazioni, dalla loro capacità di cogliere l’opportunità o il momento, nonché dalla determinazione che metterà ciascuno di loro. Molto spesso se Tori segue il suo istinto vero e non presunto, se non cerca una tecnica o una soluzione predefinita ma agisce con spontaneità, fluidità e vigilanza, si sbarazzerà con facilità del controllo di Uke. Da un punto di vista pedagogico c’è anche un grande interesse perché le prese da dietro obbligano gli allievi a muoversi in maniera differente. In effetti, molti tra loro hanno la tendenza a lavorare in linea, un po’ come nel Karate, a tendersi per resistere alla pressione con dei Tai sabaki e degli spostamenti sempre più corti, la conseguenza inevitabile è che le loro tecniche diventano sempre più dure e, malgrado tutti i loro sforzi, spesso inefficaci.

Régis Soavi ushiro waza

Immaginazione o visualizzazione?

C’è una grande differenza se la presa mira a una immobilizzazione “semplice” o a una aggressione “pura e dura” con i rischi che si possono correre. L’allenamento è un gioco di ruolo dove ognuno è al suo posto. Per ritrovare o acquisire le capacità necessarie al dispiegamento della nostra forza vitale è indispensabile lasciare la spontaneità agire grazie alle basi tecniche su cui si è lavorato. La visualizzazione ha tuttavia un posto primordiale. La visualizzazione e l’immaginazione sono due funzionamenti profondamente differenti. L’immaginazione è una produzione del cervello e impegna soltanto lui, mentre la visualizzazione ha il suo punto di partenza nel Koshi, è una produzione della nostra energia vitale e impegna tanto lo spirito quanto il corpo senza che ci sia l’ombra di una separazione tra loro. La visualizzazione è un atto di concentrazione primordiale, si riconduce a una sensibilità di tipo primitivo che sorge dall’involontario. Permette a Uke di rendere le prese o gli atemi più concreti e dunque a Tori di sentirli come sufficientemente pericolosi per reagire, anche se sono controllati. L’immaginazione, non porta ad alcuna azione, per lo meno immediata e non può essere percepita da Tori come nient’altro che un’attitudine o una postura senza alcuna forza né potenza, un movimento immaginario, un movimento sognato.

Lavorare lentamente

Per un lavoro preciso e una giusta comprensione della direzione come della potenza delle forze messe in movimento, la lentezza mi sembra indispensabile. Si può così aumentare l’efficacia della presa senza rischio per il compagno. Lavorare lentamente non vuol dire essere lento ma piuttosto lavorare al rallentatore. È importante non precipitarsi per afferrare un polso o una manica se così facendo ci si scopre, offrendo al partner l’occasione di piazzare un atemi o semplicemente di prendere il centro e in tal modo di destabilizzarci. Al momento di una presa in Ushiro katate dori kubi shime è molto importante far sentire che questa presa può trasformarsi in strangolamento ed è, già di fatto, uno strangolamento (a tal fine è sufficiente far pressione sulla parte alta dello sterno senza toccare il collo), ma soprattutto bisogna avere una buona postura, allo stesso tempo stabile e non rigida, così da non metterci in pericolo. È solamente grazie a questo che si può comprendere quello che questa presa ha di pericoloso. Se si procede troppo velocemente già dagli inizi, quando non si ha ancora la padronanza di questi attacchi, la presa sarà pasticciata e la tecnica rischia di trasformarsi in rissa da strada.

Se non ho visto, se non ho sentito, muoio

Uno degli attacchi più pericolosi che si possa subire è quello da parte di un abile avversario munito di coltello, in uno spazio ristretto, e per di più da dietro. Durante un incontro amichevole con un praticante di MMA organizzato dal Karate Bushido e precisamente a proposito di un attacco alle spalle con un tantō, Léo Tamaki formula questa frase: «Se non ho visto, se non ho sentito, muoio»(1). Si potrebbe dire che essa passi inosservata poiché è evocata come un’evidenza, ed esprime una realtà incontestabile. Tocca con mano l’essenziale, in quanto se non si può vedere dietro di sé si può sentire, presentire. È proprio per questo che nell’Aikido come in tutte le arti marziali è necessario ritrovare e sviluppare la nozione di Yomi (il fatto di percepire l’intenzione, che si può anche tradurre con intuizione). È indiscutibilmente un elemento essenziale della crescita dell’individuo attraverso la pratica. Si racconta peraltro un aneddoto concernente un samurai che si volta all’ultimo momento per salvare la propria vita eliminando un nemico che l’attaccava mentre era di spalle. Aldilà delle storie che non possiamo verificare noi stessi, è chiaro ancora oggi che le nozioni di Yomi o di Sakki (la volontà di attaccare, il Ki distruttore) sono ancora comunemente ammesse.(2) Riguardo soprattutto agli attacchi da dietro è più che essenziale coltivare e allenare la nostra sensibilità in questa direzione.
Quando la vita è in gioco forze insospettate possono sorgere. È perfettamente impossibile allenarsi per far emergere queste forze, ma diversi tipi di allenamento nelle arti marziali possono essere considerati come una preparazione all’imprevedibile. Tutte le tecniche nell’Aikido, benché non portino questo nome, sono dei Kata e il loro scopo non è imparare a distruggere un avversario, un nemico, ma di svegliare l’individuo ancora addormentato in noi, per permettere a tutte le nostre capacità di essere attive appena ne abbiamo bisogno. Questo non vuol dire che manchino di efficacia, semmai il contrario, poiché se ben utilizzate possono essere più che temibili, ma ci sono poche possibilità che esse siano applicabili in modo identico fuori dal contesto del dojo, in quanto sono insegnate e praticate senza la tensione di un rischio reale, come per esempio un attacco per strada, e le condizioni della loro effettiva applicazione non sono tutte presenti. Basta un niente perché tutto vacilli.

La paura

La paura, se vogliamo uscir bene da una situazione, è un elemento determinante che può cambiare tutto in un senso come nell’altro. Se siamo invasi dalla paura, o se non ci siamo mai trovati di fronte a una situazione critica, o veramente pericolosa, è estremamente difficile sapere come potremmo reagire in caso di aggressione. Durante Randori che facciamo alla fine di ogni seduta nella nostra Scuola, indipendentemente dal livello, c’è sempre il rischio di prese o atemi da dietro. È quindi data grande importanza agli spostamenti, ma ancor di più alla sensazione di pericolo che può derivare da uno o più Uke, ed è grazie a questo che può svilupparsi un “qualche cosa” che sarà l’inizio di quello che potremmo chiamare intuizione. Non si tratta di una mistica, di una fiducia in un’energia celeste, ma piuttosto di una realtà che ognuno di noi conosce, spesso senza darle un nome, che trascende il quotidiano delle persone. Ma siccome si tratta di una realtà che, a priori, non padroneggiamo, è molto difficile, o addirittura impossibile farvi affidamento, rischiando, così, di vedere svanire le nostre capacità nel momento in cui ne avremmo più bisogno. Sviluppare le nostre capacità di percezione mediante l’attenzione è dunque uno degli obiettivi della pratica, ma quello che è soprattutto indispensabile, è che ciò deve consentire l’emergere di capacità intuitive realmente utilizzabili nella vita quotidiana e a maggior ragione nell’improvvisazione o nei casi gravi.

Azione e percezione

Le scienze cognitive hanno aperto un campo di studio che ci permette di comprendere numerosi aspetti dell’essere umano, tanto dal punto di vista del pensiero quanto dell’azione. Esse permettono ai praticanti di arti marziali quali noi siamo di dare dei nomi, di chiarire un insegnamento che potrebbe sembrare oscurantista. Noi possiamo rinobilitare quello che i nostri maestri ci hanno insegnato laddove tale insegnamento viene screditato in quanto visione mistica del mondo. Specialmente per quel che concerne le nostre percezioni laddove sono considerate come “extra-sensoriali” mentre esse non sono che il frutto del lavoro e dell’allenamento quotidiano di un’arte come l’Aikido.
Oggi dei ricercatori ridefiniscono la percezione così: “La percezione è una forma di azione. Non è qualcosa che ci arriva o che si produce in noi. È qualcosa che noi facciamo”.(3) “La nostra percezione si esprime nel linguaggio delle potenzialità motrici”.(4)
Riguardo a questo tema il filosofo M.B. Crawford(5) ha scritto: “La nostra percezione di queste potenzialità non dipende solamente dalla nostra situazione ambientale, ma anche dalla gamma di competenze pratiche che noi possediamo. Davanti a qualcuno che cerca una lite in un bar, un esperto in arti marziali percepisce la posizione dell’individuo in questione e la distanza che lo separa da esso come qualcosa che permette se necessario di portare alcuni colpi escludendone altri. È la pratica e l’abitudine che gli permettono di vedere il potenziale aggressore sotto questo angolo. Analogamente, percepirà senza dubbio l’arredamento circostante e gli oggetti a portata di mano come delle affordance(6) accessibili in caso di lotta. In altre parole, vede delle cose che sfuggono totalmente a una persona qualunque”.

Non trascurare nulla

Nella pratica dell’Aikido non c’è niente d’inutile. Però se si trascura l’aspetto percezione o il lavoro della sensibilità (quello che si confonde spesso con il sentimentalismo) a vantaggio della tecnica, rischiamo di lasciarci sfuggire gran parte della pratica. È vero anche il contrario, certamente, essendo entrambe indispensabili, è malgrado tutto possibile per ognuno non limitarsi a quello che conosciamo e accettare di andare verso quello che non conosciamo, quello che c’è da scoprire, quello che ci sembra a volte misterioso se non impossibile.

Itsuo Tsuda et Régis Soavi 1980
Itsuo Tsuda et Régis Soavi 1980

Itsuo Tsuda Sensei

Uno degli esercizi che ci faceva fare il mio maestro Tsuda Sensei, consisteva nella proiezione del nostro partner a partire dalla posizione seiza. Questo ci sembrava estremamente semplice all’inizio, perlomeno teoricamente, ma quando si trattava di metterlo in pratica ciò diventava un po’ più complicato. Tori è seduto immobile, dietro di lui, Uke afferra il keikogi all’altezza delle spalle. Si tratta quindi molto semplicemente di chinarsi come se ci si salutasse, senza forzare, senza tensione, un semplice saluto che, producendo un vuoto, aspira il partner: quest’ultimo, pur solidamente ancorato sui tatami, e malgrado il fatto che metta tutta la sua forza, non riesce a resistere e cade in avanti. Logicamente ogni volta che c’è una resistenza ci si tende, si contrae tutto il corpo, ci si arrabbia, si accusa il partner di non stare al gioco. Eppure ho visto tante volte Tsuda Sensei farci la dimostrazione con il sorriso. Ho provato a metterlo alla prova su questa tecnica, niente da fare, si chinava in maniera inesorabile con la più grande semplicità. Il suo segreto: la visualizzazione. Ci diceva spesso quando ci trovavamo impantanati nelle difficoltà: “Smettete di pensare in termini di avversità”, poi ce ne dava la dimostrazione, facendo cadere un allievo indicando un luogo da lui scelto e pronunciando questa frase magica: “Sono già là”, esprimendo così la realizzazione concreta della sua visualizzazione.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 28) nel mese di april del 2020.

1) Léo Tamaki in Karaté Bushido Officiel. (13 dicembre 2019) GregMMA et Aikido [Vidéo]  https://www.youtube.com/watch?v=KoH4qjWKTfM&feature=emb_title
2) Tema ampiamente trattato nella rivista Yashima – Art martiaux et culture du Japon, maggio 2019, n°4.
3) Ava Noé, Action in Perception, MIT Press, Boston 2004, p. 1 et p. 106
4) Matthew B. Crawford, Contact, Édition La découverte 2019, p. 80
5) Intuitività, potenzialità.

Zanshin, uno stato naturale del corpo

di Régis Soavi

Se traduciamo Zanshin con “mantenere l’attenzione dopo un combattimento o dopo una tecnica”, anche se rimaniamo nella tradizione marziale non raggiungiamo il suo significato profondo.

Tenshin: il cuore del cielo.

Nel termine Zanshin ci sono due kanji: 残 (càn o zan), ciò che resta, che permane, e 心 (Shin o Kokoro). Se il secondo ha un significato conosciuto da tutti gli Aikidoka, mi sembra tuttavia necessario precisarne il valore poiché corrisponde a quello su cui possiamo basarci per trovare la strada della pienezza nella vita. Per Itsuo Tsuda Sensei un’espressione rifletteva e animava le pratiche che proponeva, sia l’Aikido che il Katsugen undo. Quest’espressione, “Tenshin”, egli l’aveva tradotta con «il cuore di cielo puro». Scrive: «la parola kokoro che ho tradotto con “cuore” è etimologicamente identica a quest’ultimo: l’organo centrale dell’apparato circolatorio. Tuttavia, l’accezione è del tutto diversa. Il “cuore” in francese è piuttosto il sentimento, mentre il kokoro in giapponese non è esattamente il sentimento, né lo spirito, né il pensiero. È qualcosa che sentiamo dentro di noi, si avvicina piuttosto al mind in inglese. Se si traduce con mentale o psichico, sarà ancora diverso. La ricerca di un kokoro che resta imperturbabile davanti a un pericolo imminente, che resta calmo in ogni circostanza, è lo scopo principale che si impone a chi cerca di raggiungere la perfezione nel mestiere delle armi»(1) «La vostra mente deve essere sgombra da ogni pensiero, buono o cattivo. Questo stato d’animo è paragonato al Cielo puro – Tenshin».(2)

L’Aikido: reimparare la libertà

Dai nostri primi passi sui Tatami, sorge la concentrazione. È sufficiente il saluto in direzione del Tokonoma perché il nostro corpo reagisca, che lasci questo stato che potremmo definire quotidiano per entrare in quello molto particolare di Zanshin. È fondamentalmente uno stato naturale, uno stato in cui la nostra animalità biologica (nel buon senso del termine) riemerge. Tutta la tradizione che ci viene da O Sensei e che ci è stata trasmessa dal suo allievo diretto Tsuda Sensei è essenziale per comprenderlo. È nella maniera in cui sono eseguiti gli esercizi come la vibrazione dell’anima, i movimenti del rematore, così come tanti altri, che generalmente sono a torto assimilati a un riscaldamento, che ci rendiamo conto della loro importanza. È tutta l’attenzione accordata alla respirazione che ci permette di sentire a livello fisiologico la circolazione del Ki e ci richiama verso questo stato di concentrazione che è Zanshin. Tutta questa prima parte di una seduta ordinaria nella nostra Scuola è stata concepita per condurci, per portarci in un al di là di noi stessi, un al di là di ciò che molto spesso siamo diventati – dei tizi qualunque della nostra società. Se siamo sufficientemente attenti ne sentiamo immediatamente gli effetti. Evolviamo sui Tatami in un modo profondamente differente, quello che sentiamo, la nostra percezione dell’altro, degli altri, diventa al contempo più fine e più accentuata, più larga e più leggera. È giorno dopo giorno immergendosi in quest’ambiente che si può al contempo reimparare la libertà di movimento, un primo passo verso la libertà interiore, e sentire il nostro spazio, i nostri spazi. Ritrovare la sensazione del posizionamento delle forze che ci circondano, scoprire o riscoprire che niente è finito, né concluso, ma che tutto è legato, che Zanshin è un momento di un’eternità che segue il suo corso in tutte le direzioni.

La vita quotidiana: un rivelatore

Senza che ne abbiamo coscienza, senza che agiamo in modo volontario, il nostro corpo reagisce continuamente alle molteplici aggressioni che subiamo tutti i giorni da parte dell’ambiente che ci circonda. Che questi attacchi siano originati da batteri, da virus, o anche più semplicemente che siano dovuti alla qualità della nostra alimentazione, il nostro corpo risponde in maniera adeguata grazie al suo sistema immunitario, al suo sistema digestivo o qualsivoglia altro sistema in funzione del mal funzionamento. La risposta del corpo, se il terreno è buono, se ad esempio il nostro sistema immunitario è ben sveglio, non è limitata a qualche schermaglia qua e là, la mobilitazione del corpo è totale e il combattimento può essere a volte di una grande violenza. Una volta finito il combattimento, il corpo non si mette subito a riposo, non si riaddormenta tanto velocemente non appena il pericolo è passato (cosa che la nostra mente, lei, avrebbe perfettamente ammesso). Il nostro sistema involontario non allenta la propria attenzione, eliminando fino all’ultimo batterio, fino all’ultimo virus, o immobilizzandoli, bloccandoli in modo da renderli inoffensivi. E anche in questo caso non è tutto finito, resta vigile tenendo d’occhio tutto quel che succede, sereno ma attento al minimo movimento degli aggressori, quali che siano. Questo è lo stato di Zanshin naturale e involontario di un corpo che reagisce in modo sano e dunque esattamente all’opposto di un corpo apatico. Quando tutto è veramente finito la vita riprende per così dire il suo corso naturale. È fondamentale favorire il fatto che questo lavoro all’interno del nostro corpo possa compiersi in tutta tranquillità senza spaventarci al minimo dolore o alla minima reazione perturbante. Per chi si avvicina ad un’arte marziale – e l’Aikido in particolare – per la prima volta, gli obiettivi sono spesso molteplici, e vanno dal bisogno di muoversi a quello di difendersi passando per tutte le varianti, reali o fantasmatiche. La scoperta di Zanshin è parte integrante dell’insegnamento dell’Aikido, e la sua comprensione in profondità così come la sua estensione a tutti gli aspetti della nostra vita apportano una maggiore tranquillità di fronte agli eventi imprevisti e permettono di vivere più pienamente nel quotidiano. Perché in definitiva è nel quotidiano che si verifica l’utilità della pratica. Senza essere utilitarista è sempre piacevole vedere e verificare ciò che essa ci apporta nella nostra vita di tutti i giorni. L’attenzione, la concentrazione, come pure il piacere nella realizzazione di un lavoro non possono realmente esserci senza la condizione di presenza che chiamiamo Zanshin, e questo anche se non ne abbiamo coscienza.

Dei cerchi nell’acqua

Quando il bambino lancia un sasso nell’acqua calma di un piccolo stagno, rimane a guardare i cerchi concentrici che si sviluppano e si allargano a partire da quel centro che li ha creati. Se ha conservato la sua natura profonda, se essa non è stata distrutta dagli adulti, genitori, educatori o insegnanti che cercano di spiegargli la ragione scientifica del fenomeno, o che, affrettati per via del loro tempo così prezioso, accordano solo poca importanza a questo piccolo gioco insignificante, allora, immobile, contemplativo ma molto concentrato, aspetta che i cerchi si smorzino, che le loro vivacità iniziali diminuiscano sempre più finendo per non essere più riconoscibili, a fare corpo unico con il movimento naturale dell’acqua increspata, leggermente spinta dal vento. Anche questo momento così prezioso è Zanshin, è un istante che si potrebbe anche vedere come sacro, in cui il kokoro del bambino si calma, in cui ritrova la sua natura primordiale, la sua vera natura.

La scuola, o come rompere questo stato naturale

Tutto l’apprendimento scolastico mira a dare al bambino delle armi per il futuro, l’idea sulla carta è di certo buona ma la realtà è tutt’altra. Il sistema di valutazione, che sia in cifre o sotto forma di lettere all’anglosassone, è fonte di paura, o perfino di angoscia, sempre di inquietudine e produce, di fatto, più disastri che benefici. In questo caso non si lavora per il piacere di scoprire, e nemmeno per un risultato concreto, ma per un voto, per un apprezzamento che dovrebbero rappresentare il nostro livello nel sistema. Tuttavia non si contano più i pedagoghi che da più di un secolo hanno denunciato i misfatti di questo tipo di scolarizzazione e di questo modo di educazione. Tutto al contrario della condizione di Zanshin si attende il verdetto, il risultato dell’interrogazione scritta, del compito, dell’esame. Invece di sviluppare le capacità fisiche o intellettuali del bambino, si fa di lui un essere impaurito o più tardi un ribelle che aspira solo a uscire dal sistema nel quale si trova incastrato, per respirare anche solo un po’ più liberamente. Il danno tuttavia non è irrimediabile, è anche a questo che serve la nostra pratica, rimettere in piedi ciò che non avrebbe mai dovuto essere abbandonato né distrutto.

Prima finisci la scuola!

Chi non ha mai sentito questa frase, divenuta un leitmotiv genitoriale? Quali sono i genitori che hanno lasciato i loro figli andare nella direzione che avevano deciso da soli di prendere, sostenendoli malgrado la disapprovazione generale della famiglia e dell’entourage? In Francia la nuova legge sull’insegnamento (obbligo dell’istruzione dai tre ai diciott’anni) costringe i genitori, che a volte, perché un giorno hanno preso coscienza dei disastri che hanno subito durante la propria infanzia, hanno scelto l’insegnamento a domicilio, a rimanere malgrado tutto nel quadro dell’educazione nazionale. A far subire esami e test che i bambini devono superare pena il reinserimento in una scuola riconosciuta dallo Stato. Come permettere al bambino, all’adolescente, di scoprire, di riscoprire o di conservare quello che ha sempre avuto e che non avrebbe mai dovuto perdere: Zanshin, questo stato di concentrazione che perdura al di là dell’atto, questo stato istintivo che ci procura il piacere, la soddisfazione, e rafforza le nostre capacità permettendo loro di approfittare dell’esperienza acquisita in questo momento grazie a questo piccolo momento di pausa in cui qualcosa resta in sospeso? Il bambino, maschio o femmina, durante questo tempo incerto in cui tutto è possibile, sfugge al mondo delle convenzioni sociali, diventa forte, di questa forza che nessuno potrà sottrargli, si apre a una intelligenza che appartiene solo a lui e che non è opera di alcuna dottrina, di alcuna ideologia.

Ai-uchi, ai-nuke

A partire da Zanshin un mondo può ricostruirsi se non è stato distrutto o semplicemente rovinato. Nella pratica dello Zen è lo spirito di Zanshin che permane o lo spirito con cui si compie qualsiasi gesto che permette di ritrovare ciò che è stato perduto, nell’Aikido non è lo spirito combattivo che ci permette di vivere in armonia, bensì quello che c’è dietro, in profondità e che anima la nostra azione. Itsuo Tsuda Sensei ci racconta la storia di questo grande maestro del XVII secolo Sekiun Harigaya che aveva trovato la pace interiore. «Dopo esser stato a lungo tormentato dall’incertezza che regna quando ci si trova in una situazione estrema, in cui nessun ricorso a un precedente serve a giustificarci, trovò: “Vincere i più deboli, farsi battere dai più forti, e annientarsi a vicenda fra eguali, sono soluzioni senza uscita.” Anche se si ottiene la vittoria colpo su colpo, secondo lui non è altro che una bestialità. Non sono altro che combattimenti fra lupi o tigri. Si rimarrà sempre nella relatività, nell’opposizione. Bisogna uscirne per trovare la vera via. Come uscire dalla bestialità per trovare la vera via? Soprattutto in una situazione in cui il risultato non si misura con dei punteggi. La formula consacrata fino ad allora è stata “ai-uchi”, annientamento reciproco. A voler battere l’altro, cercando al contempo di conservare la propria integrità, si perde tutto, poiché all’ultimo momento si è vinti dalla paura che ci paralizza. Per uscire da questa dualità che ci tormenta, si decide di morire, abbandonando tutto ciò che abbiamo. “Quando avrai la mia pelle, avrò la tua carne. Quando avrai la mia carne, avrò le tue ossa”, questo è il motto degli spacconi. Si resta comunque nella bestialità. Dopo lunghi anni di meditazione, Sekiun trova la sua formula ai-nuke, passare al di là reciprocamente. La base di questa formula è la scoperta del kokoro, immutabile, eterno, nel quale non c’è l’annientamento dell’avversario, ma soltanto il rispetto dell’altro. Questo ai-nuke indica una posizione abbastanza vicina a quella dell’Aikido del M° Ueshiba. Se si affronta l’altro senza alcuna aggressività, è ai-nuke, ma se si mantiene la minima aggressività, è ai-uchi. Ma come si può svuotarsi da ogni aggressività quando ci si trova per l’appunto in una situazione di aggressività in cui si rischia di perdere tutto? Questa non-aggressività, se viene, non da un moralista o da un pacifista religioso, ma da qualcuno che ha conosciuto 52 combattimenti reali fino all’età di 50 anni, può avere un valore del tutto diverso.»(3) Zanshin è al centro del problema, perché si tratta di una presenza a se stessi come pure all’altro, senza aggressività, senza attese, senza ricerca di un qualsivoglia risultato. Zanshin non è né la fine né l’inizio di un movimento, non rappresenta il potere di uno dei due su un avversario, è un tempo, uno spazio-tempo non definito, ma che si realizza concretamente. Ritrovare il Kokoro dell’infanzia, ritrovare la concentrazione, la gioia semplice di sentirsi pienamente vivi, non accontentarsi più dell’aspetto superficiale della sopravvivenza che ci viene imposta dalla società, è la strada che ci viene proposta nell’Aikido. Anche se questa strada esige da noi rigore e determinazione, continuità e introspezione, io l’ho sempre sentita e vissuta come più facile dell’abdicazione, della rinuncia e dunque della disillusione o della passività.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 27) nel mese di gennaio del 2020.

