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Zanshin, lo sprito dell’ordinario

di Manon Soavi

Insegnante di Aikido, ed anche pianista concertista, ho incontrato la nozione di zanshin attraverso diverse esperienze nel mio percorso. Quando ho cominciato lo studio di diversi koryu quindici anni fa (Bushuden Kiraku Ryu, Niten Ichi Ryu, Choku Yushin Ryu, e un po’ di Shinkage Ryu), ho anche approfondito questa nozione nella pratica delle armi, con il maneggiare la spada, il bo, il kusarigama, o anche nella pratica a mani nude con i numerosi kata di jujutsu che queste antiche scuole possiedono.
Benché la mia strada nelle arti marziali sia sicuramente ancora lunga desidero condividere qui qualche riflessione sull’argomento.

Ho notato che una delle contraddizioni umane attuali è la nostra fascinazione per la forza esteriore che va di pari passo al nostro disprezzo per la sensibilità e le sensazioni del nostro corpo che releghiamo al rango di sentimentalismo. Paradossalmente il nostro modo di vivere in Occidente non è mai stato cosi facile, con così pochi sforzi fisici da fare. I nostri avi erano molto probabilmente più resistenti alla marcia, al freddo o anche al dolore, poiché non c’erano così tanti mezzi capaci di farsi carico del più piccolo dei loro malanni, o di supplire al più piccolo dei loro sforzi. Per questo si può dire che mancassero di sensibilità? Non lo credo, perché la capacità di sentire prima di riflettere è sempre stata indispensabile per vivere e zanshin, secondo la mia esperienza, è prima di tutto una questione di sensazione e di presenza nell’istante presente.

Zanshin può essere tradotto con “spirito che permane” ma per le culture orientali il corpo e lo spirito non sono due cose separate. Questo “spirito che permane” corrisponde a una sensazione precisa, ed è essa che ci guida nella sua applicazione qualunque sia la disciplina praticata. Sono delle sensazioni particolari per colui che agisce così come per colui che riceve. Zanshin è una sensazione e allo stesso tempo uno stato che si (ri)scopre.

Storicamente i principi come Zanshin, Mushin, ecc., rimandano meno a delle idee che a delle realtà vissute da generazioni di persone. Ciò riporta a esperienze dirette, reali, che, per essere trasmesse, sono state “concettualizzate”. Si tratta quindi di un atto o di uno stato che possiamo ritrovare, malgrado le nostre differenze d’epoca e di culture. Non sono grandi princìpi scomparsi con i Samurai e la loro epoca, e neanche dei princìpi limitati alle arti marziali. Sono princìpi che irrigano tutta la cultura, in particolare quella giapponese, ma anche e soprattutto quella cinese.

Manon Soavi Zanshin, l'esprit de l'ordinaire

L’immagine come rivelatore

Gli antichi Cinesi insegnavano attraverso delle immagini, delle evocazioni che dovevano far nascere, dovevano rivelare, nel cuore dell’apprendista una sensazione che l’avrebbe guidato verso la comprensione profonda. Una comprensione fisica poiché si trattava di far appello a un’esperienza reale che l’altro potesse condividere. Utilizzavano principalmente la natura come rivelatore di sensazione, dato che l’osservazione della natura era un’esperienza di vita condivisa da tutti all’epoca. Ma si trova questo modo di trasmettere anche nelle arti d’Occidente. Come in musica per esempio, perché al di là di qualche consiglio di base, il gesto del musicista non è trasmissibile ed è impossibile da comprendere intellettualmente.

Cosa fa la differenza tra il principiante che preme un tasto del piano e il maestro che fa suonare la prima nota di una sonata? È obbiettivamente lo stesso tasto e lo stesso meccanismo per colpire la corda. Tuttavia il suono non avrà niente a che vedere. È la sensibilità del maestro che farà la differenza. Così anno dopo anno l’apprendista cercherà come far suonare diversamente il suo strumento, e il maestro cercherà come risvegliare nell’altro la sensazione che ha all’interno di sé. È per questo che alcuni utilizzano delle parole evocatrici, parlano di suonare “a fondo” o d’”impastare” la tastiera, che obbiettivamente non vuol dire niente di niente! Tutte queste immagini fanno appello alle nostre risorse interiori, per ritrascrivere su del legno e delle corde, una sensazione interna e che questa sensazione sia, inoltre, condivisa da chi ascolta. È in questo che tocchiamo con mano la fusione di sensibilità che ci permette di sentire cosa succede nell’altro, è una trasmissione da sensibilità a sensibilità. Come zanshin che sarà riuscito solo se le due persone lo sentono.
Allora al di là di ciò che noi sappiamo oggettivamente su cosa vuol dire “zanshin”, trovo interessante cercare in noi a quali esperienze possiamo collegare questo principio. Come renderlo concreto per noi.

Manon Soavi Zanshin, l'esprit de l'ordinaire

Lo spirito dell’ordinario

Nel corso degli anni in cui ho svolto la professione di musicista sono stata a volte in uno stato che associo a zanshin. Quando suonavo con altri musicisti e cantanti dovevo essere totalmente disponibile nei confronti di ciò che succedeva all’esterno, l’altro musicista, e allo stesso tempo concentrata sui miei gesti per suonare la mia parte di piano. Gli imprevisti del concerto live facevano sì che non potessi contare sul fatto che tutto sarebbe andato come previsto. Non succede mai, per quanto si sia molto preparati, la scena è un’esperienza unica. La preparazione serve a ridurre al massimo l’imprevisto ma non assolutamente ad eliminarlo. Bisogna allora reagire istantaneamente, essere il più possibile con gli altri perché l’armonia continui. Essere allo stesso tempo iper-vigilante, e nel contempo mantenere una concentrazione vaga, perché appena mi fissavo su una sola cosa, perdevo l’insieme. Secondo me questa frase di Musashi riassume perfettamente questo stato:
“Nella vita quotidiana, come in strategia, bisogna avere lo spirito aperto e mantenerlo ben diritto, non troppo teso ma neppure rilassato”(1).

Musashi diceva anche che lo spirito ordinario deve essere quello del combattimento, lo spirito del combattimento deve essere lo spirito dell’ordinario.(2) Tuttavia non si può essere sempre all’erta, quindi lo spirito del combattimento non significa essere “all’erta”, significa qualcos’altro… Si può anche immaginare che questa attitudine sia ben lontano dall’apatia che si riscontra molto spesso oggi. La traduzione di zanshin con “spirito che permane” ci dà forse una pista, più dell’idea un po’ riduttiva di “vigilanza”.

Anche se oggi rari sono coloro tra noi che incontrano il “combattimento reale”, ci confrontiamo tutti con molteplici piccoli “combattimenti ordinari” nelle nostre esistenze. E a volte anche in questi casi si può vedere sorgere “zanshin”. Per me è stato il caso in occasione di esperienze spiacevoli che ho fatto. Mi ricordo la volta in cui, bloccata in un festival di diversi giorni, in un paesino, tutte le ragazze che vi partecipavano si sentivano a disagio e inquiete perché il responsabile dello stage, professore e violinista affermato, metteva le mani su di loro in modo inopportuno. Avevo allora ventun anni e tra i corsi e le prove, le ragazze, tra loro, parlavano di questi momenti molto spiacevoli e li temevano. In occasione di un pranzo tutti insieme, il professore cominciò a risalire la tavolata. Passando dietro ognuna per dare gli orari di prove della giornata. Lo vedevo avvicinarsi, distribuendo carezze nei capelli o sulle spalle, piccole battute equivoche, ecc. e vedevo con costernazione le teste delle ragazze che si abbassavano e aspettavano l’inevitabile al suo passaggio, o ridevano di un riso nervoso. Era per me inconcepibile non fare niente, quindi l’ho guardato arrivare senza sapere cosa avrei fatto, e prima che passasse dietro di me mi sono girata verso di lui e l’ho guardato dritto negli occhi parlandogli del programma. So che in quel momento il mio sguardo diceva “No”. Si è fermato e non mi ha toccato. Per tutto il festival sono rimasta presente, senza apertura. Non mi ha mai toccata.

Ciò non mi successo solo con uno, diversi insegnanti e altri ragazzi ubriachi hanno capito che non potevano avvicinarsi. In caso contrario cosa avrei fatto? Non lo so. In tutte queste piccole situazioni che mi sono capitate ciò che mi ha sempre colpito è che tutto era molto prevedibile e che era alla fine relativamente semplice tenerli in scacco, “bastava” esserci e ascoltare questa sensazione di pericolo che ci tocca prima di qualsiasi evento. Ovviamente le cose sarebbero state diverse in caso di aggressione più grave, è questione diversa, ma incorriamo anche in molte di queste “piccole” aggressioni che, se le si subiscono, incapaci di reagire, ci segnano nel cuore e nel corpo.

Manon Soavi Zanshin, l'esprit de l'ordinaire

Essere influenzati

Lo studio dell’Aikido a partire dalla mia infanzia, come via d’armonizzazione con l’altro mi ha aiutato, ne sono sicura, ad attraversare questi momenti difficili, come mi ha aiutato a lavorare in simbiosi con altri musicisti. Poiché il nostro modo di interagire con gli altri, che sia in negativo o in positivo, è determinato dal nostro atteggiamento interiore. Il fatto di non lottare contro l’influenza dell’altro, che sia musicista o attaccante è determinante. Di comprendere per due.
Chinen Kenyū Sensei l’esprime con queste parole: “La tecnica è uke [ricevere], lo spirito è attacco. […] Quando si padroneggia il principio di uke, non c’è più attacco o difesa. Uke è al di là di questa dualità, e ciò ha un impatto profondo sul nostro essere. […] Quando si è a proprio l’agio nel far fronte a un qualsiasi attacco, si sviluppa una sicurezza che ci permette di accogliere tutto, di affrontare tutto.”(3)

Nella nostra vita molto spesso per difenderci rifiutiamo di essere influenzati dall’altro, ma allora chiudiamo di fatto il solo canale che ci permette di sentire e di agire in funzione di quello che fa l’altro: la nostra sensibilità. È essa che ci permette di sentire l’altro. Non rifiutare l’altro, accettare la sua influenza non vuol dire esservi sottomessi. Assolutamente no. Abolire la differenza tra sé e l’altro e così permettere la fusione, se si muove, io mi muovo, perché noi non facciamo più che uno. Non c’è più azione/risposta. C’è Uno. In fondo è la stessa cosa che sia per sentire ciò di cui ha bisogno un neonato che non può ancora esprimersi, per sentire le cattive intenzioni di una persona o per sentire quando il cantante comincerà.
Tsuda Senseï scrive: «Anche se si comprende e si accetta l’Aikido come la via della comunione con l’Universo, sarà sul piano puramente spirituale. Appena alle prese con delle difficoltà reali, lo spirito cede il passo all’aggressività meschina.»(4)

Pur essendo forse molto lontani dalle capacità di questi maestri, possiamo praticare in questa direzione e ciò può essere utile nelle nostre vite. Per lavorare nello spirito di comunione il primo passo è un lasciare la presa. Se si ha la testa piena di paure, di credenze, se siamo confusi allora non si riesce più a lasciare sorgere dal fondo di noi stessi l’azione giusta, questa azione giusta che i cinesi chiamano Wuwei – Non-Agire. Si cerca la via d’uscita in tutte le direzioni, si cerca di difendersi, si rifiuta l’altro per sfuggirgli ma si sbatte contro il muro. Fukuoka Sensei diceva a proposito della ricerca teorica di una nutrizione corretta: “Se sperate di trovare un mondo luminoso dall’altra parte del tunnel, l’oscurità del tunnel durerà ancora più a lungo. Se non si cerca più di mangiare quello che è piacevole al gusto, si può gustare il vero sapore di tutto ciò che si mangia”(5).

Zanshin, spirito che permane, è anche una percezione fine della realtà che raggiunge il principio di yomi. Pensiamo di vedere la realtà, ma in effetti molto spesso ciò che vediamo è la nostra interpretazione di quello che ci circonda. O troppo ingenui manchiamo di vigilanza, oppure troppo rovinati, traumatizzati, finiamo per essere iper-diffidenti. Diventiamo allora aggressivi. Ma che le punte difensive della nostra armatura personale siano rivolte verso noi stessi o verso gli altri, il risultato saranno la ferita e la sofferenza. E ciò ci impedisce di vivere. Un’arte come l’Aikido, o i koryu antichi, mettendoci in situazione, permettendoci di superare le nostre paure, può aiutarci a riscoprire che non siamo così deboli.

Allora scopriremo un altro modo di adattarsi alla realtà che non vuole più dire essere schiacciati da essa. È qualcosa che si ritrova in altre arti, io trovo qualcosa di zanshin in questa frase di Rikyû, maestro di chanoyu(6) del XVI secolo, che rispose un giorno al suo discepolo:
«Fa una deliziosa tazza di tè; disponi il carbone di legno in modo da scaldare l’acqua; sistema i fiori come se fossero nei campi; in estate, evoca il fresco, in inverno, il caldo; anticipa in ogni cosa il tempo; preparati alla pioggia.»(7)

« Zanshin, l’esprit de l’ordinaire  » un article de Manon Soavi publié dans Dragon Magazine (Spécial Aïkido n°27) en janvier 2020.

Note:

1. Miyamoto Musashi, Il Libro dei Cinque Elementi (traduzione e commento di Kenji Tokitsu), Rotolo dell’acqua, p.23, Oriental Press s.r.l. , 2004.
2. Miyamoto Musashi, Il Libro dei Cinque Elementi (traduzione e commento di Kenji Tokitsu), Rotolo dell’acqua, p.23, Oriental Press s.r.l., 2004.
3. Magazine Yashima numéro 4 mai 2019 Chinen Kenyū, au cœur des traditions d’Okinawa, p.26.
4. Itsuo Tsuda La Scienza del particolare, p.147, Yume Editions 2019.
5. Masanobu Fukuoka La révolution d’un grain de paille, p.150, Trédaniel Éditeur 1978.
6. Chanoyu impropriamente tradotto con cerimonia del tè, letteralmente “Acqua calda del tè”
7. Soshitsu Sen, Vie du Thé, esprit du Thé, p.41, Édition Seuil 2013

 

 

Zanshin, uno stato naturale del corpo

di Régis Soavi

Se traduciamo Zanshin con “mantenere l’attenzione dopo un combattimento o dopo una tecnica”, anche se rimaniamo nella tradizione marziale non raggiungiamo il suo significato profondo.

Tenshin: il cuore del cielo.

Nel termine Zanshin ci sono due kanji: 残 (càn o zan), ciò che resta, che permane, e 心 (Shin o Kokoro). Se il secondo ha un significato conosciuto da tutti gli Aikidoka, mi sembra tuttavia necessario precisarne il valore poiché corrisponde a quello su cui possiamo basarci per trovare la strada della pienezza nella vita. Per Itsuo Tsuda Sensei un’espressione rifletteva e animava le pratiche che proponeva, sia l’Aikido che il Katsugen undo. Quest’espressione, “Tenshin”, egli l’aveva tradotta con «il cuore di cielo puro». Scrive: «la parola kokoro che ho tradotto con “cuore” è etimologicamente identica a quest’ultimo: l’organo centrale dell’apparato circolatorio. Tuttavia, l’accezione è del tutto diversa. Il “cuore” in francese è piuttosto il sentimento, mentre il kokoro in giapponese non è esattamente il sentimento, né lo spirito, né il pensiero. È qualcosa che sentiamo dentro di noi, si avvicina piuttosto al mind in inglese. Se si traduce con mentale o psichico, sarà ancora diverso. La ricerca di un kokoro che resta imperturbabile davanti a un pericolo imminente, che resta calmo in ogni circostanza, è lo scopo principale che si impone a chi cerca di raggiungere la perfezione nel mestiere delle armi»(1) «La vostra mente deve essere sgombra da ogni pensiero, buono o cattivo. Questo stato d’animo è paragonato al Cielo puro – Tenshin».(2)

L’Aikido: reimparare la libertà

Dai nostri primi passi sui Tatami, sorge la concentrazione. È sufficiente il saluto in direzione del Tokonoma perché il nostro corpo reagisca, che lasci questo stato che potremmo definire quotidiano per entrare in quello molto particolare di Zanshin. È fondamentalmente uno stato naturale, uno stato in cui la nostra animalità biologica (nel buon senso del termine) riemerge. Tutta la tradizione che ci viene da O Sensei e che ci è stata trasmessa dal suo allievo diretto Tsuda Sensei è essenziale per comprenderlo. È nella maniera in cui sono eseguiti gli esercizi come la vibrazione dell’anima, i movimenti del rematore, così come tanti altri, che generalmente sono a torto assimilati a un riscaldamento, che ci rendiamo conto della loro importanza. È tutta l’attenzione accordata alla respirazione che ci permette di sentire a livello fisiologico la circolazione del Ki e ci richiama verso questo stato di concentrazione che è Zanshin. Tutta questa prima parte di una seduta ordinaria nella nostra Scuola è stata concepita per condurci, per portarci in un al di là di noi stessi, un al di là di ciò che molto spesso siamo diventati – dei tizi qualunque della nostra società. Se siamo sufficientemente attenti ne sentiamo immediatamente gli effetti. Evolviamo sui Tatami in un modo profondamente differente, quello che sentiamo, la nostra percezione dell’altro, degli altri, diventa al contempo più fine e più accentuata, più larga e più leggera. È giorno dopo giorno immergendosi in quest’ambiente che si può al contempo reimparare la libertà di movimento, un primo passo verso la libertà interiore, e sentire il nostro spazio, i nostri spazi. Ritrovare la sensazione del posizionamento delle forze che ci circondano, scoprire o riscoprire che niente è finito, né concluso, ma che tutto è legato, che Zanshin è un momento di un’eternità che segue il suo corso in tutte le direzioni.

La vita quotidiana: un rivelatore

Senza che ne abbiamo coscienza, senza che agiamo in modo volontario, il nostro corpo reagisce continuamente alle molteplici aggressioni che subiamo tutti i giorni da parte dell’ambiente che ci circonda. Che questi attacchi siano originati da batteri, da virus, o anche più semplicemente che siano dovuti alla qualità della nostra alimentazione, il nostro corpo risponde in maniera adeguata grazie al suo sistema immunitario, al suo sistema digestivo o qualsivoglia altro sistema in funzione del mal funzionamento. La risposta del corpo, se il terreno è buono, se ad esempio il nostro sistema immunitario è ben sveglio, non è limitata a qualche schermaglia qua e là, la mobilitazione del corpo è totale e il combattimento può essere a volte di una grande violenza. Una volta finito il combattimento, il corpo non si mette subito a riposo, non si riaddormenta tanto velocemente non appena il pericolo è passato (cosa che la nostra mente, lei, avrebbe perfettamente ammesso). Il nostro sistema involontario non allenta la propria attenzione, eliminando fino all’ultimo batterio, fino all’ultimo virus, o immobilizzandoli, bloccandoli in modo da renderli inoffensivi. E anche in questo caso non è tutto finito, resta vigile tenendo d’occhio tutto quel che succede, sereno ma attento al minimo movimento degli aggressori, quali che siano. Questo è lo stato di Zanshin naturale e involontario di un corpo che reagisce in modo sano e dunque esattamente all’opposto di un corpo apatico. Quando tutto è veramente finito la vita riprende per così dire il suo corso naturale. È fondamentale favorire il fatto che questo lavoro all’interno del nostro corpo possa compiersi in tutta tranquillità senza spaventarci al minimo dolore o alla minima reazione perturbante. Per chi si avvicina ad un’arte marziale – e l’Aikido in particolare – per la prima volta, gli obiettivi sono spesso molteplici, e vanno dal bisogno di muoversi a quello di difendersi passando per tutte le varianti, reali o fantasmatiche. La scoperta di Zanshin è parte integrante dell’insegnamento dell’Aikido, e la sua comprensione in profondità così come la sua estensione a tutti gli aspetti della nostra vita apportano una maggiore tranquillità di fronte agli eventi imprevisti e permettono di vivere più pienamente nel quotidiano. Perché in definitiva è nel quotidiano che si verifica l’utilità della pratica. Senza essere utilitarista è sempre piacevole vedere e verificare ciò che essa ci apporta nella nostra vita di tutti i giorni. L’attenzione, la concentrazione, come pure il piacere nella realizzazione di un lavoro non possono realmente esserci senza la condizione di presenza che chiamiamo Zanshin, e questo anche se non ne abbiamo coscienza.

Dei cerchi nell’acqua

Quando il bambino lancia un sasso nell’acqua calma di un piccolo stagno, rimane a guardare i cerchi concentrici che si sviluppano e si allargano a partire da quel centro che li ha creati. Se ha conservato la sua natura profonda, se essa non è stata distrutta dagli adulti, genitori, educatori o insegnanti che cercano di spiegargli la ragione scientifica del fenomeno, o che, affrettati per via del loro tempo così prezioso, accordano solo poca importanza a questo piccolo gioco insignificante, allora, immobile, contemplativo ma molto concentrato, aspetta che i cerchi si smorzino, che le loro vivacità iniziali diminuiscano sempre più finendo per non essere più riconoscibili, a fare corpo unico con il movimento naturale dell’acqua increspata, leggermente spinta dal vento. Anche questo momento così prezioso è Zanshin, è un istante che si potrebbe anche vedere come sacro, in cui il kokoro del bambino si calma, in cui ritrova la sua natura primordiale, la sua vera natura.

La scuola, o come rompere questo stato naturale

Tutto l’apprendimento scolastico mira a dare al bambino delle armi per il futuro, l’idea sulla carta è di certo buona ma la realtà è tutt’altra. Il sistema di valutazione, che sia in cifre o sotto forma di lettere all’anglosassone, è fonte di paura, o perfino di angoscia, sempre di inquietudine e produce, di fatto, più disastri che benefici. In questo caso non si lavora per il piacere di scoprire, e nemmeno per un risultato concreto, ma per un voto, per un apprezzamento che dovrebbero rappresentare il nostro livello nel sistema. Tuttavia non si contano più i pedagoghi che da più di un secolo hanno denunciato i misfatti di questo tipo di scolarizzazione e di questo modo di educazione. Tutto al contrario della condizione di Zanshin si attende il verdetto, il risultato dell’interrogazione scritta, del compito, dell’esame. Invece di sviluppare le capacità fisiche o intellettuali del bambino, si fa di lui un essere impaurito o più tardi un ribelle che aspira solo a uscire dal sistema nel quale si trova incastrato, per respirare anche solo un po’ più liberamente. Il danno tuttavia non è irrimediabile, è anche a questo che serve la nostra pratica, rimettere in piedi ciò che non avrebbe mai dovuto essere abbandonato né distrutto.

Prima finisci la scuola!

Chi non ha mai sentito questa frase, divenuta un leitmotiv genitoriale? Quali sono i genitori che hanno lasciato i loro figli andare nella direzione che avevano deciso da soli di prendere, sostenendoli malgrado la disapprovazione generale della famiglia e dell’entourage? In Francia la nuova legge sull’insegnamento (obbligo dell’istruzione dai tre ai diciott’anni) costringe i genitori, che a volte, perché un giorno hanno preso coscienza dei disastri che hanno subito durante la propria infanzia, hanno scelto l’insegnamento a domicilio, a rimanere malgrado tutto nel quadro dell’educazione nazionale. A far subire esami e test che i bambini devono superare pena il reinserimento in una scuola riconosciuta dallo Stato. Come permettere al bambino, all’adolescente, di scoprire, di riscoprire o di conservare quello che ha sempre avuto e che non avrebbe mai dovuto perdere: Zanshin, questo stato di concentrazione che perdura al di là dell’atto, questo stato istintivo che ci procura il piacere, la soddisfazione, e rafforza le nostre capacità permettendo loro di approfittare dell’esperienza acquisita in questo momento grazie a questo piccolo momento di pausa in cui qualcosa resta in sospeso? Il bambino, maschio o femmina, durante questo tempo incerto in cui tutto è possibile, sfugge al mondo delle convenzioni sociali, diventa forte, di questa forza che nessuno potrà sottrargli, si apre a una intelligenza che appartiene solo a lui e che non è opera di alcuna dottrina, di alcuna ideologia.

Ai-uchi, ai-nuke

A partire da Zanshin un mondo può ricostruirsi se non è stato distrutto o semplicemente rovinato. Nella pratica dello Zen è lo spirito di Zanshin che permane o lo spirito con cui si compie qualsiasi gesto che permette di ritrovare ciò che è stato perduto, nell’Aikido non è lo spirito combattivo che ci permette di vivere in armonia, bensì quello che c’è dietro, in profondità e che anima la nostra azione. Itsuo Tsuda Sensei ci racconta la storia di questo grande maestro del XVII secolo Sekiun Harigaya che aveva trovato la pace interiore. «Dopo esser stato a lungo tormentato dall’incertezza che regna quando ci si trova in una situazione estrema, in cui nessun ricorso a un precedente serve a giustificarci, trovò: “Vincere i più deboli, farsi battere dai più forti, e annientarsi a vicenda fra eguali, sono soluzioni senza uscita.” Anche se si ottiene la vittoria colpo su colpo, secondo lui non è altro che una bestialità. Non sono altro che combattimenti fra lupi o tigri. Si rimarrà sempre nella relatività, nell’opposizione. Bisogna uscirne per trovare la vera via. Come uscire dalla bestialità per trovare la vera via? Soprattutto in una situazione in cui il risultato non si misura con dei punteggi. La formula consacrata fino ad allora è stata “ai-uchi”, annientamento reciproco. A voler battere l’altro, cercando al contempo di conservare la propria integrità, si perde tutto, poiché all’ultimo momento si è vinti dalla paura che ci paralizza. Per uscire da questa dualità che ci tormenta, si decide di morire, abbandonando tutto ciò che abbiamo. “Quando avrai la mia pelle, avrò la tua carne. Quando avrai la mia carne, avrò le tue ossa”, questo è il motto degli spacconi. Si resta comunque nella bestialità. Dopo lunghi anni di meditazione, Sekiun trova la sua formula ai-nuke, passare al di là reciprocamente. La base di questa formula è la scoperta del kokoro, immutabile, eterno, nel quale non c’è l’annientamento dell’avversario, ma soltanto il rispetto dell’altro. Questo ai-nuke indica una posizione abbastanza vicina a quella dell’Aikido del M° Ueshiba. Se si affronta l’altro senza alcuna aggressività, è ai-nuke, ma se si mantiene la minima aggressività, è ai-uchi. Ma come si può svuotarsi da ogni aggressività quando ci si trova per l’appunto in una situazione di aggressività in cui si rischia di perdere tutto? Questa non-aggressività, se viene, non da un moralista o da un pacifista religioso, ma da qualcuno che ha conosciuto 52 combattimenti reali fino all’età di 50 anni, può avere un valore del tutto diverso.»(3) Zanshin è al centro del problema, perché si tratta di una presenza a se stessi come pure all’altro, senza aggressività, senza attese, senza ricerca di un qualsivoglia risultato. Zanshin non è né la fine né l’inizio di un movimento, non rappresenta il potere di uno dei due su un avversario, è un tempo, uno spazio-tempo non definito, ma che si realizza concretamente. Ritrovare il Kokoro dell’infanzia, ritrovare la concentrazione, la gioia semplice di sentirsi pienamente vivi, non accontentarsi più dell’aspetto superficiale della sopravvivenza che ci viene imposta dalla società, è la strada che ci viene proposta nell’Aikido. Anche se questa strada esige da noi rigore e determinazione, continuità e introspezione, io l’ho sempre sentita e vissuta come più facile dell’abdicazione, della rinuncia e dunque della disillusione o della passività.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 27) nel mese di gennaio del 2020.

1) Tsuda Itsuo, La voie des dieux, Le courrier du livre, 1982, p 61.
2) Tsuda Itsuo, Cœur de ciel pur,Le courrier du livre 2014, p 91.
3) Tsuda Itsuo, La voie des dieux, Le courrier du livre, 1982, p 63.
Foto: Bas Van Buuren, Sara Rossetti

La forza vitale

di Régis Soavi

Perché parlare della forza vitale quando l’argomento sembra démodé? Oggi è generalmente considerato come una sorta di residuo ideologico degli anni Sessanta.
Oppure resta apparentemente appannaggio privilegiato di un esiguo numero di persone alla ricerca di effetti misteriosi?

Se la forza fisica resta per molte ragioni e in molti casi un tema importante, non è uno stato permanente e inalterabile. Esistono numerosi fattori che dobbiamo prendere in considerazione: l’età dell’individuo, il suo stato di salute, il suo mentale, la sua situazione sociale, la sua concezione del mondo, ecc. La stessa cosa vale per la cosiddetta forza mentale o, più comunemente parlando, la forza di carattere.

Lo spettacolare

Avere un corpo da dio o da dea ha sempre fatto sognare la gioventù, è chiaro che lo stato del corpo dovrebbe essere riflesso dalla sua apparenza. La silhouette di una persona era uno dei mezzi per giudicare lo stato di salute, la sua forza, la sua potenza. Le statue dell’antica Grecia o dell’antica Roma servivano da esempio. L’accento era posto sull’estetica delle forme e delle proporzioni. Accade lo stesso oggi, ma i modelli sono cambiati perché appartengono soprattutto agli ambienti trendy della “people society”: attori, sportivi di alto livello, modelli, ecc. Le immagini che ci vengono proposte, anche quando non vengono ritoccate, ci fanno apparire un mondo completamente irreale di giovani persone innocenti, sprizzanti salute, saltellanti e in grado di realizzare degli “exploits” con la massima facilità. «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» (1) In questo mondo di false apparenze come non passare per un guastafeste quando si tenta di presentare valori diversi da quelli che sono messi in scena dalla pubblicità al servizio dell’Economia e della volontà di potenza di qualcuno, a scapito della maggioranza degli individui?

