Zanshin, lo sprito dell’ordinario

di Manon Soavi

Insegnante di Aikido, ed anche pianista concertista, ho incontrato la nozione di zanshin attraverso diverse esperienze nel mio percorso. Quando ho cominciato lo studio di diversi koryu quindici anni fa (Bushuden Kiraku Ryu, Niten Ichi Ryu, Choku Yushin Ryu, e un po’ di Shinkage Ryu), ho anche approfondito questa nozione nella pratica delle armi, con il maneggiare la spada, il bo, il kusarigama, o anche nella pratica a mani nude con i numerosi kata di jujutsu che queste antiche scuole possiedono.
Benché la mia strada nelle arti marziali sia sicuramente ancora lunga desidero condividere qui qualche riflessione sull’argomento.

Ho notato che una delle contraddizioni umane attuali è la nostra fascinazione per la forza esteriore che va di pari passo al nostro disprezzo per la sensibilità e le sensazioni del nostro corpo che releghiamo al rango di sentimentalismo. Paradossalmente il nostro modo di vivere in Occidente non è mai stato cosi facile, con così pochi sforzi fisici da fare. I nostri avi erano molto probabilmente più resistenti alla marcia, al freddo o anche al dolore, poiché non c’erano così tanti mezzi capaci di farsi carico del più piccolo dei loro malanni, o di supplire al più piccolo dei loro sforzi. Per questo si può dire che mancassero di sensibilità? Non lo credo, perché la capacità di sentire prima di riflettere è sempre stata indispensabile per vivere e zanshin, secondo la mia esperienza, è prima di tutto una questione di sensazione e di presenza nell’istante presente.

Zanshin può essere tradotto con “spirito che permane” ma per le culture orientali il corpo e lo spirito non sono due cose separate. Questo “spirito che permane” corrisponde a una sensazione precisa, ed è essa che ci guida nella sua applicazione qualunque sia la disciplina praticata. Sono delle sensazioni particolari per colui che agisce così come per colui che riceve. Zanshin è una sensazione e allo stesso tempo uno stato che si (ri)scopre.

Storicamente i principi come Zanshin, Mushin, ecc., rimandano meno a delle idee che a delle realtà vissute da generazioni di persone. Ciò riporta a esperienze dirette, reali, che, per essere trasmesse, sono state “concettualizzate”. Si tratta quindi di un atto o di uno stato che possiamo ritrovare, malgrado le nostre differenze d’epoca e di culture. Non sono grandi princìpi scomparsi con i Samurai e la loro epoca, e neanche dei princìpi limitati alle arti marziali. Sono princìpi che irrigano tutta la cultura, in particolare quella giapponese, ma anche e soprattutto quella cinese.

Manon Soavi Zanshin, l'esprit de l'ordinaire

L’immagine come rivelatore

Gli antichi Cinesi insegnavano attraverso delle immagini, delle evocazioni che dovevano far nascere, dovevano rivelare, nel cuore dell’apprendista una sensazione che l’avrebbe guidato verso la comprensione profonda. Una comprensione fisica poiché si trattava di far appello a un’esperienza reale che l’altro potesse condividere. Utilizzavano principalmente la natura come rivelatore di sensazione, dato che l’osservazione della natura era un’esperienza di vita condivisa da tutti all’epoca. Ma si trova questo modo di trasmettere anche nelle arti d’Occidente. Come in musica per esempio, perché al di là di qualche consiglio di base, il gesto del musicista non è trasmissibile ed è impossibile da comprendere intellettualmente.

Cosa fa la differenza tra il principiante che preme un tasto del piano e il maestro che fa suonare la prima nota di una sonata? È obbiettivamente lo stesso tasto e lo stesso meccanismo per colpire la corda. Tuttavia il suono non avrà niente a che vedere. È la sensibilità del maestro che farà la differenza. Così anno dopo anno l’apprendista cercherà come far suonare diversamente il suo strumento, e il maestro cercherà come risvegliare nell’altro la sensazione che ha all’interno di sé. È per questo che alcuni utilizzano delle parole evocatrici, parlano di suonare “a fondo” o d’”impastare” la tastiera, che obbiettivamente non vuol dire niente di niente! Tutte queste immagini fanno appello alle nostre risorse interiori, per ritrascrivere su del legno e delle corde, una sensazione interna e che questa sensazione sia, inoltre, condivisa da chi ascolta. È in questo che tocchiamo con mano la fusione di sensibilità che ci permette di sentire cosa succede nell’altro, è una trasmissione da sensibilità a sensibilità. Come zanshin che sarà riuscito solo se le due persone lo sentono.
Allora al di là di ciò che noi sappiamo oggettivamente su cosa vuol dire “zanshin”, trovo interessante cercare in noi a quali esperienze possiamo collegare questo principio. Come renderlo concreto per noi.