1) Tsuda Itsuo, La voie des dieux, Le courrier du livre, 1982, p 61.
2) Tsuda Itsuo, Cœur de ciel pur,Le courrier du livre 2014, p 91.
3) Tsuda Itsuo, La voie des dieux, Le courrier du livre, 1982, p 63.
Foto: Bas Van Buuren, Sara Rossetti

Libertà vo riscoprendo.

La ricerca della libertà interiore nella pratica dell’Aikido e nel Seitai.

di Andrea Quartino

Le limitazioni alla libertà di movimento si stanno allentando, anche se con tempi e modi ancora incerti. Per chi pratica l’Aikido in un dojo della Scuola Itsuo Tsuda sembra non vicino il giorno in cui potrà riprendere a farlo. Al di là delle diverse opinioni sulla causa dell’emergenza, le limitazioni decise dai governi non dovrebbero limitare la capacità di giudizio. Ed è normale mantenere uno sguardo critico verso l’efficacia e le conseguenze di tali misure pur applicandole.
Haruchika Noguchi, il fondatore del Seitai, in un periodo come quello vissuto durante la seconda guerra mondiale dal Giappone, in cui avevano prevalso le tendenze più marcatamente nazionaliste e militariste tanto da mettere al bando la parola “libertà”, non si esimeva dal parlarne. Certo, poteva contare sul fatto di avere tra i suoi clienti diversi rappresentanti della classe dirigente.
La fine della guerra, per l’Italia, il 25 aprile 1945, fu un sollievo per tutti, tanto quanto lo fu la caduta del fascismo, anche per chi condivideva quell’ideologia. Lo stesso sollievo fu sentito da molti giapponesi.1 Non si trattava solo del ritorno della pace e di libertà più o meno formali, ma del venir meno di un clima di tensione continua, che si respirava ovunque e a cui nessuno era immune. Fatte le debite differenze, e al netto delle perplessità suscitate dalle metafore guerresche di molti nel parlare dell’impegno nel contenimento del contagio, chi ha un minimo di sensibilità non può non sentire quanto tutto e tutti siano permeati dalla diffidenza e dalla paura, siano esse provocate dal virus o dalle sanzioni previste se si violano le norme. Un’oppressione molto spessa, anche noi proveremo sollievo, quando e se finirà.

“Quando [il Maestro Noguchi] sentì alla radio la cessazione delle ostilità, si sentì di colpo le spalle come sgravate da un pesante fardello, e avvertì una distensione insospettata in tutto il corpo.
La sua respirazione si approfondì, scoprendo un fondo di calma nel proprio spirito. Questa calma fece sorgere in lui un’energia tutta nuova, e sentì nella pelle che un mondo nuovo stava cominciando.
– Perché ho parlato così tanto della libertà durante la guerra,” si disse, “non erano che parole. Al contrario, ero semplicemente bloccato nel mio atteggiamento. Più mi sforzavo di lottare contro la tendenza, più ero rinchiuso in un ristretto quadro di pensiero, senza poter respirare profondamente.”2

Perché questa libertà non era che una parola per Noguchi? Aveva forse cambiato opinione sulla natura del regime del periodo bellico? È poco probabile, ma la questione è un’altra. Si tratta di capire cosa intendiamo con libertà.

Itsuo Tsuda ritorna più volte nei suoi libri sull’idea di libertà

Per Itsuo Tsuda l’uomo moderno “ha combattuto dure battaglie per acquisire il suo diritto di Uomo. Ha ottenuto delle libertà e continua a lottare per acquisirne altre. Ma un giorno scopre che queste libertà non si riferiscono che a condizioni materiali, a lui esteriori.”3 Quindi spesso gli esseri umani lottano per libertà al plurale, che sono condizionate.

“La fissazione delle idee che ci orienta nell’organizzazione della vita, può anche ritorcersi contro di noi portandoci a dei vincoli imprevedibili. La libertà diventa una fissazione che ci lega. Più libertà si ha, meno ci si sente liberi. La libertà è un mito.
Si lotta contro i vincoli per acquisire la libertà. La libertà acquisita non rimane senza provocare altri vincoli. Non sembrano esserci soluzioni finali. Perché la libertà che cerchiamo è prima di tutto una libertà condizionata. Non si ha l’idea di una libertà assoluta, senza condizioni.”4

Libertà condizionata, quasi un ossimoro, se questa locuzione non fosse usata nel linguaggio giuridico. Si è condizionati dal tempo lineare degli orologi, dall’organizzazione sociale del lavoro e dal mercato che ci sollecita, con tecniche pubblicitarie sempre più sofisticate e invasive, a soddisfare bisogni, per lo più indotti. Tra le infinite offerte, reperibili online o meno, “troviamo tutto, tranne il desiderio. […] Abbiamo la libertà di scegliere, certo, ma si tratta di una libertà negativa: quella di accettare o di rifiutare l’offerta. Quanto alla libertà positiva, quella di creare, non abbiamo né l’intuizione né la continuità per goderne.”5

Itsuo Tsuda e Haruchika Noguchi
Itsuo Tsuda e Haruchika Noguchi

Tsuda ci indica la possibilità di “lasciare la presa” rispetto a tutto ciò che è libertà apparente, scelta impostaci dal mercato, bene consumabile, commercializzabile, per quanto ciò sia difficile per l’uomo civilizzato, che ha paura di perdere tutto se rinuncia alla sua possessività. Lasciando la presa, si può “vedere infine che Tutto ci appartiene; il cielo, la terra, il sole, i monti e i fiumi, senza che ci sia bisogno di metterli tutti in tasca.” Può nascere in noi “la voglia di conoscere la vera libertà. Nessun apporto esterno, soldi, onore, potere, può procurarci la vera Libertà, poiché questa è una sensazione interiore che non dipende da alcuna condizione materiale o oggettiva. Ci si può sentire liberi nella peggiore delle costrizioni, così come prigionieri al colmo della felicità.”6
Il desiderio profondo di un’altra libertà sorge insieme a una convinzione interiore, che in realtà si riscopre, si ritrova perché è in ogni essere umano fin dall’origine, dal concepimento. Ma la sua riscoperta non è possibile finché si resta nella “via dell’acquisizione” che è norma nella nostra società, in cui “tutte queste accumulazioni pesano molto sul nostro destino.
Nella via della spoliazione, ci si dirige nel senso diametralmente opposto. Ci si sbarazza poco a poco di tutto ciò che è inutile alla vita. Ci si sente sempre più liberi, in quanto non ci si impongono più divieti o regole per vivere bene. Si vive, semplicemente, senza essere combattuti a causa di false idee.
Non abbiamo bisogno di essere antisociali o anarchici per sentirci liberi. La liberazione non richiede la distruzione. La libertà non dipende dal condizionamento, dall’ambiente o dalla situazione. La libertà è una cosa del tutto personale. Sorge dalla convinzione profonda dell’individuo.
Questa convinzione è una cosa naturale che esiste in tutti gli uomini all’origine. Non è un prodotto fabbricato di sana pianta a posteriori. Ma resterà velata finché si vive in un clima di dipendenza. «Non vale la pena» dice Noguchi «di aiutare le persone che non vogliono mettersi in piedi da sole. Se le si lascia, cadono di nuovo». ”7

È stata questa consapevolezza che ha portato Noguchi, nel momento in cui ha trovato un’altra libertà, una respirazione e una calma più profonde alla conclusione della seconda guerra mondiale, a rinunciare alla terapeutica, per dedicarsi al risveglio delle persone che permette ad ogni individuo di riscoprire la propria libertà interiore nei tempi e nei modi che si confanno a lui.

In che modo la pratica di arti come l’Aikido e il Katsugen undo possono guidarci nella riscoperta della nostra libertà individuale?

Una risposta si può trovare nelle parole del Maestro di Taichi Gu Meisheng:

“Il ‘vero naturale’ si può acquisire solo al prezzo di una lunga pratica assidua… Sei come un bambino? Perché solo il bambino è spontaneamente nello stesso tempo naturale e libero. In effetti, se non sei ridiventato come un bambino non sei né libero né naturale. […] Abitualmente per un uomo ordinario, il corpo è un ostacolo, non una forza motrice in cui si può attingere uno slancio spirituale. Eppure grazie a un allenamento molto lungo associato a una pratica assidua e rigorosa, si riesce a liberare quest’uomo ordinario per lasciarlo agire secondo una spontaneità meravigliosa e creatrice. Allora né il corpo, né il mondo esterno, né i molteplici legami che l’incatenano al mondo costituiscono un ostacolo per lui. Questa prima sensazione di libertà, l’ho percepita nel 1970 quando ero in prigione, e questa libertà cresceva progressivamente nel corso della mia prigionia.”8
Le parole del Maestro Gu, che fu incarcerato nel corso della rivoluzione culturale cinese, sono valide per il Taichi come per le pratiche dell’Aikido e del Katsugen undo e richiamano quelle di Tsuda quando dice che si può essere liberi nella maggior costrizione possibile. E se la costrizione in cui viviamo oggi non è quella di una prigione, è comunque l’occasione di riscoprire la nostra libertà interiore, anche dandosi la possibilità di praticare in solitudine, quando non c’è un dojo a disposizione. Tale scoperta non è esclusiva di grandi maestri, come il Maestro Gu, il Maestro Noguchi o il Maestro Tsuda, e per quanto sia una ricerca individuale che si fa nella continuità della pratica, possiamo noi qui e ora cominciare a essere liberi come esseri umani, perché “essere liberi, rende gli altri liberi.”9

Andrea Quartino

Notes:
1. Itsuo Tsuda, Coeur de ciel pur (oeuvre posthume à partir d’inédits), Le Courrier du Livre, 2014, pag. 169. Vedi anche Itsuo Tsuda. Calligrafie di primavera, Yume Editions, 2018, pag. 409.
2. Itsuo Tsuda, Un, Le Courrier du Livre, 2014, pag. 69. Nelle pagine successive viene detto “un uomo veramente libero non discute della libertà, un uomo in buona salute non pensa alla salute.” Sembra risuonare qui il verso del poeta cinese Bai Juyi: “Coloro che parlano, non sanno. Coloro che sanno, non parlano” che Tsuda riprese anche in una delle sue calligrafie. Vedi Itsuo Tsuda. Calligrafie di primavera, op. cit., pag. 288, e anche Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Le Courrier du Livre, 2014, pag. 51-52.
3. Itsuo Tsuda, Il Non-fare, Yume Editions, 2014, pag. 17.
4. Itsuo Tsuda, Un, op. cit., pag. 24.
5. Itsuo Tsuda, La Scienza del particolare, Yume Editions, 2019 pag. 80-81.
6. Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, Le Courrier du Livre 1979 p.73
7. Itsuo Tsuda, Un, op. cit., pag. 49.
8. Video : http://simoni.mic.fr/index.php/2016/11/18/la-vision-du-dao-du-professeur-gu-meisheng/
9. Video https://www.deabyday.tv/sport-e-fitness/corpo-e-mente/video/3324/Manon-Soavi-della-Scuola-Itsuo-Tsuda—Essere-liberi-rende-gli-altri-liberi-.html

Creare le condizioni

Scrivevo recentemente in un articolo per la rivista Dragon Hors-série Aikido che “il Dojo stesso è un luogo fuori dal tempo sociale, fuori dall’epoca, indifferente alla localizzazione geografica”. Oggi, con tutti i dojo della nostra scuola chiusi, come quelli di buona parte del mondo, ci ritroviamo senza questi spazi.

Possiamo praticare a casa ma non è sempre facile perché veniamo raggiunti da ogni cosa quando proviamo a praticare a casa: il tempo sociale, l’epoca, il nostro luogo geografico. Ci ritroviamo circondati dai nostri mobili, con il telefono di fianco, vicino ai bambini o al cane, nello spazio ridotto di un appartamento di città o in una vasta distesa in campagna. Ci sentiamo troppo stretti o invece perduti in troppo spazio vuoto. Tutto ci ricorda il nostro quotidiano, e può diventare molto difficile fare astrazione da questo contesto che ci circonda. È proprio per questo che l’esistenza dei Dojo è così importante soprattutto nei nostri primi anni di pratica.

A volte i praticanti hanno sistemato a casa loro uno spazio per praticare. Mettere una calligrafia, qualche tatami, può aiutarci a entrare nell’atmosfera, a staccare dal nostro ambiente quotidiano. Per alcuni sarà solo un tappeto, per altri uno o due tatami in soggiorno, sgombrati per l’occasione dai giochi sparpagliati dei bambini. Altri ancora sistemeranno un solaio o un angolo in camera. La sola cosa che importa, non è il rispetto di un’idea o un’imitazione di “mini dojo”, ma la possibilità per noi di manifestare uno spazio e un tempo per la nostra pratica.

Abitualmente questo serve ai praticanti quando non possono andare al dojo per diverse ragioni. Vi praticano il movimento individuale (Katsugen Undo), la pratica respiratoria dell’Aikido o qualche kata di armi. Tutto dipende dalle persone, dai bisogni e dai momenti.
Beninteso, con il tempo, è possibile fare astrazione dal contesto qualsiasi esso sia. Se la nostra capacità di concentrazione lo permette è possibile praticare in mezzo al rumore, vicino a un bambino che gioca con i Lego, o altro. La storia umana è ricca di esempi di persone che hanno attraversato delle grandi prove pur mantenendo la loro arte, le loro pratiche. La calligrafa Li Guoxiang, per esempio, praticò per dieci anni la calligrafia tracciando con l’acqua sulle pietre perché non le era accessibile nient’altro per praticare la propria arte(1. Anche il Maestro Gu Meisheng racconta di aver scoperto la libertà interiore senza limiti nelle prigioni cinesi durante la rivoluzione culturale.
Eppure credo abbiano apprezzato di avere dell’inchiostro, un pennello e la libertà quando ciò fu possibile!

Fatte le debite proporzioni, ritroveremo con piacere la calma e l’ambiente concentrato dei dojo appena possibile. In questo periodo di confinamento in cui diventa più critico per tutti mantenere una pratica quotidiana, o almeno regolare, se ne avete bisogno non esitate a sgombrare uno spazio anche minimo, per ricentrarvi, per prendervi questo tempo di pratica.
Sulla pagina facebook della Scuola Itsuo Tsuda, diversi membri hanno condiviso il loro spazio di pratica, eccone degli esempi ⇓⇓⇓

Per alimentare il nostro percorso, creiamo anche un canale di podcast audio in cui condivideremo delle letture ad alta voce di capitoli tratti dai libri di Itsuo Tsuda. Questo potrà accompagnarvi in macchina, in metropolitana, cucinando o facendo le pulizie… Un altro modo di scoprire, riscoprire queste opere.

Manon Soavi

I praticanti condividono il loro home-dojo

Manon Soavi

1) Fabienne Verdier Passeggera del silenzio Edizioni Ponte Alle Grazie, 2004

La forza vitale

di Régis Soavi

Perché parlare della forza vitale quando l’argomento sembra démodé? Oggi è generalmente considerato come una sorta di residuo ideologico degli anni Sessanta.
Oppure resta apparentemente appannaggio privilegiato di un esiguo numero di persone alla ricerca di effetti misteriosi?

Se la forza fisica resta per molte ragioni e in molti casi un tema importante, non è uno stato permanente e inalterabile. Esistono numerosi fattori che dobbiamo prendere in considerazione: l’età dell’individuo, il suo stato di salute, il suo mentale, la sua situazione sociale, la sua concezione del mondo, ecc. La stessa cosa vale per la cosiddetta forza mentale o, più comunemente parlando, la forza di carattere.

Lo spettacolare

Avere un corpo da dio o da dea ha sempre fatto sognare la gioventù, è chiaro che lo stato del corpo dovrebbe essere riflesso dalla sua apparenza. La silhouette di una persona era uno dei mezzi per giudicare lo stato di salute, la sua forza, la sua potenza. Le statue dell’antica Grecia o dell’antica Roma servivano da esempio. L’accento era posto sull’estetica delle forme e delle proporzioni. Accade lo stesso oggi, ma i modelli sono cambiati perché appartengono soprattutto agli ambienti trendy della “people society”: attori, sportivi di alto livello, modelli, ecc. Le immagini che ci vengono proposte, anche quando non vengono ritoccate, ci fanno apparire un mondo completamente irreale di giovani persone innocenti, sprizzanti salute, saltellanti e in grado di realizzare degli “exploits” con la massima facilità. «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» (1) In questo mondo di false apparenze come non passare per un guastafeste quando si tenta di presentare valori diversi da quelli che sono messi in scena dalla pubblicità al servizio dell’Economia e della volontà di potenza di qualcuno, a scapito della maggioranza degli individui?

Tsuda Itsuo montrant les points du ventre pendant une conférence.
Itsuo Tsuda mostra i punti del ventre durante una conferenza

Un problema di società

La società del 2019 non è la società del ventesimo secolo e ancora meno quella del diciannovesimo. A quell’epoca la forza fisica aveva qualcosa di naturale, oserei dire di primitivo, oggi non è più così. Se, per esempio, in Occidente, i progressi della medicina hanno potuto salvare delle persone e permettere un allungamento della durata di vita, d’altro canto hanno ridotto molta gente ad essere dipendente da trattamenti e medicinali, creando in tal modo una società di assistiti la cui forza vitale sembra essersi gravemente indebolita. I laboratori farmaceutici non si fanno scrupoli a produrre a profusione sempre più sostanze, nuove molecole, che dovrebbero rendere la vita più facile. Uno degli esempi che ha fatto scandalo recentemente è quello dei drogati su prescrizione medica. Gli antidolorifici a base di oppiacei, per via dell’assuefazione che generano, hanno già fatto non solo due milioni di persone dipendenti da queste sostanze, ma anche centinaia di migliaia di drogati che non sanno più come procurarsi la propria dose e persino, drammaticamente, più di quarantottomila morti negli Stati Uniti nel 2017. (2) La medicina dello sport in alcuni paesi, e questo ormai da decenni, non esita a drogare gli atleti per permettere al loro paese di vincere una medaglia. In ambito sportivo i record sono costantemente superati, ovunque la competizione infuria, ma sembra difficile vincere e anche solo essere selezionati senza avere degli specialisti del corpo e della medicina all’interno del proprio staff tecnico.
La sola forza fisica naturale non basta più, ci vuole più di questo oggi, molto di più. Si propongono integratori alimentari, cocktail di sostanze sempre più sofisticati per superare i limiti umani naturali, ma anche semplicemente per essere sempre in forma o quantomeno per apparire tali, e quando le conseguenze dei trattamenti, o piuttosto dei cattivi trattamenti del corpo, sopraggiungono, è già troppo tardi per tornare indietro.

L’ecologia umana

Il fatto che una parte della nuova generazione abbia preso coscienza dello stato del pianeta potrebbe essere il punto di partenza di una presa di coscienza più globale. L’assoluta necessità di rivedere non soltanto la produzione di prodotti di consumo, ma anche gli schemi di questa stessa produzione, se spinta un po’ più lontano dovrebbe portare la società alla comprensione di questo bisogno imperativo di cambiare orientamento.
Se la tecnologia ha dei lati pratici, dobbiamo forse rinunciare a pensare da soli per seguire le tracce prestampate dei software, degli algoritmi, o dei motori di ricerca? La medicina occidentale, che è un’arte e non una scienza, ha fatto dei grossi progressi dal punto di vista della comprensione e del trattamento di certe malattie umane, ma dovremmo per questo abbandonare il nostro libero arbitrio e rimetterci nelle sue mani senza cercare di comprendere o di sentire ciò che più ci corrisponde? La società ci ingozza di raccomandazioni che, se non ci fanno più ridere, spesso ci lasciano indifferenti: «Mangiate muovetevi» «Mangiate cinque frutti e verdure al giorno» «Attenzione al tasso di colesterolo, mangiate prodotti light» «Rispettate scrupolosamente il numero di ore di sonno» ecc. L’essere umano moderno finisce per seguire le direttive di persone che pensano per lui in materia di salute, di lavoro, di incontri; tutto è preparato, pre-digerito, in nome del nostro benessere, per realizzare ciò che scrittori come Evgenij Zamjatin, già nel 1920, Aldous Huxley nel 1932, o George Orwell nel 1949, avevano descritto nei loro romanzi di fantascienza sociologica, cioè “un mondo ideale”. Stiamo già vivendo in quel mondo che Huxley predisse in una conferenza nel 1961?
«Ci sarà, in una delle prossime generazioni, un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici ». (3) Lungi da me l’idea di perpetrare ideologie reazionarie o passatiste, che hanno la tendenza di risolvere le questioni a colpi di “basterebbe…” o di propugnare la rinascita di valori patriarcali o razzisti, che fortunatamente sono, o, oso sperare, dovrebbero essere superati. I passi da fare sono di tutt’altra dimensione. Non si tratta d’altro che di trovare dei valori umani ed è forse questa la vera rivoluzione. L’Aikido è portatore di questa speranza, ma non dobbiamo sbagliarci di direzione.

Respiration KA MI : activation de la force vitale
Respirazione Ka Mi: attivazione della forza vitale

La forza vitale

Espressioni popolari come “avoir du cœur au ventre” (4) o “avoir des tripes” (5) esprimono bene l’importanza che la maggioranza delle persone di non molto tempo fa accordavano a questa regione del corpo, il coraggio non si trova nella riflessione ma nell’azione della parte bassa del corpo.
La forza vitale era un argomento ben noto ai maestri di arti marziali, e questi accordavano la più grande attenzione al farne uno dei temi più importanti, se non proprio il centro, dei loro insegnamenti. Tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere i maestri della prima generazione dopo O Sensei sanno che il valore di Noquet Sensei, Tamura Sensei, Yamaguchi Sensei o Noro Sensei, e molti altri ancora, non risiedeva nella qualità, evidentemente irreprensibile, delle loro tecniche, ma nella loro presenza, semplice riflesso della loro personalità, della loro forza vitale.
Anche Itsuo Tsuda Sensei, maestro di Aikido, faceva parte di questa generazione, ma egli è stato anche uno dei maestri della prima generazione dopo Noguchi Haruchika Sensei, nell’arte del Seitai, e ha scritto molto su questo soggetto fin dal suo primo libro Il Non Fare da cui ho tratto qualche estratto.
«Dal punto di vista del Seitai il ventre non è semplicemente un contenitore di diversi organi digestivi, come insegna l’anatomia. Il ventre, già conosciuto in Europa con il nome giapponese di “hara”, è la sorgente e il deposito della forza vitale.» (6)
«La vita agisce come una forza che dà coesione agli elementi assorbiti. […] È questa forza di coesione che noi chiamiamo “ki”. […] Ciò che interessa il Seitai, non sono i dettagli della struttura anatomica, ma il comportamento di ciascun individuo che rivela lo stato di questa forza di coesione. Questa coesione, nella fattispecie, è alla ricerca spontanea di un equilibrio e si manifesta in due modi diametralmente opposti: in eccesso o in deficit. Quando il ki, forza di coesione o energia vitale, è in eccesso, l’organismo rigetta automaticamente tale eccesso per poter ristabilire l’equilibrio. Ciò che disorienta l’osservatore è che il rigetto, lungi dall’essere semplice, si effettua sotto forme diverse e complesse. Nell’individuo, esso si manifesta nel comportamento verbale, nel suo gesto o nel suo atto. Invece, quando il ki è in deficit, l’organismo reagisce per colmare questa insufficienza, attirando verso di sé il ki degli altri, cioè, la loro attenzione.» (7)
Nel Seitai esiste un mezzo per rendersi conto dello stato del koshi e della forza vitale, semplicemente verificando l’elasticità del terzo punto del ventre che si trova approssimativamente due dita al di sotto dell’ombelico. Se il punto è positivo, ovvero se si sente che rimbalza quando ci si preme sopra, allora tutto va bene, ci si rimetterà rapidamente in caso di difficoltà o di malattia, se invece le dita affondano e ritornano solo con lentezza, se il ventre è molle, allora lo stato del corpo è in difficoltà, questa mancanza di tono è rivelatrice dello stato della forza vitale. Preferisco astenermi dal fornire maggiori dettagli al fine di evitare che degli appassionati del fai da te presuntuosi o mal informati comincino a toccare dappertutto. In ogni caso potete provare su voi stessi, ma mai sugli altri, anche se sono d’accordo, il rischio di perturbare il loro ritmo biologico e quindi di conseguenza la loro salute è troppo grande, inutile giocare all’apprendista stregone.
La forza vitale è quella che ci fa risalire la china quando tutto sembra perduto. È quella che ci permette di concretizzare progetti che a volte sembrano impossibili da realizzare.