Tsuda Itsuo montrant les points du ventre pendant une conférence.
Itsuo Tsuda mostra i punti del ventre durante una conferenza

Un problema di società

La società del 2019 non è la società del ventesimo secolo e ancora meno quella del diciannovesimo. A quell’epoca la forza fisica aveva qualcosa di naturale, oserei dire di primitivo, oggi non è più così. Se, per esempio, in Occidente, i progressi della medicina hanno potuto salvare delle persone e permettere un allungamento della durata di vita, d’altro canto hanno ridotto molta gente ad essere dipendente da trattamenti e medicinali, creando in tal modo una società di assistiti la cui forza vitale sembra essersi gravemente indebolita. I laboratori farmaceutici non si fanno scrupoli a produrre a profusione sempre più sostanze, nuove molecole, che dovrebbero rendere la vita più facile. Uno degli esempi che ha fatto scandalo recentemente è quello dei drogati su prescrizione medica. Gli antidolorifici a base di oppiacei, per via dell’assuefazione che generano, hanno già fatto non solo due milioni di persone dipendenti da queste sostanze, ma anche centinaia di migliaia di drogati che non sanno più come procurarsi la propria dose e persino, drammaticamente, più di quarantottomila morti negli Stati Uniti nel 2017. (2) La medicina dello sport in alcuni paesi, e questo ormai da decenni, non esita a drogare gli atleti per permettere al loro paese di vincere una medaglia. In ambito sportivo i record sono costantemente superati, ovunque la competizione infuria, ma sembra difficile vincere e anche solo essere selezionati senza avere degli specialisti del corpo e della medicina all’interno del proprio staff tecnico.
La sola forza fisica naturale non basta più, ci vuole più di questo oggi, molto di più. Si propongono integratori alimentari, cocktail di sostanze sempre più sofisticati per superare i limiti umani naturali, ma anche semplicemente per essere sempre in forma o quantomeno per apparire tali, e quando le conseguenze dei trattamenti, o piuttosto dei cattivi trattamenti del corpo, sopraggiungono, è già troppo tardi per tornare indietro.

L’ecologia umana

Il fatto che una parte della nuova generazione abbia preso coscienza dello stato del pianeta potrebbe essere il punto di partenza di una presa di coscienza più globale. L’assoluta necessità di rivedere non soltanto la produzione di prodotti di consumo, ma anche gli schemi di questa stessa produzione, se spinta un po’ più lontano dovrebbe portare la società alla comprensione di questo bisogno imperativo di cambiare orientamento.
Se la tecnologia ha dei lati pratici, dobbiamo forse rinunciare a pensare da soli per seguire le tracce prestampate dei software, degli algoritmi, o dei motori di ricerca? La medicina occidentale, che è un’arte e non una scienza, ha fatto dei grossi progressi dal punto di vista della comprensione e del trattamento di certe malattie umane, ma dovremmo per questo abbandonare il nostro libero arbitrio e rimetterci nelle sue mani senza cercare di comprendere o di sentire ciò che più ci corrisponde? La società ci ingozza di raccomandazioni che, se non ci fanno più ridere, spesso ci lasciano indifferenti: «Mangiate muovetevi» «Mangiate cinque frutti e verdure al giorno» «Attenzione al tasso di colesterolo, mangiate prodotti light» «Rispettate scrupolosamente il numero di ore di sonno» ecc. L’essere umano moderno finisce per seguire le direttive di persone che pensano per lui in materia di salute, di lavoro, di incontri; tutto è preparato, pre-digerito, in nome del nostro benessere, per realizzare ciò che scrittori come Evgenij Zamjatin, già nel 1920, Aldous Huxley nel 1932, o George Orwell nel 1949, avevano descritto nei loro romanzi di fantascienza sociologica, cioè “un mondo ideale”. Stiamo già vivendo in quel mondo che Huxley predisse in una conferenza nel 1961?
«Ci sarà, in una delle prossime generazioni, un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici ». (3) Lungi da me l’idea di perpetrare ideologie reazionarie o passatiste, che hanno la tendenza di risolvere le questioni a colpi di “basterebbe…” o di propugnare la rinascita di valori patriarcali o razzisti, che fortunatamente sono, o, oso sperare, dovrebbero essere superati. I passi da fare sono di tutt’altra dimensione. Non si tratta d’altro che di trovare dei valori umani ed è forse questa la vera rivoluzione. L’Aikido è portatore di questa speranza, ma non dobbiamo sbagliarci di direzione.

Respiration KA MI : activation de la force vitale
Respirazione Ka Mi: attivazione della forza vitale

La forza vitale

Espressioni popolari come “avoir du cœur au ventre” (4) o “avoir des tripes” (5) esprimono bene l’importanza che la maggioranza delle persone di non molto tempo fa accordavano a questa regione del corpo, il coraggio non si trova nella riflessione ma nell’azione della parte bassa del corpo.
La forza vitale era un argomento ben noto ai maestri di arti marziali, e questi accordavano la più grande attenzione al farne uno dei temi più importanti, se non proprio il centro, dei loro insegnamenti. Tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere i maestri della prima generazione dopo O Sensei sanno che il valore di Noquet Sensei, Tamura Sensei, Yamaguchi Sensei o Noro Sensei, e molti altri ancora, non risiedeva nella qualità, evidentemente irreprensibile, delle loro tecniche, ma nella loro presenza, semplice riflesso della loro personalità, della loro forza vitale.
Anche Itsuo Tsuda Sensei, maestro di Aikido, faceva parte di questa generazione, ma egli è stato anche uno dei maestri della prima generazione dopo Noguchi Haruchika Sensei, nell’arte del Seitai, e ha scritto molto su questo soggetto fin dal suo primo libro Il Non Fare da cui ho tratto qualche estratto.
«Dal punto di vista del Seitai il ventre non è semplicemente un contenitore di diversi organi digestivi, come insegna l’anatomia. Il ventre, già conosciuto in Europa con il nome giapponese di “hara”, è la sorgente e il deposito della forza vitale.» (6)
«La vita agisce come una forza che dà coesione agli elementi assorbiti. […] È questa forza di coesione che noi chiamiamo “ki”. […] Ciò che interessa il Seitai, non sono i dettagli della struttura anatomica, ma il comportamento di ciascun individuo che rivela lo stato di questa forza di coesione. Questa coesione, nella fattispecie, è alla ricerca spontanea di un equilibrio e si manifesta in due modi diametralmente opposti: in eccesso o in deficit. Quando il ki, forza di coesione o energia vitale, è in eccesso, l’organismo rigetta automaticamente tale eccesso per poter ristabilire l’equilibrio. Ciò che disorienta l’osservatore è che il rigetto, lungi dall’essere semplice, si effettua sotto forme diverse e complesse. Nell’individuo, esso si manifesta nel comportamento verbale, nel suo gesto o nel suo atto. Invece, quando il ki è in deficit, l’organismo reagisce per colmare questa insufficienza, attirando verso di sé il ki degli altri, cioè, la loro attenzione.» (7)
Nel Seitai esiste un mezzo per rendersi conto dello stato del koshi e della forza vitale, semplicemente verificando l’elasticità del terzo punto del ventre che si trova approssimativamente due dita al di sotto dell’ombelico. Se il punto è positivo, ovvero se si sente che rimbalza quando ci si preme sopra, allora tutto va bene, ci si rimetterà rapidamente in caso di difficoltà o di malattia, se invece le dita affondano e ritornano solo con lentezza, se il ventre è molle, allora lo stato del corpo è in difficoltà, questa mancanza di tono è rivelatrice dello stato della forza vitale. Preferisco astenermi dal fornire maggiori dettagli al fine di evitare che degli appassionati del fai da te presuntuosi o mal informati comincino a toccare dappertutto. In ogni caso potete provare su voi stessi, ma mai sugli altri, anche se sono d’accordo, il rischio di perturbare il loro ritmo biologico e quindi di conseguenza la loro salute è troppo grande, inutile giocare all’apprendista stregone.
La forza vitale è quella che ci fa risalire la china quando tutto sembra perduto. È quella che ci permette di concretizzare progetti che a volte sembrano impossibili da realizzare.

Représentation du hara ; Basilique Saint-Sernin à Toulouse
Rappresentazione dell’hara, Basilica Saint-Sernin a Tolosa

La tecnica Seitai: un orientamento

Il Seitai ci offre, nel quotidiano, gli strumenti che ci mancano per mantenere la nostra forza vitale. La pratica del Katsugen Undo (Movimento rigeneratore) così come i Taiso, diversi in funzione dei Taiheki (abitudini corporee), o le tecniche di primo soccorso non sono che la parte visibile, l’essenziale si trova nella sua filosofia di vita e nella sua comprensione dell’essere umano. Tutta l’attenzione volta all’educazione dei giovani genitori, la cura del bambino, il modo di far circolare il Ki, di rispettare ogni persona nella sua individualità, e non facendo riferimento al generale, ne fanno una scienza del particolare, come amava definirla Itsuo Tsuda Sensei nel suo libro dallo stesso titolo. (8)
Se, in occasione degli stage, fornisco indicazioni pratiche che permettono alle persone di ritrovare un buono stato di salute, di recuperare la propria forza vitale quando essa è indebolita, è perché conto sempre sulla capacità degli individui di reagire, di comprendere la necessità di orientarsi diversamente rispetto a ciò, piuttosto che dimettersi dal proprio potere a favore di una tecnica, di un idolo o di un guru.
Senza la forza vitale, la forza fisica ha difficoltà a trovare sbocchi, gira in tondo e finisce per perturbare la persona stessa che non sa più come fare per ritrovare il proprio equilibrio.
La forza vitale non ha morale, può essere usata in modo opportuno o no, certo, ma se questa non c’è più, è inutile discutere sul valore degli obiettivi da raggiungere o sulle prospettive che ci propone la società.
Ci si pongono molte domande sulla sua natura, sulla sua origine, e anche sul suo assoggettamento. Ad alcuni piacerebbe poterla misurare con l’ausilio di materiale tecnologico altamente sviluppato, come ad esempio degli elettrodi sofisticati capaci di registrare le risposte sottili emesse dal cervello. Malauguratamente, o piuttosto fortunatamente, perché i rischi di manipolazione sono grandi, questo al momento sembra impossibile. La forza vitale è di tutt’altra natura, lo si comprende quando si ritrova la sensazione del ki nel proprio corpo. Ma che cos’è il ki? Tsuda Sensei ci indica con poche parole una pista per riscoprirlo.
«Il ki è il motore di tutte le manifestazioni istintive e intuitive degli esseri viventi. Gli animali non cercano di giustificare la propria azione ma riescono a mantenere un equilibrio biologico nella natura. Nell’uomo lo sviluppo straordinario dell’intelligenza minaccia di distruggere ogni equilibrio biologico, arrivando fino alla distruzione totale di ogni essere vivente.»(9)

L’Aikido: un’arte per risvegliare la forza vitale

L’Aikido è spesso al centro di numerose polemiche, a causa del suo rifiuto della competizione, del suo ideale di non-violenza, della sua mancanza di modernità e persino della sua pretesa inefficacia. Mi sembra che sia tempo di affermare i valori della nostra arte – e sono numerosi. Nella pratica dell’Aikido non è la forza fisica ad essere determinante, ma piuttosto la capacità di utilizzarla, come per la tecnica è la capacità di adattarla alle situazioni concrete ad essere importante e questo non si può fare senza aver risvegliato la nostra forza vitale. La messa in situazione sui tatami giorno dopo giorno, seduta dopo seduta, se la si fa senza concessioni e allo stesso tempo senza brutalità, ci apre gli occhi e ci permette di sviluppare, di ritrovare ciò che anima l’essere umano, una forza, una vitalità che si è lasciata troppo spesso atrofizzare. La potenza che si può sviluppare, ma anche la tranquillità, la quiete interiore che si può ritrovare, ne sono la manifestazione visibile, il riflesso di quello che si chiama Kokoro in Giappone.
È inutile fare il paragone con altre pratiche, perché, anche se l’Aikido, quali che siano le critiche che gli vengono fatte, non dovesse servire ad altro che a permettere solamente il risveglio, il mantenimento o il miglioramento della forza vitale, non avrebbe forse portato a compimento il suo dovere nei confronti dei praticanti? Non lo si potrebbe considerare come una delle arti marziali maggiori?
La forza vitale è al centro di tutte le discipline e lo è dall’origine dei tempi, se tutte le arti marziali evolvono, essa resta l’elemento indispensabile alla loro pratica.

Régis Soavi

Note:
1) Guy Debord, La Società dello Spettacolo, trad. it. Paolo Salvadori, Baldini&Castoldi 2017 p.63.
2) “Médicaments antidouleurs: overdose sur ordonnance”, Le Monde, éditorial publié le 16 ottobre 2018 à 10h24.
3) Aldous Huxley, discorso tenuto nel 1961 alla California Medical School di San Francisco.
4) “Avoir du cœur au ventre”: lett. avere del cuore nel ventre, quindi avere forza e coraggio.
5) “Avoir des tripes”: lett. avere delle trippe, quindi avere fegato, essere forte e coraggioso.
6) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Ed. 2014 p. 193.
7) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Ed. 2014 p. 203-204.
8) Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Ed. 2019.
9) Itsuo Tsuda, Le Dialogue du silence, Le Courrier du Livre 1979 p. 87.

La distensione

di Régis Soavi

Per la maggioranza degli occidentali praticare l’Aikido in ginocchio piuttosto che in piedi sembra, a priori, una grande difficoltà. Sebbene nella vita quotidiana si stia molto raramente in questa posizione, essa è utilizzata dall’origine dei tempi come una posizione di rilassamento che permette, malgrado tutto, di restare vigili.

Assumere la posizione Seiza (in giapponese “posizione corretta per sedersi”) permette un allineamento della colonna vertebrale, favorisce la respirazione ventrale e dunque consente di portare la forza nell’Hara. Inoltre, se la posizione, la postura è ben in asse, pur restando rilassata, è un’occasione straordinaria per distendere tutto il corpo.
Riposarsi, distendersi senza aver bisogno di sdraiarsi, costituisce da sempre una ricerca per le persone che lavorano all’aperto, che sono alla mercé di nemici, di predatori, o che sono semplicemente esposte a condizioni climatiche sfavorevoli. La posizione accovacciata, ancora utilizzata nella maggior parte dei paesi del continente africano, in America del Sud, in Australia e in molti altri paesi, possiede la stessa funzione. In merito a ciò Itsuo Tsuda Sensei ci riferisce un aneddoto nel suo libro La via della spoliazione: «In un articolo intitolato Delle tecniche del corpo* e concepito probabilmente prima del 1934, Marcel Mauss riporta quanto segue: “Il bambino si accovaccia normalmente. Noi non sappiamo più accovacciarci. Ritengo che questa sia un’assurdità e una inferiorità delle nostre razze, civiltà, società.”
E cita un’esperienza vissuta al fronte durante la prima guerra mondiale. Gli australiani (bianchi) con cui era, potevano riposarsi sui propri talloni durante le soste, mentre lui era obbligato a rimanere in piedi. “Lo stare accovacciati è, a mio avviso, una posizione interessante, dalla quale non bisognerebbe distogliere il bambino, come si fa da noi, commettendo il più grosso errore. Ad eccezione delle nostre società, tutta l’umanità l’ha conservata”.
La posizione accovacciata presuppone l’elasticità delle anche. È facendo l’Aikido che constato l’enorme differenza tra il giapponese e l’europeo. Il giapponese, intellettualmente e verbalmente meno strutturato, imita semplicemente quello che gli viene mostrato. L’europeo osserva, annota, costituisce un dossier e gli appiccica un’etichetta. Ma quando si mette ad eseguire un movimento, riesce difficilmente a coordinare il tutto. Se fa attenzione alla mano destra, dimentica la mano sinistra. In quanto ai piedi, non sa dove si trovino. Una tale abitudine mentale non facilita la pratica. Invece di avere due elementi, A e B, con B che imita semplicemente A, bisogna immettere un terzo elemento, C, che lo si chiami intelletto, dossier, o struttura, formando così un circuito deviato che complica la situazione.»**

L’infanzia, l’adolescenza

Prima di camminare eretti, ci siamo spostati a quattro zampe, poi vedendo gli altri bambini più grandi o gli adulti attorno a noi, per imitazione, ci siamo drizzati sulle due gambe. La posizione verticale ha liberato le mani e gli spostamenti sono diventati via via più rapidi anche con le braccia cariche di giocattoli. Durante questo periodo dell’esistenza, il terreno di gioco a cui siamo più abituati, quello in cui ci sentiamo a nostro agio, dove possiamo essere indipendenti dagli adulti, è il suolo. E questo accade in qualunque parte del mondo si viva. Poi sopraggiungono i grandi cambiamenti, poco a poco i corpi si sviluppano, si abbandona il suolo a vantaggio di qualcosa di più aereo, anche di più mentale, perché il cervello è meglio irrigato dalla posizione verticale, e dunque più si cresce più ce ne si allontana. La società che ci circonda mette a nostra disposizione seggioloni, divani e altri canapé su cui ci si può comodamente sedersi per divertirsi o lavorare, per rilassarsi o concentrarsi. Questo allontanamento dal suolo è quasi definitivo, non lo si ritroverà più se non in rari momenti di gioco con un bambino o all’occasione di una gita in spiaggia o su di un prato.

I Tatami

Quando scoprono il dojo e questa immensa superficie messa a loro disposizione, le persone avvertono come una sorta di gioia infantile che le spaventa e che allo stesso tempo le attira. Alcune persone hanno coscienza di ciò, altre restano semplicemente impressionate. Mentre i bambini si mettono immediatamente a correre e a rotolarsi per terra, gli adulti restano riservati, già consapevoli, forse, del percorso che bisognerà seguire.
I primi passi (se si può dire così) sui Tatami, cominciano da seduti. Molto spesso i debuttanti incrociano le gambe, ma anche se riescono ad adottare la posizione Seiza fin dall’inizio, cosa che è estremamente rara, non gli verrà quasi mai proposto di mantenere questa posizione per praticare. Dopo qualche secondo o qualche minuto di meditazione, il più delle volte l’intera seduta si svolgerà in piedi. Certo, noi non siamo in Giappone e un gran numero di persone hanno perduto l’abitudine di sedersi in questa maniera, ma invece di vedere questa cosa come una difficoltà da superare o un obiettivo da raggiungere, mi sembra interessante considerarla come un gioco. Un gioco che richiede un coinvolgimento fisico e mentale, ma sempre un gioco, e quindi un piacere. E anche se ci sono delle difficoltà, queste sono parte integrante del gioco che si è appena iniziato.

Ricentrarsi

La pratica in ginocchio è l’occasione per ricentrarsi pur restando rilassati. Io la faccio eseguire ogni giorno, lentamente, soprattutto con i debuttanti, ma è eccellente anche per gli anziani, perché un lavoro lento effettuato con movimenti legati (io utilizzo spesso il termine musicale italiano legato) permette a tutto il corpo di ricentrarsi. Se non si lavora con la forza muscolare delle braccia, come si è presa l’abitudine di fare, ma si proietta la propria energia a partire dal centro, dall’Hara, facendola scorrere lungo gli arti, si può percepire in modo soprendente la circolazione del Ki e constatarne gli effetti. Le braccia non devono essere né molli né rigide, ma elastiche e attive, potenti, di quella potenza che hanno quando sono piene di Ki. Il lavoro lento nella posizione in ginocchio, ad esempio nelle forme di base che sono Ikkyo o Yonkyo, permette, se si porta l’attenzione su questa direzione, di scoprire come lo Yin e lo Yang agiscono, come, per così dire, si dispiegano, si interpenetrano. Il ricentrarsi si fa allora automaticamente per il semplice bisogno di riequilibrio, gli appoggi sulle ginocchia diventano più leggeri perché il corpo ripartisce meglio il peso, le anche a loro volta ritrovano l’elasticità che avevano perduto a forza di muoversi solamente in posizione eretta.
Ci sono dei momenti che mi sembrano propizi per la pratica in ginocchio: l’inizio della seduta, perché, siccome è un lavoro lento, è un po’ come una rimessa in sesto, e la fine della seduta, il momento del Kokyu-ho, che si pratica in ginocchio e concentra inoltre in pochi minuti un gran numero di difficoltà di ordine fisico e mentale. È anche questo un lavoro per ricentrarsi durante il quale si può verificare lo stato del Koshi, la sua elasticità e dunque la postura in generale.

Una preparazione?

Prepararsi con il lavoro in ginocchio, permette anche di non essere sorpresi quando si presenta l’occasione di uno Shiho-nage con un partner nettamente più piccolo: il fatto di poter ruotare completamente mentre ci si inginocchia senza alcuna difficoltà e senza perdita di equilibrio per passare sotto il suo braccio, è un vantaggio innegabile.
Ma la rosa dei vantaggi della pratica in Suwari waza (tecniche in ginocchio) non si ferma qui.
Se prendo come esempio Irimi Nage in Hanmi Handachi Waza (tecnica realizzata con un partner in ginocchio e l’altro in piedi), si può sentire con più precisione il soffio dell’aspirazione verso il basso e si sente subito se si è centrati o meno, se si è riusciti a creare un vuoto sufficiente nel quale si è assorbito il partner, dove egli è disequilibrato mentre si resta stabili. Sempre in Hanmi Handachi Waza, tutto questo è ancora più visibile e concreto con due partner: la presa in Katate Ryote Dori (presa di un polso a due mani) comincia da un colpo che si trasforma in presa ed è l’istante cruciale per un Kokyu nage. La proiezione si può fare solo se si è sufficientemente lavorato al suolo, se si è capaci di divenire molto pesanti concentrando il Ki nel basso ventre e di farlo passare aldilà dell’estremità delle dita.
Sicuramente tutte le tecniche si possono eseguire a partire da questa postura a volte con alcune varianti, ma ciò che mi pare importante è che dopo aver lavorato in ginocchio la pratica in Tachi Waza (pratica in piedi) diviene molto più facile. Questo tipo di lavoro può avere diverse conseguenze, se la si esegue con la forza, con il desiderio di vincere, costi quel che costi, o per mantenere una reputazione, sostenere un ruolo. Senza aver trovato le linee che permettono la proiezione in modo flessibile, né la respirazione profonda e tranquilla, si rischia fortemente di danneggiare il corpo e dopo un certo tempo di avere dei grossi problemi alle ginocchia o alle anche e un handicap reale nella vita quotidiana.

Camminare

Camminare, spostarsi in ginocchio, può essere un buon esercizio e per questo c’è Shikko. Anche in questo caso l’importante è non forzare, non mostrarlo come una competizione, un tour de force in cui alcuni riusciranno più o meno felicemente. Shikko è un esercizio eccellente ma da utilizzarsi con moderazione, all’inizio soprattutto. Dopo qualche anno di pratica, se non si è forzato, allora diviene un piacere. Si può anche fare questo allenamento con un Bokken, colpendo ben diritti, questo modo di fare permette di verificare se sono proprio le anche a muoversi correttamente e se la rotazione avviene nella parte bassa del corpo e non del busto. Le spalle non devono assolutamente muoversi ma al contrario dovranno restare esattamente sull’asse di spostamento. Quando si arriva ad essere a proprio agio si può iniziare a colpire lentamente con il bokken mentre ci si muove. Tutti questi esercizi permettono di ritrovare della mobilità a livello delle anche. A mio parere non hanno un valore marziale immediato, semplicemente perché vengono eseguiti sui tatami, il che è normale, perché chi vorrebbe allenarsi sulla ghiaia, ad esempio, senza protezioni alle ginocchia?

Miracoli?

Cambiamenti, che per la persona a cui accadono sembrano assomigliare a dei miracoli, sono possibili. Qualche anno fa una donna è arrivata con delle stampelle, si spostava con enormi difficoltà da diversi anni. Molto decisa è venuta a praticare tutte le mattine al dojo. In un primo momento non le era possibile sedersi se non con le due gambe distese, poco a poco però, dopo qualche settimana, la sua condizione era migliorata. Dopo un mese riuscì a mettersi sulle ginocchia, ma ovviamente, diritta e rigida come un palo. A partire da quel momento ha cominciato a scendere, centimetro dopo centimetro, per finire, dopo diversi mesi, per sedersi sui talloni senza dolore, e qualche tempo dopo ancora per trovarci piacere. Non è un caso unico, c’è in questo momento al dojo Tenshin, a Parigi, un signore in pensione che era arrivato con dei grossi problemi alle ginocchia e alle caviglie dovuti a diverse operazioni chirurgiche risalenti a diversi anni prima. In meno di un anno di pratica assai regolare (viene tutti i giorni) ha ritrovato una mobilità che non sperava più e ora si siede sui talloni. Non forzare, prendersi il tempo, avere una continuità, se qualcosa è possibile si farà naturalmente. Ad essere del tutto onesti devo dire che le due persone in questione si sono messe a praticare anche il Katsugen Undo (Movimento Rigeneratore) cosa che ha facilitato il lavoro dei loro corpi e il loro rimettersi in ordine.

Indispensabile il lavoro al suolo?

Niente è mai indispensabile, ma è necessario? È certo che si può farne a meno, c’è anche una quantità di buone o cattive ragioni per evitarlo, si può argomentare in questi termini: fa male alle ginocchia, è pericoloso per le articolazioni, non serve a niente perché nessuno si muove più in questo modo, ecc. Se non se ne comprende l’utilità, perché forzarsi? Ci sono così tanti rituali, esercizi che sono divenuti incomprensibili nella nostra società moderna, che anche il semplice fatto di salutarsi inchinandosi può apparire desueto, o addirittura ridicolo per molti occidentali che saranno pronti a rimpiazzarlo con il shake-hands (una Stretta di mano). A forza di adattarsi alla modernità non si rischia di mancare il bersaglio, di perdere l’essenziale, lo spirito che ci guida nell’ Aikido, oserei dire la sua anima?

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 25) nel mese di luglio del 2019.

* Mauss Marcel, Teoria generale della magia e altri saggi (tit. Orig. Sociologie et Anthropologiee, Presses Universitaires de France. 1950 p. 374.), Parte Sesta, “Le tecniche del corpo: Principi di classificazione delle tecniche del corpo”, Giulio Einaudi Editore, 1965, p.395
** Tsuda Itsuo, La via della spoliazione, Ed. Yume, p. 163-164.

Crediti foto

Régis Sirvent, Bas van Buuren, Paul Bernas.

La presa, un’arte del distacco

di Régis Soavi

La presa in sé non è la difficoltà, è la coagulazione del ki nel polso, nelle braccia o intorno al corpo a porre un problema e a bloccarci, ed è attraverso il distacco che ce ne si potrà liberare. La visualizzazione è il modo di arrivare a questo distacco. Tsuda Sensei ce ne fornisce un esempio nel suo secondo libro, La via della spoliazione.

Ridiventare bambini

Aide-mémoire Itsuo Tsuda saisie
Aide-mémoire dessiné par Itsuo Tsuda, 1972 illustrant différents types de saisie

«L’Aikido per me è un’arte di ridiventare bambini. […] C’è bisogno di un’arte per ridiventare bambini senza essere puerili. […] Jean per esempio, mi afferra da dietro circondandomi con le braccia. Voglio abbassarmi per sedermi ma mi impedisce di farlo. Ha dei bicipiti che sono il doppio dei miei e pesa circa 90 chili. Non posso muovermi talmente mi stringe forte. Cosa si deve fare? Proiettarlo prima di sedermi? Ci provo, ma non ci riesco, poiché è troppo pesante e troppo forte.
Allora divento bambino. Vedo una conchiglia meravigliosa sulla spiaggia e mi abbasso per prenderla. Dimentico Jean che continua a stringermi da dietro. (Tecnicamente c’è un dettaglio importante: porto avanti un piede per fare, insieme all’altro, due lati di un triangolo, poiché è più concentrato). C’è scorrere del Ki, che parte da me e va verso la conchiglia, mentre prima il Ki era bloccato sul pensiero di Jean. Jean con i suoi 90 chili diventa molto leggero e cade in avanti al di sopra delle mie spalle.
Come può accadere che con idee diverse si ottengano risultati opposti, mentre la situazione rimane la stessa?
L’idea di proiezione provoca la resistenza. Nel gesto del bambino, c’è la gioia di raccogliere la conchiglia che fa dimenticare la presenza dell’avversario.»*

Prendere, appropriarsi

Ci sono molti modi di afferrare, e ciò che è spesso determinante è l’intenzione che ci viene messa. Alcuni di questi modi possono essere considerati superficiali, persino inoffensivi, altri più pericolosi, come ad esempio quelli che presentano un carattere di appropriazione, altri ancora possono essere a volte insidiosi e insistenti.
La scenografia che permette l’allenamento nell’Aikido considera che la presa sia il risultato di un atto che si manifesta con una certa aggressività. Questo atto è già di per sé stesso un tentativo di appropriarsi dell’altro per farne qualcosa, derubarlo, distruggerlo, distruggere la sua persona o la sua personalità, tralasciando i casi legittimi che non ci riguardano in quest’esempio. Si tratta di un abuso di potere, reale o irreale, manifesto o desiderato, sull’altro, questo altro che si suppone impossibilitato a reagire davanti ad una tale manifestazione di potenza.