Manon Soavi Zanshin, l'esprit de l'ordinaire

Lo spirito dell’ordinario

Nel corso degli anni in cui ho svolto la professione di musicista sono stata a volte in uno stato che associo a zanshin. Quando suonavo con altri musicisti e cantanti dovevo essere totalmente disponibile nei confronti di ciò che succedeva all’esterno, l’altro musicista, e allo stesso tempo concentrata sui miei gesti per suonare la mia parte di piano. Gli imprevisti del concerto live facevano sì che non potessi contare sul fatto che tutto sarebbe andato come previsto. Non succede mai, per quanto si sia molto preparati, la scena è un’esperienza unica. La preparazione serve a ridurre al massimo l’imprevisto ma non assolutamente ad eliminarlo. Bisogna allora reagire istantaneamente, essere il più possibile con gli altri perché l’armonia continui. Essere allo stesso tempo iper-vigilante, e nel contempo mantenere una concentrazione vaga, perché appena mi fissavo su una sola cosa, perdevo l’insieme. Secondo me questa frase di Musashi riassume perfettamente questo stato:
“Nella vita quotidiana, come in strategia, bisogna avere lo spirito aperto e mantenerlo ben diritto, non troppo teso ma neppure rilassato”(1).

Musashi diceva anche che lo spirito ordinario deve essere quello del combattimento, lo spirito del combattimento deve essere lo spirito dell’ordinario.(2) Tuttavia non si può essere sempre all’erta, quindi lo spirito del combattimento non significa essere “all’erta”, significa qualcos’altro… Si può anche immaginare che questa attitudine sia ben lontano dall’apatia che si riscontra molto spesso oggi. La traduzione di zanshin con “spirito che permane” ci dà forse una pista, più dell’idea un po’ riduttiva di “vigilanza”.

Anche se oggi rari sono coloro tra noi che incontrano il “combattimento reale”, ci confrontiamo tutti con molteplici piccoli “combattimenti ordinari” nelle nostre esistenze. E a volte anche in questi casi si può vedere sorgere “zanshin”. Per me è stato il caso in occasione di esperienze spiacevoli che ho fatto. Mi ricordo la volta in cui, bloccata in un festival di diversi giorni, in un paesino, tutte le ragazze che vi partecipavano si sentivano a disagio e inquiete perché il responsabile dello stage, professore e violinista affermato, metteva le mani su di loro in modo inopportuno. Avevo allora ventun anni e tra i corsi e le prove, le ragazze, tra loro, parlavano di questi momenti molto spiacevoli e li temevano. In occasione di un pranzo tutti insieme, il professore cominciò a risalire la tavolata. Passando dietro ognuna per dare gli orari di prove della giornata. Lo vedevo avvicinarsi, distribuendo carezze nei capelli o sulle spalle, piccole battute equivoche, ecc. e vedevo con costernazione le teste delle ragazze che si abbassavano e aspettavano l’inevitabile al suo passaggio, o ridevano di un riso nervoso. Era per me inconcepibile non fare niente, quindi l’ho guardato arrivare senza sapere cosa avrei fatto, e prima che passasse dietro di me mi sono girata verso di lui e l’ho guardato dritto negli occhi parlandogli del programma. So che in quel momento il mio sguardo diceva “No”. Si è fermato e non mi ha toccato. Per tutto il festival sono rimasta presente, senza apertura. Non mi ha mai toccata.

Ciò non mi successo solo con uno, diversi insegnanti e altri ragazzi ubriachi hanno capito che non potevano avvicinarsi. In caso contrario cosa avrei fatto? Non lo so. In tutte queste piccole situazioni che mi sono capitate ciò che mi ha sempre colpito è che tutto era molto prevedibile e che era alla fine relativamente semplice tenerli in scacco, “bastava” esserci e ascoltare questa sensazione di pericolo che ci tocca prima di qualsiasi evento. Ovviamente le cose sarebbero state diverse in caso di aggressione più grave, è questione diversa, ma incorriamo anche in molte di queste “piccole” aggressioni che, se le si subiscono, incapaci di reagire, ci segnano nel cuore e nel corpo.

Manon Soavi Zanshin, l'esprit de l'ordinaire

Essere influenzati

Lo studio dell’Aikido a partire dalla mia infanzia, come via d’armonizzazione con l’altro mi ha aiutato, ne sono sicura, ad attraversare questi momenti difficili, come mi ha aiutato a lavorare in simbiosi con altri musicisti. Poiché il nostro modo di interagire con gli altri, che sia in negativo o in positivo, è determinato dal nostro atteggiamento interiore. Il fatto di non lottare contro l’influenza dell’altro, che sia musicista o attaccante è determinante. Di comprendere per due.
Chinen Kenyū Sensei l’esprime con queste parole: “La tecnica è uke [ricevere], lo spirito è attacco. […] Quando si padroneggia il principio di uke, non c’è più attacco o difesa. Uke è al di là di questa dualità, e ciò ha un impatto profondo sul nostro essere. […] Quando si è a proprio l’agio nel far fronte a un qualsiasi attacco, si sviluppa una sicurezza che ci permette di accogliere tutto, di affrontare tutto.”(3)