Représentation du hara ; Basilique Saint-Sernin à Toulouse
Rappresentazione dell’hara, Basilica Saint-Sernin a Tolosa

La tecnica Seitai: un orientamento

Il Seitai ci offre, nel quotidiano, gli strumenti che ci mancano per mantenere la nostra forza vitale. La pratica del Katsugen Undo (Movimento rigeneratore) così come i Taiso, diversi in funzione dei Taiheki (abitudini corporee), o le tecniche di primo soccorso non sono che la parte visibile, l’essenziale si trova nella sua filosofia di vita e nella sua comprensione dell’essere umano. Tutta l’attenzione volta all’educazione dei giovani genitori, la cura del bambino, il modo di far circolare il Ki, di rispettare ogni persona nella sua individualità, e non facendo riferimento al generale, ne fanno una scienza del particolare, come amava definirla Itsuo Tsuda Sensei nel suo libro dallo stesso titolo. (8)
Se, in occasione degli stage, fornisco indicazioni pratiche che permettono alle persone di ritrovare un buono stato di salute, di recuperare la propria forza vitale quando essa è indebolita, è perché conto sempre sulla capacità degli individui di reagire, di comprendere la necessità di orientarsi diversamente rispetto a ciò, piuttosto che dimettersi dal proprio potere a favore di una tecnica, di un idolo o di un guru.
Senza la forza vitale, la forza fisica ha difficoltà a trovare sbocchi, gira in tondo e finisce per perturbare la persona stessa che non sa più come fare per ritrovare il proprio equilibrio.
La forza vitale non ha morale, può essere usata in modo opportuno o no, certo, ma se questa non c’è più, è inutile discutere sul valore degli obiettivi da raggiungere o sulle prospettive che ci propone la società.
Ci si pongono molte domande sulla sua natura, sulla sua origine, e anche sul suo assoggettamento. Ad alcuni piacerebbe poterla misurare con l’ausilio di materiale tecnologico altamente sviluppato, come ad esempio degli elettrodi sofisticati capaci di registrare le risposte sottili emesse dal cervello. Malauguratamente, o piuttosto fortunatamente, perché i rischi di manipolazione sono grandi, questo al momento sembra impossibile. La forza vitale è di tutt’altra natura, lo si comprende quando si ritrova la sensazione del ki nel proprio corpo. Ma che cos’è il ki? Tsuda Sensei ci indica con poche parole una pista per riscoprirlo.
«Il ki è il motore di tutte le manifestazioni istintive e intuitive degli esseri viventi. Gli animali non cercano di giustificare la propria azione ma riescono a mantenere un equilibrio biologico nella natura. Nell’uomo lo sviluppo straordinario dell’intelligenza minaccia di distruggere ogni equilibrio biologico, arrivando fino alla distruzione totale di ogni essere vivente.»(9)

L’Aikido: un’arte per risvegliare la forza vitale

L’Aikido è spesso al centro di numerose polemiche, a causa del suo rifiuto della competizione, del suo ideale di non-violenza, della sua mancanza di modernità e persino della sua pretesa inefficacia. Mi sembra che sia tempo di affermare i valori della nostra arte – e sono numerosi. Nella pratica dell’Aikido non è la forza fisica ad essere determinante, ma piuttosto la capacità di utilizzarla, come per la tecnica è la capacità di adattarla alle situazioni concrete ad essere importante e questo non si può fare senza aver risvegliato la nostra forza vitale. La messa in situazione sui tatami giorno dopo giorno, seduta dopo seduta, se la si fa senza concessioni e allo stesso tempo senza brutalità, ci apre gli occhi e ci permette di sviluppare, di ritrovare ciò che anima l’essere umano, una forza, una vitalità che si è lasciata troppo spesso atrofizzare. La potenza che si può sviluppare, ma anche la tranquillità, la quiete interiore che si può ritrovare, ne sono la manifestazione visibile, il riflesso di quello che si chiama Kokoro in Giappone.
È inutile fare il paragone con altre pratiche, perché, anche se l’Aikido, quali che siano le critiche che gli vengono fatte, non dovesse servire ad altro che a permettere solamente il risveglio, il mantenimento o il miglioramento della forza vitale, non avrebbe forse portato a compimento il suo dovere nei confronti dei praticanti? Non lo si potrebbe considerare come una delle arti marziali maggiori?
La forza vitale è al centro di tutte le discipline e lo è dall’origine dei tempi, se tutte le arti marziali evolvono, essa resta l’elemento indispensabile alla loro pratica.

Régis Soavi

Note:
1) Guy Debord, La Società dello Spettacolo, trad. it. Paolo Salvadori, Baldini&Castoldi 2017 p.63.
2) “Médicaments antidouleurs: overdose sur ordonnance”, Le Monde, éditorial publié le 16 ottobre 2018 à 10h24.
3) Aldous Huxley, discorso tenuto nel 1961 alla California Medical School di San Francisco.
4) “Avoir du cœur au ventre”: lett. avere del cuore nel ventre, quindi avere forza e coraggio.
5) “Avoir des tripes”: lett. avere delle trippe, quindi avere fegato, essere forte e coraggioso.
6) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Ed. 2014 p. 193.
7) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Ed. 2014 p. 203-204.
8) Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Ed. 2019.
9) Itsuo Tsuda, Le Dialogue du silence, Le Courrier du Livre 1979 p. 87.

Essere liberi rende gli altri liberi

Manon Soavi è stata invitata dalla rivista web italiana DeAbyDay, ad esprimersi su « il condizionamento femminile attraverso l’educazione » e sul suo percorso. Questa intervista fa parte di una serie d’incontri pubblicati da questa rivista web sulle donne che fanno muovere il mondo giorno per giorno.

Intervista

Non sei stata scolarizzata: come hai trascorso la tua infanzia? Non hai mai avuto voglia di andare a scuola?

A 5 anni ho voluto provare ad andare a scuola, mi chiedevo come fosse! Ho resistito 4 giorni prima di decretare che non ci sarei mai più tornata. Avevo capito! Non potevo restare in un luogo nel quale se dicevo “no” non veniva rispettato. Ovviamente posso rispettare delle regole, ma il rispetto deve essere reciproco, e a scuola non lo è.

Non ti sei mai sentita emarginata? Com’è stato entrare in contatto con il mondo “esterno”? Quali differenze notavi, se ne notavi, tra te e gli altri nella percezione delle cose del mondo? Cosa ti stupiva rispetto all’idea che avevi maturato nei tuoi primi anni di vita?

Certo che sono una emarginata! Ma in realtà la maggior parte delle persone si sentono marginali, differenti, e ne soffrono ma non ne conoscono davvero il motivo. Lo so perché sono diversa e perché voglio restarlo.

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La distensione

di Régis Soavi

Per la maggioranza degli occidentali praticare l’Aikido in ginocchio piuttosto che in piedi sembra, a priori, una grande difficoltà. Sebbene nella vita quotidiana si stia molto raramente in questa posizione, essa è utilizzata dall’origine dei tempi come una posizione di rilassamento che permette, malgrado tutto, di restare vigili.

Assumere la posizione Seiza (in giapponese “posizione corretta per sedersi”) permette un allineamento della colonna vertebrale, favorisce la respirazione ventrale e dunque consente di portare la forza nell’Hara. Inoltre, se la posizione, la postura è ben in asse, pur restando rilassata, è un’occasione straordinaria per distendere tutto il corpo.
Riposarsi, distendersi senza aver bisogno di sdraiarsi, costituisce da sempre una ricerca per le persone che lavorano all’aperto, che sono alla mercé di nemici, di predatori, o che sono semplicemente esposte a condizioni climatiche sfavorevoli. La posizione accovacciata, ancora utilizzata nella maggior parte dei paesi del continente africano, in America del Sud, in Australia e in molti altri paesi, possiede la stessa funzione. In merito a ciò Itsuo Tsuda Sensei ci riferisce un aneddoto nel suo libro La via della spoliazione: «In un articolo intitolato Delle tecniche del corpo* e concepito probabilmente prima del 1934, Marcel Mauss riporta quanto segue: “Il bambino si accovaccia normalmente. Noi non sappiamo più accovacciarci. Ritengo che questa sia un’assurdità e una inferiorità delle nostre razze, civiltà, società.”
E cita un’esperienza vissuta al fronte durante la prima guerra mondiale. Gli australiani (bianchi) con cui era, potevano riposarsi sui propri talloni durante le soste, mentre lui era obbligato a rimanere in piedi. “Lo stare accovacciati è, a mio avviso, una posizione interessante, dalla quale non bisognerebbe distogliere il bambino, come si fa da noi, commettendo il più grosso errore. Ad eccezione delle nostre società, tutta l’umanità l’ha conservata”.
La posizione accovacciata presuppone l’elasticità delle anche. È facendo l’Aikido che constato l’enorme differenza tra il giapponese e l’europeo. Il giapponese, intellettualmente e verbalmente meno strutturato, imita semplicemente quello che gli viene mostrato. L’europeo osserva, annota, costituisce un dossier e gli appiccica un’etichetta. Ma quando si mette ad eseguire un movimento, riesce difficilmente a coordinare il tutto. Se fa attenzione alla mano destra, dimentica la mano sinistra. In quanto ai piedi, non sa dove si trovino. Una tale abitudine mentale non facilita la pratica. Invece di avere due elementi, A e B, con B che imita semplicemente A, bisogna immettere un terzo elemento, C, che lo si chiami intelletto, dossier, o struttura, formando così un circuito deviato che complica la situazione.»**

L’infanzia, l’adolescenza

Prima di camminare eretti, ci siamo spostati a quattro zampe, poi vedendo gli altri bambini più grandi o gli adulti attorno a noi, per imitazione, ci siamo drizzati sulle due gambe. La posizione verticale ha liberato le mani e gli spostamenti sono diventati via via più rapidi anche con le braccia cariche di giocattoli. Durante questo periodo dell’esistenza, il terreno di gioco a cui siamo più abituati, quello in cui ci sentiamo a nostro agio, dove possiamo essere indipendenti dagli adulti, è il suolo. E questo accade in qualunque parte del mondo si viva. Poi sopraggiungono i grandi cambiamenti, poco a poco i corpi si sviluppano, si abbandona il suolo a vantaggio di qualcosa di più aereo, anche di più mentale, perché il cervello è meglio irrigato dalla posizione verticale, e dunque più si cresce più ce ne si allontana. La società che ci circonda mette a nostra disposizione seggioloni, divani e altri canapé su cui ci si può comodamente sedersi per divertirsi o lavorare, per rilassarsi o concentrarsi. Questo allontanamento dal suolo è quasi definitivo, non lo si ritroverà più se non in rari momenti di gioco con un bambino o all’occasione di una gita in spiaggia o su di un prato.

I Tatami

Quando scoprono il dojo e questa immensa superficie messa a loro disposizione, le persone avvertono come una sorta di gioia infantile che le spaventa e che allo stesso tempo le attira. Alcune persone hanno coscienza di ciò, altre restano semplicemente impressionate. Mentre i bambini si mettono immediatamente a correre e a rotolarsi per terra, gli adulti restano riservati, già consapevoli, forse, del percorso che bisognerà seguire.
I primi passi (se si può dire così) sui Tatami, cominciano da seduti. Molto spesso i debuttanti incrociano le gambe, ma anche se riescono ad adottare la posizione Seiza fin dall’inizio, cosa che è estremamente rara, non gli verrà quasi mai proposto di mantenere questa posizione per praticare. Dopo qualche secondo o qualche minuto di meditazione, il più delle volte l’intera seduta si svolgerà in piedi. Certo, noi non siamo in Giappone e un gran numero di persone hanno perduto l’abitudine di sedersi in questa maniera, ma invece di vedere questa cosa come una difficoltà da superare o un obiettivo da raggiungere, mi sembra interessante considerarla come un gioco. Un gioco che richiede un coinvolgimento fisico e mentale, ma sempre un gioco, e quindi un piacere. E anche se ci sono delle difficoltà, queste sono parte integrante del gioco che si è appena iniziato.

Ricentrarsi

La pratica in ginocchio è l’occasione per ricentrarsi pur restando rilassati. Io la faccio eseguire ogni giorno, lentamente, soprattutto con i debuttanti, ma è eccellente anche per gli anziani, perché un lavoro lento effettuato con movimenti legati (io utilizzo spesso il termine musicale italiano legato) permette a tutto il corpo di ricentrarsi. Se non si lavora con la forza muscolare delle braccia, come si è presa l’abitudine di fare, ma si proietta la propria energia a partire dal centro, dall’Hara, facendola scorrere lungo gli arti, si può percepire in modo soprendente la circolazione del Ki e constatarne gli effetti. Le braccia non devono essere né molli né rigide, ma elastiche e attive, potenti, di quella potenza che hanno quando sono piene di Ki. Il lavoro lento nella posizione in ginocchio, ad esempio nelle forme di base che sono Ikkyo o Yonkyo, permette, se si porta l’attenzione su questa direzione, di scoprire come lo Yin e lo Yang agiscono, come, per così dire, si dispiegano, si interpenetrano. Il ricentrarsi si fa allora automaticamente per il semplice bisogno di riequilibrio, gli appoggi sulle ginocchia diventano più leggeri perché il corpo ripartisce meglio il peso, le anche a loro volta ritrovano l’elasticità che avevano perduto a forza di muoversi solamente in posizione eretta.
Ci sono dei momenti che mi sembrano propizi per la pratica in ginocchio: l’inizio della seduta, perché, siccome è un lavoro lento, è un po’ come una rimessa in sesto, e la fine della seduta, il momento del Kokyu-ho, che si pratica in ginocchio e concentra inoltre in pochi minuti un gran numero di difficoltà di ordine fisico e mentale. È anche questo un lavoro per ricentrarsi durante il quale si può verificare lo stato del Koshi, la sua elasticità e dunque la postura in generale.

Una preparazione?

Prepararsi con il lavoro in ginocchio, permette anche di non essere sorpresi quando si presenta l’occasione di uno Shiho-nage con un partner nettamente più piccolo: il fatto di poter ruotare completamente mentre ci si inginocchia senza alcuna difficoltà e senza perdita di equilibrio per passare sotto il suo braccio, è un vantaggio innegabile.
Ma la rosa dei vantaggi della pratica in Suwari waza (tecniche in ginocchio) non si ferma qui.
Se prendo come esempio Irimi Nage in Hanmi Handachi Waza (tecnica realizzata con un partner in ginocchio e l’altro in piedi), si può sentire con più precisione il soffio dell’aspirazione verso il basso e si sente subito se si è centrati o meno, se si è riusciti a creare un vuoto sufficiente nel quale si è assorbito il partner, dove egli è disequilibrato mentre si resta stabili. Sempre in Hanmi Handachi Waza, tutto questo è ancora più visibile e concreto con due partner: la presa in Katate Ryote Dori (presa di un polso a due mani) comincia da un colpo che si trasforma in presa ed è l’istante cruciale per un Kokyu nage. La proiezione si può fare solo se si è sufficientemente lavorato al suolo, se si è capaci di divenire molto pesanti concentrando il Ki nel basso ventre e di farlo passare aldilà dell’estremità delle dita.
Sicuramente tutte le tecniche si possono eseguire a partire da questa postura a volte con alcune varianti, ma ciò che mi pare importante è che dopo aver lavorato in ginocchio la pratica in Tachi Waza (pratica in piedi) diviene molto più facile. Questo tipo di lavoro può avere diverse conseguenze, se la si esegue con la forza, con il desiderio di vincere, costi quel che costi, o per mantenere una reputazione, sostenere un ruolo. Senza aver trovato le linee che permettono la proiezione in modo flessibile, né la respirazione profonda e tranquilla, si rischia fortemente di danneggiare il corpo e dopo un certo tempo di avere dei grossi problemi alle ginocchia o alle anche e un handicap reale nella vita quotidiana.

Camminare

Camminare, spostarsi in ginocchio, può essere un buon esercizio e per questo c’è Shikko. Anche in questo caso l’importante è non forzare, non mostrarlo come una competizione, un tour de force in cui alcuni riusciranno più o meno felicemente. Shikko è un esercizio eccellente ma da utilizzarsi con moderazione, all’inizio soprattutto. Dopo qualche anno di pratica, se non si è forzato, allora diviene un piacere. Si può anche fare questo allenamento con un Bokken, colpendo ben diritti, questo modo di fare permette di verificare se sono proprio le anche a muoversi correttamente e se la rotazione avviene nella parte bassa del corpo e non del busto. Le spalle non devono assolutamente muoversi ma al contrario dovranno restare esattamente sull’asse di spostamento. Quando si arriva ad essere a proprio agio si può iniziare a colpire lentamente con il bokken mentre ci si muove. Tutti questi esercizi permettono di ritrovare della mobilità a livello delle anche. A mio parere non hanno un valore marziale immediato, semplicemente perché vengono eseguiti sui tatami, il che è normale, perché chi vorrebbe allenarsi sulla ghiaia, ad esempio, senza protezioni alle ginocchia?

Miracoli?

Cambiamenti, che per la persona a cui accadono sembrano assomigliare a dei miracoli, sono possibili. Qualche anno fa una donna è arrivata con delle stampelle, si spostava con enormi difficoltà da diversi anni. Molto decisa è venuta a praticare tutte le mattine al dojo. In un primo momento non le era possibile sedersi se non con le due gambe distese, poco a poco però, dopo qualche settimana, la sua condizione era migliorata. Dopo un mese riuscì a mettersi sulle ginocchia, ma ovviamente, diritta e rigida come un palo. A partire da quel momento ha cominciato a scendere, centimetro dopo centimetro, per finire, dopo diversi mesi, per sedersi sui talloni senza dolore, e qualche tempo dopo ancora per trovarci piacere. Non è un caso unico, c’è in questo momento al dojo Tenshin, a Parigi, un signore in pensione che era arrivato con dei grossi problemi alle ginocchia e alle caviglie dovuti a diverse operazioni chirurgiche risalenti a diversi anni prima. In meno di un anno di pratica assai regolare (viene tutti i giorni) ha ritrovato una mobilità che non sperava più e ora si siede sui talloni. Non forzare, prendersi il tempo, avere una continuità, se qualcosa è possibile si farà naturalmente. Ad essere del tutto onesti devo dire che le due persone in questione si sono messe a praticare anche il Katsugen Undo (Movimento Rigeneratore) cosa che ha facilitato il lavoro dei loro corpi e il loro rimettersi in ordine.

Indispensabile il lavoro al suolo?

Niente è mai indispensabile, ma è necessario? È certo che si può farne a meno, c’è anche una quantità di buone o cattive ragioni per evitarlo, si può argomentare in questi termini: fa male alle ginocchia, è pericoloso per le articolazioni, non serve a niente perché nessuno si muove più in questo modo, ecc. Se non se ne comprende l’utilità, perché forzarsi? Ci sono così tanti rituali, esercizi che sono divenuti incomprensibili nella nostra società moderna, che anche il semplice fatto di salutarsi inchinandosi può apparire desueto, o addirittura ridicolo per molti occidentali che saranno pronti a rimpiazzarlo con il shake-hands (una Stretta di mano). A forza di adattarsi alla modernità non si rischia di mancare il bersaglio, di perdere l’essenziale, lo spirito che ci guida nell’ Aikido, oserei dire la sua anima?

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 25) nel mese di luglio del 2019.

* Mauss Marcel, Teoria generale della magia e altri saggi (tit. Orig. Sociologie et Anthropologiee, Presses Universitaires de France. 1950 p. 374.), Parte Sesta, “Le tecniche del corpo: Principi di classificazione delle tecniche del corpo”, Giulio Einaudi Editore, 1965, p.395
** Tsuda Itsuo, La via della spoliazione, Ed. Yume, p. 163-164.

Crediti foto

Régis Sirvent, Bas van Buuren, Paul Bernas.

Superficialità o approfondimento

In questo articolo, a partire da un tema tratto dall’I-Ching (esagramma Tsing = Il pozzo),
Régis Soavi Sensei ci parla delle pratiche dell’Aikido e del Movimento Rigeneratore come strumenti di ricerca e approfondimento di sé.

Il dojo è, per essenza, il pozzo dove vengono a nutrirsi i praticanti di arti marziali alla ricerca della Via, del Tao. All’opposto del ring o della palestra, offre un luogo di pace necessario, se non addirittura indispensabile, per l’approfondimento dei valori umani.

Leggi tutto : http://www.scuoladellarespirazione.org/superficialita-o-approfondimento/

Dojo, un altro spazio-tempo

di Manon Soavi

«[…] Il cammino per la scoperta di sé in profondità […]» diceva Tsuda Sensei «non è una linea retta verso il paradiso, è tortuoso.»(1) Come i musicisti classici passano la loro vita in una ricerca infinita di evoluzione, i praticanti di arti marziali sono su cammini senza fine. Peraltro queste vie non sono prive di senso, di cartelli stradali e di verifiche. Uno dei cartelli stradali che ha lasciato Tsuda Sensei ai suoi allievi è «Dojo».

Egli stesso scrive in materia: «Come ho già detto, il dojo non è semplicemente uno spazio a parte e riservato a certi esercizi. È un luogo dove lo spazio-tempo è diverso da quello di un luogo profano. L’atmosfera è particolarmente intensa. Vi si entra salutando per sacralizzarsi e si esce salutando per desacralizzarsi. […] Mi si dice che in Francia, si trovano dei dojo che sono semplicemente delle palestre o dei club sportivi. E sia. Ma, quanto a me, io voglio che il mio dojo sia un dojo, e non un club con un gestore e dei clienti abituali, e questo allo scopo di non disturbare la sincerità dei praticanti. Ciò non significa che essi debbano avere una faccia corrucciata e compassata. Al contrario, bisogna mantenere uno spirito di pace, di comunione e di gioia.»(2)
Ma perché creare dei Dojo? È alquanto faticoso e richiede molto lavoro!

Costruire un dojo, un’avventura incerta !

Per rispondere a questa domanda bisogna, forse, ritornare al motivo per cui pratichiamo. Se ogni risposta è individuale e complessa, personalmente concordo con coloro che pensano che pratichiamo prima di tutto per «essere». Per «essere» veramente, non fosse che per il tempo di una seduta.
L’Aikido è allora uno strumento per ritrovare noi stessi. Cominciare ad «essere» sui tatami è un primo passo che comincia con un “lasciar andare”: accettare di salire sui tatami e di entrare in contatto con gli altri! Ma un contatto diverso da quello retto dalle convenzioni sociali. D’altra parte a volte constato la riluttanza di alcuni debuttanti ad indossare un Keikogi, come se conservare la loro tuta da ginnastica consentisse loro di salvaguardare un’identità sociale. Il Keikogi ci mette tutti su di un piano di uguaglianza, al di fuori dalle etichette sociali, cancella le forme del corpo, i sessi, le età, gli stipendi… Ben inteso però, a patto che non si faccia sfoggio dei gradi, dei dan per mostrarsi superiori con i debuttanti. Se la nostra mentalità o il nostro stato d’animo è quello di vivere una pratica insieme all’altro, e non quello di mostrare di essere i più forti, allora la paura dell’incontro con l’altro può diminuire. Nella Scuola Itsuo Tsuda non ci sono gradi, questo risolve la questione una volta per tutte.

L’avventura comincia all’aurora (3)

Il Dojo stesso è un luogo fuori dal tempo sociale, fuori dall’epoca, indifferente alla localizzazione geografica, e anche tutto ciò ci disorienta completamente. Inoltre noi pratichiamo al mattino presto (come faceva O Sensei Ueshiba). Le sedute si tengono tutte le mattine, tutto l’anno, alle 6.45 durante la settimana e alle 8.00 nel week-end. Che nevichi, che ci sia il sole, che sia un giorno di vacanza o di lavoro, il Dojo è aperto e ci sono le sedute. Al di là della suddivisione arbitraria del tempo del nostro mondo.
Anche l’alba è un tempo particolare. Tra il risveglio e la pratica non c’è quasi nulla. L’autore Yan Allegret l’ha così espresso in un articolo apparso in KarateBushido: «Avviene intorno alle 6 del mattino. Delle persone escono di casa e si dirigono verso un luogo. A piedi. In macchina. In metropolitana. Fuori, le strade di Parigi sono ancora assonnate, quasi deserte. L’alba è vicina. La seduta di Aikido inizia alle 6:45. Il ritmo della città è ancora quello della notte. Quelli che sono usciti non hanno ancora indossato le armature necessarie alla giornata di lavoro che si annuncia. Qualcosa rimane in sospeso. Con la nascita del giorno si ha l’impressione di camminare in un interstizio.»(4)
Un interstizio di tempo e spazio durante il quale si può cominciare il lavoro su noi stessi. Perché bisogna perdere, almeno un po’, i nostri punti di riferimento abituali per ritrovare la sensazione interiore dei nostri riferimenti. La sensazione della nostra velocità biologica piuttosto che il tempo scandito dal quadrante dell’orologio. Per ascoltare sé stessi c’è bisogno di silenzio intorno. E nel nostro mondo il silenzio non è una cosa facile da trovare!