Una presa di potere

Nel mondo animale il potere di un individuo o di un clan, all’interno di un gruppo più numeroso della stessa specie, corrisponde a dei criteri ben precisi, generalmente legati alla riproduzione, alla preservazione, o alla difesa di un territorio. Di conseguenza è sopportato e in fin dei conti accettato dall’intero gruppo; se insorgono tentativi di contestazione, dei rituali genetici o semplicemente ancestrali servono a chiarire la situazione.
All’interno della società umana, e in particolare la nostra che si vorrebbe più moderna da un certo punto di vista, il bisogno di prendere il potere sull’altro mi sembra essere più un segno di disfunzione, se non di malattia, creato dal nulla dai comportamenti indotti dalla civilizzazione. L’incertezza del proprio potere, il condizionamento esercitato da tutto quanto è già organizzato all’interno della società, provocano una frustrazione e spingono l’essere umano a cercare di riconquistarlo attraverso parole o azioni là dove questo potere non c’è, là dove non lo troverà, e cioè nell’altro, che in fin dei conti non lo detiene. Invece questo comportamento lo obbliga mentalmente ad assumersi tutti i rischi che questa vana speranza comporta. La nascita di questo tipo di aggressività proviene spesso da una mancanza, da un deficit, ammesso o meno, del proprio potere, che si cerca di colmare. Le pressioni percepite, subite, e dunque vissute come tali a volte sin dalla più tenera infanzia, conducono alcuni individui a volersi riappropriare di ciò che percepiscono, nella loro intimità, come un qualcosa di cui sono stati privati, derubati, o anche che hanno semplicemente perduto. Ciò fa di questi individui delle persone pericolose a causa della loro semplice frustrazione. Ognuno di noi può comprendere e percepire questo genere di cose nel momento in cui si ritrova impotente davanti ad un’amministrazione, o in occasione di una presa di potere su di sé da parte di qualcuno contro il quale non può, apparentemente, nulla. Da qui a divenire aggressivi non c’è che un passo, che alcuni compiono laddove altri invece ci ragionano, si rassegnano, perché hanno già accettato, per via dell’abitudine, questo stato di dominazione e lo subiscono nel quotidiano. Se alcuni ne restano solo leggermente toccati è perché hanno già passato questo tipo di difficoltà e non sono indeboliti nel loro potere, non lo hanno mai perduto o lo hanno già ritrovato.

Prigioniero

«Tel est pris qui croyait prendre»* recita il proverbio, ed è proprio questo rovesciamento di prospettiva che si opera nel momento della presa. Si dimentica troppo facilmente che colui che prende diviene prigioniero di quello che ha preso. Egli non può disfarsene senza rischiare di perdere qualcosa nel processo che ha innescato. La sua libertà, ammesso che ne abbia una, si trova ad essere dipendente da colui o colei che egli pensava poter detenere o trattenere. Egli diventa il carceriere dell’altra persona, la quale non pensa più che a liberarsi, e ci metterà tutta la sua forza, la sua intelligenza, perfino la sua astuzia, se non addirittura la sua perfidia, poiché ne ha tutto il diritto e nessuno potrà biasimarla. La nostra società genera questo tipo di comportamenti alienanti, all’interno dei quali sia l’uno che l’altro cercheranno di liberarsi, l’uno contro l’altro, invece di passare ad un’altra dimensione, più umana, più intelligente, più rispettosa di questo altro. Voler cambiare questi comportamenti può sembrare un’utopia, però, se l’Aikido esiste e continua ad essere un’arte al servizio dell’umanità, è forse per dire e mostrare che, come altri hanno già enunciato, degli altri rapporti sono possibili tra le persone, e noi non siamo i soli, noi aikidoka, a desiderare di voler continuare lungo questa direzione.

La respirazione, una risposta in una situazione particolare

È attraverso la respirazione ventrale e la calma che ne risulta, che si può trovare la soluzione immediata a certe situazioni difficili. Per prepararsi non è assolutamente necessario essere un tecnico eccezionale, un grande guerriero, o un analista assai competente, al contrario si ha la necessità di ritrovare questa forza che si è rifugiata nel più profondo del nostro corpo, nel nostro Kokoro, o che talvolta si è perfino dispersa in molteplici sistemi di difesa. Cercare nelle arti marziali violente una soluzione di difesa di fronte alla coscienza della nostra debolezza, reale o presunta, è solo una scappatoia, un’alternativa o peggio una fuga in avanti. L’Aikido, nella sua filosofia, propone un’altra direzione che, se non viene intesa e soprattutto compresa, rischia di fargli perdere la sua ragion d’essere, la sua particolarità.
Gli attacchi nell’Aikido non sono che una messa in situazione per permettere ai praticanti di risolvere un problema, un conflitto che in d’altra parte li oppone più a sé stessi che al loro partner. Le prese per esempio rappresentano spesso dei tentativi di immobilizzazione del corpo, dunque del movimento dell’altro, attraverso un imprigionamento dei polsi, delle braccia, del tronco, del keikogi o di qualsiasi altra parte che lo consenta. A volte, invece, le prese possono essere la prosecuzione di attacchi che non hanno raggiunto l’obiettivo. Raramente sono soltanto un tentativo di bloccaggio, se le si considera dal punto di vista del combattimento saranno quasi sempre seguite da un atemi o da un’immobilizzazione definitiva. Le prese non sono che il primo atto, la prima scena di una “pièce”, se si può dire così, molto più lunga. È lavorando sulle prese che si scoprirà, e questo può sembrare paradossale, il distacco.

Avant la saisie, on est touchée par quelque chose d’invisible.

La sensibilità, l’istinto

Molto prima che la presa o l’attacco si concretizzino la nostra sensibilità è raggiunta da qualcosa di invisibile ma tuttavia di molto materiale. È forse inspiegabile nello stato attuale delle conoscenze scientifiche, ma è qualcosa che conosciamo bene, e a volte anche molto bene. È ciò che ci fa muovere, schivare, quando ancora non abbiamo visto nulla, ma abbiamo soltanto sentito in modo indefinibile. Per fornire un esempio più chiaro e che ognuno ha potuto verificare, in un modo o in un altro, in diverse situazioni, vorrei parlare dello sguardo. Lo sguardo è portatore di un’energia, di un Ki estremamente concreto che il nostrto istinto può percepire. Potrebbe esservi capitato, mentre camminavate, una sera o una notte, di sentre qualcosa di indescrivibile dietro di voi, come se qualcuno vi stesse guardando, osservando, vi girate, nessuno, ma nonostante tutto la sensazione persiste. Questa sensazione, se non siete tranquilli, può trasformarsi in angoscia, ovvero può scatenare una paura «irrazionale visto che non c’è nessuno», quando di colpo scoprite, all’angolo della strada, dietro una tenda semiaperta, qualcuno che vi osserva, oppure, sopra un tetto, un gatto che vi guarda. Lo sguardo dei gatti, degli animali in generale, allo stesso modo di quello degli umani quando osservano intensamente qualcosa o qualcuno, è portatore di un Ki estremamente potente. Il nostro istinto è capace di sentirlo, ma tutto dipende dallo stato del nostro stato d’animo in quel momento. Se stiamo chiacchierando con un amico, se siamo persi nei nostri pensieri dopo un incontro amoroso ad esempio, il nostro istinto, se è poco preparato, avrà difficoltà a sentire questo genere di cose. È lo stesso, ovviamente, se siamo preoccupati, spaventati o angosciati, tutto il nostro essere, in questo caso, è in qualche modo indebolito, perde le sue capacità istintive.

Scoprire la direzione presa dal Ki

L’Aikido ci permette di riscoprire e di guidare le nostre capacità istintive. È grazie ad un lento lavoro su noi stessi e sulle nostre sensazioni che riapparirà ciò che spesso abbiamo lasciato addormentarsi, cullati dal comfort dovuto alla società moderna, che può sembrarci così rassicurante.
Il lavoro a partire dalla prese corrisponde, come tutto ciò che facciamo nell’Aikido, a un ri-apprendimento e ad un allenamento del corpo nel suo insieme, in modo che non ci sia più separazione tra il corpo e lo spirito. Già quando il nostro partner si avvicina, non si tratta di aspettare gentilmente che egli faccia la presa richiesta, tutto il nostro corpo deve sentire le direzioni prese dalle diverse parti del suo corpo: braccia, gambe, i suoi punti di appoggio, e tutto questo senza guardare, senza osservare, perché sarebbe già troppo tardi. Per quanto riguarda i debuttanti inesperti, se l’esercizio è sufficientemente lento, essi potranno scoprire i cammini percorsi dal Ki dei loro partner, le linee di forza. Poiché lavorano senza rischi, ricominciano ad avere fiducia nelle reazioni e nelle sensazioni del loro corpo. Durante le sedute non mostro solamente le tecniche, sono continuamente in movimento, facendo da Uke all’uno, da Tori all’altro, senza bloccarli faccio sentire loro la direzione che il loro corpo deve prendere e mi metto io stesso nella situazione, rendendo ancora più concreto il Ki, materializzando le linee di forza, visualizzando le aperture che essi possono utilizzare, tutto questo lasciando loro la capacità di agire, di regire a modo loro.

Scoprire il Non-fare

La presa può essere un primo passo nel cammino che conduce verso ciò che Lao Tsu o Chuang Tsu designano con il nome di Wu wei, il Non-agire, e questa è stata la base dell’insegnamento del mio maestro Itsuo Tsuda. Come insegnare ciò che non è insegnabile, come mostrare l’invisibile, come guidare un debuttante o anche un anziano verso quella che è l’essenza della pratica nella nostra Scuola? Ciò che risulta difficile spiegare a parole, si comprende facilmente quando ci si lascia guidare dalla sensazione. Per questo dobbiamo fare qualche passo indietro: accettare di lasciare le nostre abitudini di acquisire e accumulare, questi riflessi del consumatore sempre pronto a riempire il suo carrello di prodotti diversi, di tecniche più o meno moderne, alla moda o all’antica, miracolose, facili e senza sforzo, o dure ma efficaci. Oggi la pubblicità è all’origine di tante illusioni, facendo luccicare agli occhi dei clienti le meraviglie colorate di un mondo divenuto tanto virtuale. Quanto manca perché si possa praticare l’Aikido sulla console Wii con un casco di realtà aumentata e un partner di cui si possa regolare il potenziometro in funzione del proprio livello, della propria forma, o del proprio umore?
Ma è possibile che io sia in ritardo e che questo esista già.

Prendere con il Ki

I bambini piccoli conoscono e utilizzano naturalmente un certo tipo di presa estremamente efficace, si tratta di una presa vuota da tutte le contrazioni inutili. Nel prendere un gioco mettono tutto il loro ki e quando lo lasciano lo fanno con un’indifferenza completa, non c’è più nessun Ki dentro. Invece hanno una capacità incredibile quando non vogliono lasciare quello che hanno preso e che tengono nella loro piccola mano chiusa. Se è qualcosa di pericoloso, i genitori dovranno a volte aprire loro la mano dito per dito, nonostante egli sia piccola e priva di reale forza muscolare, nel senso in cui l’intendono gli adulti. Essi sanno, in modo completamente inconscio, come utilizzare il Ki, non hanno bisogno di impararlo, sfortunatamente perdono spesso questa facoltà a favore della ragionevolezza e sono l’educazione e la scolarizzazione ad esserne più spesso responsabili.
Reimparare a prendere come un bambino piccolo, senza tensione, e scoprire grazie a ciò la prensilità naturale. Utilizzo spesso come esempio la maniera in cui gli uccelli si posano su di un ramo: essi hanno dei microsensori cutanei in mezzo alle zampe che informano dei ricettori, i quali, grazie a queste indicazioni, animano delle funzioni riflesse a livello dell’involontario e impartiscono l’ordine alle loro dita di chiudersi non appena toccano il ramo. Questo modo di prendere evita le tensioni, i fallimenti e consente un adattamento molto preciso delle membra al punto che si è afferrato. Una presa di qualità è una presa che utilizza il palmo della mano come primo contatto, poi le dita si chiudono sull’oggetto, sulle membra, sul keikogi. Se si agisce in questo modo le prese sono più rapide, senza tensioni eccessive e di un’efficacia notevole, e possono così permettere un lavoro di buona qualità con un partner.

Le uniche prese dell’altro che ne rispettano la libertà sono leggere ma potenti, come quelle ad esempio di un bambino piccolo che vuole portare uno dei suoi genitori verso una piccola rana appena osservata nell’erba alta e di cui è curioso, o come quelle di due esseri, amici o amanti, uniti dalla tenerezza e dal rispetto reciproco.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 24) nel mese di april del 2019.

* Itsuo Tsuda, La Via delal spoliazione, Yume editions, 2016, p. 179.
* “Tel est prise qui croyant prendre” proverbio francese, tratto da una favola di La Fontaine “Il topo e l’ostrica” che in una versione italiana suona « Chi prender gli altri crede/ talor se preso vede” e cioè “A volte chi crede di prendere gli altri finisce per essere preso”.

Misogi

In questo articolo, a partire da un tema tratto da I-Ching (Khann = l’abissale), Régis Soavi Sensei ci parla dell’Aikido come una pratica di Misogi.

Il Misogi 禊 è una pratica molto presente presso gli shintoisti. Consiste in un’abluzione, a volte sotto una cascata, in un corso d’acqua, o anche nel mare, e permette una purificazione allo stesso tempo fisica e psichica della persona. In un senso più ampio, Misogi include tutto un processo di risveglio spirituale. È anche un’azione che mira a dare sollievo all’essere da quello che l’opprime, per permettergli di risvegliarsi alla vita. L’acqua è sempre stata considerata come uno dei suoi elementi essenziali.

Leggi tutto : http://www.scuoladellarespirazione.org/misogi/

Taiheki, il rivelatore

di Régis Soavi

Noro Sensei, negli anni Settanta, ci raccontava che Ō Sensei Morihei Ueshiba rimprovera­va talvolta ai suoi allievi la loro mancanza di attenzione nel momento in cui telefonavano da una cabina pubblica, concentrati com’erano sulla loro conversazione: «Dovete essere pronti in tutte le circostanze, qualsiasi cosa facciate!» diceva.

L’Aikido opta per una posizione naturale, senza guardia, detta Shizen Tai. Ma una postura naturale non è affatto una postura rilassata come la si intende oggi, in ogni caso la con­centrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate. Se la guardia più diffusa nell’Aiki­do resta Hammi no Kamae, come tutte le altre anche questa dipende, più di quanto non si creda, dalla polarizzazione dell’energia nel corpo.

Kamae, l’istinto del corpo

Mi ricordo di quello che ci aveva detto Maroteaux Sensei in occasione di una delle mie pri­me sedute di Aikido al dojo della Montagne Sainte-Geneviève: «Aprite la porta, un cane vi salta alla gola, che fate?» Evidentemente ero rimasto senza parole, ma la domanda che ci aveva posto, al tempo in cui ero un giovane praticante di arti marziali piuttosto sicuro di sé all’epoca, mi aveva scosso, e questo fu all’origine delle mie ricerche sulle Kamae.
Mettersi in guardia è la risposta ad un atto aggressivo o ad una sensazione di pericolo. Per chi non conosce le arti marziali questa risposta sarà istintiva, mentre per un praticante sarà il risultato della sua formazione. Le sue ricerche personali potrebbero portarlo a utiliz­zare il suo corpo in una maniera diversa da quella che aveva appreso e per questa ragio­ne troverà un posizionamento o una guardia che gli conviene, a volte più pertinente, a vol­te tale da tendere una trappola lasciando credere ad un’apertura o ad una debolezza da parte sua. Sebbene ci siano numerosi modi di mettersi in guardia, e dunque di proteggersi, si deve tener conto del proprio corpo; malgrado tutto ciò che si è appreso, malgrado gli anni di allenamento, come ultima risorsa sarà l’istinto a guidarci. Il lavoro sulle arti marziali, lungi dall’essere inutile, sarà piuttosto in questo caso un supporto, un appoggio. Il rischio del­l’apprendimento è talvolta quello di fornire una sicurezza, una fiducia nella tecnica, nelle posture che, se sono magnifiche in foto o sui tatami, non corrispondono ad alcuna realtà nella vita di tutti i giorni. Trovare la postura giusta dipende dal corpo di ciascuno. Fin troppi praticanti cercano, lavorando con accanimento, di modellare il loro corpo per renderlo con­forme all’idea che si sono fatti della loro arte, o più semplicemente dell’efficacia che spera­no di ottenere. Si prende in considerazione l’estetica dell’arte, e di conseguenza se ne per­de la profondità. Si vede il lavoro compiuto ma non ci si rende conto delle deformazioni ac­quisite a causa di questo lavoro. Ci sono tanti allievi che ripetono lo stesso esercizio un numero incredibile di volte, la stessa tecnica, sperando così, imitando semplicemente il maestro o il professore, di arrivare alla padronanza della propria arte, mentre seguono la via della deformazione senza rendersene conto. Non bisogna stupirsi del numero di inci­denti o di disabilità che ne derivano. Quanti non possono più praticare a causa di un ginoc­chio, di un gomito, di un polso, o della loro schiena mentre sono ancora giovani e pieni di energia?

Noguchi Haruchika Sensei 1911-1976 fondatore del Seitai

Le Kamae dipendono dal Taiheki

Il Seitai ci fornisce un eccellente strumento, lo studio delle tendenze corporee che Noguchi Haruchika Sensei ha chiamato Taiheki (体癖). È Tsuda Sensei che ce ne dà una prima de­scrizione, benché sommaria, ma era già una rivelazione, al momento della pubblicazione del suo libro Il Non-fare1 agli inizi degli anni Settanta. Egli ha poi completato questo insegnamento nei libri che seguirono nel corso degli anni, senza smettere di apportare degli esempi che ci permettevano di meglio comprendere i Taiheki. Anche la lettura dei testi di Noguchi Sensei ci ha permesso di approfondire la conoscenza dei comportamenti umani e soprattutto delle loro relazioni con il corpo. La comprensione dei movimenti del corpo degli individui permette di guidare i debuttanti verso una postura migliore, senza che si deformino. Siccome ci vorrebbe un libro intero per spiegare questo insegnamento a chi non conosce l’argomento, sono obbligato a fornire solo qualche indicazione, senza entrare nel dettaglio.
La classificazione dei Taiheki messi a punto da Noguchi Sensei si basa sul movimento in­volontario umano. Non si tratta di una tipologia che permette di inserire gli individui in ca­selle predefinite, ma di svelare le tendenze comportamentali abituali tenendo conto delle interpenetrazioni che possono esistere tra queste.
Questa classificazione comprende sei gruppi: i primi cinque sono in relazione con una ver­tebra lombare, l’ultimo gruppo non è in relazione con la colonna vertebrale, ma con uno stato generale del corpo. Ogni gruppo è suddiviso, a seconda dell’aspetto Yang o Yin, in due sottogruppi o tipi, detti “attivo” e “passivo”. Per ben comprendere l’interesse di un tale studio, ho scelto alcuni esempi che alla luce dei Taiheki mi sembrano più esplicativi di altri.

Trovare la giusta postura dipende dal corpo di ciascuno.

Taiheki, il rivelatore

All’interno della classificazione, il primo gruppo è anche chiamato «gruppo verticale» ed è in relazione con la prima vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi al cervello.
Il tipo 1, ad esempio, è estremamente sicuro di sé in rapporto alla Kamae, egli adotta una posizione assolutamente definitiva, è capace di spiegarla a tutti, con molta logica. Anche se la sua esperienza è minore, si fa immediatamente un’idea della cosa e non demorde. I suoi talloni hanno la tendenza a sollevarsi dal suolo a causa della tensione che ha alle cer­vicali, egli svilupperà, ad esempio, una teoria secondo la quale si può saltare più rapida­mente e più lontano in caso di attacco e rifiuterà tutte le contraddizioni, fino al momento in cui non sorgerà un’altra idea che gli sembrerà essere più brillante o più giudiziosa.
Il tipo 2 sa tutto sulle Kamae relativamente a quasi tutte le arti marziali, le origini storiche, il valore di ciascuno e i maggiori difetti, l’apporto di ogni maestro. Conosce anche delle sto­rielle che illustrano le sue affermazioni, è un pozzo di conoscenza che non esita a com­pletare non appena sente una mancanza da qualche parte nella sua argomentazione o nei suoi riferimenti.

Il secondo gruppo è denominato «gruppo laterale» ed è in relazione con la seconda verte­bra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato digerente
Il tipo 3 è un “bon vivant”, nel momento in cui pratica le arti marziali sceglie il suo club più in funzione dell’ambiente che dell’efficacia dell’arte insegnata o della notorietà del maestro. Tutte queste storie sulla postura, sulla guardia, non lo interessano che molto poco, egli ha la sua piccola opinione in proposito come d’abitudine, a lui piace o non piace, vale a dire gli va bene o no.
Il tipo 4 al contrario è molto riservato, è difficile sapere cosa pensi. Affabile, raramente esprime la propria opinione, anche se si instaura un dibattito sul valore delle diverse Ka­mae, non ha opinioni vere e proprie, tutto gli sembra possibile in funzione delle circostan­ze. Egli rientra piuttosto nel genere del diplomatico senza eccessi.

Il terzo gruppo è denominato «gruppo polmonare» o «gruppo avanti-indietro» ed è in rela­zione con la quinta vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato re­spiratorio.
Il tipo 5 non ama discutere per niente, una guardia deve avere un senso pratico, o è effica­ce o non lo è. Occorre verificare, e se funziona andare avanti… Schivare non è vera­mente il suo forte, preferisce le tecniche in Omote piuttosto che quelle in Ura. A causa del­la sua tendenza ad appoggiarsi sulla quinta lombare le sue spalle si portano in avanti e lo incitano ad agire. È facilmente combattivo, ma sa preservarsi delle vie di fuga in caso di bi­sogno.
Il tipo 6 ha troppa tensione alle spalle per poter agire in maniera semplice. Quando questa tensione si rilassa libera una enorme quantità di energia che parte in tutte le direzioni e che egli stesso non riesce a gestire. Di fronte a lui non è possibile alcuna guardia, è com­pletamente ingestibile ed imprevedibile col rischio di mettersi egli stesso in pericolo.

Il quarto gruppo è denominato «gruppo torsione» ed è in relazione con la terza vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato urinario.
Alcuni Taiheki possono a priori sembrare predisposti ad una buona guardia, come nel caso del «gruppo torsione» (tipo 7 o 8) poiché per difendersi adottano istintivamente un genere di postura, piuttosto di profilo, le lombari inarcate, un piede avanti etc. Questa po­stura può sembrare ideale, per una posa o su una foto. Ma messa da parte la precisione del posizionamento e i punti di appoggio, la capacità di muoversi dipende, evidentemente e può darsi principalmente, dal mentale. C’è una differenza enorme, che cambierà tutta la questione, tra una torsione di tipo 7 e quella di tipo 8. Per semplificare dirò che il tipo 7 vuole vincere mentre il tipo 8 non vuole perdere. Tutta la postura cambia, l’uno si appresta a slanciarsi in avanti, l’altro a tentare di schivare. Per di più le persone del gruppo torsione hanno una agitazione permanente che in questo caso si rivela nefasta. Agitati, non aspet­tano che una sola cosa: passare all’azione. L’attesa per loro è insopportabile, non resisto­no più, tutto ad un tratto si lanciano, tanto peggio se non è il momento giusto.

Il quinto gruppo è denominato «gruppo pelvico» o «gruppo bacino» ed è in relazione con la quarta lombare. La sua energia non è polarizzata verso una regione del corpo, è tutto il corpo che a partire dalle anche si tende e si rilassa in un colpo solo.
Il tipo 9 è un esempio della continuità, quando pratica le arti marziali tende a farne la sua unica ragione di vita, la tendenza del suo bacino alla chiusura dà una grande forza al suo koshi che gli facilita il compito dell’apprendimento, ma ha una predisposizione al perfezio­nismo che a volte può rasentare l’assurdo. Si preoccupa dei dettagli e perfezionerà le Ka­mae fino al più piccolo elemento, fintanto che la postura non sia perfetta dal suo punto di vista, sarà insoddisfatto, ma è giustamente questa insoddisfazione che, lungi dallo scorag­giarlo, lo spinge in avanti. Niente può opporglisi, solamente la soddisfazione interiore è il suo punto di riferimento. Può, come Ō Sensei Morihei Ueshiba, così come altri grandi mae­stri, arrivare alla conclusione che la posizione naturale è la Kamae ideale perché rap­presenta il superamento di tutte le altre. Ma questa posizione naturale è il frutto dei suoi numerosi anni di lavoro e di allenamento e non una facilità teorica o un rilassamento.
Il tipo 10 invece ritiene che una buona guardia sia indispensabile, che è una garanzia di stabilità e che se si rispettano gli altri non ci saranno conflitti. Il suo bacino aperto ne fa ge­neralmente una persona molto accogliente, possiede una grande sensibilità e la sua intui­zione è micidiale. La sua postura aperta gli impedisce di essere aggressivo, avrà la ten­denza a fare delle tecniche Ura che gli riescono meglio e la sua guardia andrà più nella di­rezione di assorbire l’attacco piuttosto che di respingerlo.

I due tipi restanti, che formano l’ultimo gruppo, sono degli stati del corpo denominati «iper­sensibile e apatico».
Il tipo 11 non riesce ad avere una guardia precisa e definita, la sua ipersensibilità ne fa un essere disturbato che non giunge ad avere dei punti di riferimento. La sua guardia è im­precisa, e addirittura disordinata o confusa e quasi sempre totalmente inefficace. La paura ha la tendenza a liquefargli le gambe. L’Aikido può essere un’attività eccellente nel suo caso, a condizione che l’insegnante comprenda bene le sue difficoltà, e non gli metta fretta, al fine di condurlo verso una sensibilità normale.
Il tipo 12, al contrario, è un esempio di rigidità, ha una guardia molto fisica spesso non molto flessibile, è capace di incassare tutti i colpi senza battere ciglio. Il suo corpo può tal­volta presentare una lassità muscolare a livello delle articolazioni senza che la sua rigidità ne venga diminuita.

È in funzione dei Taiheki che possiamo comprendere l’inutilità di tale o tal’altra postura e dunque di questa o quella Kamae. I punti d’appoggio sono differenti da un individuo all’al­tro, e anche l’energia per spostarsi o semplicemente per muoversi lo sono. È dunque inuti­le proporre un esercizio che, se migliora la postura apparente, distrugge la persona nei suoi fondamenti, o che come minino rischi di provocare delle deformazioni tanto fisiche che mentali.

Kamae e rigidificazione

Tsuda Sensei considerava che la rigidificazione e il rilassamento degli individui facessero parte dei grandi tranelli indotti dalle nostre società moderne, ma egli non ignorava che questi problemi esistessero già da tempo, che sono inerenti alla società umana. Nel suo li­bro La Via degli dei2 riferisce un aneddoto sulle Kamae che ho trovato ancora una volta molto significativo. È significativo dei rischi in cui l’immaginazione può fare incorrere, an­che a delle persone del mestiere come i Samurai:

«La contrazione involontaria si rinforza man mano che l’immaginazione si riempie di paura. La paura non rimane soltanto nella testa. Paralizza tutto il corpo. Soprattutto i polsi perdono flessibilità e le braccia si desensibilizzano. È quello che è successo a due samurai che si battevano in un duello, di cui ho letto il racconto da qualche parte. Tenevano la spada a due mani e si fronteggiavano, a diversi metri di distanza l’uno dall’altro. A questa distanza erano ancora fuori pericolo, qualsiasi cosa facessero, ma già il loro volto era pallido. Pro­babilmente erano madidi di sudore freddo. Sono rimasti lì, alla stessa distanza, per un cer­to tempo. Alla fine si sono avvicinati, dopo poco ce n’era uno che giaceva per terra e l’altro che stava in piedi. Il combattimento era finito. Ma il vincitore rimaneva lì, incapace di mol­lare la spada, perché le dita si erano contratte sull’impugnatura. La contrazione era tale che gli risultava difficile rilassarle.»

La concentrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate in alcun caso

Se si vuole evitare la rigidificazione che può essere provocata da guardie quando queste non ci corrispondono, o quando i condizionamenti che esse impongono ci deformano, c’è solo il buon senso e la ricerca personale verso l’equilibrio che possono permettercelo. Non ci sono soluzioni definitive per tutti i problemi e per sempre.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 23) nel mese di gennaio del 2019.

Note:

1. Itsuo Tsuda, ll Non-Fare, Yume Editions, 2014.
2. Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 60.

foto di Régis Sirvent e Sara Rossetti

Seitai

I principi Seitai, che si possono perfino assumere la qualifica di “filosofia Seitai” – modo di vedere, di pensare il mondo – furono elaborati da Haruchika Noguchi (1911-1976) nella prima metà del ventesimo secolo. Per riassumere brevemente (!), il Seitai è un “metodo” o una “filosofia” che include il Seitai soho, i Taiso, il Katsugen undo, il Katsugen soho, e il Yukiho. Pratiche che si completano, si interpenetrano, e costituiscono la vastità del pensiero Seitai di Haruchika Noguchi. Si può anche citare lo studio dei Taiheki (tendenze posturali), l’utilizzo del bagno caldo, l’educazione del subconscio, l’importanza della nascita, della malattia e della morte…
Un’arte di vivere dall’inizio alla fine.