Nella nostra vita molto spesso per difenderci rifiutiamo di essere influenzati dall’altro, ma allora chiudiamo di fatto il solo canale che ci permette di sentire e di agire in funzione di quello che fa l’altro: la nostra sensibilità. È essa che ci permette di sentire l’altro. Non rifiutare l’altro, accettare la sua influenza non vuol dire esservi sottomessi. Assolutamente no. Abolire la differenza tra sé e l’altro e così permettere la fusione, se si muove, io mi muovo, perché noi non facciamo più che uno. Non c’è più azione/risposta. C’è Uno. In fondo è la stessa cosa che sia per sentire ciò di cui ha bisogno un neonato che non può ancora esprimersi, per sentire le cattive intenzioni di una persona o per sentire quando il cantante comincerà.
Tsuda Senseï scrive: «Anche se si comprende e si accetta l’Aikido come la via della comunione con l’Universo, sarà sul piano puramente spirituale. Appena alle prese con delle difficoltà reali, lo spirito cede il passo all’aggressività meschina.»(4)

Pur essendo forse molto lontani dalle capacità di questi maestri, possiamo praticare in questa direzione e ciò può essere utile nelle nostre vite. Per lavorare nello spirito di comunione il primo passo è un lasciare la presa. Se si ha la testa piena di paure, di credenze, se siamo confusi allora non si riesce più a lasciare sorgere dal fondo di noi stessi l’azione giusta, questa azione giusta che i cinesi chiamano Wuwei – Non-Agire. Si cerca la via d’uscita in tutte le direzioni, si cerca di difendersi, si rifiuta l’altro per sfuggirgli ma si sbatte contro il muro. Fukuoka Sensei diceva a proposito della ricerca teorica di una nutrizione corretta: “Se sperate di trovare un mondo luminoso dall’altra parte del tunnel, l’oscurità del tunnel durerà ancora più a lungo. Se non si cerca più di mangiare quello che è piacevole al gusto, si può gustare il vero sapore di tutto ciò che si mangia”(5).

Zanshin, spirito che permane, è anche una percezione fine della realtà che raggiunge il principio di yomi. Pensiamo di vedere la realtà, ma in effetti molto spesso ciò che vediamo è la nostra interpretazione di quello che ci circonda. O troppo ingenui manchiamo di vigilanza, oppure troppo rovinati, traumatizzati, finiamo per essere iper-diffidenti. Diventiamo allora aggressivi. Ma che le punte difensive della nostra armatura personale siano rivolte verso noi stessi o verso gli altri, il risultato saranno la ferita e la sofferenza. E ciò ci impedisce di vivere. Un’arte come l’Aikido, o i koryu antichi, mettendoci in situazione, permettendoci di superare le nostre paure, può aiutarci a riscoprire che non siamo così deboli.

Allora scopriremo un altro modo di adattarsi alla realtà che non vuole più dire essere schiacciati da essa. È qualcosa che si ritrova in altre arti, io trovo qualcosa di zanshin in questa frase di Rikyû, maestro di chanoyu(6) del XVI secolo, che rispose un giorno al suo discepolo:
«Fa una deliziosa tazza di tè; disponi il carbone di legno in modo da scaldare l’acqua; sistema i fiori come se fossero nei campi; in estate, evoca il fresco, in inverno, il caldo; anticipa in ogni cosa il tempo; preparati alla pioggia.»(7)

« Zanshin, l’esprit de l’ordinaire  » un article de Manon Soavi publié dans Dragon Magazine (Spécial Aïkido n°27) en janvier 2020.

Note:

1. Miyamoto Musashi, Il Libro dei Cinque Elementi (traduzione e commento di Kenji Tokitsu), Rotolo dell’acqua, p.23, Oriental Press s.r.l. , 2004.
2. Miyamoto Musashi, Il Libro dei Cinque Elementi (traduzione e commento di Kenji Tokitsu), Rotolo dell’acqua, p.23, Oriental Press s.r.l., 2004.
3. Magazine Yashima numéro 4 mai 2019 Chinen Kenyū, au cœur des traditions d’Okinawa, p.26.
4. Itsuo Tsuda La Scienza del particolare, p.147, Yume Editions 2019.
5. Masanobu Fukuoka La révolution d’un grain de paille, p.150, Trédaniel Éditeur 1978.
6. Chanoyu impropriamente tradotto con cerimonia del tè, letteralmente “Acqua calda del tè”
7. Soshitsu Sen, Vie du Thé, esprit du Thé, p.41, Édition Seuil 2013