Uno scrigno

dojo tenshin paris
Mettere l’uomo in armonia con sé stesso

È per questo che nella Scuola Itsuo Tsuda diamo tanta importanza alla creazione dei Dojo. Certo, è possibile praticare ovunque, adattarsi a tutte le circostanze. Ma è sempre auspicabile? Per riprendere il parallelo con la musica (argomento che conosco bene, avendo esercitato per circa quindici anni la professione di pianista e concertista) si può suonare all’aperto, in una palestra, in una scuola, una chiesa, un ospedale, ecc. E del resto non ho nulla contro la democratizzazione della musica classica, al contrario. Ma una buona sala da concerto è un’altra cosa. È uno scrigno, dove il musicista, invece di passare il tempo ad adattarsi alla situazione, a compensare la cattiva acustica o altro, può immergersi nell’ascolto, cercare la finezza e far sorgere la musica. Vivere le due esperienze è sicuramente necessario per un professionista. Per un debuttante trovare la concentrazione e la calma in mezzo all’agitazione o alle correnti d’aria mi sembra francamente molto difficile.
Nel caso dell’Aikido il Dojo è lo scrigno di questa ricerca. Se si coglie questa possibilità di avere un Dojo, si apre un’altra prospettiva. Perché se la nostra mente può comprendere i concetti filosofici che sottendono il discorso sulla Via, lo stato d’animo, ecc., far sì che il corpo li viva realmente, è un’altra questione. Siamo spesso troppo occupati, perturbati, e abbiamo veramente bisogno di un ambiente che favorisca certe disposizioni di spirito.
Si può constatare, man mano che se ne fa l’esperienza, che lo spirito di Dojo viene coltivato in modo preciso e allo stesso tempo in un ambiente fluido e inafferrabile. Avviene la stessa cosa che per i luoghi di culto. A volte in una piccola chiesa di campagna, una cappella nascosta all’angolo di un vicolo, si respirano più silenzio e sacralità che non in una immensa cattedrale visitata da milioni di turisti. Nei Dojo avviene la stessa cosa. Non sono né la dimensione né il rispetto assoluto delle regole che lo rendono un luogo differente. Dojo «il luogo dove si pratica la via», è un’alchimia tra il luogo, il modo in cui è allestito, l’atmosfera che vi regna. Non basta che il Dojo sia bello, benché un tokonoma con una calligrafia montata su kakejiku, un ikebana, creino un ambiente, è necessario che esso sia pieno e vivo dei suoi praticanti!
L’architetto Charlotte Perriand ha fatto questa considerazione a proposito della casa giapponese che «non cerca di apparire, ma di mettere l’uomo in armonia con sé stesso»(5).
È una bella definizione che si può perfettamente applicare alla nozione di Dojo. Mettere l’essere umano in armonia con sé stesso e quindi con la natura di cui facciamo parte. Non appena si entra nel dojo, lo si deve sentire subito. Le persone spesso restano per un breve istante come in sospeso, anche i semplici visitatori. È istintivo.
L’attività che regna nel Dojo è anche un aspetto essenziale. Si ha la possibilità di occuparsi della totalità degli aspetti della vita. I membri fanno la contabilità, i lavori, le pulizie…
A proposito delle pulizie del Dojo Tamura Sensei diceva: «Questa pulizia non concerne solamente il Dojo di per sé stesso, ma anche il praticante che, tramite questo gesto, compie una pulizia in profondità del proprio essere. Il che significa che anche se il Dojo sembra pulito, bisogna comunque pulirlo ancora e ancora.»(6) Il sinologo J.F. Billeter parla di «attività pulita» quando l’attività umana diventa l’arte di nutrire la vita in se stessi. Ciò faceva parte delle ricerche degli antichi Taoisti cinesi. Per noi, nel XXI secolo, si tratta ancora di riappropriarsi dell’attività umana, di rimettersi in relazione con essa non come una cosa separata dalla nostra vita, che ci consente di guadagnare denaro e aspettare le vacanze, ma come un’attività totale. Una partecipazione di tutto l’essere all’attività. Il lavoro dei membri ad un’opera comune nel proprio Dojo permette loro anche di appropriarsene, non come di una proprietà, ma nel vero senso di un bene comune: «ciò che è di tutti è mio», e non «è di tutti, quindi di nessuno, e me ne frego». Per questo rovesciamento di prospettiva a volte ci vuole del tempo. Non lo si può apprendere con le parole o con delle regole rigide. Si scopre e bisogna sentirlo da sé.
A volte mi viene detto: «Al Dojo è possibile, ma al lavoro o a casa è impossibile». Non ne sono così sicura. Se quanto si è approfondito al Dojo è sufficiente, allora si sarà capaci di portarlo altrove. O Sensei Ueshiba diceva: «il Dojo è là dove io sono».
Forse non rivoluzioneremo il mondo in un colpo solo, certo, ma ogni volta che reagiremo differentemente il mondo intorno a noi cambierà. Ogni volta che saremo capaci di ritrovare il nostro centro e di respirare profondamente le cose cambieranno. Tutti i nostri problemi si risolveranno, ma noi li vivremo in maniera differente, allora anche la nostra realtà sarà diversa.

Un luogo vuoto ben pieno

Non avere soldi è un vantaggio

Per Musashi Miyamoto tutto può essere un vantaggio. Nel momento di un combattimento avere il sole alle spalle può essere un vantaggio, se il nemico ha il sole alle spalle e pensa di essere avvantaggiato, è un vantaggio. Perché tutto dipende dall’individuo, da come si orienta. A volte anche non avere soldi è un vantaggio, perché allora non abbiamo altra soluzione che quella di creare, di inventare delle soluzioni. È quindi possibile creare dei Dojo senza sovvenzioni, interamente dedicati a una o due pratiche, ciò che a priori era impossibile diventa realtà.
A volte la difficoltà ci stimola a creare ciò che ci è indispensabile. Nell’essere inquilino, nell’essere volontario, nel fare da soli, nel non cercare la perfezione ma la soddisfazione interiore. Ascoltando le proprie esigenze interiori e non gli uccelli del malaugurio che vi dicono che non funzionerà ancor prima di aver iniziato.
Temporaneo? Come tutto ciò che vive sulla terra, sì, ma di un temporaneo vissuto pienamente nell’istante. Vivere intensamente, seguire il proprio cammino, non è una cosa «facile». Ma i poeti ci hanno già dato dei consigli, come R.M. Rilke: «Sappiamo poco, ma che dobbiamo attenerci al difficile è una certezza che non ci deve abbandonare.»(7)
Costruire tutto accettando l’instabilità, lavorare per essere soddisfatti e non per uno stipendio o per la fama, ecco dei valori che vanno piuttosto in senso contrario rispetto alla nostra società del piacere immediato, del consumo come compensazione alla noia. Se oggi non ci sono più necessariamente, nella nostra società, delle lotte per la sopravvivenza, c’è sempre una lotta per avere sempre di più. Una felicità di facciata, una vita messa in scena, che viene esibita sui nostri social network. Come hanno teorizzato i situazionisti della fine degli anni Sessanta, ciò che viene direttamente vissuto scompare in una rappresentazione, la vita diventa quindi un accumulo di spettacoli, fino al suo parossismo, in cui la realtà si inverte: la rappresentazione della nostra vita diviene più importante del nostro vissuto reale. Come diceva Guy Debord «Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.»(8)

In un Dojo si lavora per riallacciarci con il vero che persevera in noi
È esattamente nello stesso senso che va la pratica del Katsugen Undo, che permette il risveglio delle capacità del corpo. Il risveglio della vita, della nostra natura profonda. Allora la realtà non è più un’oppressione che ci impedisce di fare ciò che vogliamo della nostra vita, ma tutto al contrario, è la percezione sottile della realtà che ci mostra che tutto dipende da noi, dalla nostra orientazione. Il fondatore del Katsugen Undo, Noguchi Haruchika Sensei, scrive alcune riflessioni a proposito dell’opera di Chuang-Tzu. Queste riflessioni sono di grande interesse e io non resisto a terminare questo articolo utilizzando le voci intercalate di questi due pensatori:
«Chuang-Tzu ha visto come un tutto unico i contrari di bene e male, di bellezza e bruttezza, e dell’utile e dell’inutile, e per lui la vita e la morte erano anche un tutto unico, quello che nasce muore e quello che cessa di esistere torna in vita. “La vita sorge dalla morte e la morte sorge dalla vita” ha scritto.»
«Quando Tsu-Yu contrasse una malattia paralizzante, Tsu-Szu andò a trovarlo e gli chiese: “Pensi che il tuo destino sia spiacevole?” La risposta di Tsu-Yu fu sorprendente: “Perché dovrei trovarlo spiacevole? Se si sono prodotti dei cambiamenti e il mio braccio sinistro si trasforma in un gallo, lo userò per annunciare l’alba. Se la mia spalla destra è trasformata in un proiettile, la userò per abbattere un piccione da arrostire. Se i miei glutei diventano ruote di carro e il mio spirito un cavallo, viaggerò grazie a loro. Allora non avrei bisogno di altro veicolo che me stesso – sarebbe meraviglioso!” […]
Questa è la strada che Chuang-Tzu percorre. Nella sua attitudine – che qualsiasi cosa accada, è appropriata, e che quando qualcosa accade, vai avanti e affermi la realtà – non vi è nessuna traccia della rassegnazione che si trova nel sottostare al destino. La sua affermazione della realtà non è altro che l’affermazione della realtà. La dignità di quest’uomo è espressa dalle sole parole di Lin Chi: “Ovunque tu sia, sii padrone”.»(9)

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n 24) nel mese di april del 2019.

Note:
1. e 2. Itsuo Tsuda, Cœur de Ciel Pur, Éditions Le Courrier du Livre, 2014, p.86 e p.113.
3. Jacques Brel, 1958.
4. Yann Allegret, À l’affût du moment juste, KarateBushido 1402, février 2014. Traduzione e adattamento Scuola Itsuo Tsuda, Alla ricerca del momento giusto, New Martial Hero Magazine, aprile-giugno 2014.
5. Mona Chollet, Chez soi. Une odyssée de l’espace domestique, Edition La découverte 2015 p.311.
6. Noboyoshi Tamura, Aikido, Les presses de l’AGEP, 1986, p.19.
7. Rainer-Maria Rilke Lettere ad un giovane poeta Adelphi 1997 p. 48.
8. Guy Debord, La Società dello Spettacolo Baldini-Castoldi 2017 p 66.
9. Haruchika Noguchi sur Tchouang-Tseu edition Zensei, traduzione Scuola Itsuo Tsuda Chuang-Tzu https://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-sur-tchouang-tseu-3/

Foto
Jérémie Logeay, Paul Bernas, Anna Frigo

La presa, un’arte del distacco

di Régis Soavi

La presa in sé non è la difficoltà, è la coagulazione del ki nel polso, nelle braccia o intorno al corpo a porre un problema e a bloccarci, ed è attraverso il distacco che ce ne si potrà liberare. La visualizzazione è il modo di arrivare a questo distacco. Tsuda Sensei ce ne fornisce un esempio nel suo secondo libro, La via della spoliazione.

Ridiventare bambini

Aide-mémoire Itsuo Tsuda saisie
Aide-mémoire dessiné par Itsuo Tsuda, 1972 illustrant différents types de saisie

«L’Aikido per me è un’arte di ridiventare bambini. […] C’è bisogno di un’arte per ridiventare bambini senza essere puerili. […] Jean per esempio, mi afferra da dietro circondandomi con le braccia. Voglio abbassarmi per sedermi ma mi impedisce di farlo. Ha dei bicipiti che sono il doppio dei miei e pesa circa 90 chili. Non posso muovermi talmente mi stringe forte. Cosa si deve fare? Proiettarlo prima di sedermi? Ci provo, ma non ci riesco, poiché è troppo pesante e troppo forte.
Allora divento bambino. Vedo una conchiglia meravigliosa sulla spiaggia e mi abbasso per prenderla. Dimentico Jean che continua a stringermi da dietro. (Tecnicamente c’è un dettaglio importante: porto avanti un piede per fare, insieme all’altro, due lati di un triangolo, poiché è più concentrato). C’è scorrere del Ki, che parte da me e va verso la conchiglia, mentre prima il Ki era bloccato sul pensiero di Jean. Jean con i suoi 90 chili diventa molto leggero e cade in avanti al di sopra delle mie spalle.
Come può accadere che con idee diverse si ottengano risultati opposti, mentre la situazione rimane la stessa?
L’idea di proiezione provoca la resistenza. Nel gesto del bambino, c’è la gioia di raccogliere la conchiglia che fa dimenticare la presenza dell’avversario.»*

Prendere, appropriarsi

Ci sono molti modi di afferrare, e ciò che è spesso determinante è l’intenzione che ci viene messa. Alcuni di questi modi possono essere considerati superficiali, persino inoffensivi, altri più pericolosi, come ad esempio quelli che presentano un carattere di appropriazione, altri ancora possono essere a volte insidiosi e insistenti.
La scenografia che permette l’allenamento nell’Aikido considera che la presa sia il risultato di un atto che si manifesta con una certa aggressività. Questo atto è già di per sé stesso un tentativo di appropriarsi dell’altro per farne qualcosa, derubarlo, distruggerlo, distruggere la sua persona o la sua personalità, tralasciando i casi legittimi che non ci riguardano in quest’esempio. Si tratta di un abuso di potere, reale o irreale, manifesto o desiderato, sull’altro, questo altro che si suppone impossibilitato a reagire davanti ad una tale manifestazione di potenza.

Una presa di potere

Nel mondo animale il potere di un individuo o di un clan, all’interno di un gruppo più numeroso della stessa specie, corrisponde a dei criteri ben precisi, generalmente legati alla riproduzione, alla preservazione, o alla difesa di un territorio. Di conseguenza è sopportato e in fin dei conti accettato dall’intero gruppo; se insorgono tentativi di contestazione, dei rituali genetici o semplicemente ancestrali servono a chiarire la situazione.
All’interno della società umana, e in particolare la nostra che si vorrebbe più moderna da un certo punto di vista, il bisogno di prendere il potere sull’altro mi sembra essere più un segno di disfunzione, se non di malattia, creato dal nulla dai comportamenti indotti dalla civilizzazione. L’incertezza del proprio potere, il condizionamento esercitato da tutto quanto è già organizzato all’interno della società, provocano una frustrazione e spingono l’essere umano a cercare di riconquistarlo attraverso parole o azioni là dove questo potere non c’è, là dove non lo troverà, e cioè nell’altro, che in fin dei conti non lo detiene. Invece questo comportamento lo obbliga mentalmente ad assumersi tutti i rischi che questa vana speranza comporta. La nascita di questo tipo di aggressività proviene spesso da una mancanza, da un deficit, ammesso o meno, del proprio potere, che si cerca di colmare. Le pressioni percepite, subite, e dunque vissute come tali a volte sin dalla più tenera infanzia, conducono alcuni individui a volersi riappropriare di ciò che percepiscono, nella loro intimità, come un qualcosa di cui sono stati privati, derubati, o anche che hanno semplicemente perduto. Ciò fa di questi individui delle persone pericolose a causa della loro semplice frustrazione. Ognuno di noi può comprendere e percepire questo genere di cose nel momento in cui si ritrova impotente davanti ad un’amministrazione, o in occasione di una presa di potere su di sé da parte di qualcuno contro il quale non può, apparentemente, nulla. Da qui a divenire aggressivi non c’è che un passo, che alcuni compiono laddove altri invece ci ragionano, si rassegnano, perché hanno già accettato, per via dell’abitudine, questo stato di dominazione e lo subiscono nel quotidiano. Se alcuni ne restano solo leggermente toccati è perché hanno già passato questo tipo di difficoltà e non sono indeboliti nel loro potere, non lo hanno mai perduto o lo hanno già ritrovato.

Prigioniero

«Tel est pris qui croyait prendre»* recita il proverbio, ed è proprio questo rovesciamento di prospettiva che si opera nel momento della presa. Si dimentica troppo facilmente che colui che prende diviene prigioniero di quello che ha preso. Egli non può disfarsene senza rischiare di perdere qualcosa nel processo che ha innescato. La sua libertà, ammesso che ne abbia una, si trova ad essere dipendente da colui o colei che egli pensava poter detenere o trattenere. Egli diventa il carceriere dell’altra persona, la quale non pensa più che a liberarsi, e ci metterà tutta la sua forza, la sua intelligenza, perfino la sua astuzia, se non addirittura la sua perfidia, poiché ne ha tutto il diritto e nessuno potrà biasimarla. La nostra società genera questo tipo di comportamenti alienanti, all’interno dei quali sia l’uno che l’altro cercheranno di liberarsi, l’uno contro l’altro, invece di passare ad un’altra dimensione, più umana, più intelligente, più rispettosa di questo altro. Voler cambiare questi comportamenti può sembrare un’utopia, però, se l’Aikido esiste e continua ad essere un’arte al servizio dell’umanità, è forse per dire e mostrare che, come altri hanno già enunciato, degli altri rapporti sono possibili tra le persone, e noi non siamo i soli, noi aikidoka, a desiderare di voler continuare lungo questa direzione.

La respirazione, una risposta in una situazione particolare

È attraverso la respirazione ventrale e la calma che ne risulta, che si può trovare la soluzione immediata a certe situazioni difficili. Per prepararsi non è assolutamente necessario essere un tecnico eccezionale, un grande guerriero, o un analista assai competente, al contrario si ha la necessità di ritrovare questa forza che si è rifugiata nel più profondo del nostro corpo, nel nostro Kokoro, o che talvolta si è perfino dispersa in molteplici sistemi di difesa. Cercare nelle arti marziali violente una soluzione di difesa di fronte alla coscienza della nostra debolezza, reale o presunta, è solo una scappatoia, un’alternativa o peggio una fuga in avanti. L’Aikido, nella sua filosofia, propone un’altra direzione che, se non viene intesa e soprattutto compresa, rischia di fargli perdere la sua ragion d’essere, la sua particolarità.
Gli attacchi nell’Aikido non sono che una messa in situazione per permettere ai praticanti di risolvere un problema, un conflitto che in d’altra parte li oppone più a sé stessi che al loro partner. Le prese per esempio rappresentano spesso dei tentativi di immobilizzazione del corpo, dunque del movimento dell’altro, attraverso un imprigionamento dei polsi, delle braccia, del tronco, del keikogi o di qualsiasi altra parte che lo consenta. A volte, invece, le prese possono essere la prosecuzione di attacchi che non hanno raggiunto l’obiettivo. Raramente sono soltanto un tentativo di bloccaggio, se le si considera dal punto di vista del combattimento saranno quasi sempre seguite da un atemi o da un’immobilizzazione definitiva. Le prese non sono che il primo atto, la prima scena di una “pièce”, se si può dire così, molto più lunga. È lavorando sulle prese che si scoprirà, e questo può sembrare paradossale, il distacco.

Avant la saisie, on est touchée par quelque chose d’invisible.

La sensibilità, l’istinto

Molto prima che la presa o l’attacco si concretizzino la nostra sensibilità è raggiunta da qualcosa di invisibile ma tuttavia di molto materiale. È forse inspiegabile nello stato attuale delle conoscenze scientifiche, ma è qualcosa che conosciamo bene, e a volte anche molto bene. È ciò che ci fa muovere, schivare, quando ancora non abbiamo visto nulla, ma abbiamo soltanto sentito in modo indefinibile. Per fornire un esempio più chiaro e che ognuno ha potuto verificare, in un modo o in un altro, in diverse situazioni, vorrei parlare dello sguardo. Lo sguardo è portatore di un’energia, di un Ki estremamente concreto che il nostrto istinto può percepire. Potrebbe esservi capitato, mentre camminavate, una sera o una notte, di sentre qualcosa di indescrivibile dietro di voi, come se qualcuno vi stesse guardando, osservando, vi girate, nessuno, ma nonostante tutto la sensazione persiste. Questa sensazione, se non siete tranquilli, può trasformarsi in angoscia, ovvero può scatenare una paura «irrazionale visto che non c’è nessuno», quando di colpo scoprite, all’angolo della strada, dietro una tenda semiaperta, qualcuno che vi osserva, oppure, sopra un tetto, un gatto che vi guarda. Lo sguardo dei gatti, degli animali in generale, allo stesso modo di quello degli umani quando osservano intensamente qualcosa o qualcuno, è portatore di un Ki estremamente potente. Il nostro istinto è capace di sentirlo, ma tutto dipende dallo stato del nostro stato d’animo in quel momento. Se stiamo chiacchierando con un amico, se siamo persi nei nostri pensieri dopo un incontro amoroso ad esempio, il nostro istinto, se è poco preparato, avrà difficoltà a sentire questo genere di cose. È lo stesso, ovviamente, se siamo preoccupati, spaventati o angosciati, tutto il nostro essere, in questo caso, è in qualche modo indebolito, perde le sue capacità istintive.

Scoprire la direzione presa dal Ki

L’Aikido ci permette di riscoprire e di guidare le nostre capacità istintive. È grazie ad un lento lavoro su noi stessi e sulle nostre sensazioni che riapparirà ciò che spesso abbiamo lasciato addormentarsi, cullati dal comfort dovuto alla società moderna, che può sembrarci così rassicurante.
Il lavoro a partire dalla prese corrisponde, come tutto ciò che facciamo nell’Aikido, a un ri-apprendimento e ad un allenamento del corpo nel suo insieme, in modo che non ci sia più separazione tra il corpo e lo spirito. Già quando il nostro partner si avvicina, non si tratta di aspettare gentilmente che egli faccia la presa richiesta, tutto il nostro corpo deve sentire le direzioni prese dalle diverse parti del suo corpo: braccia, gambe, i suoi punti di appoggio, e tutto questo senza guardare, senza osservare, perché sarebbe già troppo tardi. Per quanto riguarda i debuttanti inesperti, se l’esercizio è sufficientemente lento, essi potranno scoprire i cammini percorsi dal Ki dei loro partner, le linee di forza. Poiché lavorano senza rischi, ricominciano ad avere fiducia nelle reazioni e nelle sensazioni del loro corpo. Durante le sedute non mostro solamente le tecniche, sono continuamente in movimento, facendo da Uke all’uno, da Tori all’altro, senza bloccarli faccio sentire loro la direzione che il loro corpo deve prendere e mi metto io stesso nella situazione, rendendo ancora più concreto il Ki, materializzando le linee di forza, visualizzando le aperture che essi possono utilizzare, tutto questo lasciando loro la capacità di agire, di regire a modo loro.

Scoprire il Non-fare

La presa può essere un primo passo nel cammino che conduce verso ciò che Lao Tsu o Chuang Tsu designano con il nome di Wu wei, il Non-agire, e questa è stata la base dell’insegnamento del mio maestro Itsuo Tsuda. Come insegnare ciò che non è insegnabile, come mostrare l’invisibile, come guidare un debuttante o anche un anziano verso quella che è l’essenza della pratica nella nostra Scuola? Ciò che risulta difficile spiegare a parole, si comprende facilmente quando ci si lascia guidare dalla sensazione. Per questo dobbiamo fare qualche passo indietro: accettare di lasciare le nostre abitudini di acquisire e accumulare, questi riflessi del consumatore sempre pronto a riempire il suo carrello di prodotti diversi, di tecniche più o meno moderne, alla moda o all’antica, miracolose, facili e senza sforzo, o dure ma efficaci. Oggi la pubblicità è all’origine di tante illusioni, facendo luccicare agli occhi dei clienti le meraviglie colorate di un mondo divenuto tanto virtuale. Quanto manca perché si possa praticare l’Aikido sulla console Wii con un casco di realtà aumentata e un partner di cui si possa regolare il potenziometro in funzione del proprio livello, della propria forma, o del proprio umore?
Ma è possibile che io sia in ritardo e che questo esista già.

Prendere con il Ki

I bambini piccoli conoscono e utilizzano naturalmente un certo tipo di presa estremamente efficace, si tratta di una presa vuota da tutte le contrazioni inutili. Nel prendere un gioco mettono tutto il loro ki e quando lo lasciano lo fanno con un’indifferenza completa, non c’è più nessun Ki dentro. Invece hanno una capacità incredibile quando non vogliono lasciare quello che hanno preso e che tengono nella loro piccola mano chiusa. Se è qualcosa di pericoloso, i genitori dovranno a volte aprire loro la mano dito per dito, nonostante egli sia piccola e priva di reale forza muscolare, nel senso in cui l’intendono gli adulti. Essi sanno, in modo completamente inconscio, come utilizzare il Ki, non hanno bisogno di impararlo, sfortunatamente perdono spesso questa facoltà a favore della ragionevolezza e sono l’educazione e la scolarizzazione ad esserne più spesso responsabili.
Reimparare a prendere come un bambino piccolo, senza tensione, e scoprire grazie a ciò la prensilità naturale. Utilizzo spesso come esempio la maniera in cui gli uccelli si posano su di un ramo: essi hanno dei microsensori cutanei in mezzo alle zampe che informano dei ricettori, i quali, grazie a queste indicazioni, animano delle funzioni riflesse a livello dell’involontario e impartiscono l’ordine alle loro dita di chiudersi non appena toccano il ramo. Questo modo di prendere evita le tensioni, i fallimenti e consente un adattamento molto preciso delle membra al punto che si è afferrato. Una presa di qualità è una presa che utilizza il palmo della mano come primo contatto, poi le dita si chiudono sull’oggetto, sulle membra, sul keikogi. Se si agisce in questo modo le prese sono più rapide, senza tensioni eccessive e di un’efficacia notevole, e possono così permettere un lavoro di buona qualità con un partner.