Oggi purtroppo il termine “Seitai” è abusato e designa tutto e il contrario di tutto. Alcuni operatori in terapie manuali si richiamano troppo facilmente al Seitai (Tsuda diceva che ci volevano vent’anni per formare un tecnico seitai!). Quanto ai ciarlatani che propongono di trasformarvi in qualche seduta… non ne parliamo neanche! L’ampiezza dell’arte di vivere, la comprensione globale dell’Uomo nel Seitai sembrano molto lontane. Se resta solo una tecnica da applicare ai pazienti, l’essenziale è perso. Se del Katsugen undo resta solo un momento per “ricaricarsi”, l’essenziale è perso.

Haruchika Noguchi e Itsuo Tsuda andarono entrambi ben oltre nella loro comprensione dell’Uomo. E i semi che hanno seminato, gli indizi che hanno lasciato affinché gli esseri umani potessero evolvere, sono importanti. Si può dunque parlare di una via, di Seitai-dō1? Poiché si tratta di un cambiamento di punto di vista radicale, di uno sconvolgimento, di un orizzonte totalmente differente che si apre.

Riprendiamo il filo della storia…

L’incontro con Haruchika Noguchi: l’individuo nella sua totalità

Itsuo Tsuda incontrò Haruchika Noguchi intorno al 1950. È l’approccio all’essere umano come proposto nel Seitai che l’interessò immediatamente. L’acutezza di osservazione degli individui presi nella loro globalità/complessità indivisibile che Itsuo Tsuda scoprì in Noguchi s’inscriveva nella prosecuzione di ciò che aveva attirato l’interesse di Tsuda in occasione dei suoi studi in Francia presso Marcel Mauss (antropologo) e Marcel Granet (sinologo). Itsuo Tsuda cominciò allora a seguire l’insegnamento di Noguchi e lo fece per più di vent’anni. Ricevette il sesto dan di Seitai.

«Il Maestro Noguchi mi ha permesso di osservare le cose in un modo molto concreto. Attraverso queste manifestazioni di ogni individuo è possibile vedere quello che agisce all’interno. È un approccio completamente diverso dall’approccio analitico: la testa, il cuore, gli organi digestivi, ognuno li considera secondo la sua specializzazione e poi, il corpo da una parte, il lato psicologico dall’altra, non è così? Ebbene, egli ha permesso di vedere l’uomo, cioè l’individuo concreto nella sua totalità.»1

La malattia concepita come un fattore di equilibrio

Tanto più che è precisamente negli anni cinquanta che Haruchika Noguchi, il quale aveva scoperto molto presto le sue capacità di guaritore, decise di rinunciare alla terapeutica. Creò allora la nozione di Seitai, cioè di “terreno normalizzato”.

«La parola ‘terreno’ intesa come l’insieme che costituisce l’individuo, il lato psichico e quello fisico insieme, mentre in Occidente si divide sempre in psichico, e poi fisico.»2

Il cambiamento di ottica di fronte alla malattia fu decisivo in questo riorientamento di Noguchi.

«La malattia è una cosa naturale, è uno sforzo dell’organismo che tenta di recuperare l’equilibrio perduto. […] E’ bene che la malattia esista, ma bisogna che gli uomini si liberino dal suo assoggettamento, dalla sua schiavitù. È così che Noguchi è arrivato a concepire la nozione di Seitai, la normalizzazione del terreno, se si vuole. Non ci si occupa delle malattie, è inutile guarire. Se si normalizza il terreno, le malattie spariscono da sole. E inoltre, si diventa più vigorosi di prima. Addio alla terapeutica. Finita la lotta contro le malattie.»3

Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Un cammino verso l’autonomia

L’abbandono della terapeutica va anche di pari passo con il desiderio di uscire dai rapporti di dipendenza che legano il paziente al terapeuta. Noguchi desiderava permettere agli individui la presa di coscienza delle loro capacità ignorate, risvegliarli al pieno sviluppo del loro essere. Durante i vent’anni in cui i due uomini si sono frequentati, passarono lunghi momenti a parlare di filosofia, arte, ecc., e Noguchi trovò di cosa nutrire e allargare le sue osservazioni e riflessioni personali nella vasta cultura dell’intellettuale che era Itsuo Tsuda. Si costruì così tra loro un rapporto di arricchimento reciproco.

Itsuo Tsuda fu redattore della rivista Zensei, pubblicata dall’Istituto Seitai e partecipò attivamente agli studi condotti da Noguchi sui Taiheki, “tendenze posturali”. Come riporta un testo di Haruchika Noguchi pubblicato nella rivista Zensei del gennaio 1978, fu Itsuo Tsuda che avanzò l’ipotesi – validata da Noguchi – che il tipo nove, “bacino chiuso”, fosse l’archetipo dell’essere primitivo.4

La messa a punto del Katsugen undo da parte di Noguchi interessò particolarmente Itsuo Tsuda, che colse immediatamente l’importanza di questo strumento, in particolare per quanto riguarda la possibilità di permettere agli individui di ritrovare la loro autonomia, di non aver più bisogno di dipendere da nessuno specialista. Pur avendo coscienza e ammirando la precisione la portata profonda della tecnica del Seitai soho, Tsuda considerò che la diffusione del Katsugen undo fosse più importante dell’insegnamento della tecnica. Fu così che per sua iniziativa in Giappone si costituirono un po’ dappertutto dei gruppi di Movimento rigeneratore (Katsugen kai).

Conferenza d'Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Conferenza d’Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©

Itsuo Tsuda ha privilegiato la diffusione del Katsugen undo in Europa come porta d’entrata verso il Seitai.

Oggi, anche in Giappone, il Seitai soho ha preso un orientamento che lo avvicina a una terapia. Un problema: una tecnica da applicare. Il Katsugen undo diventa una specie di ginnastica “light” di benessere, di distensione. Si è lontani dal risveglio dell’essere vivente, della capacità autonoma del corpo di reagire a cui si fa riferimento nel Seitai di Haruchika Noguchi.

L’esercizio di yuki, alfa e omega del Seitai, si pratica ad ogni seduta di Katsugen undo. Così, benché Tsuda non abbia insegnato la tecnica del Seitai soho, ne ha trasmesso l’essenza, l’atto più semplice, questa “non tecnica” che è yuki. Quella che ci serve tutti i giorni, quella che sensibilizza progressivamente le mani, il corpo. Questa sensazione fisica, reale, sperimentabile da tutti, è oggi troppo spesso considerata come una tecnica speciale, riservata ad un’élite. Si dimentica che è un atto umano ed istintivo. Anche la pratica del Katsugen undo mutuale (con un partner) si perde, persino nei gruppi che hanno seguito l’insegnamento di Tsuda. Che peccato! Perché attraverso yuki e il Katsugen undo, il corpo riscopre le sensazioni, quelle che non passano per l’analisi mentale. Questo dialogo nel silenzio, che ci fa scoprire l’altro dall’interno e che ci riporta dunque a noi stessi, al nostro essere interiore. Yuki e Katsugen undo sono per noi strumenti indispensabili, raccomandati da Haruchika Noguchi, per avviarci verso un “terreno normale”.

Ma il tempo passa e le cose si deformano, così come le parole di saggezza di alcuni diventano oppressioni religiose… Poco a poco il Katsugen undo non è niente di più che un momento per “ricaricarsi”, distendersi e soprattutto per non cambiare niente della propria vita, della propria stabilità. Il Seitai, un metodo per dimagrire dopo il parto… Mentre si tratta di un orientamento della vita, di un pensiero globale. Il passo immenso che fece Haruchika Noguchi uscendo dall’idea della terapeutica è un grande passo avanti nella storia dell’umanità. La comprensione globale dell’individuo, la sensibilità al ki, ritrovare sufficientemente sensibilità, centro di se stessi, per ascoltare il proprio corpo e agire liberamente.

Non si tratta neanche di opposizione tra metodi, teorie, culture. Si tratta puramente e semplicemente di evoluzione dell’umanità.

Manon Soavi

Note:
1)  Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, il Maestro Tsuda spiega il Movimento rigeneratore, emissione N° 3, primi anni 80.
2) Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, op. cit., puntata N° 4, primi anni 80.
3) Itsuo Tsuda, Il Dialogo del Silenzio
4)  Sui Taiheki, consultare Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, (2014)

Ukemi : lo scorrere del ki

di Régis Soavi

La caduta nella nostra arte è più di una liberazione, semplice conseguenza di un atto. È lo Yin o lo Yang di un insieme, il Tao. Durante la pratica Tori libera, alla fine della sua tecnica, un’energia Yang: se non vuole ferire il suo partner, gli lascia assorbire questa energia e ritrasmetterla nella caduta.

L’Aikido è un’arte senza sconfitti, un’arte dedicata agli esseri umani, all’intuizione degli esseri umani, alla loro capacità di adattarsi, e il superamento, attraverso la caduta, della contraddizione che ha apportato una tecnica, non è altro che la capacità di adattarsi a questa.
Non insegnare al principiante a cadere vorrà dire creargli un handicap sin dalla partenza, rischiare di vederlo scoraggiarsi, dar luogo a uno spirito di rancore o persino di vendetta.
Ci sono differenti attitudini tra i debuttanti, ci sono quelli che si lasciano andare a corpo morto rischiando di farsi male e quelli che, siccome hanno paura, si contraggono al momento di cadere e ovviamente, se vengono forzati, cadono male e ne subiscono le dolorose conseguenze. La mia risposta a questo problema è la dolcezza e il tempo…

La respirazione durante la caduta

Nel momento in cui si viene sorpresi da un rumore, da un gesto, la prima reazione è quella di inspirare e di bloccare la respirazione, è un funzionamento riflesso e vitale che prepara la risposta e dunque l’azione. La sorpresa innesca una serie di processi biomeccanici totalmente involontari, è già troppo tardi per ragionare. È attraverso l’espirazione che arriverà la soluzione al problema. Alla fine, se non ci sono rischi o se la reazione è esagerata, e il rischio minore, si lascia andare il blocco e il respiro si libera in modo naturale (il famoso uff…) Quando ci troviamo davanti al pericolo, che sia grande o piccolo, siamo pronti all’azione, ad agire grazie al respiro, grazie all’espirazione. I problemi sopraggiungono quando, per esempio, non sappiamo come fare, quando la soluzione non sorge in modo immediato e si resta bloccati nell’inspirazione, i polmoni pieni d’aria, e in preda all’incapacità di muoversi. È un disastro! È pressappoco lo stesso scenario che si profila quando si è debuttanti, il nostro partner fa una tecnica e la risposta logica che ci permetterà di liberarci, e dunque di risolvere questo problema conflittuale, è l’Ukemi. Ma se si ha paura della caduta, se non si è tecnicamente preparati grazie alle numerose capriole avanti e indietro eseguite con lentezza e in tutta morbidezza, si resta con i polmoni gonfi come un pallone da calcio, e se la tecnica arriva fino in fondo, ci si ritrova a terra con più o meno danni.
Il minore dei mali è quello di rimbalzare dolorosamente, come il suddetto pallone, sui tatami.
Imparare a lasciare non appena è indispensabile, non cadere in avanti per precauzione, poiché questo compromette la sensazione di Tori, dandogli una falsa idea del valore della tecnica e spesso anche di sé stesso. Comprendere il momento giusto per espirare e arrivare dolcemente sui tatami senza aria nei polmoni. Poi, quando si è più avanzati, nel caso delle chutes claquées* sarà sufficiente espirare più velocemente e lasciarsi andare perché il corpo trovi da sé la buona posizione per atterrare.

Formazione vecchio stile!

La mia formazione attraverso il Judo agli inizi degli anni sessanta nella periferia di Parigi, è stata molto diversa. Per noi, studenti delle medie, il Judo è stato una maniera di spendere la nostra energia e di incanalare ciò che altrimenti sarebbe finito male, vale a dire in litigi e altre risse di strada. L’allenamento due volte a settimana passava attraverso due cose essenziali: il rispetto assoluto nei riguardi del nostro istruttore e l’apprendimento delle cadute. Era ancora un’epoca durante la quale il nostro istruttore ci insegnava il Judo “giapponese” senza le categorie di peso. Anche se Anton Gessing aveva appena vinto le Olimpiadi, egli si riteneva tradizionalista. Le cadute erano una delle basi dei corsi, rotolare in avanti, indietro, sul fianco, passavamo circa venti minuti ad allenarci prima di iniziare le tecniche e a volte, quando trovava che non eravamo abbastanza concentrati, troppo dispersi, ci diceva: “Rovesciate i vostri kimono per non sporcarli” e uscivamo per una serie di cadute in avanti, nel piccolo vicolo lastricato davanti al dojo. Dopodiché non avevamo più paura delle cadute, o almeno, quelli tra noi che volevano ancora continuare!
Il mondo è cambiato, la società si è evoluta, i genitori di oggi probabilmente non accetterebbero di affidare i loro figli ad un tale “barbaro“, e poi ci sono i regolamenti, le norme di sicurezza, le assicurazioni.
Bob, si chiamava così, si sentiva responsabile della nostra formazione e insegnarci a cadere in ogni circostanza e su tutti i tipi di terreno faceva parte dei suoi valori e il suo dovere era di trasmetterceli.
I corpi sono cambiati, attraverso la nutrizione, la mancanza di esercizio fisico, l’intellettualizzazione a oltranza, come si può far passare il messaggio della necessità dell’apprendimento fisico delle cadute allorché il risultato non si vedrà che parecchi anni dopo? Quale sarà il beneficio, quale sarà il profitto? Tutto è contabilizzato oggi, non c’è tempo da perdere.
È la filosofia dell’Aikido ad attirare i nuovi praticanti, è dunque grazie a questa che si potrà far passare il messaggio di questa necessità.

Il dualismo

L’Aikido, per sua stessa natura e soprattutto per l’orientamento che gli ha conferito O Sensei Morihei Ueshiba, ha tutta un’altra visione della caduta rispetto, per esempio, alla Boxe o al Judo, dove cadere è perdere. Chi guarda dall’esterno, ed è ciò che conferisce a torto un certo carattere alla nostra arte, ha l’impressione che Tori vinca quando Uke cade sui tatami. Psicologicamente è difficile ammettere che non è affatto così. La società non ci offre che raramente degli esempi di comportamento diversi dal dualismo manicheo “O vinci o perdi”. Ed è logico che, a prima vista, non si capisca e non si veda che questo. Per comprendere la cosa in modo diverso bisogna praticare, e inoltre bisogna praticare con in mente una concezione differente, che può essere trasmessa solo attraverso l’insegnamento. Itsuo Tsuda sensei ci dà un esempio della sua pedagogia nel suo libro La via della spoliazione:
«Nell’Aikido, quando c’è scorrere del ki dall’esecutore A verso l’oggetto B, l’avversario C che lo tiene per il polso viene proiettato nella stessa direzione. C viene trascinato e raggiunge la corrente principale che va da A verso B. Ho spesso usato questa messa in scena psicologica. È, per esempio, la formula “Sono già lì”. Quando l’avversario vi afferra i polsi e blocca il vostro movimento, come nell’esercizio di kokyu da seduti, si è inclini a pensare che si tratti di un esercizio di spinta. Se si spinge l’avversario, si produce immediatamente una resistenza da parte di quest’ultimo. Spinta contro spinta, si lotta. Diventa una specie di sumo da seduti.
Nella formula “Sono già lì”, non c’è lotta. Molto semplicemente ci si sposta. Si fa perno su un ginocchio per fare un mezzo giro, l’avversario è trasportato dallo scorrere del ki e si rovescia sul fianco.
Basta pochissimo perché questo esercizio diventi una lotta. Appena vi si aggiunge l’idea di vincitore e di vinto, facciamo degli sforzi esagerati per ottenere il risultato, tutto ciò a scapito dell’armonia d’insieme. Uno spinge, l’altro resiste, abbassandosi oltremisura, e stringendo i pugni per impedire la spinta. Una tale pratica non beneficerà né all’uno né all’altro. L’idea è troppo meccanica.
[…] L’idea di proiezione provoca la resistenza. […] Dimenticare l’avversario pur sapendo che è lì, non è per niente facile. Più si cerca di dimenticare, più ci si pensa. É la gioia nello scorrere del ki che mi fa dimenticare tutto.»**

Il disequilibrio è al servizio dell’equilibrio

L’equilibrio non è affatto rigidità, ecco perché cadere, come conseguenza di una tecnica, può perfettamente permetterci di ritrovare l’equilibrio. È necessario imparare a cadere bene, non soltanto per permettere a Tori di non temere per il suo partner, poiché egli lo conosce e sa sin dall’inizio che le sue capacità gli permetteranno di uscire dalla situazione altrettanto bene di quanto farebbe un gatto in condizioni difficili. Ma anche e semplicemente perché grazie alla caduta ci si sbarazza delle paure che a volte i nostri stessi genitori o i nostri nonni ci hanno inculcato con il loro “precauzionismo” del tipo “Fai attenzione che cadi” a cui segue inevitabilmente il “Finirai per farti male”. Questo imprinting pavloviano ci ha spesso portato alla rigidità e in ogni caso ad una certa apprensione rispetto al fatto di cadere.
In francese la parola cadere ha evidentemente una connotazione negativa, mentre in giapponese la traduzione correntemente più ammessa per il termine Ukemi è “atterrare con il corpo”, e qui si capisce che c’è un mare di differenza. Una volta ancora la lingua ci mostra che i concetti, le reazioni, sono profondamente differenti, e sottolinea l’importanza del messaggio da trasmettere alle persone che debuttano nell’Aikido. Senza essere specificatamente linguisti, né traduttori di giapponese, la comprensione della nostra arte passa anche attraverso lo studio delle civiltà orientali, delle loro filosofie, dei loro gusti artistici, dei loro codici. A mio avviso, non è possibile sradicare l’Aikido dal suo contesto, nonostante il suo valore di universalità, si deve andare a cercare in quelle radici e dunque nei testi antichi. Una delle basi dell’Aikido si trova nella Cina antica, più precisamente nel Taoismo. Durante un’intervista con G. Erard, Kono sensei rivela uno dei segreti dell’Aikido, che mi sembra essenziale benché piuttosto dimenticato al giorno d’oggi: egli aveva domandato a O Sensei Morihei Ueshiba «“O Sensei, com’è che noi non facciamo la stessa cosa che fa lei?” O Sensei ha risposto sorridente: “Io comprendo lo Yin e lo Yang, voi no!”».***

Proiettare per armonizzare

Tori, e questa è una peculiarità della nostra arte, può guidare la caduta del suo partner in modo che questi possa approfittare dell’azione. Itsuo Tsuda ci parla di quello che aveva sentito quando veniva proiettato da O Sensei: “Quello che posso dire in base alla mia esperienza è che, con il Maestro Ueshiba, il mio piacere era così grande che avevo sempre voglia di ricominciare. Non ho mai sentito alcuno sforzo da parte sua. Era talmente naturale che, non solo non sentivo alcuna costrizione, ma cadevo senza saperlo. Conosco l’infrangersi delle grandi onde sulla spiaggia che portano via e fanno rotolare. Certo, si prova un certo piacere, ma con il Maestro Ueshiba si trattava di altro ancora. C’era serenità, grandezza, Amore.”****
C’è una volontà, cosciente o meno, di armonizzare il corpo del partner. In questo caso possiamo parlare di proiezione. È il caso di dire che l’Aikido non è più nella marzialità, ma nell’armonizzazione dell’umanità. Per realizzare quest’ultima è necessario aver abbandonato tutte le idee di superiorità, di potere sull’altro, o ancora tutte le attitudini vendicative, e avere invece il desiderio di dare una mano al partner per permettergli di realizzarsi, senza che egli abbia bisogno di ringraziare chicchessia. Perché questo si realizzi è indispensabile la fusione di sensibilità con il partner: è questa fusione che ci guida, che ci permette di conoscere il livello del nostro partner e di lasciarlo al momento giusto se è un debuttante, o di sostenere il suo corpo se il momento è adatto per un superamento, permettergli di cadere più lontano, più rapido, o più alto. In ogni caso il piacere è garantito.

L’involontario

Non è possibile calcolare la direzione della caduta, la sua velocità, la sua forza, né tanto meno il suo angolo di atterraggio. Tutto questo passa a livello dell’involontario o dell’inconscio, se si preferisce, ma di quale inconscio stiamo parlando? Si tratta di un inconscio liberato di tutto ciò che lo ingombrava, di tutto ciò che gli impediva di essere libero, ecco perché O Sensei ricordava così spesso che l’Aikido è un Misogi, praticare l’Aikido vuol dire realizzare questa pulizia del corpo e dello spirito. Quando si pratica in questa maniera non ci sono incidenti al dojo, è la via adottata da Itsuo Tsuda sensei e le indicazioni che dava ci conducevano in questa direzione. Questo fa della sua Scuola una Scuola particolare. Altre vie non solo sono possibili, ma anche corrispondono certo maggiormente, o meglio, alle aspettative di numerosi praticanti. Leggo molti articoli nelle riviste o nei blog nei quali ci si inorgoglisce per la violenza o per la capacità di risolvere i conflitti attraverso la violenza e l’indurimento, e questo non mi sembra essere il cammino indicato da O Sensei Morihei Ueshiba, né dai Maestri che ho avuto la fortuna di conoscere e, in particolare, Tsuda sensei, Noro sensei, Tamura sensei, Nocquet sensei, o altri ancora attraverso le loro interviste, come Kono sensei.
L’Ukemi ci permette di comprendere meglio fisicamente i principi che governano la nostra arte, che ci guidano verso un superamento del nostro piccolo essere, del nostro piccolo mentale, per intravedere qualcosa di più grande di noi, fare corpo con la natura della quale siamo uno degli elementi.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

NOTE
*. Cadute in avanti fatte senza rialzarsi, cadendo sul fianco assorbendo la caduta battendo la mano al suolo.
**. Itsuo Tsuda La via della spoliazione, 2016 Yume Editions pag. 176-180
***. Guillaume Erard, Entretien avec Henry Kono: Yin et Yang, moteur de l’Aikido du fondateur, 22 aprile 2008, www.guillaumeerard.fr
****. Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, pag. 184

Seitai e vita quotidiana #4

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Uscire dall’ombra

Di Manon Soavi

Ho scoperto tardi di essere una «ragazza». Certo lo sapevo, ma non aveva nessuna importanza, nessun impatto sulla mia vita, sui miei rapporti e sulla mia pratica dell’Aikido. Non avevo coscienza, al contrario della maggior parte delle mie concittadine, di essere «una ragazza» prima di essere un «individuo».  Ciò che spiega in parte il fatto di essere cresciuta al di fuori di questi schemi onnipresenti è che non sono mai andata a scuola. I miei genitori avevano scelto una strada diversa, era una decisione rivoluzionaria, si trattava di una non sottomissione alla scuola «obbligatoria» come ne parla Catherine Baker nel suo libro (1)…

Certo questa formattazione delle donne non avviene solo nell’ambiente scolastico, ma anche con la famiglia, le frequentazioni, i media e la cultura in generale. In una famiglia è sempre alle bambine che si dice che sono “così carine, così graziose”. Che si tratti di un Keikogi di judo o di un tutù rosa, la si veste come fosse una bambolina. È così comune, così scontato, “come il naso in mezzo al viso”(2), che non lo vediamo più come un problema. Che male c’è a fare un complimento a una bambina, o a un neonato, sugli abiti, i suoi riccioli o il suo sorriso? Ebbene, è proprio per l’importanza odierna attribuita alla bellezza e all’apparire che s’impara nella prima infanzia e che marchia indelebilmente. È con tutte queste osservazioni, questi giocattoli rosa e questi sorrisi, che si insegna alle future donne il loro ruolo tradizionale: piacere e provare piacere a piacere. L’autrice Mona Chollet lo descrive così: “Le conseguenze di questa alienazione [per le donne] sono lungi dal limitarsi ad essere una perdita di tempo, di soldi e di energia. La paura di non piacere, di non corrispondere alle aspettative, la sottomissione al giudizio esterno, la certezza di non essere mai abbastanza degne da meritare l’amore e l’attenzione degli altri traducono e amplificano allo stesso tempo un’insicurezza psichica e una autosvalutazione che estendono il loro effetto a tutti gli ambiti della vita delle donne.”(3)


Per quanto mi riguarda, essendo sfuggita a questa situazione nella mia prima infanzia, l’ho scoperta solo nell’adolescenza, rendendomi conto con stupore che mi si vedeva e mi si parlava prima di tutto come a “una ragazza”! Ovviamente mi era insopportabile e mi sono ribellata, come altre donne, contro questo trattamento. Purtroppo nessuno può sfuggire completamente a una cultura, a una società, ne faccio parte e questo riguardava anche me. Certo la situazione delle donne occidentali non si può paragonare a quella di altri paesi in cui le donne non hanno alcun diritto. Cionondimeno, è una ragione per non continuare ad evolvere? Poiché se le donne soffrono di questa situazione, che loro stesse perpetuano educando instancabilmente le proprie figlie e i propri figli a riprodurre gli stessi schemi, è l’umanità intera ad essere perdente in questo disequilibrio. Se gli uomini possono essere considerati come degli “oppressori” penso che sono le donne che hanno in mano le chiavi per fare uscire la nostra società da questo vicolo cieco. Questa frase di Kobayashi Sensei, “la libertà si esprime muovendosi là dove è possibile”, (4) mi sostiene nel pensiero che sta alle donne esercitare la propria libertà. Sta a noi non riprodurre eternamente questa storia. Ed è rispetto a questo, esattamente a questo che, per me, il tema si ricollega a quello dell’Aikido.

Aikido, una terza via

L’Aikido può essere una risposta a questo vicolo cieco del “combattere o sottomettersi” che incontrano le donne. Perché l’Aikido è un’arte marziale in cui non c’entra il combattimento.
Possiamo osare il termine Non-Arte Marziale? Sono molti i maestri e i grandi esperti che lo ripetono (ancora recentemente Steve Magson, allievo di Chiba Kazou Sensei su Aikido Journal): è ridicolo fare la domanda sull’“efficacia” dell’Aikido in un “vero combattimento”. Non vuole dire nulla (ciò non vuol dire che si debbano fare cose senza senso, ovviamente). Ma se un esperto di un alto livello marziale può scrivere questo senza che si dubiti del valore di ciò che fa in Aikido, una donna che dice la stessa cosa sarà subito sospettata di non essere all’altezza, di non essere abbastanza capace.
Tuttavia l’argomento riguarda proprio le donne, perché ci confrontiamo sempre aspramente con la questione del combattimento come situazione dualista, anche se non si tratta di battersi a pugni, ma di un combattimento sociale e culturale. Inoltre siamo dalla nascita delle potenziali vittime di violenze. Forse ne sfuggiremo, ma allora saremo l’eccezione. Tutte le donne vivono sapendosi vittime un giorno o l’altro. Quando vogliamo esprimerci, esercitare un mestiere, siamo sempre obbligate a dimostrare il nostro valore, il nostro diritto ad essere nel posto in cui siamo, per tutta la vita. Ed è proprio l’Aikido a uscire completamente da questo schema! Non ci sarà né vincitore, né vinto. L’Aikido è come un’altra dimensione in cui i nostri valori non contano più. Se è vissuto in un certo modo può essere uno strumento per praticare, da essere umano a essere umano, senza distinzione. Régis Soavi Sensei dice dell’Aikido che “è una scuola di vita, una scuola che risveglia la vita di coloro che lo praticano. Lungi dall’essere una corda in più al nostro arco, è qui per rimettere in discussione le false convinzioni e i sotterfugi che ci propone la nostra società.”(5). Mi sembra che anche Cognard Sensei vada in questo senso quando parla di un rituale Aiki, che potrà cambiarci al punto da superare la storia che legittima la violenza da secoli. È un peccato che le donne non s’impadroniscano di più di questo strumento, di quest’arte, per uscire dalla loro sottomissione, senza scimmiottare gli uomini di potere, bensì prendendo una terza via. Là dove nessuno le aspetta.
Questa direzione mi accompagna dall’infanzia, ovviamente facendo un percorso fuori dal sistema scolastico, ma anche praticando l’Aikido da quando avevo sei anni. Non dico che riesco sempre a trovare la strada, ma ci lavoro. Ogni giorno mi ripropongo di allenarmi a prendere un’altra strada, a uscire dalle situazioni in un altro modo. Pratico avendo come maestro mio padre. È una fortuna e allo stesso tempo non è facile. L’ho sempre visto davanti a me, su questo cammino. È da tanto tempo su questa strada, già da prima che nascessi, a volte ho avuto l’impressione che fosse un orizzonte insuperabile in Aikido. Con benevolenza, ma con un’incredibile fermezza, mi ha guidata, tenuta per mano, senza concessioni, ma lasciando lavorare il tempo. Oggi cammino affianco a lui, insegno anch’io l’Aikido… e capisco meglio la mia fortuna. Vorrei incitare altre donne (senza escludere ovviamente gli uomini) a praticare quest’arte nello spirito che conosco, quello della Scuola Itsuo Tsuda. E a praticare abbastanza a lungo, perché c’è bisogno di tempo, non possiamo cambiare una cultura in qualche anno. Possiamo acquisire qualche tecnica, forse un po’ di fiducia in se stessi. Per orientarsi veramente in modo diverso ce ne vorrà di più.
Il primo passo è la pratica quotidiana, almeno regolare, che ci riporta a noi stessi. Scrivendo su un soggetto in apparenza completamente diverso (la calligrafia), il sinologo J.F. Billeter ce ne dà una testimonianza di una chiarezza ammirabile con delle osservazioni riscontrabili anche nella pratica dell’Aikido:
“Nel mondo attuale, l’esercizio ci riporta a noi stessi ridandoci il gusto del gesto gratuito. Dettata dalle macchine, la nostra attività quotidiana si riduce sempre di più a dei movimenti programmati, frutto di addestramento, compiuti nell’indifferenza, senza la partecipazione dell’immaginazione, né della sensibilità. La pratica rimedia a questa atrofia del gesto, risvegliando le nostre capacità intorpidite. Ci ridà il gusto del gioco, richiama alla vita delle attitudini che, anche se non immediatamente “utili”, non sono meno essenziali. Siccome è il più evoluto tra gli animali, l’uomo ha bisogno di giocare di più di qualsiasi altra specie per salvaguardare il proprio equilibrio. L’esercizio modifica anche la nostra percezione del tempo. Nella vita quotidiana, ritorniamo ininterrottamente al passato e ci proiettiamo nell’avvenire, saltiamo dall’uno all’altro senza poterci fermare nel momento presente. Per questo motivo siamo perseguitati dal sentimento che il presente ci sfugga. Facendoci coincidere con noi stessi, l’esercizio al contrario sospende la fuga del tempo. Quando maneggiamo il pennello, il momento presente sembra staccarsi dalla catena che lo legava al passato e al futuro. Assorbe in sé tutta la durata. Si amplifica e si trasforma in un vasto spazio di tranquillità. Non è più sottomesso allo scorrere del tempo, ma entra in risonanza con i momenti della stessa natura di cui abbiamo fatto l’esperienza ieri, l’altro ieri e i giorni precedenti. Questi momenti si susseguono, creano una continuità differente, una specie di grande viale maestoso che attraversa il tempo disordinato delle nostre occupazioni quotidiane. La nostra vita tende a riorganizzarsi intorno a questo nuovo perno e l’incoerenza delle nostre attività esterne smette di infastidirci. L’esercizio quotidiano adempie la funzione di un rito.”(6)Manon Soavi Jo stage été femmes aikido

Ritrovare la sensazione

Perché siamo arrivati a questo punto? Secondo Tsuda Sensei è la tendenza del mondo di oggi che tende a privilegiare l’ipertrofia cerebrale e il volontarismo a discapito di ciò che è vivo, egli diceva: “Non rifiuto di capire il carattere essenziale della civiltà occidentale: è una sfida del cervello umano all’ordine del mondo, uno sforzo della volontà per fare indietreggiare i limiti del possibile. Che si tratti di sviluppo industriale, di medicina o delle Olimpiadi, questo carattere predomina. È un’aggressione contro la natura. L’uomo superbo agisce, pur senza saperlo, contro natura. La vita patisce, a scapito delle nostre conoscenze e dei nostri averi accresciuti.” (7)
Ed è proprio questo il problema. Ci distacchiamo dalle nostre sensazioni, dalla sensazione di ciò che c’è di vivo in noi. Le donne si lasciano coinvolgere in situazioni non adeguate a loro, anche perché non percepiscono più la propria natura profonda. Troppo occupate a riuscire e a combattere, il loro istinto, che dovrebbe badare alla loro vita, non reagisce più. Si è atrofizzato. Anche con i propri bambini le donne di oggi hanno difficoltà a sentire, a sapere cosa fare e fanno appello alla scienza e ai libri affinché dicano loro come agire. Ascoltare il proprio neonato e ascoltare la propria intuizione, è superato, è arcaico! E dopo secoli in cui essere madre era il solo orizzonte delle donne rispettabili, oggi siamo riusciti a invertire l’ordine. Oggi se si è “solo” mamma a tempo pieno è patetico! Che progresso!
Anche in questo caso l’Aikido ci rimette di fronte alle nostre sensazioni. Non possiamo calcolare un movimento intellettualmente. Quando arriva un attacco bisogna muoversi, è troppo tardi per pensare. Bisogna sentire il proprio partner per potersi muovere nel modo giusto, adeguato. Spesso siamo (uomo o donna) come la famosa tazza troppo piena di cui parla lo Zen, che trabocca se si aggiunge del tè. Siamo troppo agitati e pieni di noi stessi per percepire l’altro. Non parliamo neanche di capirlo! È anche il senso del Non-fare di cui parlava Tsuda Sensei. Ci vuole il vuoto, bisogna cominciare dall’ascolto. Le donne per prime dovrebbero cominciare dall’ascoltare se stesse. L’ascolto del loro corpo nell’Aikido tutti i giorni è una riscrittura del loro vissuto. Rimparare a darsi fiducia, ritrovare la fiducia in ciò che dice il loro corpo.
Hino Sensei fa la stessa constatazione, parla dell’essere umano diventato “insensibile e incapace”(8). Deplora la flagrante mancanza di percezione di ciò che succede nell’altro. Che gli si prenda il polso o che si discuta con lui, la sensazione è scollegata. L’intuizione non funziona più. Ci si accontenta di un “Ciao, come va? – Bene, e tu?”, che superficialità! Se si è sensibili basta a volte uno sguardo, una respirazione per sentire l’altro, per sapere se è contento o triste, se si è svegliato male o se è in forma. Ma a forza di rapporti stereotipati si perdono di vista i veri rapporti umani. Anche su questo alcuni maestri ci hanno lasciato delle indicazioni per ricollegarci con noi stessi. Tsuda Sensei parlava dell’intuizione e dell’autenticità dei rapporti con il proprio figlio. Poiché se nella ricerca di sensazioni e di esperienze intense, alcuni praticanti di arti marziali fantasticano sugli Uchideshi dei maestri del passato, sulle esperienze che si possono vivere sotto una cascata gelida, sulla disponibilità totale per un maestro ecc., c’è un’esperienza estrema che una donna può attraversare, un’esperienza di vita simile a quella di cui parla Noro Sensei che è stato Otomo di Ueshiba Morihei. Ne sono testimone, assomiglia molto a questo: “Se dorme, bisogna vegliare sul suo sonno. Se si sveglia la notte, bisogna essere pronti a rispondere a ciò di cui ha bisogno. Se si annoia, dovete distrarlo. Se si ammala, bisogna occuparsi di lui. Bisogna preparargli il bagno, i pranzi e sbarazzare tutto non appena cambia attività. […] Si tratta ovviamente di adattarsi e anche di diventare capace di anticipare i desideri molto precisi così da poter essere notte e giorno, sveglio o no, in armonia totale.” (9)
In armonia totale con chi? Con il proprio neonato certo se si tratta di una madre o di un padre! Ma perché scegliere un tale trattamento? Visto che esistono talmente tante soluzioni per sollevarci dal peso di avere un bambino. Assomiglia a una schiavitù! Tuttavia, per coloro che vivono quest’esperienza di una comunicazione senza parole, unica, con un altro essere umano, è un insegnamento inestimabile. È probabilmente la realizzazione di questo stato di fusione con l’altro che permetteva l’autentica trasmissione di un maestro, la trasmissione dello spirito di un’arte.
Quest’intensità di vita è ricercata dai praticanti di arti marziali! Purtroppo quando si tratta di una donna che la vive con il suo bambino questa è relegata al livello di compito domestico, che può fare qualunque baby-sitter mal pagata. Tsuda Sensei parlava dell’infanzia come del solo ambito in cui si poteva ancora fare un’esperienza che può sembrare impossibile. Diceva anche che “sapersi occupare di un neonato [era] l’apice delle arti marziali”! Anche in questo caso, se le donne se ne rendessero conto, realizzerebbero tutto il potenziale della forza nascosta che hanno? Smetteremmo, allora, di cercare di assimilarsi agli uomini come unica via di realizzazione?Manon Soavi Iai - femmes aikido

Vivere in questo mondo, pur essendo in un altro

Se il ruolo della nostra pratica è l’evoluzione umana, penso che il Dojo ne sia lo scrigno. Un dojo può essere un microcosmo dove abbandoniamo le nostre convenzioni sociali, anche se solo temporaneamente. Tsuda Sensei attraverso i suoi libri e le sue calligrafie ci incita a rimettere in discussione l’ordine stabilito, a scavare al di là dell’organizzazione sociale. Se pratichiamo in una certa direzione, possiamo dimenticare con chi pratichiamo. Se, e solamente se, lasciamo fuori dalla porta i nostri riflessi sociali. Ovviamente è molto difficile all’inizio non portare tutto il proprio bagaglio. È altrettanto difficile per gli uomini che per le donne dimenticare ciò che sono diventati in questo mondo per concentrarsi su ciò che sono interiormente, prima di ogni distinzione di sesso, colore, età, denaro, cultura, ecc. Cercare in noi questa umanità comune richiede di passare attraverso un atto volontario di uscire dagli schemi. Il Dojo, l’ambiente di serenità e di concentrazione che vi regna (che non può trovarsi in una palestra), il sentimento di un dojo intangibile, tutto ciò ci mette in un certo stato d’animo. Lo svolgimento della seduta, con la sua prima parte di movimenti individuali che riporta la respirazione al centro, poi il lavoro con un partner, l’armonizzazione delle respirazioni, l’attenzione alla sensazione. Un insieme che consente al dojo di essere un po’ “fuori” dal mondo, che ci incita a lasciare per passare ad un altro stato durante la pratica. Ivan Illich parla di questo stato di coscienza dicendo: “Non voglio niente tra te e me. [Ho] paura delle cose che potrebbero impedirmi di essere in contatto con te.”(10) In un dojo, spazziamo via queste cose, le convenzioni, le paure che si mettono tra noi e l’altro. Non si tratta di abbandonare la nostra cultura, no, semplicemente di abbandonare le manifestazioni dell’essere sociale per ritrovarci gli uni con gli altri per camminare insieme.
Per fare questo, abbiamo bisogno che le donne si risveglino e escano dall’ombra.

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.

Note:
1) C.Baker Les cahiers au feu Éd.Barrault, 1988
2) Modo di dire francese.
3) M.Chollet Beauté fatale, Les nouveaux visages d’une aliénation féminine Éd. La Découverte, p.8
4) A.Cognard Rituel et Symbole Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 22
5) R.Soavi Mémoire d’un Aïkidoka Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 60
6) J.F.Billeter Essai sur l’art chinois de l’écriture et ses fondements Éd.Allia, 2010, p. 164
7) Itsuo Tsuda, Même si je ne pense pas Je Suis, Le Courrier du Livre 1981, p. 13.
8) H.Akira Don’t think, listen to the body! 2017, p. 226
9) P.Fissier Chroniques de Noro Masamichi Dragon Magazine Spécial Aïkido n°12 p.77
10) I.Illich Mythologie occidentale et critique du « capitalisme des biens non tangibles » Intervista con Jean-Marie Domenach nella serie « Un certain regard » – 19/03/1972.

Yuki #3

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L’Aikido è un’arte marziale?

di Régis Soavi

Sembra che questa domanda sia ricorrente nei dojo e divida i praticanti, gli insegnanti, così come i commentatori più o meno in tutte le scuole. Dato che nessuno può dare una risposta definitiva, si è ricorsi alla storia delle arti marziali, alle necessità sociali, alla storia dell’origine degli esseri umani, alle scienze cognitive, ecc., incaricandole di fornire una risposta, che, se non risolve il problema, avrà almeno il merito di giustificare quanto viene affermato.

L’Aikijutsu, da quando ha abbandonato il suffisso jutsu per diventare un dō, ha riconosciuto sè stesso come un’arte della pace, una via dell’armonia allo stesso titolo dello Shodō (la via della calligrafia) o anche del Kadō (la via dei fiori). Adottando il termine che significa il cammino, la via, è diventato per questo un cammino più facile? O invece ci obbliga a porci delle domande, a riesaminare il nostro percorso, a fare uno sforzo di introspezione? Un’arte della pace è un’arte dell’accomodamento, un’arte debole, un’arte dell’accettazione, un’arte in cui gli imbroglioni possono godere di una reputazione a basso costo?
Sicuramente è un’arte che ha saputo adattarsi alle nuove realtà della nostra epoca. Ma si deve alimentare l’illusione di un’autodifesa facile, alla portata di tutti, adatta a tutte le tasche e senza la necessità di impegnarsi nemmeno un po’? Si può realmente credere o far credere che grazie a un’ora o due alla settimana, per di più escluse le vacanze (i club sono spesso chiusi), si può diventare un fulmine di guerra o acquisire la saggezza ed essere capaci di risolvere tutti i problemi grazie alla propria calma, alla propria serenità o al proprio carisma? La soluzione allora sta nella forza, il lavoro muscolare e le arti violente? Se c’è una direzione, si trova secondo me, e malgrado quanto ho appena detto, nell’Aikido.

Una Scuola senza gradi

Tsuda Itsuo non diede mai dei gradi a nessuno dei suoi allievi e quando qualcuno gli poneva una domanda sull’argomento, aveva l’abitudine di rispondere: “Non ci sono cinture nere di vuoto mentale”. Si può dire che, con ciò, chiudeva ogni discussione. Essendo stato l’interprete, presso O Sensei Ueshiba Morihei, di André Nocquet sensei in occasione del suo apprendistato in Giappone, in seguito ha fatto da tramite quando stranieri francesi o americani si presentavano all’Hombu Dojo per iniziarsi all’Aikido. Questo gli permise, traducendo le domande degli allievi e le risposte del maestro, di avere accesso a quanto sottintendeva la pratica e ne faceva qualcosa di universale. Ne faceva un’arte al di là della pura marzialità. Ci parlava della postura di O Sensei, della sua incredibile spontaneità, della profondità del suo sguardo che sembrava penetrarlo fino al più profondo del suo essere. Tsuda Itsuo non ha mai cercato di imitare il suo maestro che considerava inimitabile. Si è subito interessato a quello che animava quest’uomo incredibile capace della più grande dolcezza come della più grande potenza. È per questo che, arrivato in Francia, cercò di trasmetterci quello che per lui era l’essenziale, il segreto dell’Aikido, la percezione concreta del ki. Quello che aveva scoperto, e che riassumeva in questa frase, la prima del suo primo libro: “Dal giorno in cui ho avuto la rivelazione del ‘ki’, del respiro (avevo allora più di quarant’anni), non ha smesso di crescere in me il desiderio di esprimere l’inesprimibile, di comunicare l’incomunicabile.”1
Per dieci anni percorse l’Europa per farci scoprire, a noi occidentali, molto spesso troppo cartesiani, dualisti, che esiste un’altra dimensione nella vita. Che questa dimensione non è esoterica ma exoterica come amava dire.

Una Scuola particolare

Le motivazioni che portano a cominciare questa pratica sono evidentemente molto diverse. Se penso alle persone che praticano nella nostra Scuola (la Scuola Itsuo Tsuda), a parte qualcuno, ce ne sono pochi che sono venuti per l’aspetto marziale. D’altra parte, molti di loro non vi hanno visto niente di marziale di primo acchito, benché ad ogni seduta io mostri come le tecniche possano essere efficaci se eseguite in modo preciso, e pericolose se vengono usate in modo violento. L’aspetto marziale deriva dalla postura, dalla respirazione, dalla capacità di concentrazione, dalla verità dell’atto che è l’attacco. Per l’apprendimento, è indispensabile rispettare il livello del proprio partner, ed esercitarsi con forme conosciute.
Ma la scoperta che si può fare praticando le forme predefinite va molto al di là. Si tratta di far fruttare qualcos’altro, di rivelare ciò che si trova al fondo degli individui, di liberarsi dall’influenza sottesa esercitata dal passato e a volte anche dal futuro, sui nostri gesti, sull’insieme dei nostri movimenti, tanto fisici quanto mentali. Del resto nel nostro dojo tutti se ne rendono conto.
La seduta comincia alle 6,45. Il fatto di venire a praticare così presto la mattina (in effetti O Sensei e Tsuda sensei cominciavano sempre le loro sedute alle 6,30) non è né un’ascesi e neanche una disciplina. Alcuni praticanti arrivano verso le 6 ogni mattina, per condividere un caffè o un tè, ed approfittare di questo momento prima della seduta (del pre-seduta), a volte così ricco grazie agli scambi che possiamo avere tra noi. È un momento di piacere, di scambio sulla pratica, così come a volte anche sulla vita quotidiana, che si condivide con gli altri in modo estremamente concreto e non in modo virtuale come la società tende a proporci.
Ovviamente tutto ciò può apparire retrogrado o inutile, ma evita l’aspetto divertimento facile e non favorisce il clientelismo, senza per questo dire che ciò non esista, ciò lo riduce e con il tempo evolve. E questo perché gli esseri cambiano, si trasformano, o più precisamente ritrovano se stessi, ritrovano delle capacità latenti, che pensavano a volte di aver perso o spesso, più semplicemente, che avevano dimenticato.

Yin il femminile: comprendere

Le donne sono così numerose nella nostra Scuola che la parità non è rispettata, gli uomini sono in minoranza, di poco certo, ma lo sono sempre stati. Non vorrei parlare a nome delle donne eppure come fare? Eppure non formano un mondo a parte, sconosciuto agli uomini.
Ma forse, per molti, sì!… Ciononostante penso sia sufficiente per l’uomo prendere in considerazione il suo lato yin, senza averne paura, per ritrovare e comprendere ciò che ci avvicina e ciò che ci differenzia. Forse è per un’affinità personale, una ricerca dovuta al mio vissuto durante gli eventi del maggio ‘68 e a questo schiudersi del femminismo che si rivelò una volta di più a quell’epoca. O forse è semplicemente perché ho avuto tre figlie, che d’altra parte praticano tutte e tre, il risultato, quale ne sia la ragione, è stato che da sempre faccio attenzione al fatto che nei dojo della nostra Scuola le donne abbiano sempre il loro posto legittimo. Vi hanno le stesse responsabilità e non c’è evidentemente nessuna differenza di livello, sia per lo studio che per l’insegnamento. È veramente un peccato dover precisare questo tipo di cose, ma sfortunatamente non vanno da sé in questo mondo.
Malgrado tutto le donne prendono poco la parola, dovrei dire la penna, nelle riviste di arti marziali. Sarebbe interessante leggere degli articoli scritti da delle donne, oppure dedicare uno spazio in “Dragon magazine spécial Aikido” alla visione delle donne sulle arti marziali e sulla nostra arte in particolare. Non hanno niente da dire o il mondo maschile accaparra tutto lo spazio? O forse questi dibattiti di parrocchia sull’efficacia dell’Aikido le annoiano, loro che cercano e spesso trovano, mi sembra, un’altra dimensione, o in ogni caso qualcos’altro, grazie a quest’arte? Di questo “qualcos’altro”, che forse è più vicino alla ricerca di O Sensei, Tsuda Itsuo sensei ce ne dà un’idea in questo passaggio del suo libro La Via della spoliazione:
“Ci si rappresenta forse il Maestro Ueshiba come un uomo fatto di acciaio? È però l’impressione opposta che ho avuto di lui. Era un uomo sereno, capace di una concentrazione straordinaria, ma d’altra parte estremamente permeabile, da scoppi di fragorose risate, con un senso dell’umorismo inimitabile. Ho avuto l’occasione di toccare il suo bicipite. Ne fui stupefatto, era la tenerezza di un neonato. Tutto ciò che si potesse immaginare contrario alla durezza.
La cosa può sembrare strana, ma il suo Aikido ideale era quello di giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle quanto i ragazzi. Il loro Aikido è, per questo motivo, più fluido e più naturale.”2

Yang il maschile: combattere

art martial

Siamo educati alla competizione a partire dalla più tenera infanzia, la scuola, con il pretesto dell’emulazione, ha la tendenza ad andare nella stessa direzione, e tutto ciò per prepararci al mondo del lavoro. Ci insegnano che il mondo è duro, che bisogna assolutamente guadagnarsi il proprio posto al sole, imparare a difendersi contro gli altri, ma ne si è così sicuri? Il nostro desiderio non avrebbe tendenza a guidarci in una direzione diversa? E cosa facciamo per realizzare quest’obbiettivo? L’Aikido può essere uno degli strumenti di questa rivoluzione dei costumi, delle abitudini, deve e soprattutto noi dobbiamo fare lo sforzo necessario affinché le radici del male che corrode le nostre società moderne si rigenerino e ridiventino sane? Ci sono stati in passato degli esempi di società in cui la competizione non esisteva, o molto meno del modo in cui esiste oggi, delle società in cui anche il sessismo era assente, anche se non si può presentarle come società ideali. Leggendo gli scritti sul matriarcato nelle isole Trobriand di quel grande antropologo che era Bronislaw Malinowsky si potrà scoprire la sua analisi, trovare delle piste, e forse anche dei rimedi a questi problemi di civiltà che vengono denunciati così spesso.

Tao, l’unione: una via per la realizzazione dell’essere umano

La via, per sua essenza, senza essere idealisti, si giustifica e prende tutto il suo valore dal fatto che normalizza il terreno degli individui. Per chi la segue, essa regola le sue tensioni, dà equilibrio, è tranquillizzante permettendo un diverso rapporto con la vita. Non è ciò che tante persone “civilizzate” cercano disperatamente e che si trova in fin dei conti nel profondo dell’essere umano?
La via non è una religione, anzi è quello che la differenzia dalla religione che ne fa uno spazio di libertà, nel quadro delle ideologie dominanti. Il pensiero al quale la si può assimilare mi sembra essere l’agnosticismo, corrente filosofica poco conosciuta, o piuttosto conosciuta in modo superficiale, ma che permette di integrare tutte le diverse scuole. C’è un buon numero di rituali nell’Aikido che si continuano a seguire senza comprenderne la vera origine (quella da cui attinse O Sensei) o a volte altri rituali che diversi maestri trovarono grazie a pratiche antiche come fece Tamura sensei stesso. Sono state spesso associate alla religione mentre, come si potrebbe verificare, sono le religioni che hanno usato tutti questi antichi rituali, se ne sono appropriate per farne degli strumenti al servizio del loro potere, e anche troppo spesso servono alla dominazione e all’asservimento degli individui.

Un mezzo: la pratica respiratoria

La prima parte nell’Aikido di O Sensei Ueshiba Morihei, lungi dall’essere un riscaldamento, consisteva in movimenti di cui è primordiale ritrovare la profondità. Non è per una soddisfazione intellettuale, né per preoccupazioni integraliste e ancor meno per acquisire dei “poteri superiori”, che li continuiamo, ma per ritrovare il cammino che aveva intrapreso O Sensei. Certi esercizi, come Funakogi undo (movimento detto del rematore) o Tama-no-hirebori (vibrazione dell’anima), hanno un valore molto grande, e quando vengono praticati coll’attenzione necessaria, possono permetterci di sentire al di là del corpo fisico, al di là della nostra sensazione così limitata, per scoprire qualcosa di più grande, di molto più grande di noi. Si tratta di una natura illimitata a cui partecipiamo, nella quale ci immergiamo, che è fondamentalmente ed inestricabilmente legata a noi, e che tuttavia ci è molto difficile raggiungere o anche a volte sentire. Questa concezione che ho fatto mia, non è dovuta ad un rapporto mistico con l’universo, ma piuttosto a un’apertura psicofisica a cui si sono avvicinati molti fisici moderni grazie alla teoria e che cercano di verificare. Non è una cosa che si può apprendere guardando dei video su Youtube, né consultando dei libri di antica sapienza, malgrado la loro innegabile importanza. È qualcosa che si scopre in modo puramente corporale, in modo assolutamente e integralmente fisico, anche se è un fisico allargato a una dimensione inusuale. Poco a poco tutti i praticanti che accettano di cercare in questa direzione la scoprono. Non è legata a una condizione fisica né all’età né ovviamente al sesso o alla nazionalità.

L’educazione

Quasi tutti gli psicologi considerano che l’essenziale di quello che ci guiderà all’età adulta succede durante la nostra infanzia e più precisamente nella nostra prima infanzia. Tanto le buone quanto le cattive esperienze. Bisogna dunque curare in modo particolare l’educazione in modo da conservare il più possibile la natura innata del bambino. Non si tratta in alcun caso di lasciar fare al bambino tutto quello che vuole, né di farne un bambino-re, di diventare il suo schiavo, il mondo lo circonda ed egli ha bisogno di punti di riferimento. Ma molto velocemente, spesso poco dopo la nascita, a volte dopo qualche mese, il bambino viene affidato a persone estranee alla famiglia. Dove sono finiti i genitori? Non riconosce più la voce della madre, il suo odore, il suo movimento. È il primo trauma e ci si dice: “Si riprenderà”. Certo, sfortunatamente non è l’ultimo, tutt’altro. Poi viene il nido, cui segue la materna, la scuola primaria, le medie ed infine la Maturità prima forse dell’università per almeno tre, quattro, cinque, sei anni o ancora di più.
Ma cosa ci si può fare? “È la vita.” mi si dice. Ognuno di questi posti nei quali il bambino passerà il tempo in nome dell’educazione e dell’apprendimento è una prigione mentale. Dalle conoscenze di base alla cultura di massa, quando sarà rispettato in quanto individuo pieno di quest’immaginazione che caratterizza l’infanzia? Gli si insegnerà ad obbedire, imparerà a barare. Gli si insegnerà a essere con gli altri, imparerà la competizione. Riceverà dei voti, si chiamerà ciò emulazione, e questo disastro psicologico sarà vissuto dai primi come dagli ultimi allievi.
In nome di quale ideologia totalitarista si formano i bambini e tutti i giovani alla paura della repressione, alla sottomissione, al disimpegno e alla disillusione? La società odierna nei paesi ricchi non ci propone niente di veramente nuovo: lavoro e tempo libero non sono che dei sinonimi dell’ideale romano di pane e giochi circensi, la schiavitù dell’antichità non è che il salariato di oggi. Una schiavitù migliorata? Forse… con una lobotomizzazione spettacolare, garantita senza fattura, grazie alla pubblicità della merce che ci viene propinata, e il suo corollario: l’iperconsumismo di beni tanto inutile quanto nefasto.
La pratica dell’Aikido per i bambini e per gli adolescenti è l’occasione di uscire dagli schemi che propone il mondo che li circonda. È grazie alla concentrazione che la tecnica esige, una respirazione calma e serena, l’aspetto non competitivo, il rispetto per le differenze, che essi possono conservare o, se necessario, ritrovare la loro forza interiore. Una forza tranquilla, non aggressiva, ma piena e ricca dell’immaginazione e del desiderio di rendere il mondo migliore.

Una filosofia pratica, o meglio, una pratica filosofica

La particolarità della Scuola Itsuo Tsuda viene dal fatto che si interessa più all’individualità che alla diffusione di un’arte o di una serie di tecniche. Non si tratta di creare un individuo ideale, né di guidare chiunque verso qualcosa, verso un modello di vita, con una certa quantità di gentilezza, una certa quantità di amabilità o di saggezza, di ponderazione o di esaltazione, ecc. Ma di risvegliare l’essere umano e di permettergli di vivere pienamente nell’accettazione di quello che è nel mondo che lo circonda senza distruggerlo. Questo spirito di apertura non può che svegliare la forza che preesiste in ciascuno di noi. Questa filosofia ci porta all’indipendenza, all’autonomia, ma non all’isolamento, al contrario, tramite la scoperta dell’Altro, ci porta alla comprensione di quello che è, e al di là di quello che è forse diventato. Tutto questo apprendimento, o piuttosto questa riappropriazione di sé, richiede del tempo, della continuità, della sincerità, al fine di realizzare in modo più chiaro la direzione verso la quale si desidera andare.

Il superamento, ciò che vi è dietro

Quello che mi interessa oggi, è ciò che vi è dietro o più esattamente ciò che vi è al fondo dell’Aikido. Quando si prende un treno si ha un obbiettivo, una destinazione, con l’Aikido è un po’ come se man mano che si avanza il treno cambiasse obbiettivo, come se la direzione diventasse diversa, e allo stesso tempo più precisa. Quanto all’obbiettivo, si allontana malgrado il fatto che si pensi di essersene avvicinati. Ed è a questo punto che bisogna prendere coscienza che l’oggetto del nostro viaggio è nel viaggio stesso, nei paesaggi che vi scopriamo, che si affinano, e a noi si rivelano.

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 21) nel mese di luglio del 2018.

Note

* Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 11.
** Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161.

La nozione di salute secondo il Seitai #2

Suite des entretiens ou Régis Soavi, qui enseigne et initie les personnes au Katsugen Undo (Mouvement régénérateur) depuis quarante ans, revient  à l’essentiel des thématiques autour du Seitai et du Katsugen Undo. Pour cette deuxième vidéo, c’est la notion de santé selon le Seitai qui est abordée.

Subtitles available in French, English, Italian and Spanish. To activate the subtitles, click on this icon. Then click on the icon to select the subtitle language.