Le uniche prese dell’altro che ne rispettano la libertà sono leggere ma potenti, come quelle ad esempio di un bambino piccolo che vuole portare uno dei suoi genitori verso una piccola rana appena osservata nell’erba alta e di cui è curioso, o come quelle di due esseri, amici o amanti, uniti dalla tenerezza e dal rispetto reciproco.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 24) nel mese di april del 2019.

* Itsuo Tsuda, La Via delal spoliazione, Yume editions, 2016, p. 179.
* “Tel est prise qui croyant prendre” proverbio francese, tratto da una favola di La Fontaine “Il topo e l’ostrica” che in una versione italiana suona « Chi prender gli altri crede/ talor se preso vede” e cioè “A volte chi crede di prendere gli altri finisce per essere preso”.

Misogi

In questo articolo, a partire da un tema tratto da I-Ching (Khann = l’abissale), Régis Soavi Sensei ci parla dell’Aikido come una pratica di Misogi.

Il Misogi 禊 è una pratica molto presente presso gli shintoisti. Consiste in un’abluzione, a volte sotto una cascata, in un corso d’acqua, o anche nel mare, e permette una purificazione allo stesso tempo fisica e psichica della persona. In un senso più ampio, Misogi include tutto un processo di risveglio spirituale. È anche un’azione che mira a dare sollievo all’essere da quello che l’opprime, per permettergli di risvegliarsi alla vita. L’acqua è sempre stata considerata come uno dei suoi elementi essenziali.

Leggi tutto : http://www.scuoladellarespirazione.org/misogi/

Taiheki, il rivelatore

di Régis Soavi

Noro Sensei, negli anni Settanta, ci raccontava che Ō Sensei Morihei Ueshiba rimprovera­va talvolta ai suoi allievi la loro mancanza di attenzione nel momento in cui telefonavano da una cabina pubblica, concentrati com’erano sulla loro conversazione: «Dovete essere pronti in tutte le circostanze, qualsiasi cosa facciate!» diceva.

L’Aikido opta per una posizione naturale, senza guardia, detta Shizen Tai. Ma una postura naturale non è affatto una postura rilassata come la si intende oggi, in ogni caso la con­centrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate. Se la guardia più diffusa nell’Aiki­do resta Hammi no Kamae, come tutte le altre anche questa dipende, più di quanto non si creda, dalla polarizzazione dell’energia nel corpo.

Kamae, l’istinto del corpo

Mi ricordo di quello che ci aveva detto Maroteaux Sensei in occasione di una delle mie pri­me sedute di Aikido al dojo della Montagne Sainte-Geneviève: «Aprite la porta, un cane vi salta alla gola, che fate?» Evidentemente ero rimasto senza parole, ma la domanda che ci aveva posto, al tempo in cui ero un giovane praticante di arti marziali piuttosto sicuro di sé all’epoca, mi aveva scosso, e questo fu all’origine delle mie ricerche sulle Kamae.
Mettersi in guardia è la risposta ad un atto aggressivo o ad una sensazione di pericolo. Per chi non conosce le arti marziali questa risposta sarà istintiva, mentre per un praticante sarà il risultato della sua formazione. Le sue ricerche personali potrebbero portarlo a utiliz­zare il suo corpo in una maniera diversa da quella che aveva appreso e per questa ragio­ne troverà un posizionamento o una guardia che gli conviene, a volte più pertinente, a vol­te tale da tendere una trappola lasciando credere ad un’apertura o ad una debolezza da parte sua. Sebbene ci siano numerosi modi di mettersi in guardia, e dunque di proteggersi, si deve tener conto del proprio corpo; malgrado tutto ciò che si è appreso, malgrado gli anni di allenamento, come ultima risorsa sarà l’istinto a guidarci. Il lavoro sulle arti marziali, lungi dall’essere inutile, sarà piuttosto in questo caso un supporto, un appoggio. Il rischio del­l’apprendimento è talvolta quello di fornire una sicurezza, una fiducia nella tecnica, nelle posture che, se sono magnifiche in foto o sui tatami, non corrispondono ad alcuna realtà nella vita di tutti i giorni. Trovare la postura giusta dipende dal corpo di ciascuno. Fin troppi praticanti cercano, lavorando con accanimento, di modellare il loro corpo per renderlo con­forme all’idea che si sono fatti della loro arte, o più semplicemente dell’efficacia che spera­no di ottenere. Si prende in considerazione l’estetica dell’arte, e di conseguenza se ne per­de la profondità. Si vede il lavoro compiuto ma non ci si rende conto delle deformazioni ac­quisite a causa di questo lavoro. Ci sono tanti allievi che ripetono lo stesso esercizio un numero incredibile di volte, la stessa tecnica, sperando così, imitando semplicemente il maestro o il professore, di arrivare alla padronanza della propria arte, mentre seguono la via della deformazione senza rendersene conto. Non bisogna stupirsi del numero di inci­denti o di disabilità che ne derivano. Quanti non possono più praticare a causa di un ginoc­chio, di un gomito, di un polso, o della loro schiena mentre sono ancora giovani e pieni di energia?

Noguchi Haruchika Sensei 1911-1976 fondatore del Seitai

Le Kamae dipendono dal Taiheki

Il Seitai ci fornisce un eccellente strumento, lo studio delle tendenze corporee che Noguchi Haruchika Sensei ha chiamato Taiheki (体癖). È Tsuda Sensei che ce ne dà una prima de­scrizione, benché sommaria, ma era già una rivelazione, al momento della pubblicazione del suo libro Il Non-fare1 agli inizi degli anni Settanta. Egli ha poi completato questo insegnamento nei libri che seguirono nel corso degli anni, senza smettere di apportare degli esempi che ci permettevano di meglio comprendere i Taiheki. Anche la lettura dei testi di Noguchi Sensei ci ha permesso di approfondire la conoscenza dei comportamenti umani e soprattutto delle loro relazioni con il corpo. La comprensione dei movimenti del corpo degli individui permette di guidare i debuttanti verso una postura migliore, senza che si deformino. Siccome ci vorrebbe un libro intero per spiegare questo insegnamento a chi non conosce l’argomento, sono obbligato a fornire solo qualche indicazione, senza entrare nel dettaglio.
La classificazione dei Taiheki messi a punto da Noguchi Sensei si basa sul movimento in­volontario umano. Non si tratta di una tipologia che permette di inserire gli individui in ca­selle predefinite, ma di svelare le tendenze comportamentali abituali tenendo conto delle interpenetrazioni che possono esistere tra queste.
Questa classificazione comprende sei gruppi: i primi cinque sono in relazione con una ver­tebra lombare, l’ultimo gruppo non è in relazione con la colonna vertebrale, ma con uno stato generale del corpo. Ogni gruppo è suddiviso, a seconda dell’aspetto Yang o Yin, in due sottogruppi o tipi, detti “attivo” e “passivo”. Per ben comprendere l’interesse di un tale studio, ho scelto alcuni esempi che alla luce dei Taiheki mi sembrano più esplicativi di altri.

Trovare la giusta postura dipende dal corpo di ciascuno.

Taiheki, il rivelatore

All’interno della classificazione, il primo gruppo è anche chiamato «gruppo verticale» ed è in relazione con la prima vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi al cervello.
Il tipo 1, ad esempio, è estremamente sicuro di sé in rapporto alla Kamae, egli adotta una posizione assolutamente definitiva, è capace di spiegarla a tutti, con molta logica. Anche se la sua esperienza è minore, si fa immediatamente un’idea della cosa e non demorde. I suoi talloni hanno la tendenza a sollevarsi dal suolo a causa della tensione che ha alle cer­vicali, egli svilupperà, ad esempio, una teoria secondo la quale si può saltare più rapida­mente e più lontano in caso di attacco e rifiuterà tutte le contraddizioni, fino al momento in cui non sorgerà un’altra idea che gli sembrerà essere più brillante o più giudiziosa.
Il tipo 2 sa tutto sulle Kamae relativamente a quasi tutte le arti marziali, le origini storiche, il valore di ciascuno e i maggiori difetti, l’apporto di ogni maestro. Conosce anche delle sto­rielle che illustrano le sue affermazioni, è un pozzo di conoscenza che non esita a com­pletare non appena sente una mancanza da qualche parte nella sua argomentazione o nei suoi riferimenti.

Il secondo gruppo è denominato «gruppo laterale» ed è in relazione con la seconda verte­bra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato digerente
Il tipo 3 è un “bon vivant”, nel momento in cui pratica le arti marziali sceglie il suo club più in funzione dell’ambiente che dell’efficacia dell’arte insegnata o della notorietà del maestro. Tutte queste storie sulla postura, sulla guardia, non lo interessano che molto poco, egli ha la sua piccola opinione in proposito come d’abitudine, a lui piace o non piace, vale a dire gli va bene o no.
Il tipo 4 al contrario è molto riservato, è difficile sapere cosa pensi. Affabile, raramente esprime la propria opinione, anche se si instaura un dibattito sul valore delle diverse Ka­mae, non ha opinioni vere e proprie, tutto gli sembra possibile in funzione delle circostan­ze. Egli rientra piuttosto nel genere del diplomatico senza eccessi.

Il terzo gruppo è denominato «gruppo polmonare» o «gruppo avanti-indietro» ed è in rela­zione con la quinta vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato re­spiratorio.
Il tipo 5 non ama discutere per niente, una guardia deve avere un senso pratico, o è effica­ce o non lo è. Occorre verificare, e se funziona andare avanti… Schivare non è vera­mente il suo forte, preferisce le tecniche in Omote piuttosto che quelle in Ura. A causa del­la sua tendenza ad appoggiarsi sulla quinta lombare le sue spalle si portano in avanti e lo incitano ad agire. È facilmente combattivo, ma sa preservarsi delle vie di fuga in caso di bi­sogno.
Il tipo 6 ha troppa tensione alle spalle per poter agire in maniera semplice. Quando questa tensione si rilassa libera una enorme quantità di energia che parte in tutte le direzioni e che egli stesso non riesce a gestire. Di fronte a lui non è possibile alcuna guardia, è com­pletamente ingestibile ed imprevedibile col rischio di mettersi egli stesso in pericolo.

Il quarto gruppo è denominato «gruppo torsione» ed è in relazione con la terza vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato urinario.
Alcuni Taiheki possono a priori sembrare predisposti ad una buona guardia, come nel caso del «gruppo torsione» (tipo 7 o 8) poiché per difendersi adottano istintivamente un genere di postura, piuttosto di profilo, le lombari inarcate, un piede avanti etc. Questa po­stura può sembrare ideale, per una posa o su una foto. Ma messa da parte la precisione del posizionamento e i punti di appoggio, la capacità di muoversi dipende, evidentemente e può darsi principalmente, dal mentale. C’è una differenza enorme, che cambierà tutta la questione, tra una torsione di tipo 7 e quella di tipo 8. Per semplificare dirò che il tipo 7 vuole vincere mentre il tipo 8 non vuole perdere. Tutta la postura cambia, l’uno si appresta a slanciarsi in avanti, l’altro a tentare di schivare. Per di più le persone del gruppo torsione hanno una agitazione permanente che in questo caso si rivela nefasta. Agitati, non aspet­tano che una sola cosa: passare all’azione. L’attesa per loro è insopportabile, non resisto­no più, tutto ad un tratto si lanciano, tanto peggio se non è il momento giusto.

Il quinto gruppo è denominato «gruppo pelvico» o «gruppo bacino» ed è in relazione con la quarta lombare. La sua energia non è polarizzata verso una regione del corpo, è tutto il corpo che a partire dalle anche si tende e si rilassa in un colpo solo.
Il tipo 9 è un esempio della continuità, quando pratica le arti marziali tende a farne la sua unica ragione di vita, la tendenza del suo bacino alla chiusura dà una grande forza al suo koshi che gli facilita il compito dell’apprendimento, ma ha una predisposizione al perfezio­nismo che a volte può rasentare l’assurdo. Si preoccupa dei dettagli e perfezionerà le Ka­mae fino al più piccolo elemento, fintanto che la postura non sia perfetta dal suo punto di vista, sarà insoddisfatto, ma è giustamente questa insoddisfazione che, lungi dallo scorag­giarlo, lo spinge in avanti. Niente può opporglisi, solamente la soddisfazione interiore è il suo punto di riferimento. Può, come Ō Sensei Morihei Ueshiba, così come altri grandi mae­stri, arrivare alla conclusione che la posizione naturale è la Kamae ideale perché rap­presenta il superamento di tutte le altre. Ma questa posizione naturale è il frutto dei suoi numerosi anni di lavoro e di allenamento e non una facilità teorica o un rilassamento.
Il tipo 10 invece ritiene che una buona guardia sia indispensabile, che è una garanzia di stabilità e che se si rispettano gli altri non ci saranno conflitti. Il suo bacino aperto ne fa ge­neralmente una persona molto accogliente, possiede una grande sensibilità e la sua intui­zione è micidiale. La sua postura aperta gli impedisce di essere aggressivo, avrà la ten­denza a fare delle tecniche Ura che gli riescono meglio e la sua guardia andrà più nella di­rezione di assorbire l’attacco piuttosto che di respingerlo.

I due tipi restanti, che formano l’ultimo gruppo, sono degli stati del corpo denominati «iper­sensibile e apatico».
Il tipo 11 non riesce ad avere una guardia precisa e definita, la sua ipersensibilità ne fa un essere disturbato che non giunge ad avere dei punti di riferimento. La sua guardia è im­precisa, e addirittura disordinata o confusa e quasi sempre totalmente inefficace. La paura ha la tendenza a liquefargli le gambe. L’Aikido può essere un’attività eccellente nel suo caso, a condizione che l’insegnante comprenda bene le sue difficoltà, e non gli metta fretta, al fine di condurlo verso una sensibilità normale.
Il tipo 12, al contrario, è un esempio di rigidità, ha una guardia molto fisica spesso non molto flessibile, è capace di incassare tutti i colpi senza battere ciglio. Il suo corpo può tal­volta presentare una lassità muscolare a livello delle articolazioni senza che la sua rigidità ne venga diminuita.

È in funzione dei Taiheki che possiamo comprendere l’inutilità di tale o tal’altra postura e dunque di questa o quella Kamae. I punti d’appoggio sono differenti da un individuo all’al­tro, e anche l’energia per spostarsi o semplicemente per muoversi lo sono. È dunque inuti­le proporre un esercizio che, se migliora la postura apparente, distrugge la persona nei suoi fondamenti, o che come minino rischi di provocare delle deformazioni tanto fisiche che mentali.

Kamae e rigidificazione

Tsuda Sensei considerava che la rigidificazione e il rilassamento degli individui facessero parte dei grandi tranelli indotti dalle nostre società moderne, ma egli non ignorava che questi problemi esistessero già da tempo, che sono inerenti alla società umana. Nel suo li­bro La Via degli dei2 riferisce un aneddoto sulle Kamae che ho trovato ancora una volta molto significativo. È significativo dei rischi in cui l’immaginazione può fare incorrere, an­che a delle persone del mestiere come i Samurai:

«La contrazione involontaria si rinforza man mano che l’immaginazione si riempie di paura. La paura non rimane soltanto nella testa. Paralizza tutto il corpo. Soprattutto i polsi perdono flessibilità e le braccia si desensibilizzano. È quello che è successo a due samurai che si battevano in un duello, di cui ho letto il racconto da qualche parte. Tenevano la spada a due mani e si fronteggiavano, a diversi metri di distanza l’uno dall’altro. A questa distanza erano ancora fuori pericolo, qualsiasi cosa facessero, ma già il loro volto era pallido. Pro­babilmente erano madidi di sudore freddo. Sono rimasti lì, alla stessa distanza, per un cer­to tempo. Alla fine si sono avvicinati, dopo poco ce n’era uno che giaceva per terra e l’altro che stava in piedi. Il combattimento era finito. Ma il vincitore rimaneva lì, incapace di mol­lare la spada, perché le dita si erano contratte sull’impugnatura. La contrazione era tale che gli risultava difficile rilassarle.»

La concentrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate in alcun caso

Se si vuole evitare la rigidificazione che può essere provocata da guardie quando queste non ci corrispondono, o quando i condizionamenti che esse impongono ci deformano, c’è solo il buon senso e la ricerca personale verso l’equilibrio che possono permettercelo. Non ci sono soluzioni definitive per tutti i problemi e per sempre.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 23) nel mese di gennaio del 2019.

Note:

1. Itsuo Tsuda, ll Non-Fare, Yume Editions, 2014.
2. Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 60.

foto di Régis Sirvent e Sara Rossetti

Seitai

I principi Seitai, che si possono perfino assumere la qualifica di “filosofia Seitai” – modo di vedere, di pensare il mondo – furono elaborati da Haruchika Noguchi (1911-1976) nella prima metà del ventesimo secolo. Per riassumere brevemente (!), il Seitai è un “metodo” o una “filosofia” che include il Seitai soho, i Taiso, il Katsugen undo, il Katsugen soho, e il Yukiho. Pratiche che si completano, si interpenetrano, e costituiscono la vastità del pensiero Seitai di Haruchika Noguchi. Si può anche citare lo studio dei Taiheki (tendenze posturali), l’utilizzo del bagno caldo, l’educazione del subconscio, l’importanza della nascita, della malattia e della morte…
Un’arte di vivere dall’inizio alla fine.

Oggi purtroppo il termine “Seitai” è abusato e designa tutto e il contrario di tutto. Alcuni operatori in terapie manuali si richiamano troppo facilmente al Seitai (Tsuda diceva che ci volevano vent’anni per formare un tecnico seitai!). Quanto ai ciarlatani che propongono di trasformarvi in qualche seduta… non ne parliamo neanche! L’ampiezza dell’arte di vivere, la comprensione globale dell’Uomo nel Seitai sembrano molto lontane. Se resta solo una tecnica da applicare ai pazienti, l’essenziale è perso. Se del Katsugen undo resta solo un momento per “ricaricarsi”, l’essenziale è perso.

Haruchika Noguchi e Itsuo Tsuda andarono entrambi ben oltre nella loro comprensione dell’Uomo. E i semi che hanno seminato, gli indizi che hanno lasciato affinché gli esseri umani potessero evolvere, sono importanti. Si può dunque parlare di una via, di Seitai-dō1? Poiché si tratta di un cambiamento di punto di vista radicale, di uno sconvolgimento, di un orizzonte totalmente differente che si apre.

Riprendiamo il filo della storia…

L’incontro con Haruchika Noguchi: l’individuo nella sua totalità

Itsuo Tsuda incontrò Haruchika Noguchi intorno al 1950. È l’approccio all’essere umano come proposto nel Seitai che l’interessò immediatamente. L’acutezza di osservazione degli individui presi nella loro globalità/complessità indivisibile che Itsuo Tsuda scoprì in Noguchi s’inscriveva nella prosecuzione di ciò che aveva attirato l’interesse di Tsuda in occasione dei suoi studi in Francia presso Marcel Mauss (antropologo) e Marcel Granet (sinologo). Itsuo Tsuda cominciò allora a seguire l’insegnamento di Noguchi e lo fece per più di vent’anni. Ricevette il sesto dan di Seitai.

«Il Maestro Noguchi mi ha permesso di osservare le cose in un modo molto concreto. Attraverso queste manifestazioni di ogni individuo è possibile vedere quello che agisce all’interno. È un approccio completamente diverso dall’approccio analitico: la testa, il cuore, gli organi digestivi, ognuno li considera secondo la sua specializzazione e poi, il corpo da una parte, il lato psicologico dall’altra, non è così? Ebbene, egli ha permesso di vedere l’uomo, cioè l’individuo concreto nella sua totalità.»1

La malattia concepita come un fattore di equilibrio

Tanto più che è precisamente negli anni cinquanta che Haruchika Noguchi, il quale aveva scoperto molto presto le sue capacità di guaritore, decise di rinunciare alla terapeutica. Creò allora la nozione di Seitai, cioè di “terreno normalizzato”.

«La parola ‘terreno’ intesa come l’insieme che costituisce l’individuo, il lato psichico e quello fisico insieme, mentre in Occidente si divide sempre in psichico, e poi fisico.»2

Il cambiamento di ottica di fronte alla malattia fu decisivo in questo riorientamento di Noguchi.

«La malattia è una cosa naturale, è uno sforzo dell’organismo che tenta di recuperare l’equilibrio perduto. […] E’ bene che la malattia esista, ma bisogna che gli uomini si liberino dal suo assoggettamento, dalla sua schiavitù. È così che Noguchi è arrivato a concepire la nozione di Seitai, la normalizzazione del terreno, se si vuole. Non ci si occupa delle malattie, è inutile guarire. Se si normalizza il terreno, le malattie spariscono da sole. E inoltre, si diventa più vigorosi di prima. Addio alla terapeutica. Finita la lotta contro le malattie.»3

Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Un cammino verso l’autonomia

L’abbandono della terapeutica va anche di pari passo con il desiderio di uscire dai rapporti di dipendenza che legano il paziente al terapeuta. Noguchi desiderava permettere agli individui la presa di coscienza delle loro capacità ignorate, risvegliarli al pieno sviluppo del loro essere. Durante i vent’anni in cui i due uomini si sono frequentati, passarono lunghi momenti a parlare di filosofia, arte, ecc., e Noguchi trovò di cosa nutrire e allargare le sue osservazioni e riflessioni personali nella vasta cultura dell’intellettuale che era Itsuo Tsuda. Si costruì così tra loro un rapporto di arricchimento reciproco.

Itsuo Tsuda fu redattore della rivista Zensei, pubblicata dall’Istituto Seitai e partecipò attivamente agli studi condotti da Noguchi sui Taiheki, “tendenze posturali”. Come riporta un testo di Haruchika Noguchi pubblicato nella rivista Zensei del gennaio 1978, fu Itsuo Tsuda che avanzò l’ipotesi – validata da Noguchi – che il tipo nove, “bacino chiuso”, fosse l’archetipo dell’essere primitivo.4

La messa a punto del Katsugen undo da parte di Noguchi interessò particolarmente Itsuo Tsuda, che colse immediatamente l’importanza di questo strumento, in particolare per quanto riguarda la possibilità di permettere agli individui di ritrovare la loro autonomia, di non aver più bisogno di dipendere da nessuno specialista. Pur avendo coscienza e ammirando la precisione la portata profonda della tecnica del Seitai soho, Tsuda considerò che la diffusione del Katsugen undo fosse più importante dell’insegnamento della tecnica. Fu così che per sua iniziativa in Giappone si costituirono un po’ dappertutto dei gruppi di Movimento rigeneratore (Katsugen kai).

Conferenza d'Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Conferenza d’Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©

Itsuo Tsuda ha privilegiato la diffusione del Katsugen undo in Europa come porta d’entrata verso il Seitai.

Oggi, anche in Giappone, il Seitai soho ha preso un orientamento che lo avvicina a una terapia. Un problema: una tecnica da applicare. Il Katsugen undo diventa una specie di ginnastica “light” di benessere, di distensione. Si è lontani dal risveglio dell’essere vivente, della capacità autonoma del corpo di reagire a cui si fa riferimento nel Seitai di Haruchika Noguchi.

L’esercizio di yuki, alfa e omega del Seitai, si pratica ad ogni seduta di Katsugen undo. Così, benché Tsuda non abbia insegnato la tecnica del Seitai soho, ne ha trasmesso l’essenza, l’atto più semplice, questa “non tecnica” che è yuki. Quella che ci serve tutti i giorni, quella che sensibilizza progressivamente le mani, il corpo. Questa sensazione fisica, reale, sperimentabile da tutti, è oggi troppo spesso considerata come una tecnica speciale, riservata ad un’élite. Si dimentica che è un atto umano ed istintivo. Anche la pratica del Katsugen undo mutuale (con un partner) si perde, persino nei gruppi che hanno seguito l’insegnamento di Tsuda. Che peccato! Perché attraverso yuki e il Katsugen undo, il corpo riscopre le sensazioni, quelle che non passano per l’analisi mentale. Questo dialogo nel silenzio, che ci fa scoprire l’altro dall’interno e che ci riporta dunque a noi stessi, al nostro essere interiore. Yuki e Katsugen undo sono per noi strumenti indispensabili, raccomandati da Haruchika Noguchi, per avviarci verso un “terreno normale”.