Quelques informations complémentaires :

Le Seitai a été mis au point par Haruchika Noguchi (1911-1976) au Japon. Le Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur) est un exercice du système moteur extrapyramidal faisant partie du SeitaiItsuo Tsuda (1914-1984) qui introduisit le Katsugen Undo en Europe dans les années 70 en disait «Le corps humain est doué d’une faculté naturelle qui réajuste sa condition. Cette faculté […] est du ressort du système moteur extra-pyramidal »

Régis Soavi débute la pratique martiale par le Judo à l’âge de douze ans. Il étudie ensuite l’Aïkido, notamment auprès des maîtres Tamura, Nocquet et Noro. Il rencontre Tsuda Itsuo senseï en 1973 et le suivra jusqu’à son décès en 1984. Régis Soavi devient enseignant professionnel avec l’accord de ce dernier, et diffuse son Aïkido et le Katsugen Undo à travers l’Europe.

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Seitai e Katsugen Undo #1

Beaucoup de choses sont dites et circulent sur le web à propos du Seitai et du Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur). Dans cette série d’entretiens, Régis Soavi, qui enseigne et initie les personnes au Katsugen Undo depuis quarante ans, revient  à l’essentiel pour répondre à cette question « Qu’est-ce que le Seitai et le Katsugen Undo ? ».

Subtitles available in French, English, Italian and Spanish. To activate the subtitles, click on this icon. Then click on the icon to select the subtitle language.

Quelques informations complémentaires :

Le Seitai a été mis au point par Haruchika Noguchi (1911-1976) au Japon. Le Katsugen Undo (ou Mouvement régénérateur) est un exercice du système moteur extrapyramidal faisant partie du Seitai.  Itsuo Tsuda (1914-1984) qui introduisit le Katsugen Undo en Europe dans les années 70 en disait «Le corps humain est doué d’une faculté naturelle qui réajuste sa condition. Cette faculté […] est du ressort du système moteur extra-pyramidal »

Régis Soavi débute la pratique martiale par le Judo à l’âge de douze ans. Il étudie ensuite l’Aïkido, notamment auprès des maîtres Tamura, Nocquet et Noro. Il rencontre Tsuda Itsuo senseï en 1973 et le suivra jusqu’à son décès en 1984. Régis Soavi devient enseignant professionnel avec l’accord de ce dernier, et diffuse son Aïkido et le Katsugen Undo à travers l’Europe.

Buongiorno Malattia #2

Seguito dell’Intervista a Régis Soavi sul Katsugen Undo (o Movimento rigeneratore), una pratica elaborata da Haruchika Noguchi e diffusa in Europa da Itsuo Tsuda: articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista « Arti d’Oriente » (num. 4 / maggio 2000).

per leggere la parte 1 –> https://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/bonjour-maladie/

Partita #2

-Come si può definire yuki?

– Far passare il ki.

-Come avviene che yuki aiuti ad attivare il movimento?

– Aiuta nella misura in cui sono stati fatti i tre esercizi, oppure gli esercizi per il movimento mutuale (l’attivazione attraverso i secondi punti della testa); questo è un altro modo di attivare il movimento. Yuki aiuta perché attiva; è molto importante per me dire che il yuki è fondamentalmente diverso da ciò di cui in genere si sente parlare, perché quando si fa yuki si ha la testa vuota, non si guarisce nessuno, non si cerca alcunché; si è solamente concentrati in questo atto. Non ci sono intenzioni e questo è fondamentale. Nello statuto del dojo, d’altra parte, è scritto che pratichiamo « senza scopo ».

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Buongiorno Malattia #1

Intervista a Régis Soavi sul Katsugen Undo (o Movimento rigeneratore), una pratica elaborata da Haruchika Noguchi e diffusa in Europa da Itsuo Tsuda: articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista « Arti d’Oriente » (num. 4 / maggio 2000).

 » Dopo aver letto i libri di Itsuo Tsuda (1914-1984), affascinata dalle sue argomentazioni che spaziano liberamente tra l’Aikido, i bambini e il modo in cui nascono, le malattie e i ricordi di Ueshiba Morihei e di Haruchika Noguchi, volevo saperne di più: mi era rimasta la sensazione che qualcosa mi sfuggisse.

Ho cominciato la mia investigazione su cosa consistesse effettivamente questo Movimento rigeneratore (katsugen undo) di cui parla Tsuda, un movimento spontaneo del corpo che sembra poterlo rimettere in equilibrio senza aver bisogno di intossicarlo con le medicine. Concetto antico, ma tuttora rivoluzionario, soprattutto nella nostra società. Non sono riuscita a ottenere risposte soddisfacenti alle mie domande: chi aveva praticato il Movimento rigeneratore non riusciva a descrivermi che cosa fosse; la risposta era sempre: « devi provare per capire; e la prima volta rimarrai sicuramente un po’ scossa ». Così mi sono decisa. La scuola che fa riferimento agli insegnamenti di Itsuo Tsuda è a Milano la Scuola della Respirazione. Lì si praticano Aikido e Movimento rigeneratore (in sedute separate). Per poter frequentare le sedute di movimento, però, bisogna prima frequentare uno stage condotto da Régis Soavi, che ha portato avanti il lavoro di Tsuda in Europa, durante un week-end.Regis Soavi en conférence

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Lo spirito dell’Aikido è nella pratica

Di Régis Soavi

La pratica dell'Aikido ci conduce verso la riunificazione dell'essere umano.
La pratica dell’Aikido ci conduce verso la riunificazione dell’essere umano.

Si ha spesso tendenza a considerare lo spirito di un’arte come un processo mentale, una direzione da prendere in modo cosciente o anche come delle regole da rispettare. Tutto questo perché in occidente viviamo in un mondo di separazione, di divisione. Da una parte c’è lo spirito, dall’altra il corpo, da una parte il conscio, dall’altra l’inconscio, è questo che dovrebbe fare di noi degli esseri civilizzati mentre invece questa separazione genera in noi dei conflitti. Conflitti che sono rinforzati dai sistemi di divieti istituiti per proteggere la società, per proteggere noi stessi contro noi stessi. Verso la riunificazione dell’essere umano, ecco la Via nella quale ci dirigiamo con la pratica dell’Aikido. Questa riunificazione è necessaria in un mondo in cui l’essere umano è reso un oggetto, in cui diventa allo stesso tempo un consumatore e una merce. Senza rendersi conto della strada che intraprende, il civilizzato esegue la vita invece di viverla. Questa società che ci spinge al consumismo lascia poco spazio al lavoro interiore, ci spinge a cercare al di fuori ciò che si trova all’interno. Ad acquisire ciò che possediamo già, a cercare soluzioni a tutti i nostri problemi all’esterno di noi stessi, come se altri avessero soluzioni migliori. Questo porta a una presa in carico dell’individuo da parte dei diversi sistemi di protezione nello stesso tempo sociali, ideologici o sanitari, moltiplicando così l’offerta e creando un mercato ideale per venditori di sogni di tutti i tipi, ciarlatani, guru e compagnia.
Ho sentito oggi che è stata appena creata una nuova pratica: la « Respirologia », e come al solito arriverà a frotte la clientela che avrà subito l’abuso del potere delle parole. In nome della normalizzazione del corpo e dello spirito, della rimessa in forma delle persone, dovremmo cambiare il nome della nostra arte in: « Aikido Terapia »?

Lo spirito dell’Aikido non si può insegnare

Non penso che si possa dire che ci sia uno spirito specifico dell’Aikido, ma piuttosto che l’Aikido debba essere il riflesso di qualcosa di molto più grande che noi piccoli esseri umani facciamo fatica a realizzare nel corso della nostra vita.
Lo spirito di un’arte non si può insegnare, si tratta piuttosto di una trasmissione, ma cosa sarebbe un Aikido senza spirito: una lotta, un combattimento, una specie di zuffa senza capo né coda. È assolutamente possibile insegnare la tecnica senza trasmettere niente dello spirito, ma così, si tratta di tutta un’altra cosa. Forse self-defense oppure una tecnica di benessere.
Come in tutte le arti marziali abbiamo il Rei, il saluto, che ovviamente ne è l’espressione più immediatamente visibile, ma è attraverso la postura dell’insegnante che si trasmetterà ciò che è più importante. Per postura intendo un insieme estremamente complesso di segni che saranno reperibili dagli allievi: di sicuro l’aspetto fisico, la dinamica, la precisione, ecc., ma anche la maniera di far passare un messaggio, l’attenzione dedicata a ognuno dei praticanti in funzione di migliaia di fattori che l’insegnante deve percepire. È sviluppando la propria intuizione che si può avere la più grande e la più fine delle pedagogie, e così apportare gli elementi dei quali il praticante ha bisogno per approfondire la propria arte, per meglio comprenderne le radici.

Lo spirito dell’Aikido non si impara

Lo spirito dell’Aikido non si impara, lo si scopre, non ci cambia, ci permette di ritrovare le nostre radici umane, di raggiungere ciò che c’è di migliore nell’essere umano.
«L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.»*
Il desiderio del fondatore dell’Aikido era di avvicinare gli esseri umani, per lui il mondo era come una grande famiglia: «Nell’Aikido, l’allenamento non è fatto per diventare più forti o vincere l’avversario. No. Aiuta ad avere lo spirito di mettersi al centro dell’Universo e di contribuire alla pace mondiale, di far sì che tutti gli esseri umani formino una grande famiglia».*

Un inno alla gioia

O Sensei diceva: «Praticare sempre l’Aikido in modo vibrante e gioioso.»*
Non si parla molto spesso della gioia, il nostro mondo ci incita alla tristezza, a reagire con violenza agli eventi, a criticare le carenze del sistema, a vedere i difetti degli altri, a essere competitivi. Ma tutto questo finisce per renderci scorbutici, irritabili e rovina il nostro piacere di vivere semplicemente.
La gioia è una sensazione che considero sacra. La gioia di vivere, di sentirsi pienamente vivi in tutto ciò che si fa, o ciò che non si fa. La gioia ci permette di vivere quello che molti considerano come delle limitazioni in modo completamente diverso, di considerarle come delle opportunità che ci permettono di andare più lontano, di approfondire ciò che il mio maestro chiamava la respirazione.
La gioia ci porta poco a poco verso la libertà interiore, che è la sola libertà che valga veramente la pena di scoprire come racconta così bene il maestro di Tai-chi-chuan Gu Meisheng (1926-2003) che la scoprì nelle prigioni cinesi all’epoca di Mao.
Essa ci permette di uscire dalle convenzioni che i diversi sistemi ci impongono.

Lo spirito dell’Aikido, lo si trova nella natura, non una natura esterna all’essere umano ma l’umano che fa parte della natura, essendo egli stesso natura.
«La pratica dell’Aikido è un atto di fede, una credenza nel potere della non violenza. Non è un tipo di disciplina rigida o di vuoto ascetismo. È una via che segue i principi della natura, dei principi che devono essere applicati nella vita quotidiana. L’Aikido deve essere praticato dal momento in cui vi alzate per accogliere il giorno fino al momento in cui vi ritirate per la notte.»*
Ogni mattina cominciare nella calma del dojo con una meditazione di due o tre minuti circa per ricentrarsi, concentrarsi. Poi passare alla Pratica respiratoria, come l’ha chiamata Tsuda Sensei, e che O Sensei Morihei Ueshiba faceva ad ogni seduta. Si può allora abbordare la seconda parte, la pratica con un partner, il piacere della comunicazione attraverso la tecnica, la respirazione Ka Mi e tutto ciò molto di buon’ora mentre molte persone al di fuori sono appena emerse dal sonno.
Quando non c’è niente di programmato, quando si è vuoti da ogni pensiero, in questi momenti sublimi in cui la fusione si realizza con il partner, allora si è nello spirito dell’Aiki.
Come nello Zen, ci viene proposto di vivere qui e ora, di non essere diversi da ciò che siamo, ma di guardare con lucidità ciò che siamo diventati.

L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.

La trasmissione dello spirito

Per comprendere lo spirito dell’Aikido bisogna, secondo me, immergersi nel passato, non solo del Giappone ma anche e forse soprattutto, della Cina antica. Andare a cercare i pensatori, i filosofi, i poeti che alimentarono la riflessione e diedero peso al pensiero orientale. È grazie al mio maestro Tsuda Itsuo che ho scavato in questa direzione: non perché egli abbia fatto dei corsi di filosofia o tenuto dei seminari sull’argomento, lui che non parlava se non con parsimonia, ma al contrario ci ha lasciato con i suoi libri una riflessione sull’Oriente e l’Occidente, creando un ponte tra questi due mondi che sembravano antinomici.
L’immensa cultura di questo maestro, che ho avuto la fortuna di conoscere, mi aveva all’epoca lasciato sbalordito, ma poco a poco ho potuto accedere alla comprensione del suo messaggio, della sua opera filosofica che mi avevano nutrito. Ma quest’uomo, che avevo ammirato, aveva lasciato anche delle tracce che vedevo senza comprendere, altri segni, come i maestri Zen: ha lasciato delle calligrafie. Come in quest’arte, che si chiama oggi lo Zenga ci ha trasmesso un insegnamento attraverso gli ideogrammi, le sentenze di Chuang-tzu, Lao-tzu, Lin-tsi, Bai Juyi o dei proverbi popolari. Ognuna di queste calligrafie ci fa scoprire una storia, un testo, un’arte, che ci permette appunto di andare più lontano nella comprensione di questo spirito che sottende la nostra pratica.

Senza la sensazione concreta del ki, passiamo a lato dell’essenziale.

Risvegliare la forza interiore

«Ci sono delle forze in noi, ma restano latenti, dormienti. Bisogna svegliarle, attivarle.», scriveva Nocquet Sensei in un articolo apparso nel 1987. Questa frase fa eco per me alla calligrafia di Tsuda Sensei «Il dragone esce dallo stagno ove giaceva addormentato, il talento traspare». Nei due casi questi maestri parlano del ki e ci incitano a cercare in questa direzione.
Senza la sensazione concreta del ki ci perdiamo l’essenziale. Come parlare dello spirito dell’Aikido senza farne una sequela di regole da rispettare se non seguendo, ritrovando i fondamenti dell’essere umano. La nostra società industriale moderna ci facilita talmente la vita che non ci muoviamo più, ci spostiamo troppo facilmente, nelle città dobbiamo fare solo qualche metro per nutrirci invece di correre, cacciare o coltivare. L’Aikido permette di spendere quest’energia in eccesso che altrimenti ci fa ammalare. Ma non si tratta solo dell’aspetto fisico, motorio, è tutto il nostro corpo che ha bisogno di ritrovarsi, di normalizzarsi. Il nostro spirito sovraccarico di informazioni inutili ha anch’esso bisogno di riposarsi, di ritrovare la pace in mezzo all’agitazione che ci circonda.

Lo spirito dell’Aikido è l’Aikido

Lo spirito dell’Aikido si trova nella pratica stessa e poco a poco lo si scopre. Ed è un reale godimento questa scoperta. Le persone che iniziano, quando prendono coscienza della sua importanza, entrano pienamente in quest’arte che è la nostra. Spesso è a questo punto che cominciano le difficoltà nello spiegare quello che facciamo. Si desidera parlarne, invitare degli amici a venire a partecipare ad almeno una seduta.
Si prova a far capire che cosa si risente. Gli altri constatano il nostro entusiasmo ma non riescono a capire di cosa si tratti. E le risposte che si ricevono alle nostre spiegazioni, a ciò che cerchiamo di far passare sono spesso piuttosto deludenti. Possono andare da «Ah, sì anch’io ho fatto dello Yoga l’anno scorso durante le vacanze al club Med. Ma non ho tempo di fare una cosa così, capisci, non ho veramente il tempo.» Fino a «Sì,  la tua cosa è veramente simpatica ma è troppo complicata, sai io faccio del self-defense, californio-australiana, ed è veramente efficace…». Passare da un mondo ad un altro richiede di essere pronti, essere pronti a scoprire molto semplicemente ciò che non si conosce ancora, ma che si intuisce. Si comincia a praticare perché si è letto un libro, un articolo, e si è rimasti scioccati, ci si è detti: «Strano questo tipo, ma mi piace quello che racconta, mi piace questo spirito, lo sento vicino, vicino a ciò che penso io».

Un’arte per la normalizzazione dell’individuo

Molto spesso è lo spirito della pratica che ci fa continuare per molti anni, raramente sono le prodezze fisiche o tecniche, che in ogni modo sarebbero limitate dall’età. La sola cosa che non ha età è il ki, l’attenzione, la respirazione come lo chiamava Tsuda Sensei. Essa può approfondirsi senza alcun limite, ed è per questo che ci sono stati dei grandi maestri.
Se si risveglia la propria sensibilità, se c’è la continuità, e se si è ben guidati; se l’insegnamento non si limita alla superficie ma ci permette di scavare, di aprire da soli delle porte di cui non sospettavamo l’esistenza, allora tutto è possibile. Quando dico tutto è possibile, voglio dire che ognuno diviene responsabile di se stesso, della propria vita, della qualità della propria vita.
Come dice Yamaoka Tesshū: «L’unità del corpo con lo spirito può fare tutto. Se una lumaca vuole fare l’ascensione del monte Fuji, allora ci riuscirà.»
Non cercare la notorietà, non cercare di diventare ma piuttosto di essere grazie alla realizzazione personale. Placare le tensioni interne, unificare il corpo e lo spirito, che molto spesso lavorano in direzione contraria, quando non lavorano l’uno contro l’altro, ecco il senso profondo della ricerca che possiamo fare nella pratica delle arti marziali.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 18) nel mese di ottobre del 2017.

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Note

* Citazioni tratte dal libro L’art de la paix : Enseignements du fondateur de l’Aïkido Interviste e scritti di Morihei Ueshiba raccolti da John Stevens, Guy Trédaniel Éditeur, 2000, traduzione italiana della Scuola Itsuo Tsuda.

Aikido : un’evoluzione dell’essere

Di Régis Soavi

L’Aikido è uno strumento della mia evoluzione, mi ha fatto evolvere, ho dovuto soltanto seguire con tenacia questa strada che si apriva davanti a me, che si apriva dentro di me. Come tanti altri, sono arrivato a questa pratica per la sua marzialità. Ma la sua bellezza, come anche l’estetica dei suoi movimenti, mi hanno rapidamente affascinato, e questo già con il mio primo professore Maroteaux Sensei. Poi, quando ho avuto modo di vedere Masamichi Noro Sensei, e Nobuyoshi Tamura Sensei, ho avuto la conferma di quello che avevo intuito: l’Aikido era una cosa completamente diversa da quello che conoscevo.

Arrivavo dal mondo del Judo, con le immagini che ci erano state trasmesse, come ad esempio quella del ramo di ciliegio che si copre di neve e che tutt’a un tratto la lascia cadere e si raddrizza. Ero già andato oltre le idee che giravano all’inizio del secolo e negli anni cinquanta di un “Jiu Jitsu giapponese che trasforma un uomo piccolo e mingherlino in un mostro di efficacia”.
La realtà della mia periferia e soprattutto gli avvenimenti ai quali avevo preso parte negli anni dal ‘68 al ‘70 avevano già spazzato via tutte queste immagini. Avevo appena vent’anni quando ho incominciato a praticare l’Aikido, e se il mondo non era certo come lo avrei desiderato, poteva essere cambiato. Potevamo passare dalla barbarie mondiale, con le sue guerre, le sue carestie, le sue incomprensioni tra i popoli, ad una società più umana, una società finalmente pacificata. E ovviamente l’Aikido ce lo avrebbe permesso. Il Maestro Ueshiba era appena deceduto, ma ci lasciava un’eredità incredibile, con una quantità di discepoli giovani o meno giovani pronti a guidarci, ad insegnarci. Faccio parte di questa generazione, piena di queste speranze, dopo la delusione dovuta al disastro di quello che avevamo sperato essere una rivoluzione umanista nel Maggio ‘68 in Francia. La filosofia trasmessa dall’Aikido risuonava in noi, ci incitava ad essere forti per combattere l’ingiustizia. Come spiegavano i libri di Tadashi Abe e Jean Zin1, di E. Herrigel2, o anche un po’ più tardi e a modo suo di K.G. Durkheim3, era un’Arte Cavalleresca. Forse saremmo stati i cavalieri dei tempi moderni… Jigoro Kano Sensei aveva, all’alba del ventesimo secolo, trasformato il Jiu Jitsu in “un’arte”, una via, era stato uno degli iniziatori di questo cambiamento storico ed era riuscito a farlo conoscere. Gli ideali di Kano Sensei dovevano essere trasmessi dall’educazione, l’arte del Judo ne era lo strumento.
O Sensei Morihei Ueshiba si era anche lui evoluto. Come ogni uomo, il tempo, l’età, l’esperienza, ma molto più di tutto questo, la sua illuminazione, questo istante di coscienza, che evocava così bene ed in modo così poetico e che aveva aperto in lui una porta verso l’ignoto.
Dell’Aikido che si era già costruito come pratica marziale, arte del combattimento, ha tenuto la forma, il rigore, ma la filosofia che ne costituiva la base non era più la stessa, iniziava a parlare dell’amore con la A maiuscola, dell’“Amore universale”.

Un’altra dimensione

Quando Tsuda Sensei che aveva già quarantacinque anni incontrò il Maestro Ueshiba che ne aveva settantasei, misurò subito la grandezza di O Sensei, l’intensità del suo messaggio. Poteva capirlo grazie alla sua età, alla sua cultura immensa, e forse anche perché non arrivava dalle arti marziali, ma dal Seitai, che studiava con Haruchika Noguchi Sensei4 già da una quindicina di anni. Profondamente pacifista, aveva anche subito in età adulta, la Seconda Guerra mondiale, con il suo corteo di massacri e la sua tragica fine nucleare.
Con Itsuo Tsuda scoprivo qualcosa di diverso da quello che avevo appreso fino ad allora. Non si trattava di esercitarsi o di integrare delle tecniche e di ripeterle all’infinito. Ci presentava qualcosa di diverso, un’altra dimensione. Il suo talento era nella respirazione, il ki, questa nozione così misteriosa, che con lui, diventava estremamente concreta, comune, quasi banale.

A causa, e soprattutto grazie a questo, il mio Aikido evolveva, la mia pratica si trasformava. Avevo sentito parlare dell’aspetto religioso dell’Aikido, del rapporto che il fondatore aveva coltivato con l’Omoto-kyo fino alla fine della sua vita. Questo aspetto è stato rifiutato da alcuni aikidoka. Le religioni non erano più di moda ed in ogni caso non bisognava mescolare le cose, bisognava sbarazzarsene, ritornare indietro, alle origini, al combattimento, alla dura realtà della vita e quindi più o meno alla giungla. Gli avvenimenti recenti non gli danno forse ragione, con la loro violenza, ed i suoi corollari, il suo corteo di protezioni, la tendenza al ripiegamento su se stessi, sui propri interessi?

Il mio maestro ci proponeva una prospettiva tutta diversa. Parlava spesso della sua immensa ammirazione per il Maestro Ueshiba. Ci diceva che lui stesso stava cercando nella direzione che gli aveva dato il suo maestro. Ci guidava verso il sacro, non verso il religioso ma verso il sacro, era la sua maniera di insegnarci l’arte del misogi,5 di trasmettere un messaggio a questo piccolo gruppo di Francesi che ignoravano, all’epoca, tutto o quasi delle tradizioni e della cultura giapponesi.

L’Aikido evolve

Per Régis Soavi, l'Aikido, è l'approfondimento della percezione del ki.
Per Régis Soavi, l’Aikido, è l’approfondimento della percezione del ki.

Se l’Aikido si è evoluto, dobbiamo per questo classificarlo oggi tra le tecniche di benessere, di rilassamento o di gestione dello stress? La filosofia della nostra arte forse non ha finito di sorprenderci, per chi sa scavare, ed andare alla radice dell’essere umano, grazie a questo formidabile strumento.
Se l’Aikido evolve è attraverso il nostro incontro con esso, perché ogni giorno, ogni mattina precisamente, durante ogni seduta ci mettiamo in armonia con l’altro, gli altri, e di conseguenza con l’Universo.
L’Aikido è multiplo ma il suo fondamento è “UNO”, è per me una ricerca, un approfondimento della mia respirazione, della mia percezione del ki. Perché il cambiamento che si produce dentro di noi è la scoperta del mondo del ki.
L’Aikido evolve perché io evolvo. La mia comprensione lo fa evolvere in me.
La nostra arte ha fatto molto più che evolversi, si è radicalmente staccata dalle sue origini, ha cambiato orientamento, ha cambiato il “nostro” orientamento.

La mia domanda è quindi: dobbiamo far evolvere l’Aikido perché non è più adatto alla nostra epoca? Il mondo è cambiato certo, i suoi valori non sono più gli stessi, ma gli individui sono realmente cambiati? Oppure vogliono una volta ancora uscire dall’impasse in cui la società li ha portati?

Soffocare il nostro mondo interiore per sopravvivere o risvegliare il nostro mondo interiore per poter vivere.

Se tante persone cercano oggi in direzioni diverse da quelle che ci propone la società, non è per farla continuare così com’è, ma proprio perché desiderano cambiarla. Cambiarla per andare avanti e non per tornare indietro. Ma andare avanti non vuol dire fare tabula rasa del passato, al contrario. Bisogna saper approfittare dell’esperienza di questo passato, perché ci sono radici sane, non tutto è da buttare alle ortiche. In una società in cui gli individui sono diventati intercambiabili, ci sono dei valori eterni che possiamo conservare o ritrovare, ovvero riappropriarcene. Uno di questi valori è l’individualità, la differenza e la ricchezza delle persone che non chiede di meglio che di sbocciare. L’Aikido è qui per permettere loro questo sbocciare. Per questo sarà necessario lavorare sulla sensibilità, bisognerà ritrovarla nei meandri del nostro inconscio, del nostro involontario, di quello che fa di noi degli esseri umani, e non dei robot.

Il mondo dell’Aikido è per la maggior parte un mondo maschile, la sua evoluzione si farà anche attraverso il riconoscimento reale del femminile, come un mondo con valori propri, così vicino e allo stesso tempo così lontano.
Questo riconoscimento di un mondo che ha mantenuto un contatto con la vita nella sua semplicità, nel suo lato primitivo e propriamente istintivo può aiutarci a ritrovare noi stessi. Finiremo forse con l’apprezzare quello che sarà un vero equilibrio, basato su un’uguaglianza reale e non dettato da convenzioni antiquate. Un’uguaglianza dove la comprensione della differenza permette di apprezzarla.

Parlo della nostra evoluzione, quella che ci è indispensabile per andare avanti. I più grandi maestri non sono né aggressivi né violenti, al contrario. Anche se si parla della loro potenza, viene fatto l’elogio della dolcezza di Tamura Sensei, di Noro Sensei, di O Sensei Morihei Ueshiba, di Itsuo Tsuda Sensei. Senza che questo li sminuisca in alcun modo, senza che questo pregiudichi la loro forza, la loro personalità, al contrario. Se dovessimo trovare una via che ci porti alla pace, non sarebbe forse in questa direzione che dovremmo guardare?

L’amore di cui parla il fondatore non è qualcosa che si impara, questo Amore universale emerge dall’essere umano sincero quando si è sbarazzato da tutto quello che ne impediva l’emergere. Le sue debolezze, la sua condiscendenza, le sue paure, le sue rigidità, e tante altre cose. Ognuno di noi può fare la propria lista. Emerge dal più profondo di noi, a volte all’improvviso, sempre perché abbiamo abbandonato le nostre prerogative. Questo amore è ben lontano dall’essere un punto d’arrivo in sé, non si può misurare, la sua dimensione non è calcolabile, così può crescere mano a mano che il nostro respiro si approfondisce, che penetriamo un po’ di più in quella che chiamerò una dimensione supplementare: la sensazione concreta del ki. Al di là delle tre dimensioni a cui siamo abituati, e senza entrare nella quarta dimensione dei romanzi di fantascienza. Questa dimensione che è la sensazione fisica del ki in ogni sua forma, ci apre le porte verso una percezione più fine, più precisa del mondo. Un mondo in qualche modo allargato, un mondo che intuiamo e di cui abbiamo la chiave. Un mondo di libertà per noi e che si estende intorno a noi, che libera tutti quelli che vogliono cercare e lasciarsi guidare dalla loro intuizione, dal loro kokoro6, e dalla loro intelligenza in profondità.
La percezione di questa dimensione mi sembra essere un’evoluzione logica che deve derivare dalla natura stessa della nostra pratica e per questo dobbiamo dirigere tutta la nostra energia in questa direzione. Dobbiamo operare senza sosta perché i nostri allievi, e per estensione le persone che li circondano, possano beneficiare di questa scoperta.

L’Aikido: sport olimpico, arte di combattimento o tecnica di rilassamento?

Qual è il futuro di questa pratica? Se ha un passato glorioso sembra che oggi attiri sempre meno persone. Forse le rigidità amministrative dello Stato francese hanno bloccato l’entusiasmo delle generazioni passate. La scolarizzazione della società, già denunciata da un filosofo come Ivan Illich7 negli anni ‘70, fu applicata nell’insegnamento dell’Aikido, con i suoi programmi, i suoi esami, le sue ricompense. Questa idea di progressione basata sulla performance ha spesso, passato l’entusiasmo dell’inizio, stancato i giovani praticanti. Quelli che praticano da tanto tempo e ripetono sempre la stessa cosa non vedono più verso cosa stanno andando e a volte sono delusi da quest’arte che non ha portato loro quello che avevano creduto d’intravedere all’inizio. I nostri maestri e i nostri predecessori che avevano conosciuto O Sensei avevano visto qualcos’altro in questo uomo fuori dal comune. Sapevano che l’Aikido non si riduceva ad un’efficacia miracolosa dovuta a concatenazioni di tecniche eseguite sempre più velocemente.

Come arte di combattimento, senza gli anni di allenamento quotidiano, è molto spesso un’illusione, e anche con gli allenamenti intensivi, rimane comunque un’illusione. Anche i meglio preparati non possono garantire niente, perché tanti fattori entrano in gioco in un incontro violento. Si può allora lasciarsi andare a paragonare le differenti arti: Boxe Inglese, Cinese, Tailandese, Jiu Jitsu Brasiliano, Vale tudo, ecc., ognuno può tirare a sé la coperta argomentando. È la polemica verbale, e a volte finisce sul ring in un confronto ben lontano dagli ideali dei nostri poveri maestri, il cui unico desiderio mentre ci insegnavano quest’arte era di farci diventare esseri umani a tutti gli effetti, donne e uomini di valore. L’Aikido, con i suoi valori umanisti, era portatore di speranza nel ventesimo secolo, trovava un’eco nella nuova generazione che usciva dall’oscurantismo antiquato del conformismo. L’epoca lo ha trasformato, non ha saputo, potuto, resistere alle sirene della modernizzazione, dell’ognuno per sé, del cocooning o del ritorno al passato verso i valori-rifugio del tipo autorità, condizionamento, spirito di competizione.

L’autonomia

L’autonomia non si può insegnare, si scopre allo stesso modo delle capacità individuali, ma ci vuole tempo. Bisogna essere guidati, ma non forzati. Serve libertà, non lassismo. Forza senza rigidità. Infine, se sappiamo proporre questo in dojo che siano indipendenti dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni, dalle organizzazioni varie, allora vedremo persone riunirsi, per evolvere insieme grazie alla nostra pratica. Se non si dimentica che l’asse principale della nostra ricerca è il ki, le sue manifestazioni, la comprensione della sua importanza, il suo utilizzo attraverso la sensazione della vita che ci anima.

L’essenziale è nella scoperta della direzione da seguire, quella che ci porta all’autonomia, alla realizzazione dell’Essere nella semplicità.
Posso così fare mie le parole dell’Internazionale di Eugène Pottier8, come quelle della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges9 o quelle di Gesù di Nazareth o anche quelle di Buddha. Basta che io ne faccia una lettura non di parte ed aperta. Se l’Occidente ha una mente manichea, è completamente diverso in Oriente. Senza idealizzare l’uno o l’altro, la nostra ricerca deve portarci ad afferrare il meglio di ogni cultura. Il nostro mondo non è dei più allegri, ci mostra ogni giorno, attraverso i media, il suo volto spesso così deformato, con il suo carico di incomprensioni, di difficoltà e anche di orrori. Se è difficile agire efficacemente sulla società a livello mondiale, invece, possiamo agire a livello regionale, intendo dire vicino a noi, nel nostro entourage.
L’Aikido, se si sviluppa nello spirito di cui ho provato a dare un’idea, può essere uno strumento formidabile per rendere la nostra società più umana, più tollerante, ed anche più accogliente. È un’arte eccezionale che non chiede altro che svilupparsi. Siamo noi insegnanti di oggi che dobbiamo dare risposte, dare una direzione sana alla nostra pratica, con franchezza, senza nasconderci dietro ideologie o idee preconcette, per poter essere all’altezza di quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di luglio del 2017.

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Note

1  Jean Zin et Tadashi Abe, La vittoria attraverso la pace.
2  E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco.
3  K. G. Durkeim, Hara, centro vitale dell’uomo.
4  Noguchi Haruchika (1911-1976) è il fondatore del Seitai.
5  Per Ueshiba Morihei l’Aikido è un Misogi, una pratica di purificazione del corpo e della mente.
6  Il termine kokoro esprime un concetto, ha quindi un significato più esteso rispetto ai suoi equivalenti “cuore” “anima” o “spirito” spesso utilizzati per tradurlo.
7  I. Illich, Una società senza scuola (titolo originale: Deschooling Society).
8  Eugène Pottier (1816-1887) autore di L’Internazionale, canto rivoluzionario le cui parole furono scritte nel 1871 durante la repressione della Comune di Parigi, sotto forma di un poema alla gloria dell’Internazionale operaia.
9  Olympe de Gouges (1748-1793) ha lasciato numerosi scritti a favore dei diritti civili e politici delle donne e dell’abolizione della schiavitù.

Noguchi – Chuang-Tzu #5

Testo di  Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (V). Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda. Per leggere l’iniziohttps://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-tchouang-tseu-1/

Fintanto che gli esseri umani vivono, a un certo punto moriranno. Questa affermazione è stata verificata per migliaia di anni, e quindi non è un malinteso. Le persone generalmente non accettano l’inconfutabile fatto che gli uomini muoiono, e mentre si avvicinano alla morte e sentono la morte nei loro cuori, si preoccupano e agiscono con impazienza, poiché non vogliono morire. Ma gli esseri umani sono creature che muoiono. Bach compose le Variazioni Goldberg per il sonno profondo di qualcuno, e questo pezzo dice continuamente che gli uomini sono mortali. La reiterazione è interessante perché è proprio come Bach stesso, che respirava tranquillamente e aveva uno stato di calma mentale.Lire la suite

Noguchi – Chuang-Tzu #4

Testo di  Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (IV). Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.

Quando Kung Wen Hsien vide il Comandante dell’Esercito, disse sorpreso: “Mi chiedevo chi fosse, e sei tu. Quell’unico piede – è il lavoro dell’uomo o del Cielo?”
Il Comandante rispose: “Del Cielo, e non dell’uomo. Sostanzialmente, la forma di un uomo è determinata. Da questo, so che anche essere con una gamba sola è lavoro del cielo e non dell’uomo.”Lire la suite

Noguchi – Chuang-Tzu #3

Testo di  Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (III). Per leggere l’iniziohttps://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-tchouang-tseu-1/

Vivere è una questione più importante che pensare. Essere vivi non è un mezzo, ma un fine. Così la vita dovrebbe essere portata avanti naturalmente solo con lo scopo di mantenere la vita: un’inspirazione, un’espirazione, un’alzata di mano, un movimento della gamba – tutti questi dovrebbero essere per il nutrimento della vita. Pertanto stare semplicemente in salute è una cosa molto preziosa. Zensei, vale a dire, “Una vita piena”, non è altro che la strada che gli uomini seguono, ed è la strada della natura. Vivere pienamente la vita che ci è data in pace di spirito non è a favore di un contenuto spirituale, ma è ciò che avrebbe già dovuto essere realizzato prima di ogni altra cosa. Dobbiamo vivere in modo vitale la vita umana, che è salute. Vivere sempre allegramente e felicemente – questo è sempre stato quello che è il vero valore per gli esseri umani.


Gli esseri umani vivono perché sono nati, e poiché vivono, mangiano e dormono. Sono nati come risultato di un’esigenza naturale, e vivono come risultato della stessa esigenza. Vivere è naturale. E così anche morire è naturale. Per gli esseri umani portare a compimento la vita che è data loro viene prima di tutto. Ma questo non significa affatto essere attaccati alla vita. Chuang-Tzu disprezzava qualsiasi brama per cose particolari. Per lui, il sorgere di qualsiasi attaccamento è allo stesso tempo un allontanamento dalla via. Così egli parla di nutrire la vita e di mantenere il corpo in modo che il momento presente che è dato, proprio perché è il momento presente, possa essere usato pienamente, e certamente non perché la cosa data è la vita.

Chuang-Tzu ha visto come un tutto unico i contrari di bene e male, di bellezza e bruttezza, e dell’utile e dell’inutile, e per lui la vita e la morte erano anche un tutto unico, quello che nasce muore e quello che cessa di esistere torna in vita. “La vita sorge dalla morte e la morte sorge dalla vita,” ha scritto.

Quando Tsu-Yu contrasse una malattia paralizzante, Tsu-Szu andò a trovarlo e chiese: “Pensi che il tuo destino sia spiacevole?” La risposta di Tsu-Yu fu sorprendente: “Perché dovrei trovarlo spiacevole? Se si sono prodotti dei cambiamenti e il mio braccio sinistro si trasforma in un gallo, lo userò per annunciare l’alba. Se la mia spalla destra è trasformata in un proiettile, la userò per abbattere un piccione da arrostire. Se i miei glutei diventano ruote di carro e il mio spirito un cavallo, cavalcherò con loro. Allora non avrei bisogno di altro veicolo che me stesso – sarebbe meraviglioso!”
“Il tempo non cessa nemmeno per un istante, e se è destino per un essere umano nascere, allora è naturale che la forma vivente debba essere persa. Se sei felice con il flusso del tempo e in armonia con l’ordine delle cose, allora non vi è alcuna gioia o dolore particolare. Questo è quello che gli antichi chiamavano “liberazione dalla schiavitù”. Tu metti un cappio intorno al collo e non riesci a toglierlo; questo è perché esso è legato dalla mente che pensa in termini di giusto e sbagliato e buono e cattivo. Nulla può superare il paradiso. Nulla viene dall’odiare il paradiso.”
Il punto di vista di Chuang-Tzu sul nutrire la vita è chiaro nelle parole che vengono dal passaggio in cui Kung Wen Hsien parla al Comandante dell’Esercito: “Il lavoro dell’uomo è comunque il lavoro della natura”. Questa è la strada che lui percorre. All’interno della sua attitudine – che qualsiasi cosa accada, è appropriata, e che quando qualcosa accade, vai avanti e affermi la realtà – non vi è nessuna traccia della rassegnazione che si trova nel sottostare al destino. La sua affermazione della realtà non è altro che l’affermazione della realtà. La dignità dell’uomo è espressa unicamente dalle parole di Lin Chi: “Ovunque tu sia, sii padrone”.
Dal punto di vista di Chuang-Tzu, la sicurezza della gabbia per uccelli non è meglio che l’essere inconsapevolmente addormentati. Egli sente la vitalità della vita solo fintanto che l’esistenza è senza costrizioni.

(continua…)

Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.

immagine : Chuang Tzu. Lu Chih (1496–1576)

Noguchi – Chuang-Tzu #2

Testo di Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (II). Per leggere l’iniziohttps://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-tchouang-tseu-1/

Zhuangzi«Nel fare ciò che è considerato buono, evita la fama; nel fare ciò che è considerato sbagliato, evita le sanzioni; rendilo un principio per mantenere una via di mezzo, e preserverai il tuo corpo, soddisferai la tua vita, sosterrai i tuoi genitori e vivrai il tuo arco naturale di vita.»

Lette ed accettate per quello che sono, queste parole sono i principi della salute. Sento in loro, vicino a me, la forza dello spirito umano.
Quando il re di So sentì dell’intelligenza di Chuang-Tzu, mandò, con una grande dimostrazione di cortesia, dei funzionari da Chuang-Tzu, chiedendogli di diventare primo ministro; ma Chaung-Tzu rise e osservò che diecimila pezzi d’oro erano una grande somma e una posizione da primo ministro era molto elevata. Ma chiese ai funzionari se avessero mai visto un toro sacrificale addobbato per la festa. Questo toro, disse, è ingrassato con vari cibi nutrienti per l’occasione, adornato con bellissima stoffa, e condotto nella stanza degli dei. Per quanto il toro voglia essere soltanto un toro in questo momento, non può. Disse ai funzionari di partire senza fare storie e di non macchiare la sua vita, e disse che semplicemente voleva essere felice nella propria misera situazione. Parole come queste sono davvero tipiche di Chuang-Tzu, ed ancora suscitano un sorriso dopo duemila anni.
Alla fine giusto e sbagliato e lode e biasimo sono una cosa sola, Chuang-Tzu ha detto “La distinzione delle cose implica la definizione. La definizione implica la disgregazione. Con le cose, non c’è né definizione né disgregazione, solo unità. Solo il vero saggio sa che tutto è uno.” In questo modo, Chuang-Tzu ha distrutto il mondo degli opposti e l’ha frantumato. Ecco perché diceva senza preoccuparsi, “Nel fare ciò che è considerato buono, evita la fama; nel fare ciò che è considerato sbagliato, evita le sanzioni”.

Quando qualcuno dorme sul terreno umido, la forza lo abbandona e sviluppa i reumatismi. Metti un’anguilla in cima ad un albero, e lei trema di paura; fai lo stesso con una scimmia, e questo non accade. “Tra questi tre, c’è qualcuno che non conosce qual è il posto adatto per la sua vita?”

L’essere umano mangia il maiale, ai cervi piace l’erba, il millepiedi trova i vermi deliziosi, il corvo si delizia di ratti.” Tra questi quattro, c’è qualcuno che non sa cosa gli piace mangiare?”
Il maschio della scimmia prende la femmina tra le sua braccia, il cervo si accoppia con la cerva, l’anguilla gioca col pesce. Mao Chiang e Li Chi erano considerate le più belle donne di questo mondo, ma alla loro vista, il pesce si tuffò in profondità, gli uccelli volarono alto nel cielo ed il cervo fuggì.

Chi di questi non conosce il proprio oggetto dei desideri?
Rimanere al di là del bene e del male e fondersi con la natura di tutte le cose: questo è il segreto del coltivare la vita di Chuang-Tzu.

Inseguire una vita sana e fuggire per evitarne una malsana ti rende solamente irritabile e preoccupato. Essere orgogliosi dei propri talenti e desiderare essere primo nel mondo in qualcosa significa aver dimenticato il principio più importante del coltivare la vita. Un grande albero è rovesciato dal vento; l’alto rango di un ministro attrae l’invidia delle masse, ma per la persona che si è liberata da ogni vincolo e gode di una vita di libertà, un ministro, anche se ha un rango elevato e riceve un alto salario, non è più di un sandalo rotto.
“Un fagiano che vive in una palude cammina dieci passi per un becco pieno di cibo e cento passi per un sorso d’acqua, ma non vuole esser tenuto in una gabbia”.

Chuang-Tzu insegna che non c’è bisogno di essere super pedanti riguardo a una vita “salubre” o “non salubre” e agitarsi. Insegna che si respira tranquillamente e si segue disinteressatamente e con calma le richieste del corpo, e che questa è l’essenza per preservare la vita e vivere pienamente. Come possiamo essere all’altezza di questo? Adottiamo l’attitudine di qualcuno che vede un fuoco dall’altra parte del fiume ed incrocia le braccia? O c’è qualcosa di più che può esser fatto, qualcosa di positivo?
Il cuoco del principe Wen Hui disse, “Io maneggio le cose con lo spirito e non con l’occhio. Quando i sensi smettono di funzionare, lo spirito guida.” Questo è allontanarsi dalle apparenze e dimenticarle subito; essenzialmente è la stessa cosa che diceva il prete zen Lin Chi, “la mente non differisce dalla mente”. Allora, in tutto questo non c’è nulla ma il dispiegarsi di un puro atto, e questo, fondamentalmente, è ciò che è sostenuto nell’adagio del maestro di spada: “Dimentica le tue abilità ed il tuo avversario; lascialo tagliare in superficie, mentre tu incidi la sua carne; solo se ti abbandoni alla piena puoi raggiungere le acque poco profonde.”

Non possiamo dire che nel modo in cui l’arte di uccidere conduce alla strada della sincerità, sia nascosta la strada per coltivare la vita? Sconfiggere l’attaccamento alle cose, il rispetto delle regole e la paura della morte, e rendere lo spirito libero vi consente di utilizzare la spada liberamente nel mondo dell’ uomo di spada senza danneggiare nulla, e nel mondo comune vi permette di imboccare la via per coltivare la vita e di favorire l’essenza della vita. Sospetto che Wen Hui abbia imparato dalle parole del suo cuoco che è seguendo la natura delle cose che si coltiva la vita; la cosa importante è che abbia riconosciuto che il coltello del cuoco si muoveva senza l’intervento del sé,  senza che la sua lama fosse rovinata. Ad un sacerdote Zen è stato chiesto: “Tu vieni e vai, vieni e vai. Cosa intendi con questo?” “Consumo la suola delle scarpe senza scopo”, rispose.
(continua…)

Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.

Noguchi – Chuang-Tzu #1

Testo di Haruchika Noguchi circa il capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (I).

Il capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» è un’esposizione del modo di coltivare lo spirito della vita, vale a dire, di tutto l’essere. Ciononostante, anche leggendo i primi due caratteri cinesi nel modo abituale, si può pensare che il titolo significhi qualcosa del tipo «le regole per rimanere in salute», il risultato è molto interessante. Finora, per quanto riguarda le regole per rimanere in salute o le regole dell’igiene, le sole cose che sono state predicate sono «tratta la vita come preziosa» e «stai attento», e non si è stati in grado di sentire, anche solo un po’, l’attività vitale della vita in queste prediche. Forse perchè in esse manca un qualsiasi elemento di Chuang-Tzu.Guarderò a «Lo spirito di nutrire la vita» non come a un mezzo per lo sviluppo spirituale, ma come ad una delle scienze della salute, e spero di essere in grado di distinguere ciò che è nascosto al suo interno: i veri tratti della vita, che è esuberante e positiva.
Chuang-Tzu comincia il suo capitolo con le parole: Le nostre vite sono limitate, la conoscenza è illimitata. È pericoloso per ciò che è limitato seguire ciò che è illimitato. Ed è più pericoloso applicare la conoscenza.


Piuttosto che usare la conoscenza per fare sette buchi nell’Informe1 (come nella parabola con cui si conclude il settimo capitolo2), Chuang-Tzu ha voluto rimanere nel nulla indifferenziato, ed ha insegnato che gli umani dovrebbero rimanere all’interno di questo.
Le nostre vite sono limitate, non ci sono limiti ai «si dovrebbe» e «non si dovrebbe», e se, possedendo limiti, si provassero a rispettare gli illimitati «si dovrebbe» e «non si dovrebbe», si rimarrebbe solo con l’ansia di non essere in grado di rispettarli. Tuttavia, la gente persegue ancora i  «si dovrebbe» e «non si dovrebbe». E la loro ansia aumenta.
La via dell’igiene è perseguita con il solo risultato che i «si dovrebbe» e «non si dovrebbe» sono moltiplicati; i «si dovrebbe» e «non si dovrebbe» a cui la gente deve dare ascolto si moltiplicano sempre più; e poi l’ansia di seguire queste regole unita alla paura di non essere in grado di farlo rende le persone ancor più timorose e deboli di spirito, e l’altro lato della medaglia è che l’ansia e la paura aumentano i poteri di agenti patogeni e di cattiva salute.

 Noguchi Haruchika. Foto da http://noguchi-haruchika.com
Noguchi Haruchika. Foto da http://noguchi-haruchika.com

Separata dal significato fondamentale del valorizzare la vita, l’igiene cerca solo di evitare la malattia, di stare lontano da cose nocive, di scappare dalle cose temute; e così diventa difficile per le persone vivere in modo vitale. Mangiare tutto ciò che si può, dormire quanto si vuole, risparmiare a se stessi i problemi il più possibile, riposare il più possibile, prendere molte medicine, evitare il caldo e odiare il freddo, vestire con più abiti del necessario, e vivere in modo sicuro con questi mezzi – possiamo chiamare questo salute? Dovremmo chiamare questi mezzi, per cui gli esseri umani hanno utilizzato ogni parte del proprio sapere, igiene?
Che forza c’è in un’enumerazione di forme? Si vizia solo lo spirito umano. Non fa solo appassire la vita?

Vivere in modo sano e vitale significa non essere intimoriti dal freddo, dal caldo, dal vento o dall’umidità, lavorare senza affaticarsi, dormire senza sognare, trovare tutto ciò che si mangia delizioso, e sempre godere della vita; non significa non ammalarsi. Non ammalarsi non dovrebbe essere uno scopo, ma un risultato. La gente in salute non è spaventata dalla malattia, e quando ne ha una l’attraversa in maniera splendida, diventando sempre più vitale e piena di vita; e non c’è bisogno di leggere dell’esperienza di Nietzsche per capire questo. Quando i si dovrebbe e i si deve controllano l’attività umana, allora gli esseri umani hanno già forgiato le catene per se stessi. La conoscenza è un’arma per gli esseri umani, ed un potere per realizzare le loro intenzioni. Ma quando la conoscenza è accumulata e la libertà dell’essere umano è ristretta, le persone diventano incapaci di vivere in modo vitale a causa dei «si dovrebbe» e «non si dovrebbe», come le corna di un cervo diventano un ostacolo per lui. E poi non c’è niente di meglio di diventare liberi tagliando questa conoscenza e gettandola via.

Quando vuoi mangiare, mangia; quando vuoi dormire, dormi; quando vuoi lavorare, lavora. Non è questione di dover mangiare, non è questione di dover dormire, non è questione di lavorare perchè devi. Tanto meno si tratta di una questione di mangiare, dormire o lavorare perchè è ciò che dice l’orologio. Non è una questione di vivere la vita di domani conformemente alla conoscenza di ieri. Domani è l’apertura al nuovo sulla base dell’esperienza di domani. La conoscenza passata, le catene abituali – separatevi da queste cose e vivete in modo vitale. L’attività vitale della vita che è sempre rinnovata appartiene alla persona che vive sempre in modo libero da restrizioni.
(continua)

Traduzione della Scuolla Itsuo Tsuda

Note :

1. Nella traduzione italiana Zhuang-zi [Chuang-tzu], Adelphi Edizioni, viene tradotto con  Indistinzione.
2. “Il sovrano del Mare del Sud aveva nome Rapidità, il sovrano del Mare del Nord aveva nome Improvviso, il sovrano del centro aveva nome Indistinzione. Rapidità e Improvviso si erano incontrati, un giorno, nel paese di Indistinzione che li aveva trattati con grande benevolenza. Rapidità e Improvviso vollero ricompensare la sua accoglienza e si dissero: «L’uomo possiede sette orifizi che gli servono a vedere, a ascoltare, a mangiare,a respirare. Indistinzione non ne ha alcuno. Proviamo a fargli dei buchi». Si misero all’opera e gli praticarono un orifizio al giorno. Il settimo giorno Indistinzione morì.”
Zhuang-zi [Chuang-tzu], Adelphi Edizioni, a cura di Liou Kia-hway, cap.VII, pag. 74-75

prima immagine : Illustrazione: Chuang-Tzu e una rana. Autore sconosciuto.

L’Aikijo esiste ?

Di Régis Soavi

Certo il jo, il bastone, è sempre stato utilizzato nell’Aikido. Ma fa realmente parte della nostra Arte? Il suo insegnamento è sempre stato particolare e persino spesso separato dai corsi regolari. Molti di noi hanno cercato, attraverso altre scuole di Jujitsu, di ritrovare delle forme, dei kata, dei “colpi segreti”. Alcuni si sono interessati al Kobudo. Tuttavia l’arte del jo nell’Aikido ha le sue specificità, le sue regole.
Per quanto mi riguarda, quello che mi ha sempre affascinato è piuttosto l’estrema precisione che si può acquisire se si segue un certo tipo di allenamento. Invece di cominciare lavorando la potenza, io trovo che sia meglio favorire il movimento, gli spostamenti e soprattutto la precisione.

Allenarsi alla precisione

regis-soaviEro un giovane insegnante quando ho cominciato ad allenarmi più regolarmente con il bastone. All’epoca fissavo un tappo di bibita all’estremità di una cordicella che appendevo al soffitto. Il mio allenamento consisteva nel fare tsuki sul tappo e ogni volta che si muoveva a immobilizzarlo di nuovo. Poi ho variato le altezze. In seguito ho lavorato gli yokomen e i colpi da sotto, sempre cercando di essere preciso e senza aumentare la velocità. Ho lavorato lentamente cercando l’angolo giusto, utilizzando gli spostamenti e poco a poco ho aumentato la velocità di esecuzione e infine ho cominciato a colpire utilizzando il movimento del tappo che volteggiava a sinistra, a destra, con dei soprassalti a volte curiosi, o addirittura inquietanti se fosse stato il bastone o il Bokken di un avversario. Potevo girare attorno a quell’asse che appendevo al centro del piccolo dojo che si trovava nel cortile di rue de la Montagne Sainte Geneviève 34 a Parigi. Me ne ricordo ancora con emozione perché è stato grazie al Maestro Henry Plée che ho potuto fare questo tipo di lavoro. Di fatto mi aveva autorizzato e anche sostenuto in questa direzione (Budoka completo, amava che ci allenassimo al massimo delle nostre capacità). Dopo vari mesi di questo tipo di allenamento, sono passato al lavoro sui makiwara ma, devo ammetterlo, senza troppo insistere perché lo trovavo noioso. Invece ho adorato i colpi in tutte le direzioni, stile “shadow boxing”.
In questo esercizio ritrovavo le difficoltà del lavoro con il tappo, con in più la potenza che dovevo controllare, i movimenti rotatori, la rapidità e soprattutto la visualizzazione. Quel lavoro di visualizzazione che già intravedevo nell’insegnamento del mio maestro Tsuda Itsuo. È anche grazie a questo che ho scoperto l’importanza di avere un proprio bastone, voglio dire uno strumento di lavoro personale. Faccio parte degli insegnanti che ritengono che il jo non debba essere un manufatto, di tale lunghezza, tale spessore, tale peso. Il jo deve essere in rapporto, senza esagerazione, altrimenti saremo di fronte a un bo, con la persona che lo possiede, la sua altezza, la sua muscolatura: ci sono delle differenze enormi, non tenerne conto mi sembra un errore, ma in ogni caso è l’uso che se ne fa che resta determinante.

La pedagogia

Per quanto mi riguarda, adesso lo utilizzo più come strumento pedagogico. Come sempre si tratta di ritrovare, comprendere le forme antiche, certo, ma soprattutto di canalizzare l’energia sprigionata, sentirla circolare, scorrere lungo questo pezzo di legno.
Il Maestro Tsuda ci diceva: “Il jo ha tre parti, le due estremità e un centro, a differenza del Bo che conta quattro parti a causa della maniera di afferrarlo, le due mani a uguale distanza dalle estremità”. Gli aspetti tecnici dei colpi variano negli tsuki, a seconda che lo si utilizzi nella forma antica che corrispondeva alla lancia, oppure come un jo, quindi molto più corto, con le due mani nello stesso senso o una opposta all’altra. Tutto questo non aveva importanza per lui: quello che contava era la trasmissione del ki e l’atto di non resistenza.
Il jo doveva soltanto permetterci di scoprire il Non-fare, di approfondire la respirazione.
Utilizzare il bastone (propongo di chiamarlo così) come se fosse un tubo vuoto che si riempie di ki, che ha una certa autonomia, che torna vivente.
Il bastone esacerba le distanze. Ci obbliga ad avere un altro rapporto con la distanza, a sentire gli assi così come i cambiamenti di direzione, di orientamento.
Certe persone hanno una particolare affinità con il jo, altri preferiscono il bokken. Benché faccia parte del mio insegnamento, lascio loro il tempo di scoprire se per loro ha un senso, se possono approfondire la loro pratica grazie a questo.
È uno dei mezzi che utilizzo a volte per far comprendere come circolano le forze che entrano in gioco nella nostra pratica: è proprio con il bastone che posso farle vedere.
Chiedo a uke di afferrare il bastone molto forte e tori deve trovare l’asse, la direzione attraverso il semplice movimento del suo corpo, del suo koshi e non dei suoi muscoli o delle sue braccia, per fare scivolare la forza esercitata, in modo che quando tori si sposta, ne segue un tale disequilibrio per uke, che accetta di cadere e cade come un frutto maturo che si stacca dall’albero.exterieur

Praticare all’aperto

C’è un momento in cui è particolarmente piacevole praticare il bastone, ed è quando si è fuori, all’aria aperta.
Ne abbiamo occasione durante gli stage d’estate che organizziamo da quasi trent’anni al Mas d’Azil, in Ariège, poiché abbiamo la fortuna di poter trasformare una vecchia palestra praticamente in disuso, in un magnifico dojo, dopo numerosi ma piacevoli giorni di lavoro. Poiché si trova accanto ad un campo da calcio, possiamo uscire per praticarvi le armi.
So che allora i praticanti hanno molto piacere di praticare fuori dai tatami.
Lo spazio è talmente più vasto che possiamo ritrovare le dimensioni che esigevano le arti antiche.
Dopo essere stati confinati in uno spazio chiuso, tutto l’interesse di queste sedute all’aria aperta è di estendersi fisicamente: niente più soffitto, niente più muri, niente più limiti. È il momento in cui ciascuno può sperimentare delle dimensioni diverse, il momento ideale per tentare, in questo spazio, di sentire più lontano. Il fatto di praticare fuori mentre siamo abituati all’uniformità dei tatami è una costrizione per tutto il corpo: il terreno non è più così piatto, ci sono delle buche, dei dossi, tutti gli spostamenti, i taisabaki, ed evidentemente le cadute o le immobilizzazioni diventano più difficili. La velocità di esecuzione dell’attacco si trova spesso diminuita per questa mancanza di abitudine ma di conseguenza, quando di nuovo si pratica sui tatami tutto diventa più facile: si è acquisita una destrezza, una rapidità, una solidità nelle gambe, un equilibrio che non si aveva prima.
Ne approfittiamo dunque per praticare con più persone, tre, quattro, sei o anche otto attaccanti (un tori e sette uke) i quali, nel rispetto della nostra Arte e senza cercare la competizione, cercano di raggiungere, di mettere in pericolo quello che è al centro. Inutile farsi un film: non siamo né samurai né agenti segreti a cui niente resiste. Si tratta di muoversi di più e meglio del solito, di sentire il movimento della nostra sfera, i suoi buchi e il rischio di avere un impatto in quei punti.
L’importanza non è data a una tecnica perfetta, sia essa in difesa o all’attacco, ma molto più alla sensazione del movimento degli altri, alla distanza, all’energia che si può lanciare.
Lo spazio così vasto permette delle circonferenze di circa otto o dieci metri a volte. Lo sguardo di tori, attraverso la sua intensità e la sua direzione precisa, libera, durante i movimenti circolari, la potenza e la velocità del bastone. Esso solo a volte, crea le condizioni favorevoli a una risposta, a uno spostamento corretto.
Non so se mi faccio ben comprendere: si tratta di un gioco in cui ciascuno dei partecipanti ha il proprio ruolo, dal più principiante al più anziano, in funzione del proprio livello.
I sei o otto attaccanti modereranno la potenza e la velocità degli attacchi (tsuki, shomen, yokomen) in funzione di questo.
Ciascuno di loro cerca la posizione giusta in modo da trovare il punto debole, la velocità di avvicinamento, l’angolo corretto. Gli attacchi si fanno il più possibile a fondo, ma sempre senza violenza e anche se possibile non troppo veloci e in ogni modo senza precipitazione. È  importante quando si lavora in questo modo essere attenti a non bloccare, a non mettere alle strette quello che è al centro, a non trascinarlo in una spirale di paura che lo porterebbe all’aggressività, ma al contrario aiutarlo ad uscire dal suo imprigionamento, tanto fisico che mentale, e permettergli di sviluppare il suo potenziale. Lo stage d’estate dura quindici giorni ed è molto concentrato: due sedute di Aikido, due sedute di Katsugen undo e una seduta di armi al giorno. Vuol dire sette o otto ore di lavoro al giorno, una cinquantina di ore la settimana.  È per questo che abbiamo bisogno di questo tipo di lavoro con il jo, grazie al quale i corpi si slegano, fioriscono e trovano un’altra dimensione. I bastoni ruotano, gli spazi si muovono, i corpi a volte stanchi si stirano. L’atmosfera resta serena, a volte anche allegra, ma vi è sempre il rigore.
Uomini, donne, bambini di ogni età nel rispetto delle loro particolarità.plusieurs-attaquants

La sensibilità del feto

Tuttavia, una precisazione: le donne incinte praticano a volte fino all’ultimo momento nella nostra Scuola. Ma fin dall’inizio della gravidanza abbiamo un’attenzione particolare al fatto che essendo in questo stato così speciale, anche se naturalmente non tocchiamo mai il corpo con il bastone, è vietato fare tsuki nella direzione del ventre. Indipendentemente dal rischio di incidente, rispetto al quale siamo sempre molto attenti. Si tratta di non dirigere il ki, altrimenti detto “l’intenzione del colpo”. Un simile ki diretto, guidato, sarebbe istintivamente registrato come pericoloso, e percepito dalla madre, e soprattutto dal bambino, il quale non è altro che sensibilità, come un’aggressione, al punto da rischiare di provocare per lo meno una paura, o una contrazione che nuocerebbe al suo buon sviluppo. Nel caso in cui si lavorino i colpi tsuki, esse si mettono da parte e guardano, ma non partecipano.