Ma il tempo passa e le cose si deformano, così come le parole di saggezza di alcuni diventano oppressioni religiose… Poco a poco il Katsugen undo non è niente di più che un momento per “ricaricarsi”, distendersi e soprattutto per non cambiare niente della propria vita, della propria stabilità. Il Seitai, un metodo per dimagrire dopo il parto… Mentre si tratta di un orientamento della vita, di un pensiero globale. Il passo immenso che fece Haruchika Noguchi uscendo dall’idea della terapeutica è un grande passo avanti nella storia dell’umanità. La comprensione globale dell’individuo, la sensibilità al ki, ritrovare sufficientemente sensibilità, centro di se stessi, per ascoltare il proprio corpo e agire liberamente.

Non si tratta neanche di opposizione tra metodi, teorie, culture. Si tratta puramente e semplicemente di evoluzione dell’umanità.

Manon Soavi

Note:
1)  Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, il Maestro Tsuda spiega il Movimento rigeneratore, emissione N° 3, primi anni 80.
2) Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, op. cit., puntata N° 4, primi anni 80.
3) Itsuo Tsuda, Il Dialogo del Silenzio
4)  Sui Taiheki, consultare Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, (2014)

Ukemi : lo scorrere del ki

di Régis Soavi

La caduta nella nostra arte è più di una liberazione, semplice conseguenza di un atto. È lo Yin o lo Yang di un insieme, il Tao. Durante la pratica Tori libera, alla fine della sua tecnica, un’energia Yang: se non vuole ferire il suo partner, gli lascia assorbire questa energia e ritrasmetterla nella caduta.

L’Aikido è un’arte senza sconfitti, un’arte dedicata agli esseri umani, all’intuizione degli esseri umani, alla loro capacità di adattarsi, e il superamento, attraverso la caduta, della contraddizione che ha apportato una tecnica, non è altro che la capacità di adattarsi a questa.
Non insegnare al principiante a cadere vorrà dire creargli un handicap sin dalla partenza, rischiare di vederlo scoraggiarsi, dar luogo a uno spirito di rancore o persino di vendetta.
Ci sono differenti attitudini tra i debuttanti, ci sono quelli che si lasciano andare a corpo morto rischiando di farsi male e quelli che, siccome hanno paura, si contraggono al momento di cadere e ovviamente, se vengono forzati, cadono male e ne subiscono le dolorose conseguenze. La mia risposta a questo problema è la dolcezza e il tempo…

La respirazione durante la caduta

Nel momento in cui si viene sorpresi da un rumore, da un gesto, la prima reazione è quella di inspirare e di bloccare la respirazione, è un funzionamento riflesso e vitale che prepara la risposta e dunque l’azione. La sorpresa innesca una serie di processi biomeccanici totalmente involontari, è già troppo tardi per ragionare. È attraverso l’espirazione che arriverà la soluzione al problema. Alla fine, se non ci sono rischi o se la reazione è esagerata, e il rischio minore, si lascia andare il blocco e il respiro si libera in modo naturale (il famoso uff…) Quando ci troviamo davanti al pericolo, che sia grande o piccolo, siamo pronti all’azione, ad agire grazie al respiro, grazie all’espirazione. I problemi sopraggiungono quando, per esempio, non sappiamo come fare, quando la soluzione non sorge in modo immediato e si resta bloccati nell’inspirazione, i polmoni pieni d’aria, e in preda all’incapacità di muoversi. È un disastro! È pressappoco lo stesso scenario che si profila quando si è debuttanti, il nostro partner fa una tecnica e la risposta logica che ci permetterà di liberarci, e dunque di risolvere questo problema conflittuale, è l’Ukemi. Ma se si ha paura della caduta, se non si è tecnicamente preparati grazie alle numerose capriole avanti e indietro eseguite con lentezza e in tutta morbidezza, si resta con i polmoni gonfi come un pallone da calcio, e se la tecnica arriva fino in fondo, ci si ritrova a terra con più o meno danni.
Il minore dei mali è quello di rimbalzare dolorosamente, come il suddetto pallone, sui tatami.
Imparare a lasciare non appena è indispensabile, non cadere in avanti per precauzione, poiché questo compromette la sensazione di Tori, dandogli una falsa idea del valore della tecnica e spesso anche di sé stesso. Comprendere il momento giusto per espirare e arrivare dolcemente sui tatami senza aria nei polmoni. Poi, quando si è più avanzati, nel caso delle chutes claquées* sarà sufficiente espirare più velocemente e lasciarsi andare perché il corpo trovi da sé la buona posizione per atterrare.

Formazione vecchio stile!

La mia formazione attraverso il Judo agli inizi degli anni sessanta nella periferia di Parigi, è stata molto diversa. Per noi, studenti delle medie, il Judo è stato una maniera di spendere la nostra energia e di incanalare ciò che altrimenti sarebbe finito male, vale a dire in litigi e altre risse di strada. L’allenamento due volte a settimana passava attraverso due cose essenziali: il rispetto assoluto nei riguardi del nostro istruttore e l’apprendimento delle cadute. Era ancora un’epoca durante la quale il nostro istruttore ci insegnava il Judo “giapponese” senza le categorie di peso. Anche se Anton Gessing aveva appena vinto le Olimpiadi, egli si riteneva tradizionalista. Le cadute erano una delle basi dei corsi, rotolare in avanti, indietro, sul fianco, passavamo circa venti minuti ad allenarci prima di iniziare le tecniche e a volte, quando trovava che non eravamo abbastanza concentrati, troppo dispersi, ci diceva: “Rovesciate i vostri kimono per non sporcarli” e uscivamo per una serie di cadute in avanti, nel piccolo vicolo lastricato davanti al dojo. Dopodiché non avevamo più paura delle cadute, o almeno, quelli tra noi che volevano ancora continuare!
Il mondo è cambiato, la società si è evoluta, i genitori di oggi probabilmente non accetterebbero di affidare i loro figli ad un tale “barbaro“, e poi ci sono i regolamenti, le norme di sicurezza, le assicurazioni.
Bob, si chiamava così, si sentiva responsabile della nostra formazione e insegnarci a cadere in ogni circostanza e su tutti i tipi di terreno faceva parte dei suoi valori e il suo dovere era di trasmetterceli.
I corpi sono cambiati, attraverso la nutrizione, la mancanza di esercizio fisico, l’intellettualizzazione a oltranza, come si può far passare il messaggio della necessità dell’apprendimento fisico delle cadute allorché il risultato non si vedrà che parecchi anni dopo? Quale sarà il beneficio, quale sarà il profitto? Tutto è contabilizzato oggi, non c’è tempo da perdere.
È la filosofia dell’Aikido ad attirare i nuovi praticanti, è dunque grazie a questa che si potrà far passare il messaggio di questa necessità.

Il dualismo

L’Aikido, per sua stessa natura e soprattutto per l’orientamento che gli ha conferito O Sensei Morihei Ueshiba, ha tutta un’altra visione della caduta rispetto, per esempio, alla Boxe o al Judo, dove cadere è perdere. Chi guarda dall’esterno, ed è ciò che conferisce a torto un certo carattere alla nostra arte, ha l’impressione che Tori vinca quando Uke cade sui tatami. Psicologicamente è difficile ammettere che non è affatto così. La società non ci offre che raramente degli esempi di comportamento diversi dal dualismo manicheo “O vinci o perdi”. Ed è logico che, a prima vista, non si capisca e non si veda che questo. Per comprendere la cosa in modo diverso bisogna praticare, e inoltre bisogna praticare con in mente una concezione differente, che può essere trasmessa solo attraverso l’insegnamento. Itsuo Tsuda sensei ci dà un esempio della sua pedagogia nel suo libro La via della spoliazione:
«Nell’Aikido, quando c’è scorrere del ki dall’esecutore A verso l’oggetto B, l’avversario C che lo tiene per il polso viene proiettato nella stessa direzione. C viene trascinato e raggiunge la corrente principale che va da A verso B. Ho spesso usato questa messa in scena psicologica. È, per esempio, la formula “Sono già lì”. Quando l’avversario vi afferra i polsi e blocca il vostro movimento, come nell’esercizio di kokyu da seduti, si è inclini a pensare che si tratti di un esercizio di spinta. Se si spinge l’avversario, si produce immediatamente una resistenza da parte di quest’ultimo. Spinta contro spinta, si lotta. Diventa una specie di sumo da seduti.
Nella formula “Sono già lì”, non c’è lotta. Molto semplicemente ci si sposta. Si fa perno su un ginocchio per fare un mezzo giro, l’avversario è trasportato dallo scorrere del ki e si rovescia sul fianco.
Basta pochissimo perché questo esercizio diventi una lotta. Appena vi si aggiunge l’idea di vincitore e di vinto, facciamo degli sforzi esagerati per ottenere il risultato, tutto ciò a scapito dell’armonia d’insieme. Uno spinge, l’altro resiste, abbassandosi oltremisura, e stringendo i pugni per impedire la spinta. Una tale pratica non beneficerà né all’uno né all’altro. L’idea è troppo meccanica.
[…] L’idea di proiezione provoca la resistenza. […] Dimenticare l’avversario pur sapendo che è lì, non è per niente facile. Più si cerca di dimenticare, più ci si pensa. É la gioia nello scorrere del ki che mi fa dimenticare tutto.»**

Il disequilibrio è al servizio dell’equilibrio

L’equilibrio non è affatto rigidità, ecco perché cadere, come conseguenza di una tecnica, può perfettamente permetterci di ritrovare l’equilibrio. È necessario imparare a cadere bene, non soltanto per permettere a Tori di non temere per il suo partner, poiché egli lo conosce e sa sin dall’inizio che le sue capacità gli permetteranno di uscire dalla situazione altrettanto bene di quanto farebbe un gatto in condizioni difficili. Ma anche e semplicemente perché grazie alla caduta ci si sbarazza delle paure che a volte i nostri stessi genitori o i nostri nonni ci hanno inculcato con il loro “precauzionismo” del tipo “Fai attenzione che cadi” a cui segue inevitabilmente il “Finirai per farti male”. Questo imprinting pavloviano ci ha spesso portato alla rigidità e in ogni caso ad una certa apprensione rispetto al fatto di cadere.
In francese la parola cadere ha evidentemente una connotazione negativa, mentre in giapponese la traduzione correntemente più ammessa per il termine Ukemi è “atterrare con il corpo”, e qui si capisce che c’è un mare di differenza. Una volta ancora la lingua ci mostra che i concetti, le reazioni, sono profondamente differenti, e sottolinea l’importanza del messaggio da trasmettere alle persone che debuttano nell’Aikido. Senza essere specificatamente linguisti, né traduttori di giapponese, la comprensione della nostra arte passa anche attraverso lo studio delle civiltà orientali, delle loro filosofie, dei loro gusti artistici, dei loro codici. A mio avviso, non è possibile sradicare l’Aikido dal suo contesto, nonostante il suo valore di universalità, si deve andare a cercare in quelle radici e dunque nei testi antichi. Una delle basi dell’Aikido si trova nella Cina antica, più precisamente nel Taoismo. Durante un’intervista con G. Erard, Kono sensei rivela uno dei segreti dell’Aikido, che mi sembra essenziale benché piuttosto dimenticato al giorno d’oggi: egli aveva domandato a O Sensei Morihei Ueshiba «“O Sensei, com’è che noi non facciamo la stessa cosa che fa lei?” O Sensei ha risposto sorridente: “Io comprendo lo Yin e lo Yang, voi no!”».***

Proiettare per armonizzare

Tori, e questa è una peculiarità della nostra arte, può guidare la caduta del suo partner in modo che questi possa approfittare dell’azione. Itsuo Tsuda ci parla di quello che aveva sentito quando veniva proiettato da O Sensei: “Quello che posso dire in base alla mia esperienza è che, con il Maestro Ueshiba, il mio piacere era così grande che avevo sempre voglia di ricominciare. Non ho mai sentito alcuno sforzo da parte sua. Era talmente naturale che, non solo non sentivo alcuna costrizione, ma cadevo senza saperlo. Conosco l’infrangersi delle grandi onde sulla spiaggia che portano via e fanno rotolare. Certo, si prova un certo piacere, ma con il Maestro Ueshiba si trattava di altro ancora. C’era serenità, grandezza, Amore.”****
C’è una volontà, cosciente o meno, di armonizzare il corpo del partner. In questo caso possiamo parlare di proiezione. È il caso di dire che l’Aikido non è più nella marzialità, ma nell’armonizzazione dell’umanità. Per realizzare quest’ultima è necessario aver abbandonato tutte le idee di superiorità, di potere sull’altro, o ancora tutte le attitudini vendicative, e avere invece il desiderio di dare una mano al partner per permettergli di realizzarsi, senza che egli abbia bisogno di ringraziare chicchessia. Perché questo si realizzi è indispensabile la fusione di sensibilità con il partner: è questa fusione che ci guida, che ci permette di conoscere il livello del nostro partner e di lasciarlo al momento giusto se è un debuttante, o di sostenere il suo corpo se il momento è adatto per un superamento, permettergli di cadere più lontano, più rapido, o più alto. In ogni caso il piacere è garantito.

L’involontario

Non è possibile calcolare la direzione della caduta, la sua velocità, la sua forza, né tanto meno il suo angolo di atterraggio. Tutto questo passa a livello dell’involontario o dell’inconscio, se si preferisce, ma di quale inconscio stiamo parlando? Si tratta di un inconscio liberato di tutto ciò che lo ingombrava, di tutto ciò che gli impediva di essere libero, ecco perché O Sensei ricordava così spesso che l’Aikido è un Misogi, praticare l’Aikido vuol dire realizzare questa pulizia del corpo e dello spirito. Quando si pratica in questa maniera non ci sono incidenti al dojo, è la via adottata da Itsuo Tsuda sensei e le indicazioni che dava ci conducevano in questa direzione. Questo fa della sua Scuola una Scuola particolare. Altre vie non solo sono possibili, ma anche corrispondono certo maggiormente, o meglio, alle aspettative di numerosi praticanti. Leggo molti articoli nelle riviste o nei blog nei quali ci si inorgoglisce per la violenza o per la capacità di risolvere i conflitti attraverso la violenza e l’indurimento, e questo non mi sembra essere il cammino indicato da O Sensei Morihei Ueshiba, né dai Maestri che ho avuto la fortuna di conoscere e, in particolare, Tsuda sensei, Noro sensei, Tamura sensei, Nocquet sensei, o altri ancora attraverso le loro interviste, come Kono sensei.
L’Ukemi ci permette di comprendere meglio fisicamente i principi che governano la nostra arte, che ci guidano verso un superamento del nostro piccolo essere, del nostro piccolo mentale, per intravedere qualcosa di più grande di noi, fare corpo con la natura della quale siamo uno degli elementi.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

NOTE
*. Cadute in avanti fatte senza rialzarsi, cadendo sul fianco assorbendo la caduta battendo la mano al suolo.
**. Itsuo Tsuda La via della spoliazione, 2016 Yume Editions pag. 176-180
***. Guillaume Erard, Entretien avec Henry Kono: Yin et Yang, moteur de l’Aikido du fondateur, 22 aprile 2008, www.guillaumeerard.fr
****. Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, pag. 184

Seitai e vita quotidiana #4

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Uscire dall’ombra

Di Manon Soavi

Ho scoperto tardi di essere una «ragazza». Certo lo sapevo, ma non aveva nessuna importanza, nessun impatto sulla mia vita, sui miei rapporti e sulla mia pratica dell’Aikido. Non avevo coscienza, al contrario della maggior parte delle mie concittadine, di essere «una ragazza» prima di essere un «individuo».  Ciò che spiega in parte il fatto di essere cresciuta al di fuori di questi schemi onnipresenti è che non sono mai andata a scuola. I miei genitori avevano scelto una strada diversa, era una decisione rivoluzionaria, si trattava di una non sottomissione alla scuola «obbligatoria» come ne parla Catherine Baker nel suo libro (1)…

Certo questa formattazione delle donne non avviene solo nell’ambiente scolastico, ma anche con la famiglia, le frequentazioni, i media e la cultura in generale. In una famiglia è sempre alle bambine che si dice che sono “così carine, così graziose”. Che si tratti di un Keikogi di judo o di un tutù rosa, la si veste come fosse una bambolina. È così comune, così scontato, “come il naso in mezzo al viso”(2), che non lo vediamo più come un problema. Che male c’è a fare un complimento a una bambina, o a un neonato, sugli abiti, i suoi riccioli o il suo sorriso? Ebbene, è proprio per l’importanza odierna attribuita alla bellezza e all’apparire che s’impara nella prima infanzia e che marchia indelebilmente. È con tutte queste osservazioni, questi giocattoli rosa e questi sorrisi, che si insegna alle future donne il loro ruolo tradizionale: piacere e provare piacere a piacere. L’autrice Mona Chollet lo descrive così: “Le conseguenze di questa alienazione [per le donne] sono lungi dal limitarsi ad essere una perdita di tempo, di soldi e di energia. La paura di non piacere, di non corrispondere alle aspettative, la sottomissione al giudizio esterno, la certezza di non essere mai abbastanza degne da meritare l’amore e l’attenzione degli altri traducono e amplificano allo stesso tempo un’insicurezza psichica e una autosvalutazione che estendono il loro effetto a tutti gli ambiti della vita delle donne.”(3)


Per quanto mi riguarda, essendo sfuggita a questa situazione nella mia prima infanzia, l’ho scoperta solo nell’adolescenza, rendendomi conto con stupore che mi si vedeva e mi si parlava prima di tutto come a “una ragazza”! Ovviamente mi era insopportabile e mi sono ribellata, come altre donne, contro questo trattamento. Purtroppo nessuno può sfuggire completamente a una cultura, a una società, ne faccio parte e questo riguardava anche me. Certo la situazione delle donne occidentali non si può paragonare a quella di altri paesi in cui le donne non hanno alcun diritto. Cionondimeno, è una ragione per non continuare ad evolvere? Poiché se le donne soffrono di questa situazione, che loro stesse perpetuano educando instancabilmente le proprie figlie e i propri figli a riprodurre gli stessi schemi, è l’umanità intera ad essere perdente in questo disequilibrio. Se gli uomini possono essere considerati come degli “oppressori” penso che sono le donne che hanno in mano le chiavi per fare uscire la nostra società da questo vicolo cieco. Questa frase di Kobayashi Sensei, “la libertà si esprime muovendosi là dove è possibile”, (4) mi sostiene nel pensiero che sta alle donne esercitare la propria libertà. Sta a noi non riprodurre eternamente questa storia. Ed è rispetto a questo, esattamente a questo che, per me, il tema si ricollega a quello dell’Aikido.

Aikido, una terza via

L’Aikido può essere una risposta a questo vicolo cieco del “combattere o sottomettersi” che incontrano le donne. Perché l’Aikido è un’arte marziale in cui non c’entra il combattimento.
Possiamo osare il termine Non-Arte Marziale? Sono molti i maestri e i grandi esperti che lo ripetono (ancora recentemente Steve Magson, allievo di Chiba Kazou Sensei su Aikido Journal): è ridicolo fare la domanda sull’“efficacia” dell’Aikido in un “vero combattimento”. Non vuole dire nulla (ciò non vuol dire che si debbano fare cose senza senso, ovviamente). Ma se un esperto di un alto livello marziale può scrivere questo senza che si dubiti del valore di ciò che fa in Aikido, una donna che dice la stessa cosa sarà subito sospettata di non essere all’altezza, di non essere abbastanza capace.
Tuttavia l’argomento riguarda proprio le donne, perché ci confrontiamo sempre aspramente con la questione del combattimento come situazione dualista, anche se non si tratta di battersi a pugni, ma di un combattimento sociale e culturale. Inoltre siamo dalla nascita delle potenziali vittime di violenze. Forse ne sfuggiremo, ma allora saremo l’eccezione. Tutte le donne vivono sapendosi vittime un giorno o l’altro. Quando vogliamo esprimerci, esercitare un mestiere, siamo sempre obbligate a dimostrare il nostro valore, il nostro diritto ad essere nel posto in cui siamo, per tutta la vita. Ed è proprio l’Aikido a uscire completamente da questo schema! Non ci sarà né vincitore, né vinto. L’Aikido è come un’altra dimensione in cui i nostri valori non contano più. Se è vissuto in un certo modo può essere uno strumento per praticare, da essere umano a essere umano, senza distinzione. Régis Soavi Sensei dice dell’Aikido che “è una scuola di vita, una scuola che risveglia la vita di coloro che lo praticano. Lungi dall’essere una corda in più al nostro arco, è qui per rimettere in discussione le false convinzioni e i sotterfugi che ci propone la nostra società.”(5). Mi sembra che anche Cognard Sensei vada in questo senso quando parla di un rituale Aiki, che potrà cambiarci al punto da superare la storia che legittima la violenza da secoli. È un peccato che le donne non s’impadroniscano di più di questo strumento, di quest’arte, per uscire dalla loro sottomissione, senza scimmiottare gli uomini di potere, bensì prendendo una terza via. Là dove nessuno le aspetta.
Questa direzione mi accompagna dall’infanzia, ovviamente facendo un percorso fuori dal sistema scolastico, ma anche praticando l’Aikido da quando avevo sei anni. Non dico che riesco sempre a trovare la strada, ma ci lavoro. Ogni giorno mi ripropongo di allenarmi a prendere un’altra strada, a uscire dalle situazioni in un altro modo. Pratico avendo come maestro mio padre. È una fortuna e allo stesso tempo non è facile. L’ho sempre visto davanti a me, su questo cammino. È da tanto tempo su questa strada, già da prima che nascessi, a volte ho avuto l’impressione che fosse un orizzonte insuperabile in Aikido. Con benevolenza, ma con un’incredibile fermezza, mi ha guidata, tenuta per mano, senza concessioni, ma lasciando lavorare il tempo. Oggi cammino affianco a lui, insegno anch’io l’Aikido… e capisco meglio la mia fortuna. Vorrei incitare altre donne (senza escludere ovviamente gli uomini) a praticare quest’arte nello spirito che conosco, quello della Scuola Itsuo Tsuda. E a praticare abbastanza a lungo, perché c’è bisogno di tempo, non possiamo cambiare una cultura in qualche anno. Possiamo acquisire qualche tecnica, forse un po’ di fiducia in se stessi. Per orientarsi veramente in modo diverso ce ne vorrà di più.
Il primo passo è la pratica quotidiana, almeno regolare, che ci riporta a noi stessi. Scrivendo su un soggetto in apparenza completamente diverso (la calligrafia), il sinologo J.F. Billeter ce ne dà una testimonianza di una chiarezza ammirabile con delle osservazioni riscontrabili anche nella pratica dell’Aikido:
“Nel mondo attuale, l’esercizio ci riporta a noi stessi ridandoci il gusto del gesto gratuito. Dettata dalle macchine, la nostra attività quotidiana si riduce sempre di più a dei movimenti programmati, frutto di addestramento, compiuti nell’indifferenza, senza la partecipazione dell’immaginazione, né della sensibilità. La pratica rimedia a questa atrofia del gesto, risvegliando le nostre capacità intorpidite. Ci ridà il gusto del gioco, richiama alla vita delle attitudini che, anche se non immediatamente “utili”, non sono meno essenziali. Siccome è il più evoluto tra gli animali, l’uomo ha bisogno di giocare di più di qualsiasi altra specie per salvaguardare il proprio equilibrio. L’esercizio modifica anche la nostra percezione del tempo. Nella vita quotidiana, ritorniamo ininterrottamente al passato e ci proiettiamo nell’avvenire, saltiamo dall’uno all’altro senza poterci fermare nel momento presente. Per questo motivo siamo perseguitati dal sentimento che il presente ci sfugga. Facendoci coincidere con noi stessi, l’esercizio al contrario sospende la fuga del tempo. Quando maneggiamo il pennello, il momento presente sembra staccarsi dalla catena che lo legava al passato e al futuro. Assorbe in sé tutta la durata. Si amplifica e si trasforma in un vasto spazio di tranquillità. Non è più sottomesso allo scorrere del tempo, ma entra in risonanza con i momenti della stessa natura di cui abbiamo fatto l’esperienza ieri, l’altro ieri e i giorni precedenti. Questi momenti si susseguono, creano una continuità differente, una specie di grande viale maestoso che attraversa il tempo disordinato delle nostre occupazioni quotidiane. La nostra vita tende a riorganizzarsi intorno a questo nuovo perno e l’incoerenza delle nostre attività esterne smette di infastidirci. L’esercizio quotidiano adempie la funzione di un rito.”(6)Manon Soavi Jo stage été femmes aikido

Ritrovare la sensazione

Perché siamo arrivati a questo punto? Secondo Tsuda Sensei è la tendenza del mondo di oggi che tende a privilegiare l’ipertrofia cerebrale e il volontarismo a discapito di ciò che è vivo, egli diceva: “Non rifiuto di capire il carattere essenziale della civiltà occidentale: è una sfida del cervello umano all’ordine del mondo, uno sforzo della volontà per fare indietreggiare i limiti del possibile. Che si tratti di sviluppo industriale, di medicina o delle Olimpiadi, questo carattere predomina. È un’aggressione contro la natura. L’uomo superbo agisce, pur senza saperlo, contro natura. La vita patisce, a scapito delle nostre conoscenze e dei nostri averi accresciuti.” (7)
Ed è proprio questo il problema. Ci distacchiamo dalle nostre sensazioni, dalla sensazione di ciò che c’è di vivo in noi. Le donne si lasciano coinvolgere in situazioni non adeguate a loro, anche perché non percepiscono più la propria natura profonda. Troppo occupate a riuscire e a combattere, il loro istinto, che dovrebbe badare alla loro vita, non reagisce più. Si è atrofizzato. Anche con i propri bambini le donne di oggi hanno difficoltà a sentire, a sapere cosa fare e fanno appello alla scienza e ai libri affinché dicano loro come agire. Ascoltare il proprio neonato e ascoltare la propria intuizione, è superato, è arcaico! E dopo secoli in cui essere madre era il solo orizzonte delle donne rispettabili, oggi siamo riusciti a invertire l’ordine. Oggi se si è “solo” mamma a tempo pieno è patetico! Che progresso!
Anche in questo caso l’Aikido ci rimette di fronte alle nostre sensazioni. Non possiamo calcolare un movimento intellettualmente. Quando arriva un attacco bisogna muoversi, è troppo tardi per pensare. Bisogna sentire il proprio partner per potersi muovere nel modo giusto, adeguato. Spesso siamo (uomo o donna) come la famosa tazza troppo piena di cui parla lo Zen, che trabocca se si aggiunge del tè. Siamo troppo agitati e pieni di noi stessi per percepire l’altro. Non parliamo neanche di capirlo! È anche il senso del Non-fare di cui parlava Tsuda Sensei. Ci vuole il vuoto, bisogna cominciare dall’ascolto. Le donne per prime dovrebbero cominciare dall’ascoltare se stesse. L’ascolto del loro corpo nell’Aikido tutti i giorni è una riscrittura del loro vissuto. Rimparare a darsi fiducia, ritrovare la fiducia in ciò che dice il loro corpo.
Hino Sensei fa la stessa constatazione, parla dell’essere umano diventato “insensibile e incapace”(8). Deplora la flagrante mancanza di percezione di ciò che succede nell’altro. Che gli si prenda il polso o che si discuta con lui, la sensazione è scollegata. L’intuizione non funziona più. Ci si accontenta di un “Ciao, come va? – Bene, e tu?”, che superficialità! Se si è sensibili basta a volte uno sguardo, una respirazione per sentire l’altro, per sapere se è contento o triste, se si è svegliato male o se è in forma. Ma a forza di rapporti stereotipati si perdono di vista i veri rapporti umani. Anche su questo alcuni maestri ci hanno lasciato delle indicazioni per ricollegarci con noi stessi. Tsuda Sensei parlava dell’intuizione e dell’autenticità dei rapporti con il proprio figlio. Poiché se nella ricerca di sensazioni e di esperienze intense, alcuni praticanti di arti marziali fantasticano sugli Uchideshi dei maestri del passato, sulle esperienze che si possono vivere sotto una cascata gelida, sulla disponibilità totale per un maestro ecc., c’è un’esperienza estrema che una donna può attraversare, un’esperienza di vita simile a quella di cui parla Noro Sensei che è stato Otomo di Ueshiba Morihei. Ne sono testimone, assomiglia molto a questo: “Se dorme, bisogna vegliare sul suo sonno. Se si sveglia la notte, bisogna essere pronti a rispondere a ciò di cui ha bisogno. Se si annoia, dovete distrarlo. Se si ammala, bisogna occuparsi di lui. Bisogna preparargli il bagno, i pranzi e sbarazzare tutto non appena cambia attività. […] Si tratta ovviamente di adattarsi e anche di diventare capace di anticipare i desideri molto precisi così da poter essere notte e giorno, sveglio o no, in armonia totale.” (9)
In armonia totale con chi? Con il proprio neonato certo se si tratta di una madre o di un padre! Ma perché scegliere un tale trattamento? Visto che esistono talmente tante soluzioni per sollevarci dal peso di avere un bambino. Assomiglia a una schiavitù! Tuttavia, per coloro che vivono quest’esperienza di una comunicazione senza parole, unica, con un altro essere umano, è un insegnamento inestimabile. È probabilmente la realizzazione di questo stato di fusione con l’altro che permetteva l’autentica trasmissione di un maestro, la trasmissione dello spirito di un’arte.
Quest’intensità di vita è ricercata dai praticanti di arti marziali! Purtroppo quando si tratta di una donna che la vive con il suo bambino questa è relegata al livello di compito domestico, che può fare qualunque baby-sitter mal pagata. Tsuda Sensei parlava dell’infanzia come del solo ambito in cui si poteva ancora fare un’esperienza che può sembrare impossibile. Diceva anche che “sapersi occupare di un neonato [era] l’apice delle arti marziali”! Anche in questo caso, se le donne se ne rendessero conto, realizzerebbero tutto il potenziale della forza nascosta che hanno? Smetteremmo, allora, di cercare di assimilarsi agli uomini come unica via di realizzazione?Manon Soavi Iai - femmes aikido

Vivere in questo mondo, pur essendo in un altro

Se il ruolo della nostra pratica è l’evoluzione umana, penso che il Dojo ne sia lo scrigno. Un dojo può essere un microcosmo dove abbandoniamo le nostre convenzioni sociali, anche se solo temporaneamente. Tsuda Sensei attraverso i suoi libri e le sue calligrafie ci incita a rimettere in discussione l’ordine stabilito, a scavare al di là dell’organizzazione sociale. Se pratichiamo in una certa direzione, possiamo dimenticare con chi pratichiamo. Se, e solamente se, lasciamo fuori dalla porta i nostri riflessi sociali. Ovviamente è molto difficile all’inizio non portare tutto il proprio bagaglio. È altrettanto difficile per gli uomini che per le donne dimenticare ciò che sono diventati in questo mondo per concentrarsi su ciò che sono interiormente, prima di ogni distinzione di sesso, colore, età, denaro, cultura, ecc. Cercare in noi questa umanità comune richiede di passare attraverso un atto volontario di uscire dagli schemi. Il Dojo, l’ambiente di serenità e di concentrazione che vi regna (che non può trovarsi in una palestra), il sentimento di un dojo intangibile, tutto ciò ci mette in un certo stato d’animo. Lo svolgimento della seduta, con la sua prima parte di movimenti individuali che riporta la respirazione al centro, poi il lavoro con un partner, l’armonizzazione delle respirazioni, l’attenzione alla sensazione. Un insieme che consente al dojo di essere un po’ “fuori” dal mondo, che ci incita a lasciare per passare ad un altro stato durante la pratica. Ivan Illich parla di questo stato di coscienza dicendo: “Non voglio niente tra te e me. [Ho] paura delle cose che potrebbero impedirmi di essere in contatto con te.”(10) In un dojo, spazziamo via queste cose, le convenzioni, le paure che si mettono tra noi e l’altro. Non si tratta di abbandonare la nostra cultura, no, semplicemente di abbandonare le manifestazioni dell’essere sociale per ritrovarci gli uni con gli altri per camminare insieme.
Per fare questo, abbiamo bisogno che le donne si risveglino e escano dall’ombra.

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

Note:
1) C.Baker Les cahiers au feu Éd.Barrault, 1988
2) Modo di dire francese.
3) M.Chollet Beauté fatale, Les nouveaux visages d’une aliénation féminine Éd. La Découverte, p.8
4) A.Cognard Rituel et Symbole Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 22
5) R.Soavi Mémoire d’un Aïkidoka Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 60
6) J.F.Billeter Essai sur l’art chinois de l’écriture et ses fondements Éd.Allia, 2010, p. 164
7) Itsuo Tsuda, Même si je ne pense pas Je Suis, Le Courrier du Livre 1981, p. 13.
8) H.Akira Don’t think, listen to the body! 2017, p. 226
9) P.Fissier Chroniques de Noro Masamichi Dragon Magazine Spécial Aïkido n°12 p.77
10) I.Illich Mythologie occidentale et critique du « capitalisme des biens non tangibles » Intervista con Jean-Marie Domenach nella serie « Un certain regard » – 19/03/1972.

Yuki #3

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L’Aikido è un’arte marziale?

di Régis Soavi

Sembra che questa domanda sia ricorrente nei dojo e divida i praticanti, gli insegnanti, così come i commentatori più o meno in tutte le scuole. Dato che nessuno può dare una risposta definitiva, si è ricorsi alla storia delle arti marziali, alle necessità sociali, alla storia dell’origine degli esseri umani, alle scienze cognitive, ecc., incaricandole di fornire una risposta, che, se non risolve il problema, avrà almeno il merito di giustificare quanto viene affermato.

L’Aikijutsu, da quando ha abbandonato il suffisso jutsu per diventare un dō, ha riconosciuto sè stesso come un’arte della pace, una via dell’armonia allo stesso titolo dello Shodō (la via della calligrafia) o anche del Kadō (la via dei fiori). Adottando il termine che significa il cammino, la via, è diventato per questo un cammino più facile? O invece ci obbliga a porci delle domande, a riesaminare il nostro percorso, a fare uno sforzo di introspezione? Un’arte della pace è un’arte dell’accomodamento, un’arte debole, un’arte dell’accettazione, un’arte in cui gli imbroglioni possono godere di una reputazione a basso costo?
Sicuramente è un’arte che ha saputo adattarsi alle nuove realtà della nostra epoca. Ma si deve alimentare l’illusione di un’autodifesa facile, alla portata di tutti, adatta a tutte le tasche e senza la necessità di impegnarsi nemmeno un po’? Si può realmente credere o far credere che grazie a un’ora o due alla settimana, per di più escluse le vacanze (i club sono spesso chiusi), si può diventare un fulmine di guerra o acquisire la saggezza ed essere capaci di risolvere tutti i problemi grazie alla propria calma, alla propria serenità o al proprio carisma? La soluzione allora sta nella forza, il lavoro muscolare e le arti violente? Se c’è una direzione, si trova secondo me, e malgrado quanto ho appena detto, nell’Aikido.

Una Scuola senza gradi

Tsuda Itsuo non diede mai dei gradi a nessuno dei suoi allievi e quando qualcuno gli poneva una domanda sull’argomento, aveva l’abitudine di rispondere: “Non ci sono cinture nere di vuoto mentale”. Si può dire che, con ciò, chiudeva ogni discussione. Essendo stato l’interprete, presso O Sensei Ueshiba Morihei, di André Nocquet sensei in occasione del suo apprendistato in Giappone, in seguito ha fatto da tramite quando stranieri francesi o americani si presentavano all’Hombu Dojo per iniziarsi all’Aikido. Questo gli permise, traducendo le domande degli allievi e le risposte del maestro, di avere accesso a quanto sottintendeva la pratica e ne faceva qualcosa di universale. Ne faceva un’arte al di là della pura marzialità. Ci parlava della postura di O Sensei, della sua incredibile spontaneità, della profondità del suo sguardo che sembrava penetrarlo fino al più profondo del suo essere. Tsuda Itsuo non ha mai cercato di imitare il suo maestro che considerava inimitabile. Si è subito interessato a quello che animava quest’uomo incredibile capace della più grande dolcezza come della più grande potenza. È per questo che, arrivato in Francia, cercò di trasmetterci quello che per lui era l’essenziale, il segreto dell’Aikido, la percezione concreta del ki. Quello che aveva scoperto, e che riassumeva in questa frase, la prima del suo primo libro: “Dal giorno in cui ho avuto la rivelazione del ‘ki’, del respiro (avevo allora più di quarant’anni), non ha smesso di crescere in me il desiderio di esprimere l’inesprimibile, di comunicare l’incomunicabile.”1
Per dieci anni percorse l’Europa per farci scoprire, a noi occidentali, molto spesso troppo cartesiani, dualisti, che esiste un’altra dimensione nella vita. Che questa dimensione non è esoterica ma exoterica come amava dire.

Una Scuola particolare

Le motivazioni che portano a cominciare questa pratica sono evidentemente molto diverse. Se penso alle persone che praticano nella nostra Scuola (la Scuola Itsuo Tsuda), a parte qualcuno, ce ne sono pochi che sono venuti per l’aspetto marziale. D’altra parte, molti di loro non vi hanno visto niente di marziale di primo acchito, benché ad ogni seduta io mostri come le tecniche possano essere efficaci se eseguite in modo preciso, e pericolose se vengono usate in modo violento. L’aspetto marziale deriva dalla postura, dalla respirazione, dalla capacità di concentrazione, dalla verità dell’atto che è l’attacco. Per l’apprendimento, è indispensabile rispettare il livello del proprio partner, ed esercitarsi con forme conosciute.
Ma la scoperta che si può fare praticando le forme predefinite va molto al di là. Si tratta di far fruttare qualcos’altro, di rivelare ciò che si trova al fondo degli individui, di liberarsi dall’influenza sottesa esercitata dal passato e a volte anche dal futuro, sui nostri gesti, sull’insieme dei nostri movimenti, tanto fisici quanto mentali. Del resto nel nostro dojo tutti se ne rendono conto.
La seduta comincia alle 6,45. Il fatto di venire a praticare così presto la mattina (in effetti O Sensei e Tsuda sensei cominciavano sempre le loro sedute alle 6,30) non è né un’ascesi e neanche una disciplina. Alcuni praticanti arrivano verso le 6 ogni mattina, per condividere un caffè o un tè, ed approfittare di questo momento prima della seduta (del pre-seduta), a volte così ricco grazie agli scambi che possiamo avere tra noi. È un momento di piacere, di scambio sulla pratica, così come a volte anche sulla vita quotidiana, che si condivide con gli altri in modo estremamente concreto e non in modo virtuale come la società tende a proporci.
Ovviamente tutto ciò può apparire retrogrado o inutile, ma evita l’aspetto divertimento facile e non favorisce il clientelismo, senza per questo dire che ciò non esista, ciò lo riduce e con il tempo evolve. E questo perché gli esseri cambiano, si trasformano, o più precisamente ritrovano se stessi, ritrovano delle capacità latenti, che pensavano a volte di aver perso o spesso, più semplicemente, che avevano dimenticato.

Yin il femminile: comprendere

Le donne sono così numerose nella nostra Scuola che la parità non è rispettata, gli uomini sono in minoranza, di poco certo, ma lo sono sempre stati. Non vorrei parlare a nome delle donne eppure come fare? Eppure non formano un mondo a parte, sconosciuto agli uomini.
Ma forse, per molti, sì!… Ciononostante penso sia sufficiente per l’uomo prendere in considerazione il suo lato yin, senza averne paura, per ritrovare e comprendere ciò che ci avvicina e ciò che ci differenzia. Forse è per un’affinità personale, una ricerca dovuta al mio vissuto durante gli eventi del maggio ‘68 e a questo schiudersi del femminismo che si rivelò una volta di più a quell’epoca. O forse è semplicemente perché ho avuto tre figlie, che d’altra parte praticano tutte e tre, il risultato, quale ne sia la ragione, è stato che da sempre faccio attenzione al fatto che nei dojo della nostra Scuola le donne abbiano sempre il loro posto legittimo. Vi hanno le stesse responsabilità e non c’è evidentemente nessuna differenza di livello, sia per lo studio che per l’insegnamento. È veramente un peccato dover precisare questo tipo di cose, ma sfortunatamente non vanno da sé in questo mondo.
Malgrado tutto le donne prendono poco la parola, dovrei dire la penna, nelle riviste di arti marziali. Sarebbe interessante leggere degli articoli scritti da delle donne, oppure dedicare uno spazio in “Dragon magazine spécial Aikido” alla visione delle donne sulle arti marziali e sulla nostra arte in particolare. Non hanno niente da dire o il mondo maschile accaparra tutto lo spazio? O forse questi dibattiti di parrocchia sull’efficacia dell’Aikido le annoiano, loro che cercano e spesso trovano, mi sembra, un’altra dimensione, o in ogni caso qualcos’altro, grazie a quest’arte? Di questo “qualcos’altro”, che forse è più vicino alla ricerca di O Sensei, Tsuda Itsuo sensei ce ne dà un’idea in questo passaggio del suo libro La Via della spoliazione:
“Ci si rappresenta forse il Maestro Ueshiba come un uomo fatto di acciaio? È però l’impressione opposta che ho avuto di lui. Era un uomo sereno, capace di una concentrazione straordinaria, ma d’altra parte estremamente permeabile, da scoppi di fragorose risate, con un senso dell’umorismo inimitabile. Ho avuto l’occasione di toccare il suo bicipite. Ne fui stupefatto, era la tenerezza di un neonato. Tutto ciò che si potesse immaginare contrario alla durezza.
La cosa può sembrare strana, ma il suo Aikido ideale era quello di giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle quanto i ragazzi. Il loro Aikido è, per questo motivo, più fluido e più naturale.”2

Yang il maschile: combattere

art martial

Siamo educati alla competizione a partire dalla più tenera infanzia, la scuola, con il pretesto dell’emulazione, ha la tendenza ad andare nella stessa direzione, e tutto ciò per prepararci al mondo del lavoro. Ci insegnano che il mondo è duro, che bisogna assolutamente guadagnarsi il proprio posto al sole, imparare a difendersi contro gli altri, ma ne si è così sicuri? Il nostro desiderio non avrebbe tendenza a guidarci in una direzione diversa? E cosa facciamo per realizzare quest’obbiettivo? L’Aikido può essere uno degli strumenti di questa rivoluzione dei costumi, delle abitudini, deve e soprattutto noi dobbiamo fare lo sforzo necessario affinché le radici del male che corrode le nostre società moderne si rigenerino e ridiventino sane? Ci sono stati in passato degli esempi di società in cui la competizione non esisteva, o molto meno del modo in cui esiste oggi, delle società in cui anche il sessismo era assente, anche se non si può presentarle come società ideali. Leggendo gli scritti sul matriarcato nelle isole Trobriand di quel grande antropologo che era Bronislaw Malinowsky si potrà scoprire la sua analisi, trovare delle piste, e forse anche dei rimedi a questi problemi di civiltà che vengono denunciati così spesso.

Tao, l’unione: una via per la realizzazione dell’essere umano

La via, per sua essenza, senza essere idealisti, si giustifica e prende tutto il suo valore dal fatto che normalizza il terreno degli individui. Per chi la segue, essa regola le sue tensioni, dà equilibrio, è tranquillizzante permettendo un diverso rapporto con la vita. Non è ciò che tante persone “civilizzate” cercano disperatamente e che si trova in fin dei conti nel profondo dell’essere umano?
La via non è una religione, anzi è quello che la differenzia dalla religione che ne fa uno spazio di libertà, nel quadro delle ideologie dominanti. Il pensiero al quale la si può assimilare mi sembra essere l’agnosticismo, corrente filosofica poco conosciuta, o piuttosto conosciuta in modo superficiale, ma che permette di integrare tutte le diverse scuole. C’è un buon numero di rituali nell’Aikido che si continuano a seguire senza comprenderne la vera origine (quella da cui attinse O Sensei) o a volte altri rituali che diversi maestri trovarono grazie a pratiche antiche come fece Tamura sensei stesso. Sono state spesso associate alla religione mentre, come si potrebbe verificare, sono le religioni che hanno usato tutti questi antichi rituali, se ne sono appropriate per farne degli strumenti al servizio del loro potere, e anche troppo spesso servono alla dominazione e all’asservimento degli individui.

Un mezzo: la pratica respiratoria

La prima parte nell’Aikido di O Sensei Ueshiba Morihei, lungi dall’essere un riscaldamento, consisteva in movimenti di cui è primordiale ritrovare la profondità. Non è per una soddisfazione intellettuale, né per preoccupazioni integraliste e ancor meno per acquisire dei “poteri superiori”, che li continuiamo, ma per ritrovare il cammino che aveva intrapreso O Sensei. Certi esercizi, come Funakogi undo (movimento detto del rematore) o Tama-no-hirebori (vibrazione dell’anima), hanno un valore molto grande, e quando vengono praticati coll’attenzione necessaria, possono permetterci di sentire al di là del corpo fisico, al di là della nostra sensazione così limitata, per scoprire qualcosa di più grande, di molto più grande di noi. Si tratta di una natura illimitata a cui partecipiamo, nella quale ci immergiamo, che è fondamentalmente ed inestricabilmente legata a noi, e che tuttavia ci è molto difficile raggiungere o anche a volte sentire. Questa concezione che ho fatto mia, non è dovuta ad un rapporto mistico con l’universo, ma piuttosto a un’apertura psicofisica a cui si sono avvicinati molti fisici moderni grazie alla teoria e che cercano di verificare. Non è una cosa che si può apprendere guardando dei video su Youtube, né consultando dei libri di antica sapienza, malgrado la loro innegabile importanza. È qualcosa che si scopre in modo puramente corporale, in modo assolutamente e integralmente fisico, anche se è un fisico allargato a una dimensione inusuale. Poco a poco tutti i praticanti che accettano di cercare in questa direzione la scoprono. Non è legata a una condizione fisica né all’età né ovviamente al sesso o alla nazionalità.

L’educazione

Quasi tutti gli psicologi considerano che l’essenziale di quello che ci guiderà all’età adulta succede durante la nostra infanzia e più precisamente nella nostra prima infanzia. Tanto le buone quanto le cattive esperienze. Bisogna dunque curare in modo particolare l’educazione in modo da conservare il più possibile la natura innata del bambino. Non si tratta in alcun caso di lasciar fare al bambino tutto quello che vuole, né di farne un bambino-re, di diventare il suo schiavo, il mondo lo circonda ed egli ha bisogno di punti di riferimento. Ma molto velocemente, spesso poco dopo la nascita, a volte dopo qualche mese, il bambino viene affidato a persone estranee alla famiglia. Dove sono finiti i genitori? Non riconosce più la voce della madre, il suo odore, il suo movimento. È il primo trauma e ci si dice: “Si riprenderà”. Certo, sfortunatamente non è l’ultimo, tutt’altro. Poi viene il nido, cui segue la materna, la scuola primaria, le medie ed infine la Maturità prima forse dell’università per almeno tre, quattro, cinque, sei anni o ancora di più.
Ma cosa ci si può fare? “È la vita.” mi si dice. Ognuno di questi posti nei quali il bambino passerà il tempo in nome dell’educazione e dell’apprendimento è una prigione mentale. Dalle conoscenze di base alla cultura di massa, quando sarà rispettato in quanto individuo pieno di quest’immaginazione che caratterizza l’infanzia? Gli si insegnerà ad obbedire, imparerà a barare. Gli si insegnerà a essere con gli altri, imparerà la competizione. Riceverà dei voti, si chiamerà ciò emulazione, e questo disastro psicologico sarà vissuto dai primi come dagli ultimi allievi.
In nome di quale ideologia totalitarista si formano i bambini e tutti i giovani alla paura della repressione, alla sottomissione, al disimpegno e alla disillusione? La società odierna nei paesi ricchi non ci propone niente di veramente nuovo: lavoro e tempo libero non sono che dei sinonimi dell’ideale romano di pane e giochi circensi, la schiavitù dell’antichità non è che il salariato di oggi. Una schiavitù migliorata? Forse… con una lobotomizzazione spettacolare, garantita senza fattura, grazie alla pubblicità della merce che ci viene propinata, e il suo corollario: l’iperconsumismo di beni tanto inutile quanto nefasto.
La pratica dell’Aikido per i bambini e per gli adolescenti è l’occasione di uscire dagli schemi che propone il mondo che li circonda. È grazie alla concentrazione che la tecnica esige, una respirazione calma e serena, l’aspetto non competitivo, il rispetto per le differenze, che essi possono conservare o, se necessario, ritrovare la loro forza interiore. Una forza tranquilla, non aggressiva, ma piena e ricca dell’immaginazione e del desiderio di rendere il mondo migliore.

Una filosofia pratica, o meglio, una pratica filosofica

La particolarità della Scuola Itsuo Tsuda viene dal fatto che si interessa più all’individualità che alla diffusione di un’arte o di una serie di tecniche. Non si tratta di creare un individuo ideale, né di guidare chiunque verso qualcosa, verso un modello di vita, con una certa quantità di gentilezza, una certa quantità di amabilità o di saggezza, di ponderazione o di esaltazione, ecc. Ma di risvegliare l’essere umano e di permettergli di vivere pienamente nell’accettazione di quello che è nel mondo che lo circonda senza distruggerlo. Questo spirito di apertura non può che svegliare la forza che preesiste in ciascuno di noi. Questa filosofia ci porta all’indipendenza, all’autonomia, ma non all’isolamento, al contrario, tramite la scoperta dell’Altro, ci porta alla comprensione di quello che è, e al di là di quello che è forse diventato. Tutto questo apprendimento, o piuttosto questa riappropriazione di sé, richiede del tempo, della continuità, della sincerità, al fine di realizzare in modo più chiaro la direzione verso la quale si desidera andare.