Una forza centripeta può diventare una forza centrifuga

A volte lavoriamo jo contro bokken. Qui si tratta, proprio perché le armi sono diverse, di comprendere da una parte il loro utilizzo e d’altra parte i loro limiti e capacità, senza dimenticare che dietro c’è l’essere umano. Altre volte, solo uke ha un’arma. Un bastone, un bokken, questo può fare paura se si è disarmati. Non si sa in quale direzione partirà, men, yokomen, tsuki, non si può parare il colpo con un semplice gesto della mano. Solo la schivata, il taisabaki, può evitare lo choc. La presa del bastone, del bokken, è allora una delle possibilità per fermare l’attacco, trasformarlo e renderlo inoffensivo, in modo che si possa utilizzare la sua energia nella direzione opposta o deviarla verso un’altra direzione.  È  una magnifica occasione di vedere, di sentire come una forza centripeta, per esempio, possa trasformarsi, quando entra in contatto con un centro, in una forza centrifuga e ritrovarsi proiettata verso l’esterno. Se si tratta di “fermare la lancia”1, di che cosa parliamo? Non si tratta di essere vincitore o vinto ma piuttosto di cambiare sistema, di permettere che sorga qualcos’altro, e per questo, la conoscenza dell’altro, la comprensione dell’uno verso l’altro è indispensabile. In ogni persona ci sono dei lati buoni e cattivi e delle buone e cattive abitudini: si tratta di guidare il tutto verso l’armonia. L’armonia è all’origine della nostra vita, si tratta di ritrovare il naturale che è sempre presente nel fondo di ogni individuo. Ecco, per me, la via dell’Aikido.
Il nostro orizzonte può illuminarsi se comprendiamo meglio le parole di O Sensei Ueshiba, trasmesse dal mio Maestro Tsuda Itsuo nel suo insegnamento e attraverso i suoi nove libri. Queste parole non sono rimaste lettera morta; al contrario hanno preso vita, una volta di più, e continuano attraverso quelli che, con buona volontà, seguono questa via.

Articolo di Régis Soavi sul tema del bastone nel Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 13) nel mese di luglio del 2016.

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1Budō può essere inteso originariamente come «la via per fermare la lancia».

#4 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

Fine di #1, 2 e3  L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento.  Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

La filosofia del Kata

E’ il modo in cui vediamo i nostri corpi, sia consciamente che inconsciamente, che determina quali esperienze percettive decidiamo di valutare. Cercando di compiere queste esperienze determiniamo le modalità secondo le quali muoviamo ed usiamo i nostri corpi. In breve ogni movimento compiuto da un essere umano è il riflesso della sua idea di corpo. Questo non si limita al movimento fisico visibile. Per esempio, è vero che
la nostra respirazione è limitata dalla struttura del nostro apparato respiratorio ma ciò che consideriamo un “respiro profondo” è determinato dalla visione individuale del corpo. Analogamente, mentre l’atto di mangiare non può prescindere dalla struttura del sistema digestivo umano, è la nostra idea di corpo che determina esattamente quale sensazione consideriamo soddisfacente e quando sentiamo che abbiamo mangiato abbastanza. Inoltre, mentre l’equilibrio fisico è sottoposto all’influenza della forza di gravità sulla struttura dei nostri corpi, quale sensazione corporea scegliamo di chiamare stabile dipende dalla concezione di corpo individuale.
Se quindi un gruppo di persone possiede un modo particolare di muovere od usare il corpo ne consegue che esse devono condividere una comune visione del corpo. Il modo di sedere formale in Giappone, chiamato Seiza, non può generare altro che un senso di costrizione a molti occidentali. Ai giapponesi tuttavia, sedere nella tradizionale posizione Seiza dava un senso di pace mentale. Questo modo di sedere, con entrambe le ginocchia piegate, genera un senso di completa immobilità. Impedisce alla mente di intraprendere qualsiasi movimento ulteriore, in effetti, eseguire movimenti improvvisi da questa posizione è piuttosto difficile. Sedere in Seiza obbliga ad entrare in uno stato di completa ricettività ed è in questa posizione che i giapponesi scrivono, suonano e mangiano. In momenti di tristezza, di preghiera o di risoluzione, il Seiza è stato indispensabile per il popolo giapponese. Lire la suite

#3 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 e 2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento.  Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

L’idea di corpo nell’ascetismo

Hiroshige,_The_moon_over_a_waterfall_512Con l’arrivo del buddismo millecinquecento anni fa, l’età dei re, simboleggiata dalle grandi tombe, terminò ed il Giappone entrò in una nuova era, governata dalla religione. Come con la restaurazione Meiji, lo stile di vita dei giapponesi fu radicalmente transformato. La cosa piuttosto interessante è che, contrariamente alla Restaurazione Meiji, l’arrivo del buddismo sembrò piuttosto chiarire la natura specifica della cultura giapponese.
Fortunatamente il buddismo non venne trasmesso direttamente dall’India ma arrivò dopo aver transitato per la Cina. Durante il suo passaggio in Cina, il buddismo non ebbe altra scelta se non quella di fondersi con gli antecedenti indigeni del taoismo, che includono varie pratiche mistiche quali il fangshu e le filosofie di Lao-Tzu e di Chuang-Tzu. Queste pratiche, successivamente integrate nel taoismo, contemplano tutte delle pratiche ascetiche mirate alla coltivazione della longevità. Possiamo dire, di conseguenza, che il buddismo che arrivò in Giappone era stato già purificato dai cinesi, nel senso che era caratterizzato da una forte enfasi sulle pratiche ascetiche di tipo taoista [Sekiguchi, (1967)].Lire la suite

#2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento. Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

Percepire la vita in tutte le cose

HiroshigeTra le politiche di occidentalizzazione che portarono allo smembramento della cultura tradizionale giapponese ci fu, nel 1873, il cambio del calendario. Il governo Meiji decise di abolire il calendario lunare-solare che era stato utilizzato per milleduecento anni e sostituirlo con il cosiddetto calendario gregoriano o calendario solare. L’uso effettivo del nuovo calendario si realizzò solo 23 anni dopo il decreto governativo causando grande confusione nella popolazione. Ma, cosa più importante, ebbe un enorme impatto sul fondamentale senso delle stagioni e dei cicli della vita del popolo giapponese. Il vecchio calendario era comunemente chiamato il “calendario del fattore” a causa dei suoi stretti legami con le attività agricole [Fujii, (1997)]. Non veniva calcolato unicamente su base astronomica, ma si basava su una profonda comprensione dei cicli vitali di piante e creature della terra, con ulteriori aggiustamenti in accordo con l’osservazione dei corpi celesti. Si può dire che il passaggio dal vecchio al nuovo calendario fosse essenzialmente il passaggio da un ordine temporale centrato sui cicli vitali ad un ordine temporale oggettivo, basato sulla scienza astronomica occidentale.
Il vecchio calendario poneva il

capodanno in corrispondenza dei primi segnali dell’arrivo della primavera, annunciata dalla fioritura dei pruni e dal canto degli uccelli, il secondo mese corrispondeva alla fioritura dei ciliegi ed il terzo a quella dei peschi. Il tempo veniva calcolato in base ai cicli delle attività della vita nella natura che, al contrario di pianeti e stelle, non sono scanditi da intervalli regolari. Siccome il vecchio calendario dava più importanza ai cicli di crescita di piante e creature ed all’umana esperienza delle stagioni rispetto ai calcoli rigo-rosi dell’oggettiva regolarità dei movimenti planetari, ogni anno cominciava in un giorno diverso in accordo col nuovo calendario. Ogni anno, durante l’undicesimo mese, veniva annunciato il calendario per l’anno successivo in base a cui venivano pianificate le attività agricole, gli eventi e le festività. Il governo Meiji considerava non scientifico questo calendario basato sui cicli della vita e decise di usare il calendario solare basato sui movimenti planetari. Un ordinamento temporale razionale dal punto di vista dell’astronomia tuttavia non è sempre razionale dal punto di vista della vita umana e delle altre creature. La scienza moderna rigettò l’ordine temporale centrato sulla vita e propose la misura del tempo oggettivo. Successe in qualche modo lo stesso col ritmo musicale: originariamente veniva stabilito secondo la velocità del passo e successivamente venne convertito in un tempo matematico misurato dai metronomi, dando una musica che suona soffocante e rigida sia per il pubblico che per il musicista. E’ come sostituire il respiro umano con polmoni artificiali che si muovono secondo una sequenza matematicamente prestabilita. I ritmi della vita però, esistono in un ordine diverso rispetto ai cicli matematici di ripetizione.
Con il cambio del calendario il senso delle stagioni dei giapponesi andò in confusione. Il nuovo calendario non dà altra scelta se non quella di vivere in una cornice temporale completamente scissa da quella del Giappone tradizionale. Per i nostri antenati, l’inizio dell’anno nuovo corrispondeva sempre alla chiara sensazione dell’arrivo della primavera. Oggi il capodanno è posto a metà dell’inverno. Tuttavia i giapponesi continuano a scambiarsi cartoline di auguri per l’anno nuovo che celebrano la primavera. Questo non è altro che l’esecuzione di un rituale, salutare la nuova primavera senza farne però l’esperienza. Nel settimo giorno del primo mese, in tutte le case giapponesi si consuma un porridge di riso alle sette erbe primaverili. Eppure è il settimo giorno del primo mese del vecchio calendario il momento in cui queste sette erbe sono effettivamente presenti nei campi. Nessuna di queste si trova in natura il 7 gennaio del calendario corrente. Tuttavia per poter compiere questo rito fittizio i negozi riempono i loro scaffali di queste sette erbe, coltivate però in serra. Allo stesso modo il festival dello Hinamatsuri, in cui le famiglie celebrano la crescita delle loro figlie è il 3 di marzo. In questo giorno le famiglie che hanno una bambina creano uno spazio dove porre delle bambole vestite con gli abiti tradizionali contornate da fiori di pesco. I fiori di pesco non fioriscono il tre di marzo del nuovo calendario. Di nuovo, gli scaffali dei negozi vengono riempiti di fiori pro-venienti dalle serre. Il popolo del Giappone moderno ripete queste finte ricorrenze anno dopo anno. Eppure continuano a presentare il loro paese agli stranieri dicendo che “la bellezza della cultura giapponese sta nel suo armonizzarsi con la natura”. La cosa importante è che praticamente nessuno in Giappone oggi si rende conto di questa scollatura. Hanno perso la percezione diretta del cambio delle stagioni e ciò che rimane è semplicemente la relazione concettuale tra date ed eventi. In ogni caso la strana tendenza dei giapponesi di oggi a comportarsi come le genti del Giappone tradizionale nei confronti dell’esterno dopo aver accettato le politiche governative di occidentalizzazione potrebbe essere considerato un argomento interessante per lo studio dei disturbi psicologici. Ironicamente, la maggior parte dei giapponesi non sanno che nei libri di storia giapponese gli anni sono registrati in accordo con il nuovo calendario ma il mese ed il giorno seguono quello vecchio. Un altro esempio della loro confusione concerne i nomi dei mesi. Nonostante abbiano senso solo nel contesto del vecchio calendario la gente continua ad usarli anche nel nuovo. Ne risulta una sconnessione tra nome ed esperienza: Minazuki, il nome del sesto mese del vecchio calendario, che significa “il mese senza acqua”, viene oggi usato per il mese di giugno, nonostante giugno sia nel bel mezzo della stagione delle piogge. In queste circostanze non c’è da stupirsi se la maggior parte dei giapponesi di oggi hanno perso interesse nella lettura e nella comprensione dei classici. Infine, la percezione delle stagioni per i giapponesi moderni è il mero riconoscimento del cambiamento di temperatura. Le diverse stagioni non sono altro che la registrazione della distribuzione di temperature durante l’anno. Per la gente che viveva con il vecchio calendario la percezione delle stagioni non era certamente basata sul cambiamento della temperatura. Facevano attenzione ai lievi cambiamenti nell’ambiente natu-rale che li circondava, erano deliziati dal coltivare una delicata consapevolezza del cambiamento di stagione. Questo viene dimostrato chiaramente dall’antica poesia Haiku e Waka.
L’esperienza percettiva diretta del contatto con i cicli stagionali, i cui esempi abbondano nella letteratura classica giappo-nese parlano di un fondamentale aspetto della vita tradizionale giapponese: nella fattispecie, una visione del mondo in cui tutte le cose hanno vita. La capacità di percepire che tutte le cose sono vive, risonanti in armonia l’una con l’altra, era ciò che dava alle persone la certezza di essere vive. “Sono vivo” era sinonimo di “Tutto è vivo”. Coltivare la capacità di percepire un senso di vitalità nell’ambiente circostante era un modo, diretto, di nutrire la propria vita. Ze-ami (1363?-1443?) considerato il fondatore del Nô, spiega ai suoi discepoli nel Fushikaden che “la via della poesia porta longevità e dovrebbe quindi essere seguita con ogni mezzo” [Nogami & Nishio, 1958, p. 11)]. Oggi nessuno penserebbe alla poesia come ad un metodo per migliorare la salute. Ma in un mondo in cui tutto è vivo, tutto, inclusi la poesia ed il Nô, può portare la longevità poiché creare una relazione che fosse in risonanza con il mondo naturale era esattamente il modo di rinvigorire la propria vita.
La cultura tradizionale del Giappone è una cultura artigiana. I maestri artigiani di tutti i campi hanno fornito per secoli le stesse istruzioni ai loro apprendisti. Senza eccezioni, affermano che i materiali usati per la loro arte sono “vivi”. I tintori dicono che la stoffa è viva; il vasaio dice che l’argilla è viva; i fabbri sostengono che l’acciaio che forgiano è vivo [S.B.B. Inc., (19xx)].
I chiodi d’acciaio forgiati dai fabbri tradizionali giapponesi contengono più impurità di quelli moderni prodotti nella for-nace. Attualmente è stato osservato che chiodi estratti da strutture costruite seicento anni fa sono ancora privi di ruggine ed in perfette condizioni al punto da poter essere riutilizzati oggi. Questo fatto, che va contro le teorie scientifiche, può non dimostrare di per sé che tutto è vivo, ma suggerisce che l’antica credenza dei fabbri nella vitalità dell’acciaio poteva essere infusa in un singolo chiodo per renderlo forte e durevole. Questa visione del mondo, in cui tutte le cose hanno vita, era anche la base dei metodi costruttivi della tradizionale architettura lignea. Il legname da costruzione veniva lasciato all’aperto, esposto alle intemperie per un periodo di circa dieci anni. Dopo la seconda guerra mondiale tuttavia, gli scienziati fecero il loro ingresso nell’industria del legname, analizzarono la quantità di umidità contenuta nel legname stagionato all’aperto ed introdussero macchine asciugatrici che potevano ottenere lo stesso livello di umidità in sole tre ore. Comprimere dieci anni in tre ore tuttavia, rimuove l’umidità a livello cellulare rendendo superficiale la capacità del legno di assorbire l’umidità. In altre parole, priva il legno dei suoi attributi originali limitandone la durata. Sin dall’inizio, la prova scientifica ha sempre richiesto di rendere visibile l’invisibile. Il metodo usato dalla scienza è quello di convertire ciò che non può essere quantificato in qualcosa che possa esserlo: in questo caso “l’esposizione all’aria” diventa “asciugatura”. Esporre il legno alle intemperie per dieci anni significa esporlo a pioggia, vento, caldo e neve per dieci anni. I carpentieri dei santuari e dei templi di Kyoto fanno stagionare il legno nell’acqua in modo da sostituire l’acqua in esso contenuta con acqua nuova. Questo, ovviamente, differisce radicalmente dall’“asciugatura”. Il processo di esposizione all’aria aperta dà al legno dieci anni per adattarsi ad un ambiente diverso da quello in cui era cresciuto e questo riflette l’antica attitudine che considerava il legno “vivo”. Era questa capacità di percepire il legname come vivo che permetteva la costru-zione di strutture lignee che possono durare mille anni.
La politica di occidentalizzazione tuttavia continua nel mondo dell’architettura di oggi. I regolamenti governativi richiedono un tasso di umidità inferiore al 20% per il legname da costruzione. Questo valore è impossibile da raggiungere attraverso i metodi di essicazione naturale, il che significa che il governo permette solo l’uso di legno artificialmente essiccato. Nonostante sia vero che la robustezza di ciascun pezzo di legname sia maggiore quando l’umidità è inferiore al 20% le qualità naturali del legno vengono perdute; viene deprivato della sua capacità di respirare. L’architettura occidentale enfatizza la robustezza dei singoli pezzi ma non vede il legname come un essere vivente. In pratica, il legno non viene trattato diversamente dall’acciaio. L’architettura tradizionale, d’altra parte, enfatizzava l’equilibrio. Cercava la forza attraverso l’equilibrio e considerava la forza vitale del legname di cruciale importanza nell’ottenimento della robustezza desiderata.
Negli ultimi cento anni, la scienza ha fatto del suo meglio per privare il tempo del suo potere. Ma la vita cresce e matura col tempo e la compressione del tempo richiede necessaria-mente dei sacrifici. Così come l’ascolto della musica richiede un tempo che non può essere compresso, una crescita forzata può solamente generare uno sviluppo anormale. Il lavoro di stratificazione dei laccatori, la forgiatura dei chiodi dei fabbri, il lavoro dei maestri costruttori di spade, tutto ciò richiede tempo. Per secoli gli artigiani si sono concentrati nel cogliere il Ki (il momento opportuno) e nell’uso del Ma (l’intervallo temporale). Il lavoro del maestro di spada consiste nello scaldare l’acciaio, rimuoverlo al momento opportuno, quindi, dopo una pausa appropriata, raffreddarlo rapidamente nell’acqua prima di rimetterlo nel fuoco. Questo processo viene ripetuto più e più volte e l’arte consiste nel padroneggiare il tempismo, l’intensità e l’uso delle pause (Ki, Do, Ma). Queste tecniche hanno reso possibile la creazione di spade che non possono essere ripro-dotte nemmeno con le più avanzate tecnologie moderne.
Ogni pastiglia che i medici della medicina occidentale somministrano ai loro pazienti contiene una quantità di principi attivi. Un paziente ad esempio, può consumare simultanea-mente dieci principi attivi in una singola pillola. Questo illustra ancor più direttamente la natura della ricerca dell’“efficienza”, vista nell’essicazione artificiale e nei metodi di crescita forzata sopra menzionati. In parole semplici, è la conversione del tempo in spazio, e dovremmo riconoscere che questa è la vera causa degli effetti collaterali nocivi della medicina moderna. Nella pratica della medicina cinese il medico somministra un singolo ingrediente attivo al paziente, in seguito osserva i risultati prima di decidere cosa somministrare in seguito. Questo significa che ci vogliono almeno dieci giorni per somministrare dieci ingredienti. Osservare le condizioni del paziente e agire
a seconda dei progressi ottenuti è certamente un processo naturale e non dovrebbe essere bollato come “inefficiente”. Sembra inefficiente semplicemente perché la scienza ha valorizzato la sostituzione degli invisibili ritmi della vita con il visibile movimento del tempo cronologico. Questa filosofia valuta il risul-tato più del processo e la conseguenza più dell’esperienza. Dovremmo riconsiderare se la soddisfazione che cerchiamo nella vita riguarda l’esperienza o il risultato. Il ritmo contenuto nel tempo ci concede una esperienza ricca e la certezza di essere vivi. Sotto il pretesto del positivismo si cela l’assurdità dello scienziato che accende la luce per studiare l’oscurità.
Una delle abilità fondamentali nella carpenteria tradizionale è il saper discernere a colpo d’occhio l’alto ed il basso di un pezzo di legno. Questo perché i carpentieri tradizionali credono che ogni pezzo di legno contenga la memoria del cielo e della terra in cui stava in montagna, e di conseguenza, non acquisirebbe una nuova vita se non fosse posizionato secondo questa memoria. La distinzione tra la parte anteriore e quella posteriore è egualmente importante. La parte anteriore è quella che era esposta al sole; mentre quella posteriore è ovviamente quella opposta. Gli alberi cresciuti sul fronte est di una montagna vengono usati come pilastri per il lato orientale dell’edificio; alberi cresciuti sul lato ovest vengono usati per la parte occidentale. I pilastri di ogni direzione vengono sistemati a seconda di come sono cresciuti nel loro terreno natale, si crede che in questo modo gli alberi possano acquisire una seconda vita. In effetti quando anche un solo pilastro viene posizionato sottosopra lo spazio risultante darà una sgradevole sensazione di squilibrio. Gli spazi tradizionalmente abitati dai giapponesi negli ultimi duemila anni erano costruiti seguendo questi metodi che armonizzavano i materiali viventi con la vita [Nishioka, (1993)]. La risultante sensazione di essere circondati da una vita intangibile era esattamente il senso di comfort che scelsero di coltivare.
Vediamo quindi che le basi dei metodi costruttivi riscontrabili nell’architettura lignea tradizionale giapponese differiscono da quelle dell’architettura occidentale. Tuttavia i metodi tradizionali sviluppati attraverso l’acquisizione di conoscenze empiriche non basterebbero per rendere l’architettura giapponese degna di essere chiamata “cultura”. La “cultura” nell’architettura giapponese sta nell’indivisibilità della sensibilità del carpentiere dai suoi metodi costruttivi. La scoperta di come la percezione o la consapevolezza individuale dell’intangibile possa essere usata nell’esecuzione di determinate tecniche in modo che queste acquistino Vita, questo è quello che i vecchi giapponesi chiamavano Waza (arte o abilità). L’affinamento di tali Waza o, in altre parole, l’affinamento della propria sensibilità – per riprendere l’esempio dell’architettura – è ciò che genera armonia con la sensibiltà dell’abitante e crea un senso di ricchezza e comfort nello spazio abitato.
Nella sua essenza, la cultura è la condivisione di determinati valori intangibili da parte di un popolo – la coscienza collettiva di un popolo che si raccoglie di fronte all’astratto.
Consideriamo il kimono tradizionale giapponese. Diversamente dagli indumenti occidentali, il kimono non è un oggetto compiuto in sé. Il vero prodotto non è il kimono, ma la stoffa di cui è fatto. Per sua natura, il kimono è composto interamente da varie pezze rettangolari. Può quindi essere riportato facilmente al suo stato di stoffa, semplicemente scucendolo. La stoffa può allora essere tinta di nuovo e riusata per fare nuovi abiti. Può passare in questo modo anche attraverso diverse generazioni di possessori. Questo concetto di rigenerazione è fondamentale per tale visione del mondo in cui tutto possiede vita.
La costruzione dei Nô di Ze-ami richiedeva addirittura una rispondenza con i morti. Il Nô è un’arte teatrale che include danza, canto e narrazione. La vicenda viene rappresentata da tre personaggi principali: il viaggiatore, il monaco ed il fantasma. Quello che Ze-ami richiedeva dagli interpreti non era né recitazione né l’espressione delle emozioni ma una diretta rispondenza ed armonizzazione con i morti. Il Nô per Zeami era un rituale di purificazione in cui i morti dovevano essere pacificati e rinascere. Questo grave tema introdotto da Zeami portò alla cultura giapponese il concetto di Yugen (general-mente tradotto con “penetrante e profondo”). Le esperienze percettive del Mono no Aware, del Wabi, del Sabi e dello Yugen, cruciali per la comprensione della cultura giapponese, sono tutte emerse dalla stessa visione del mondo, e per questo motivo potevano essere condivise dai giapponesi [Shinkawa, (1985)].
Il tempio di Ise, con i suoi millecinquecento anni di storia, è il più importante santuario dello Shintoismo. Nella porzione di foresta compresa nel recinto del tempio, un preciso rituale è stato ripetuto ogni mattina ed ogni sera durante tutta la storia del santuario. Questo rituale chiamato Higoto-Asa-Yu-Ohmikesai implica la pulizia del santuario e l’offerta di cibo allo Spirito. L’autosufficienza è la regola. Tutte le offerte devono provenire dall’interno del recinto del tempio. Il santuario possiede i suoi orti e giardini da cui vengono raccolti riso, vegetali e frutta;
saline in cui il sale viene estratto secondo gli antichi metodi. Ed un pozzo che non si è mai prosciugato in questi millecinque-cento anni. Il cibo viene preparato con un fuoco spiritualmente purificato, chiamato Imibi, acceso ruotando un punteruolo di legno su una tavoletta anch’essa di legno – metodo risalente al periodo Yayoi – mentre le stoviglie, di terracotta non smaltata, sono cotte nel forno del tempio. L’aspetto più notevole del tempio di Ise è il rituale dello Shikinen Sengu. Questo rituale consiste nel completo disassemblamento e ricostruzione del tempio ogni vent’anni. I materiali da costruzione per i nuovi edifici provengono interamente dalla foresta del tempio. Con questi materiali gli edifici vengono ricostruiti con la stessa identica forma e nuovi alberi vengono piantati al posto di quelli rimossi per essere utilizzati nella ricostruzione rituale di duecento anni dopo [Yano, (1993)]. Queste attività, ripetute per un periodo di millecinquecento anni, illustrano la visione del mondo del tempio senza l’uso del linguaggio.
In questo modo, l’idea che la vita esiste ovunque è stata la corrente sotterranea della la cultura tradizionale giapponese. Riconosceva la vita in tutte le cose portando alla certezza di una armonia tra tutte le cose che scorre ininterrottamente dal passato al futuro.

Capitolo successivo #3 L’idea di corpo nell’ascetismo

1Journal of Sport and Health Science, Vol. 2, 8-24, 2004. http : //wwwsoc.nii ac jp/jspe3/index.htm.

Sources des images

  • Estampe : Le moineau sur le camélia enneigé.  Auteur : Utagawa Hiroshige 1 (1797-1858). Bibliothèque nationale de France, département Estampes et photographie
  • Estampe : Les scieurs dans les montagnes de Tôtômi ( Tôtômi sanchû ) : Les « Trente-six vues du mont Fuji » ( Fugaku sanjû-rokkei ), 19 e vue. Auteur :    Hokusai Katsushika (1760-1849) Bibliothèque nationale de France
  • Stillfried & Andersen. Views and costumes of Japan d’après des négatifs de Raimund von Stillfried, Felice Beato et autres photographes. Vers 1877-1878.