Il superamento, ciò che vi è dietro

Quello che mi interessa oggi, è ciò che vi è dietro o più esattamente ciò che vi è al fondo dell’Aikido. Quando si prende un treno si ha un obbiettivo, una destinazione, con l’Aikido è un po’ come se man mano che si avanza il treno cambiasse obbiettivo, come se la direzione diventasse diversa, e allo stesso tempo più precisa. Quanto all’obbiettivo, si allontana malgrado il fatto che si pensi di essersene avvicinati. Ed è a questo punto che bisogna prendere coscienza che l’oggetto del nostro viaggio è nel viaggio stesso, nei paesaggi che vi scopriamo, che si affinano, e a noi si rivelano.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 21) nel mese di luglio del 2018.

Note

* Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 11.
** Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161.

Evento calligrafie a Roma

Il 12 e il 13 ottobre 2018, il dojo Bodai di Roma recentemente rinnovato, funge da cornice per l’evento “Un libro – un’esposizione” con una buona affluenza di pubblico, interesse e apprezzamenti favorevoli.
La sera del 12 ottobre, di fronte a un nutrito gruppo di visitatori, nell’atmosfera avvolgente dell’esposizione di 87 calligrafie in riproduzione fotografica, ha avuto luogo la presentazione del libro “Itsuo Tsuda, Calligrafie di Primavera” (ed. Yume 2017). Per l’occasione é stata esposta anche la calligrafia originale  » La Tigre « .

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Durante la giornata di sabato abbiamo ricevuto diverse visite: fra gli amici, conoscitori ed esperti di cultura giapponese, ci è gradito segnalare la visita di Paolo Bottoni, aikidoka, giornalista e blogger, che ha scritto un articolo sul suo blog www.musubi.it a proposito delle calligrafie del Maestro Tsuda.
L’evento ha registrato complessivamente il passaggio al Dojo Bodai di un’ottantina di persone.
Per tutti, compresi noi organizzatori, è stata l’occasione di entrare in contatto in modo diretto e contemporaneamente con la quasi totalità delle calligrafie del Maestro Tsuda : un momento indimenticabile e ricco di sensazioni !
Per chi non ha avuto la possibilità di scoprire questo libro e tutta l’opera del Maestro Tsuda, potete trovarli a Roma al dojo Bodai, e anche sul sito di Yume Editions

Al centro dello spostamento, l’involontario

Di Régis Soavi

«Se devo dare uno scopo al mio Aikido, è quello di imparare a sedersi, ad alzarsi, ad  avanzare e ad indietreggiare.»
Tsuda Itsuo

Spostamenti: la coordinazione, la postura

Per spostarsi correttamente è necessario essere stabili, e non si risolvono dei problemi di stabilità con l’apprendimento. La stabilità deve nascere dall’equilibrio, che a sua volta nasce dal sistema involontario. Una delle caratteristiche dell’essere umano è quella di stare in piedi su una piccola superficie, i suoi unici punti di appoggio sono i due piedi. E se si trattasse solo di stare immobile, passi ancora, ma ci spostiamo, e per di più, siamo capaci contemporaneamente di parlare, riflettere e di muovere le braccia in ogni modo, così come la testa e le dita, il tutto essendo perfettamente stabili. La coordinazione muscolare involontaria si occupa di tutto. Se perdiamo l’equilibrio senza poterci aggrappare da qualche parte, il nostro corpo tenta con ogni mezzo di recuperare l’equilibrio perduto, e spesso vi riesce grazie al movimento di ripartizione del peso da una gamba all’altra, trovando dei punti di appoggio estremamente precisi, che ci sarebbe difficile trovare con l’aiuto del solo sistema volontario. Tsuda Itsuo, nel suo libro La Scienza del particolare, racconta un aneddoto personale sul suo apprendimento dell’Aikido che mi sembra edificante.


«Quando ho cominciato l’Aikido intorno al 1960, ho imparato, sotto la direzione di insegnanti, allievi del Maestro Ueshiba, a fare degli esercizi di ginnastica prima di cominciare la parte tecnica.
Uno di questi esercizi consisteva nel ruotare alternativamente su ciascun piede, descrivendo dei cerchi con lo spostamento. L’utilità di questo esercizio, secondo la spiegazione che ne veniva data, era di permetterci di abbassare il centro di gravità del nostro corpo in modo da essere in equilibrio in qualsiasi circostanza. La spiegazione mi sembrava molto logica. Tutte le perturbazioni che risentiamo nella vita quotidiana, derivano dal fatto che il nostro centro di gravità è situato troppo in alto. Il sangue sale alla testa e perdiamo la lucidità. Trascinati dall’impulso del momento, commettiamo degli errori. Accettata la spiegazione, mi allenavo nell’esecuzione di questo esercizio. Facevo un giro su un piede, poi sull’altro. Uno, due, tre, quattro, facevo dei cerchi senza perdere l’equilibrio, pur muovendomi.
Un giorno, mentre stavo compiendo questo esercizio, udii una voce che, sebbene molto gentile, non lasciava dubbi sul significato del suo contenuto.
«Lei finirà per avere le vertigini in questo modo».
Mi voltai e vidi il Maestro Ueshiba che mi guardava. Rimasi lì inchiodato senza sapere cosa dire. Queste parole del Maestro ebbero su di me un terribile impatto.
Avevo creduto, fino ad allora, all’uniformità dell’insegnamento. Che si trattasse del Maestro o di un semplice insegnante, doveva esserci una dottrina immutabile, una pratica determinata una volta per tutte. Il fatto che il maestro-fondatore disapprovasse quello che avevo imparato dai suoi allievi diretti, costituiva un grave caso di coscienza. Bisognava rimettere tutto in discussione.»2

L’equilibrio dei bambini

Si tende a preoccuparsi dell’equilibrio dei bambini nel momento in cui cominciano a camminare cioè, spesso, tra i dieci e i quindici mesi. Quando dei genitori mi informano tutti fieri che il loro figlio ha camminato molto presto, a volte a nove o dieci mesi, questo mi fa pensare alla posizione di Noguchi Haruchika Sensei, il fondatore del Seitai, che è molto diversa da quella che si è soliti sentire. Nella via del Seitai così come il mio maestro Tsuda Itsuo l’ha trasmessa in Francia negli anni settanta fino al suo decesso nel 1984, si raccomanda ai genitori di aspettare che le gambe del bambino siano sufficientemente pronte e forti, di non aver fretta di vedere il loro caro bambino camminare. Se, ovviamente, Noguchi Sensei sconsigliava, allo stesso modo di molti pediatri di oggi, i girelli che dovrebbero far camminare prima i bambini, sconsigliava anche di aiutare il bambino a mettersi in piedi, o di tenerlo, per esempio sotto le ascelle, o appeso per le braccia, quando fa i suoi primi passi. Si può al limite dargli un dito da tenere con una mano nei primi giorni, ma è la natura che deve fare il suo lavoro di equilibramento. Se il bambino si mette in piedi da solo, se comincia a camminare da solo, allora sarà più forte, più stabile, per la sua stessa natura il suo sistema d’equilibrio involontario sarà rinforzato. Andrà verso l’indipendenza con maggior facilità, determinazione, saprà contare sulle proprie forze. Per di più i bambini sono fieri di mostrare che sono riusciti a trovare il loro equilibrio da soli senza aiuto. Per Noguchi Sensei il momento ideale per cominciare a camminare è dopo i tredici mesi compiuti, o durante il tredicesimo mese. Diceva ciò sulla base delle sue osservazioni su migliaia di bebé che aveva seguito per diverse generazioni al Seitai Kyokai. Noguchi Sensei dava molte altre raccomandazioni ai genitori attenti che seguivano il suo insegnamento, in particolare sul modo di occuparsi dei bebé o dei bambini, che si può scoprire nelle opere di Tsuda Sensei.

Tutto inizia all’età di circa tre mesi

Avere una buona postura, una bella postura non è una cosa che si ottiene a suon di esercizi, altrimenti si rischia di farlo a scapito della salute. Ovviamente si può migliorare una cattiva postura acquisita nel corso degli anni, grazie a degli esercizi effettuati sotto la direzione di un buon insegnante, uno specialista o anche un terapeuta. Ma mi sembra più importante partire «col piede giusto» piuttosto che rettificare, raddrizzare, o rimediare ai danni.
Fino all’età di tre mesi il bebé resta in posizione sdraiata, oppure in braccio, la colonna vertebrale viene sostenuta dalle mani premurose di uno dei genitori. E c’è proprio un dettaglio di estrema importanza che tutti i genitori dei neonati possono verificare per poco che lo desiderino, se sono sensibili e attenti, è il posizionamento della terza lombare del bebé. Questo posizionamento dipende esclusivamente dal sistema involontario e più precisamente dal sistema motorio extra-piramidale che ha il ruolo più importante nella posizione eretta. Fino a circa due mesi e mezzo, tre mesi, quella lombare è indietro, cioè segue la curva della schiena e non sostiene realmente la colonna vertebrale. Un giorno, quando si prende il bambino in braccio, e lo si tiene con la mano dietro la schiena in modo da sostenere le lombari come al solito, ci si accorge che la sua colonna è cambiata. La terza lombare si è posizionata, la curvatura lombare si è, si potrebbe dire, invertita. A partire da questo momento il bambino ha la capacità di mantenersi eretto da solo nelle braccia dei genitori mentre prima ne era incapace e ogni tentativo di fargli tenere su la schiena senza sostenerlo rischiava di provocare gravi problemi, che a volte si manifestano solo molto più tardi. Quando si conosce il ruolo della terza lombare nella postura in generale e nella fermezza dell’hara in particolare, si capiscono tutte le precauzioni che dei genitori preparati prendono affinché questo passaggio avvenga correttamente.
Senza la buona posizione della terza lombare, il terzo punto del ventre che è in relazione diretta con essa, non sarà positivo, cioè non sarà “rimbalzante”, l’hara sarà debole. Si rischia di essere sballottati dalle idee degli uni e degli altri, di essere influenzati da ogni sorta di teoria, si farà fatica a prendere decisioni. Sarà difficile agire rapidamente e soprattutto in modo spontaneo. Se la seconda lombare permette d’inclinarsi lateralmente, la prima lombare serve a inclinarsi in avanti, in armonia con la quinta che è la cerniera lombo-sacrale, asse antero-posteriore per eccellenza. Ma è la terza lombare che si rivela essere la più importante nello spostamento. Poiché è posizionata in un certo senso al centro dell’asse cranio-caudale del corpo, cioè del suo asse verticale, e allo stesso tempo, è soprattutto quella che, per la sua funzione fisiologica, permette la rotazione del corpo. Se si irrigidisce, se la flessibilità diminuisce, resta bloccata. Non può più assicurare il proprio ruolo di perno.
Non può esserci taisabaki corretto senza questo perno ed, ovviamente, ciò si verifica ancor più quando si fanno dei movimenti ura così come dei movimenti tenkan. Se il corpo si inclina, se la rotazione non si compie a livello della terza lombare succede come quando una trottola non è in equilibrio: perde la velocità, è incapace di raddrizzarsi o di continuare con altri spostamenti, comincia a rotolare da sola in tutte le direzioni, non avendo altro scopo che sopravvivere, ritrovare il proprio equilibrio perduto, ma senza mai recuperare la propria vera stabilità naturale.
Ovviamente la totalità della colonna vertebrale entra in gioco nei taisabaki, ma questo punto centrale che è la terza lombare è determinante per praticare l’Aikido in modo morbido e senza rischi per sé come per i propri partner. La mobilità delle anche dipende da quella della terza lombare. Persa questa mobilità, ci si trova sempre più obbligati a praticare con la forza delle braccia, e dunque semplicemente, «di forza». Ciò rende quasi impossibile una reale utilizzazione dei disequilibri del partner, dei suoi gesti, dei suoi attacchi, dei movimenti della sua sfera, e allora si è in una pratica del FARE e assolutamente non più nel NON-FARE.

Degli spostamenti imprevedibili

Al di fuori di quella che si potrebbe chiamare una coreografia che ci serve per l’apprendimento delle tecniche in Aikido, e che dura molti anni, arriva un momento in cui il nostro corpo comincia a reagire in modo differente. A partire da questo momento, quando si rivela necessario, i nostri spostamenti sono imprevedibili, perché non sono mai previsti dalla nostra volontà. Sono la risposta giusta, la risposta esatta del nostro corpo quando è liberato dalle paure irrazionali create dal movimento di chi ci sta davanti. C’è quindi un adeguamento dello spostamento davanti o prima dello spostamento dell’altro.
Prima che egli si sposti o agisca, riceviamo un gran numero di indicazioni da parte del corpo di colui che abbiamo di fronte. Queste indicazioni non sono tutte percepite dal cervello cosciente, quello che dirige il nostro sistema volontario, ma al contrario, la maggior parte è percepita a livello del nostro sistema involontario ed è una buona cosa. Per quanto sia alta l’opinione che abbiamo di noi stessi, malgrado le nostre certezze, basta un piccolo dubbio e il nostro volontario può spaventarsi a causa delle conseguenze che intravede. Oppure ci mettiamo a riflettere a diverse soluzioni, ma è spesso troppo tardi e perdiamo le nostre capacità di reazione. Non è meglio se ci fidiamo dei nostri riflessi. Il nostro sistema nervoso riflesso rischia di dirigerci in combinazioni pericolose, anche se abbiamo avuto un apprendimento di qualità e a volte proprio per questo. Un judoka giapponese di alto grado si è ritrovato colpito dal coltello del suo aggressore in occasione di una rissa. Aveva applicato la tecnica ippon-seoi-nage, che in sé sarebbe stata invece eccellente sui tatami, ma si rivelò drammatica in questo caso. Si piantò da solo il coltello in petto a causa della qualità della tecnica che aveva eseguito perfettamente, e sfortunatamente non è sopravvissuto.

Il Kung-fu dell’ubriaco

Verso la metà degli anni settanta ho avuto occasione di vedere una dimostrazione di Kung-fu fatta da Georges Charles Sensei che mi ha impressionato molto, all’epoca in cui, entrambi giovani insegnanti al dojo della Montagne Sainte Geneviève a Parigi, ci confrontavamo sulle virtù reciproche delle nostre arti.
Parlavamo di spostamenti, taisabaki, equilibrio e a quel punto, per farmi capire ciò che cercava di spiegarmi a voce, mi mostrò diversi «kata» nella sua arte che conoscevo molto poco (allora non esisteva né Youtube e neanche internet e gli esperti erano molto rari). Fu per me un’immensa sorpresa e una grande gioia vederlo eseguire prima lo stile della scimmia, poi lo stile dell’ubriaco. Vedere questo gioco con il disequilibrio, vederlo spingere i limiti della stabilità con agevolezza e sincerità. Questa scoperta mi rinforzò nella ricerca che stavo già facendo: trovare la semplicità, la respirazione e un equilibrio privo di rigidità negli spostamenti, come ce lo mostrava Tsuda Sensei.

Un’esperienza personale

Nel 2002 ero appena tornato da uno stage a Gerusalemme. Questo stage era stato difficile perché era l’inizio dell’Intifada e ci tenevo che fosse uno stage aperto a tutti, malgrado le tensioni più che percepibili che ciò aveva provocato durante lo stage stesso. Di ritorno dunque, ero con le mie due figlie (entrambe ancora adolescenti), facevamo una passeggiata ed eravamo entrati in un monumento parigino che conoscevo poco. All’improvviso ho avuto un lieve alterco con una persona riguardo il suo comportamento inopportuno. Dopo aver fatto qualche passo, si è precipitato su di me e ha sferrato un magnifico uppercut. Non so dire cosa sia successo, ho sentito semplicemente come un vento, che era in effetti, il movimento d’aria provocato dallo spostamento del suo pugno, mi ero mosso, e si era disequilibrato da solo a causa del mio spostamento. Non avevo effettuato nessuna tecnica, e neanche pensato di farne una, è caduto poi se n’è andato rapidamente infuriato. Quel giorno ho capito fisicamente cos’era il Non-Fare di cui il mio maestro Tsuda Sensei ci aveva parlato tante volte. Ero molto calmo, senza nessuna animosità, senza nessun bisogno, lo spostamento necessario si era prodotto da solo, senza nessun controllo volontario e ciononostante con un’estrema precisione. Sarei capace di rifare la stessa cosa un’altra volta? Non lo so assolutamente. A volte basta un piccolo disturbo che qualcosa vada storto. In ogni modo non si tratta di diventare invincibili ma piuttosto di vivere pienamente e semplicemente. È questo il cammino che mi è stato insegnato, questo cammino così come l’aveva compreso Tsuda Sensei, che comporta ovviamente delle difficoltà come lui stesso racconta.
«Ho cominciato l’Aikido all’età di quarantacinque anni, all’età in cui generalmente si rinuncia ad ogni movimento che rischi di essere violento. Per più di dieci anni, tutte le mattine, sono andato alla seduta che cominciava alle 6.30 alzandomi alle 4, senza pause, anche se mi capitava di mettermi a letto alle 2 del mattino o anche se avevo la febbre a quaranta, e ciò solo per il piacere di vedere questo maestro ottantenne camminare sui tatami.
Alcuni compagni del dojo mi dicevano: “Lei ha una volontà di ferro”. Al che io rispondevo: “No. Ho una volontà così debole che non riesco a “smettere di continuare”». Questo provocava gioiose risate, ma ero sincero.» 3

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 20) nel mese di april del 2018.

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Note:

1 Tsuda Itsuo, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 178
2 Tsuda Itsuo, La Science du particulier, Le Courrier du Livre, 1976, p. 125-126
3 Tsuda Itsuo, Cœur de ciel pur (œuvre posthume réalisée à partir d’inédits), Le Courrier du Livre, 2014, p. 109-110

Referenza fotografica/Proprietà foto: Itsuo Tsuda devant le tableau foto di Eva Rotgold, 1975

La nozione di salute secondo il Seitai #2

Suite des entretiens ou Régis Soavi, qui enseigne et initie les personnes au Katsugen Undo (Mouvement régénérateur) depuis quarante ans, revient  à l’essentiel des thématiques autour du Seitai et du Katsugen Undo. Pour cette deuxième vidéo, c’est la notion de santé selon le Seitai qui est abordée.

Subtitles available in French, English, Italian and Spanish. To activate the subtitles, click on this icon. Then click on the icon to select the subtitle language.

Quelques informations complémentaires :

Le Seitai a été mis au point par Haruchika Noguchi (1911-1976) au Japon. Le Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur) est un exercice du système moteur extrapyramidal faisant partie du SeitaiItsuo Tsuda (1914-1984) qui introduisit le Katsugen Undo en Europe dans les années 70 en disait «Le corps humain est doué d’une faculté naturelle qui réajuste sa condition. Cette faculté […] est du ressort du système moteur extra-pyramidal »

Régis Soavi débute la pratique martiale par le Judo à l’âge de douze ans. Il étudie ensuite l’Aïkido, notamment auprès des maîtres Tamura, Nocquet et Noro. Il rencontre Tsuda Itsuo senseï en 1973 et le suivra jusqu’à son décès en 1984. Régis Soavi devient enseignant professionnel avec l’accord de ce dernier, et diffuse son Aïkido et le Katsugen Undo à travers l’Europe.

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Stage l’Arte delle Due Spade

Tatsushi Sai sarà di ritorno a Parigi il 5 e 6 gennaio 2019

Dal 2005 lavoriamo con Tatsushi Sai il Bushuden Kiraku Ryu e il Niten Ichi ryu.  Questo anno ha accettato di venire dal Giappone per insegnare l’arte delle due spade a Parigi per uno stage. In occasione di questo week-end eccezionale lavoreremo la Sakon Den Niten Ichi Ryu, l’arte delle due spade del celebre spadaccino Miyamoto Musashi. Non perdete questa occasione unica di praticare con questo maestro e scoprire questa arte.

Tatsushi Sai è Menkyo Kaiden di Bushuden Kiraku Ryu, insegna a Tokyo questa scuola tradizionale che comprende Tai-jutsu e numerose armi (Bo, Naginata, Chigiriki, Kusarigama, Kusarifundo, Tessen, Iai, ecc.). Insegna anche diversi rami di Niten ichi ryu.


Informazioni pratiche

Luogo :

Dojo Tenshin, 120 rue des Grands-Champs, 75020 Paris. Metro linea 9, stazione Maraîchers.

Date e Orari :

5 e 6 gennaio 2019
Sabato 10.00-12.00 e 14.00-16.00 | Domenica 10.00-12.00 e 14.00-16.00

Tariffe :

100€ per lo stage completo | 80€ per i membri dell’associazione Scuola Itsuo Tsuda.
Preiscrizione obbligatoria. Contattare il Dojo Tenshin

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Calligrafie di Primavera a Roma

L’esposizione “Calligrafie di Primavera” approda a Roma in ottobre !
In programma presso il Dojo Bodai di Roma, nelle giornate di venerdì 12 e sabato 13 ottobre 2018, l’evento Un libro – Un’esposizione.
Sulla scia delle precedenti anteprime di Parigi e Milano, l’evento ripropone, per il pubblico romano, la presentazione del libro “Calligrafie di Primavera” (ed. Yume 2018) e la ricca mostra fotografica dedicata alle calligrafie di Itsuo Tsuda, che al libro hanno dato origine.

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Seitai e Katsugen Undo #1

Beaucoup de choses sont dites et circulent sur le web à propos du Seitai et du Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur). Dans cette série d’entretiens, Régis Soavi, qui enseigne et initie les personnes au Katsugen Undo depuis quarante ans, revient  à l’essentiel pour répondre à cette question « Qu’est-ce que le Seitai et le Katsugen Undo ? ».

Subtitles available in French, English, Italian and Spanish. To activate the subtitles, click on this icon. Then click on the icon to select the subtitle language.

Quelques informations complémentaires :

Le Seitai a été mis au point par Haruchika Noguchi (1911-1976) au Japon. Le Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur) est un exercice du système moteur extrapyramidal faisant partie du Seitai.  Itsuo Tsuda (1914-1984) qui introduisit le Katsugen Undo en Europe dans les années 70 en disait «Le corps humain est doué d’une faculté naturelle qui réajuste sa condition. Cette faculté […] est du ressort du système moteur extra-pyramidal »

Régis Soavi débute la pratique martiale par le Judo à l’âge de douze ans. Il étudie ensuite l’Aïkido, notamment auprès des maîtres Tamura, Nocquet et Noro. Il rencontre Tsuda Itsuo senseï en 1973 et le suivra jusqu’à son décès en 1984. Régis Soavi devient enseignant professionnel avec l’accord de ce dernier, et diffuse son Aïkido et le Katsugen Undo à travers l’Europe.

Memorie di un aikidoka

di Régis Soavi

Parlare ai miei allievi dei maestri che ho conosciuto fa ovviamente parte del mio insegnamento. Alcuni ebbero una tale importanza che non me ne posso sbarazzare come niente fosse e pretendere di essermi fatto da solo. I maestri che ho conosciuto hanno lasciato delle tracce che mi hanno formato e soprattutto aperto a dei campi che ignoravo, o che a volte presentivo senza poterli raggiungere.

I maestri del passato: dei maestri di vita?

Taiji Kase, Itsuo Tsuda, 1971

Mi è sempre sembrato importante di non fare di questi maestri dei superuomini, dei geni, degli dei. Ho sempre considerato che questi maestri valessero molto di più di questo. Gli idoli creano un’illusione, ci addormentano ed impoveriscono gli idolatri, impediscono loro di progredire, di prendere il volo con le proprie ali. A questo proposito Tsuda Sensei, lui che adesso è un maestro del passato, scriveva nel suo ottavo libro La Via degli dei:

«Il Maestro Ueshiba ha piantato dei segnali indicatori  »è da questa parte », e gliene sono molto riconoscente. Ha lasciato delle eccellenti carote da mangiare che cerco di assimilare, di digerire. Una volta digerite, queste carote diventano Tsuda che è ben lontano dall’essere eccellente. Questo è inevitabile. Ma è necessario che le carote non restino carote, se no marciscono da sole, senza utilità.
Non si tratta, per me, di adorare, di deificare o d’idolatrare il Maestro Ueshiba. Come tutti, aveva delle qualità e dei difetti. Aveva delle capacità straordinarie ma anche delle debolezze, in particolare nei confronti dei suoi allievi. Si faceva ingannare da loro a causa di considerazioni un po’ troppo umane.»

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Un desiderio divenuto realtà

Per la versione italiana di questo articolo, consultare questa pagina :

http://www.scuoladellarespirazione.org/itsuo-tsuda-calligrafie-di-primavera-un-desiderio-divenuto-realta/

L’événement au Dojo Scuola della Respirazione Présentation du livre à la RAI